Il giorno dopo, alla bambina la febbre era scesa e decidemmo di fare un lungo giro in macchina traversando tutto il nord dello Yucatan fino a raggiungere la parte rivolta verso l’interno del golfo del Messico. La strada che tagliava tutta la foresta era una retta quasi perfetta che per decine di kilometri sembrava dividere il verde chiaro della massa di alberi, evidenziavano un terreno rosso e poco fertile. Più o meno a metà, Merida, una cittadina piuttosto anonima dove vi consiglierei di comprare un Panama, se vi serve naturalmente; li fanno lì, quindi a un acquisto a kilometri zero, tanto per essere à la page. Dopo altri duecento kilometri arrivammo a Celestùn, su una grande laguna, che è anche un immenso parco nazionale ornitologico. Ci prendemmo una lancha guidata da un vecchietto, Miguel, che sembrava dormire sempre, mentre la dirigeva adagio tra la foresta di mangrovie. E’ il classico posto dove si può far finta di essere Indiana Jones alla ricerca del tempio maledetto. Si scendeva, ogni tanto dove il terreno sembrava più solido, cercando, a fatica di camminare tra le mangrovie in precario equilibrio, fino a che non diventavano troppo fitte per proseguire a piedi. Ci aggirammo per ore scivolando tra anhingas, gli uccelli serpente ed egrette, per nulla timide e disponibili a mettersi in posa senza problemi, ma le centinaia di flamingos che stazionavano in fondo allo specchio di acqua, quando si levarono in volo, coprirono il cielo con tutte le sfumature del rosa, come in una debole fiammata tremolante. L’emozione fu così forte che, appena scendemmo dalla barca, Tiziana scivolò sulle tavole umide e batté una testata così forte che tememmo il peggio. Ma si sa, le donne hanno la testa particolarmente resistente e ce la fece anche quella volta. Cercammo di metterne insieme i cocci in un ristorantino lungo la spiaggia, bianca di minuscoli frammenti di conchiglie, caldissima e completamente deserta. Servivano dei camarones alla plancha in salsa tex-mex assolutamente enormi e deliziosi. Ne mangiammo molti, diverse porzioni direi, anche per lenire il dolore e tirarci su il morale e toccando il bozzo che gonfiava. Se ne ricorda ancora adesso della botta, poverina, però non è mai più scivolata da allora, su una barca almeno. Quando ritornammo sulla costa est, era ormai notte fonda, il giorno dopo ce ne saremmo tornati a casa, con la nostra borsa piena di esperienze nuove, sperando di aver capito qualche cosa tra le tante che avevamo visto, cercando di incasellare le emozioni per non perderle troppo in fretta. Sono tornato altre volte in Messico, è un paese dolce.Pagine
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sabato 30 gennaio 2010
Laguna umida.
Il giorno dopo, alla bambina la febbre era scesa e decidemmo di fare un lungo giro in macchina traversando tutto il nord dello Yucatan fino a raggiungere la parte rivolta verso l’interno del golfo del Messico. La strada che tagliava tutta la foresta era una retta quasi perfetta che per decine di kilometri sembrava dividere il verde chiaro della massa di alberi, evidenziavano un terreno rosso e poco fertile. Più o meno a metà, Merida, una cittadina piuttosto anonima dove vi consiglierei di comprare un Panama, se vi serve naturalmente; li fanno lì, quindi a un acquisto a kilometri zero, tanto per essere à la page. Dopo altri duecento kilometri arrivammo a Celestùn, su una grande laguna, che è anche un immenso parco nazionale ornitologico. Ci prendemmo una lancha guidata da un vecchietto, Miguel, che sembrava dormire sempre, mentre la dirigeva adagio tra la foresta di mangrovie. E’ il classico posto dove si può far finta di essere Indiana Jones alla ricerca del tempio maledetto. Si scendeva, ogni tanto dove il terreno sembrava più solido, cercando, a fatica di camminare tra le mangrovie in precario equilibrio, fino a che non diventavano troppo fitte per proseguire a piedi. Ci aggirammo per ore scivolando tra anhingas, gli uccelli