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martedì 17 settembre 2013

Recensione: P. Buck - L'amore di Ai Uan.

Questo, a mio parere è uno dei più interessanti libri della Buck, non tanto per la storia in sé, che contiene i temi caratteristici a cui l’autrice ci ha abituato, ma per il fatto che l’opera è del 1939, proprio prima dello scoppio del conflitto mondiale e le considerazioni su quanto sta accadendo in Oriente in quel periodo, sono oltremodo stimolanti, per noi che sappiamo quello che è successo dopo. La descrizione puntuale e precisa dei sentimenti e dei punti di vista dei diversi personaggi, assumono una luce del tutto premonitrice, che ci permette di apprezzare quanto la scrittrice, che aveva una visione a largo raggio del mondo di allora, avendo vissuto tanti anni in Cina, potesse rendersi conto di quando ribolliva nell’aria e delle terribili conseguenze che potevano accadere. Ai Uan è un giovane cinese, figlio di un ricco banchiere, che negli anni 20 rimane affascinato dai venti rivoluzionari che sconvolgono la Cina. Nel pieno della guerra civile, quando l’azione di Chan Kai Shek si rivela ben diversa da quanto il movimento degli studenti credeva, viene fatto fuggire per salvarsi la vita, dal padre, che lo manda in Giappone da un suo referente. Qui comincia la seconda vita di Ai Uan che si innamora della figlia del suo ospite e la sposa. 

Ma quando negli anni 30, comincia l’invasione giapponese della Cina, inizia il dramma per Ai Uan, troppo cinese per il Giappone e forse ormai troppo giapponese per la Cina, dove comunque ritorna per difendere il suo paese. Il dramma della guerra non voluta, della violenza e della morte, la divisione dagli affetti e il non poter capire come la gente non riesca ad avere la reale percezione dei fatti diventano l’ossessione di Ai Uan. Di fronte a violenze, corruzione e inganni, si sente bene come la ingenua purezza dei pensieri rivoluzionari avrà alla lunga la supremazia, ma non nel modo sereno e costruttivo in cui la intende la Buck. Ai Uan (e la Buck ovviamente) sentono che questo inevitabilmente avverrà e  ahimè, entrambi si illudono che questa sarà una futura era di pace, di libertà e prosperità, mentre in Giappone la mentalità del popolo improntata alla cieca obbedienza sta conducendo il paese verso la guerra totale. Ai Uan spera che, quanto prima il conflitto tra i due paesi termini con una riconciliazione, per potersi ricongiungere con l’amata famiglia, che vive, per una tragica combinazione certamente premonitrice della Buck, proprio a Nagasaki.


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martedì 10 settembre 2013

Recensione: Pearl Buck - Tutti sotto il cielo.

E’ probabilmente l’ultimo romanzo scritto dalla Buck nel 1973 poco prima della sua morte ed è forse quello che più degli altri rappresenta una sorta di compendio della sua vita. Dalla storia della famiglia MacNeil, si indovinano larghi tratti autobiografici, la vita trascorsa a Pechino e quella successiva in terra d'America. Ma a colpire è non solamente la vicenda pratica dell’emigrante di ritorno, con tutte le difficoltà insite nel rientro e nel doversi riadattare ad una vita ormai dimenticata o per i figli nati all’estero, affatto nuova e diversa. Lungo tutto il libro infatti, serpeggia la condizione terribile che spesso attraversano coloro che si trovano a vivere questa vicenda, stranieri in tutti i luoghi, pur avendo due patrie entrambe amate. Il dramma di trovarsi americani in Cina e cinesi in America, consapevoli di appartenere convintamente a due tradizioni diverse, che si comprendono entrambe e che dovrebbero solo arricchire invece di provocare continuamente sensazioni dolorose e nostalgie insoddisfatte. E’ però soprattutto la totale incomprensione di chi li circonda a rendere il tutto più difficile e pericoloso, quando si vorrebbe solamente spiegare la complessità delle situazioni a gente a cui invece non interessano i distinguo, ma vorrebbero solo spiegazioni e soprattutto soluzioni semplici, come quell’ascoltatore che alla conferenza in cui Malcolm cerca di spiegare le motivazioni dell’affermarsi del comunismo in Cina, gli ribatte che sarebbe certo meglio, invece di fare tante chiacchiere, buttare un bel paio di bombe atomiche per risolvere tutto. 

