martedì 10 settembre 2013

Recensione: Pearl Buck - Tutti sotto il cielo.

E’ probabilmente l’ultimo romanzo scritto dalla Buck nel 1973 poco prima della sua morte ed è forse quello che più degli altri rappresenta una sorta di compendio della sua vita. Dalla storia della famiglia MacNeil, si indovinano larghi tratti autobiografici, la vita trascorsa a Pechino e quella successiva in terra d'America. Ma a colpire è non solamente la vicenda pratica dell’emigrante di ritorno, con tutte le difficoltà insite nel rientro e nel doversi riadattare ad una vita ormai dimenticata o per i figli nati all’estero, affatto nuova e diversa. Lungo tutto il libro infatti, serpeggia la condizione terribile che spesso attraversano coloro che si trovano a vivere questa vicenda, stranieri in tutti i luoghi, pur avendo due patrie entrambe amate. Il dramma di trovarsi americani in Cina e cinesi in America, consapevoli di appartenere convintamente a due tradizioni diverse, che si comprendono entrambe e che dovrebbero solo arricchire invece di provocare continuamente sensazioni dolorose e nostalgie insoddisfatte. E’ però soprattutto la totale incomprensione di chi li circonda a rendere il tutto più difficile e pericoloso, quando si vorrebbe solamente spiegare la complessità delle situazioni a gente a cui invece non interessano i distinguo, ma vorrebbero solo spiegazioni e soprattutto soluzioni semplici, come quell’ascoltatore che alla conferenza in cui Malcolm cerca di spiegare le motivazioni dell’affermarsi del comunismo in Cina, gli ribatte che sarebbe certo meglio, invece di fare tante chiacchiere, buttare un bel paio di bombe atomiche per risolvere tutto. 

Non devono stupire questo tipo di semplificazioni che sono proprie non solo degli americani, molto disinteressati, si dice, a comprendere il mondo esterno a loro, ma ogni giorno dobbiamo constatare come sia più facile generalizzare e proporre soluzioni semplicistiche, di fronte ai problemi che ci pone continuamente la realtà e la storia. Sull’immigrazione, sulle crisi economiche, sull’affermarsi dei fondamentalismi, in generale la gente ha sempre un punto di vista molto semplificato e non riesce a capire come mai non vengano prese decisioni così facili e semplici da capire. Basterebbe mitragliarli sulla riva o tirare qualche bella bomba come dico io o rimandiamoli tutti a casa, è così semplice no? Si sente dire ogni giorno al mercato o al bar davanti al cappuccino. E’ troppo complicato cercare di capire la galassia delle differenze tra sciiti e sunniti, tra alauiti e wahabiti e così via. Questa frustrazione che dovette essere propria della stessa Buck nel periodo maccartista, in cui il fatto di avere vissuto in Cina rendeva la cosa di per sé sospetta, dovette pesarle molto e la chiusura tutto sommato ottimista del libro va forse messa in relazione alle caute aperture che in quel periodo si prospettavano verso l’Oriente, con l’inizio di cauti contatti extradiplomatici e lo storico incontro avvenuto appena un anno prima tra Nixon e Mao con la famosa politica del ping pong. Interessante proprio per i temi davvero universali che propone.




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