serpente ed egrette, per nulla timide e disponibili a mettersi in posa senza problemi, ma le centinaia di flamingos che stazionavano in fondo allo specchio di acqua, quando si levarono in volo, coprirono il cielo con tutte le sfumature del rosa, come in una debole fiammata tremolante. L’emozione fu così forte che, appena scendemmo dalla barca, Tiziana scivolò sulle tavole umide e batté una testata così forte che tememmo il peggio. Ma si sa, le donne hanno la testa particolarmente resistente e ce la fece anche quella volta. Cercammo di metterne insieme i cocci in un ristorantino lungo la spiaggia, bianca di minuscoli frammenti di conchiglie, caldissima e completamente deserta. Servivano dei camarones alla plancha in salsa tex-mex assolutamente enormi e deliziosi. Ne mangiammo molti, diverse porzioni direi, anche per lenire il dolore e tirarci su il morale e toccando il bozzo che gonfiava. Se ne ricorda ancora adesso della botta, poverina, però non è mai più scivolata da allora, su una barca almeno. Quando ritornammo sulla costa est, era ormai notte fonda, il giorno dopo ce ne saremmo tornati a casa, con la nostra borsa piena di esperienze nuove, sperando di aver capito qualche cosa tra le tante che avevamo visto, cercando di incasellare le emozioni per non perderle troppo in fretta. Sono tornato altre volte in Messico, è un paese dolce.venerdì 29 gennaio 2010
Rosso sangue.
Il giorno seguente, lo dedicammo a Chichenitzà, forse il più conosciuto e visitato tra i siti Maya, oltre ad essere probabilmente il meglio conservato. Fu appena dopo un temporale che attaccammo la ripida salita alla piramide di Kukulkan, perfetta e bellissima, mentre il sole forte graffiandone impietoso i bordi, disegnava l’ondulazione del serpente piumato sul prato sottostante. L’ombra sembrava muoversi sinuosa sul terreno seguendone lenta le piccole asperità. L’aria era perfettamente pulita e ti consentiva di penetrare per chilometri la selva alle spalle dei monumenti di pietra bianca. Potevi contare le foglie lontane ad una ad una. C’era poca gente quel giorno in giro tra le rovine silenziose e lungo il muro basso dietro, il tempio dei giaguari, un gruppo di donne silenziose parevano attendere l’arrivo di qualcuno. Quando entrammo nel grande campo rettangolare del gioco della palla, eravamo soli. Sembrava di sentire cupi colpi di tamburo provenire da Tzompantli, il tempio dei teschi, la piattaforma che conteneva le teste di tutte le vittime sacrificate, e da un momento all’altro le squadre dei giocatori, passando lungo il fregio ornato di festoni di teschi in rilievo e di aquile che dilaniano i petti aperti per divorarne i cuori, dopo essersi a lungo purificate nella retrostante Casa del Sudore, sarebbero entrate, coperte dai mantelli di piume di quetzal a sfidarsi, a colpire la palla di caucciù coi gomiti e con le ginocchia per indirizzarla nel grande anello di pietra verticale su di un lato del campo, mentre la folla sui gradini gridava, inneggiando ed incoraggiando le squadre, per vincere ed annichilire gli avversari e permettere così al proprio capitano, il più meritevole di tutti, il preferito dagli dei, sarebbe stato condotto, ricoperto dalle vesti più belle nella sacra processione al tempio delle colonne, avrebbe lentamente salito la lunga scala santa fino alla cima del tempio dove era posto il Chak Mol, l’altare su cui, volontariamente si sarebbe disteso, mentre il sacerdote avrebbe alzato il grande coltello rituale di ossidiana verde, gli avrebbe squarciato il petto per prendere con le mani il cuore palpitante, lo avrebbe mostrato alla folla urlante, prima di gettarlo giù lungo la scala a fecondare la terra, a garantire raccolti migliori e la pioggia mandata da Chak, abbondante e fertilizzatrice. Ce ne andammo a sera dopo aver a lungo vagato tra le rovine, avendo forse preso troppo sole. La bambina sembrava scossa, andò a letto con la febbre alta.
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