Non devono stupire questo tipo di semplificazioni che sono proprie non solo degli americani, molto disinteressati, si dice, a comprendere il mondo esterno a loro, ma ogni giorno dobbiamo constatare come sia più facile generalizzare e proporre soluzioni semplicistiche, di fronte ai problemi che ci pone continuamente la realtà e la storia. Sull’immigrazione, sulle crisi economiche, sull’affermarsi dei fondamentalismi, in generale la gente ha sempre un punto di vista molto semplificato e non riesce a capire come mai non vengano prese decisioni così facili e semplici da capire. Basterebbe mitragliarli sulla riva o tirare qualche bella bomba come dico io o rimandiamoli tutti a casa, è così semplice no? Si sente dire ogni giorno al mercato o al bar davanti al cappuccino. E’ troppo complicato cercare di capire la galassia delle differenze tra sciiti e sunniti, tra alauiti e wahabiti e così via. Questa frustrazione che dovette essere propria della stessa Buck nel periodo maccartista, in cui il fatto di avere vissuto in Cina rendeva la cosa di per sé sospetta, dovette pesarle molto e la chiusura tutto sommato ottimista del libro va forse messa in relazione alle caute aperture che in quel periodo si prospettavano verso l’Oriente, con l’inizio di cauti contatti extradiplomatici e lo storico incontro avvenuto appena un anno prima tra Nixon e Mao con la famosa politica del ping pong. Interessante proprio per i temi davvero universali che propone.




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lunedì 9 settembre 2013

Recensione: Pearl Buck - Figli

Un libro molto in linea con lo stile più classico dell’autrice, profonda conoscitrice della Cina e seguito ideale de La buona terra. Una saga familiare che pone la sua attenzione, come si evince dallo stesso titolo, sull’importanza che rivestono i figli, naturalmente maschi, nella storia delle famiglie. Nella Cina estremamente indebolita dell’inizio del secolo scorso, in cui il potere centrale aveva scarsa presa sulle provincie lontane, si creavano centri di potere locali nelle mani di piccoli signorotti della guerra che con milizie proprie tenevano un predominio sulle popolazioni. Su tutto, i concetti, comuni a tutte le culture, della roba e della terra, topoi costanti delle storie della Buck. I tre figli di un ricco proprietario terriero, che era partito da umili origini e che aveva creato dal nulla la potenza della famiglia, prendono strade diverse ed i loro figli ancora di più, vista la loro incapacità di trovare una dirittura di insegnamento che potesse metterli in grado di proseguire le orme del capostipite. Alla fine il ritorno a quella terra che aveva dato la potenza alla famiglia e che era stata poi snobbata in favore di altre, più lucenti chimere. Nel mezzo tutta una serie di figure tipiche della società contadina e provinciale cinese, come sempre godibilissime, sempre pronte a sottolineare la dura posizione della donna, davvero marginale e meschina in quella società. Ma il nuovo avanza e sullo sfondo incombono le avvisaglie di quei movimenti e quelle idee rivoluzionarie che ancora fumose ed embrionali di cui nessuno riesce ancora a capire la portata futura dirompente. Per chi ama il genere e soprattutto l'ambientazione, si può ancora leggere con piacere.

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mercoledì 26 settembre 2012

Recensioni: Pearl Buck - Uomini di Dio.

Con questo commento si chiude il ciclo delle letture estive. Come avrete notato, ho avuto una scorta di opere della Buck e altre ne ho ancora in attesa. Ovviamente mi interessano soprattutto per il racconto di luoghi, periodi e descrizione di cultura cinese, che se pur viste con ottica occidentale, sono raccontate da chi le ha viste e subite direttamente, e proprio per questo mi accalappiano fortemente anche se lo stile e il racconto possa apparire oggi un po' superato e troppo incline alla sdolcinatura. Ma quantomeno la Buck sa scrivere e già si può dire che non sia cosa da poco. Questo Uomini di Dio, pubblicato nel '51, appartiene al cosiddetto periodo americano, ma larga parte attiene comunque alla Cina lontana che rimane comunque sempre sullo sfondo a incombere e condizionare la storia. C'è come sempre molto di autobiografico, a partire dall'ambiente dei missionari delle varie confessioni cristiane a cui la Buck apparteneva, fino allo stesso protagonista che si può identificare in parte con il secondo marito dell'autrice. Si può notare infatti che pur essendo questo un personaggio abbastanza negativo, riceve dall'autrice un fondo di comprensione malcelata, come da parte di chi, pur riconoscendone i difetti si sente in qualche modo legato da affetti e comunanza di intenti. La storia, che pure prende origine e ripercorre la vita di due famiglie di missionari in Cina, si svolge quasi per intero negli Stati Uniti della grande crisi, ripercorrendone le problematiche e i relativi sconvolgimenti sociali. Qui la Buck appare più manierista e alla ricerca di un filone nuovo da percorrere dopo i grandi successi cinesi che l'hanno resa famosa, spinta forse in ciò appunto da questo secondo marito editore, piuttosto pratico e alla ricerca di riscontri commerciali, quindi, a mio parere, sembra un po' aver perso la poesia e l'innocenza delle prime e più famose opere. Qui si riscontrano anche toni più decisamente politici e la presa di posizione decisa contro il maccartismo che in quegli anni dominava negli USA. Direi che comunque vale la pena di perderci qualche ora.


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giovedì 20 settembre 2012

Recensione: Pearl S. Buck – La madre.



Torno su questa autrice di così facile ed affascinante lettura, un po’ per l’ambientazione dei suoi lavori, un po’ perché il periodo in cui scrive, guarda caso anche lei negli anni trenta, riguarda una fase della storia cinese poco conosciuta  e per me molto interessante. Questo La madre, segue il tono e le storie della Buona terra, con la sua epica contadina, ma, mi pare, coglie aspetti più universalistici, tali per cui la Cina rimane molto sullo sfondo e il racconto potrebbe essere uguale se ambientato in molti altri luoghi, non per niente mi ricorda le storie nella Sicilia di Verga, con gli archetipi comuni della povertà, del legame del contadino alla terra e alla roba e della maledizione che relega la donna su un piano decisamente sottostante all’uomo, condannata ad una fatica morale e materiale senza uguali, accompagnata da una sorta di maledizione genetica a cui essa stessa sa di non potere sfuggire. 

Perché come almanacca lei stessa, madre rusticana che passa attraverso le traversie della vita: ”Un bambino che sta per arrivare è fonte di gioia ma anche di preoccupazioni. Potrebbe nascere morto. Oppure deforme o cieco o scemo; o addirittura potrebbe essere una femmina”. In queste parole sta tutto il tema della Buck e il personaggio, la madre, allo stesso tempo sacrificio, dedizione, amore. La madre che va a cercare una moglie per il figlio nel villaggio vicino, in quanto là “ci sono molte ragazze, perché per tradizione non le ammazzano”. Reliquia di una civiltà morale che povertà, ignoranza e precarietà fisica sembrano sommergere. Sempre lirico e naturalistico il racconto si dipana attorno a questa figura centrale a cui tutti devono fare carico, mentre lontani, sullo sfondo, rumori di fatti nuovi e sconosciuti, talmente diversi da un mondo uguale a sé stesso da millenni, incombono con la loro rude spietatezza.




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sabato 8 settembre 2012

Recensione: P.S. Buck – La buona terra.


Un classico assoluto questo, che è probabilmente e giustamente il libro più famoso della Buck. Una storia allo stesso tempo topos di tutte le culture, con la figura emblematica del contadino e della sua famiglia che fanno dell’attaccamento alla terra ed del suo possesso l’unica ragione valida della loro esistenza, con l’intelligenza che, pur se priva di cultura, capisce che quel bene è il solo che li possa proteggere, anche quando tutti gli altri valori crollano. Oro e ricchezza te li possono rubare i predoni, cibo e provviste li può portar via la carestia o i vicini malevoli, ma la terra non te la può prendere nessuno. Assieme a questa verità primordiale condita di sacrificio, grettezza e umanità al tempo stesso, ecco che si intreccia il tema fondamentale della Buck, la vita nella Cina rurale dell’inizio del secolo scorso, dove arrivano solo affievoliti e neanche compresi i movimenti epocali che stanno agitando il mondo. Un affresco splendido e gigantesco, con i suoi personaggi chiave, tra cui campeggia l’altro aspetto caro all’autrice, la donna cinese, presa in sposa e tolta dalla schiavitù, con la sua dedizione assoluta al marito in quanto tale e in quanto è stato l’artefice del suo cambio di condizione. 

Una figura davvero emblematica, la povera O Lan, venduta bambina come schiava, richiesta in sposa proprio in quanto brutta, così da non avere grilli per la testa, anche se il contadino ha preteso che almeno non fosse una sfigurata dal vaiolo o col labbro leporino, che riesce a guidare col suo aiuto fondamentale e con l’istinto le scelte della famiglia, anche se ha i piedi troppo grandi, orribili e per nulla sensuali, perché sua madre l’ha venduta troppo piccola per poter cominciare a fasciarglieli. Una donna della Cina rurale, dove è vista solo come una macchina per fare figli e al massimo dare una mano nei campi, beninteso dopo avere assolto tutti i doveri  nella casa, anche se di tanto in tanto il giovane Wang Lang, ha qualche attimo di attenzione, come quando decide di farsi il bagno perché, il giorno delle nozze non vuole che la nuova moglie lo veda sporco, anche se in fondo si era già lavato un paio di mesi prima ed è davvero peccato sprecare tutta quell’acqua così utile per bagnare i campi assetati. Anche se visto con l’occhio occidentale, tante informazioni per cercare di comprendere la cultura  e la mentalità di quel paese lontano. Per chi ancora non l’avesse letto, direi che è un libro da non perdere.


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sabato 17 settembre 2011

Recensione: P. Buck – La saggezza di madama Wu.

Un altro bellissimo libro di questa autrice, premio Nobel meritatamente, che racconta con delicate pennellate un mondo cinese ormai così lontano da far credere non sia mai esistito. La Cina rurale tra le due guerre mondiali, quando la terribile forza di attrazione dell’Occidente stava a poco a poco cancellando la vecchia cultura millenaria, con la sua vita lenta ma fatta di certezze e di ritmi naturali. E’ un paese che l’autrice conosce alla perfezione, in cui ha vissuto per molti anni, proprio quelli in cui questa trasformazione è completamente in atto con tutti i contrasti e le problematiche che pone. Un mondo fatto di vite chiuse all’interno delle famose case cortile, ormai completamente scomparse, dove le tradizioni di secoli appaiono naturali e scolpite nella pietra. 

Un mondo, come sempre nei suoi libri, visto attraverso l’ottica femminile, che è certo quello che la interessa. Un’ottica fatta di sfumature, di sensibilità, di educazione e di intelligenza, in cui prevale sempre il desiderio di ottenere le cose senza imporle, ma piuttosto inducendo le decisioni con cortesia. Un dichiararsi servitrice per essere padrona, succube per superare ogni contrasto ed in realtà imporre sempre il proprio punto di vista. Una femminilità anche questa incomprensibile agli occidentali, così come le nuove abitudini non possono essere comprese da queste donne allevate secondo la tradizione. Il personaggio centrale, quello di Madama Wu è proprio quello della padrona di una di queste case, prima moglie di un uomo in realtà debole, che pure essendo nella Cina profonda e all’apparenza chiusa ad ogni novità, viene sfiorata dal forte vento dell’ovest e dal cambiamento che inevitabilmente si porta dietro. Contrasti, problemi e novità, che soltanto una saggezza davvero profonda e che pur venendo dal passato non rifiuta il presente, riuscendo ad ottenere quello che è sempre stato il vero scopo della vita cinese, una perfetta armonia, la sola attitudine che può dare la serenità. Un libro molto piacevole per chi ama la Cina, forse e soprattutto quella che non c’è più. 

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venerdì 8 luglio 2011

Recensione: Pearl Buck - Vento dell'est: vento dell'ovest.

Altro consiglio per l'estate. Grazie ad una amica mi è capitato per le mani questo bel libro di Pearl S. Buck, la sua opera prima del 1930. Ovviamente non potevo che essere sensibilissimo all'argomento, dato il titolo, ma davvero questo libro è di grandissimo interesse. Intanto la storia, costituita da tre racconti che si svolgono nella Cina dell'inizio del secolo scorso con tutti i suoi cataclismatici accadimenti declinati tutti al femminile, con una delicatezza ed una poeticità davvero accattivante. Ognuno di questi personaggi viene a trovarsi nel pieno del cambiamento epocale che l'ingresso dell'occidente, con il suo devastante apporto di idee nuove e completamente contrastanti con la millenaria cultura che andava a sostituire e ne viene in modi diversi totalmente devastato. Kwei Lan, giovane sposa intelligente, riesce ad adattarsi a suo modo grazie all'aiuto della comprensione del marito, pur nella sofferenza di chi deve dichiarare sbagliate tutte le credenze che fin da bambina le erano state inculcate. 

Le altre soccombono in maniera tragica egli eventi, mentre il mondo avanza spazzando via in maniera spietata l'antico con la ferocia tipica di tutti i nuovi che tendono a liberarsi del vecchio etichettandolo come tutto sbagliato. Un libro che, letto oggi, è di una straordinaria attualità, visto nell'attuale cambiamento che di nuovo sta spazzando violentemente tutto  nell'impero di mezzo, senza dimenticare che è già la terza volta che questo accade in un secolo. La nuova cultura che arriva, con il suo fascino dell'esotico, tende irrimediabilmente a soppiantare quella precedente, in quanto i vantaggi positivi ed innegabili che presenta, pretendono di catalogare come comunque buono tutto il resto, compresi i gravi difetti che si porta dietro e tutto cattivo in quello che vuole lasciarsi alle spalle. E' una strada ben conosciuta che hanno percorso non soltanto i cinesi naturalmente; come non ricordare le file di 800 metri che si formarono davanti al primo McDonald aperto a Mosca. Comunque non perdetevelo, al di là della ambientazione orientale, rimane un bellissimo quadro di situazioni psicologiche ritrovabili anche in ambiti  molto diversi.


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