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domenica 12 agosto 2012

Recensione: E. Salerno - Fantasmi sul Nilo.

Un volumetto molto interessante per tutti gli amanti delle relazioni di viaggio, credo ormai introvabile se non sulle bancarelle dei mercatini, essendo stato edito nel lontano 79. Questo Fantasmi sul Nilo, racconta un viaggio di esplorazione che, risalito il corso del Nilo per tutto l'Egitto, penetra il Sudan alla ricerca delle misteriose civiltà Meroitiche con le sue piramidi di basalto nero, in un territorio che è sempre stato di difficilissimo accesso. L'interesse del lavoro di Salerno, giornalista esperto di Africa, sta però nel continuo accostamento della sua esperienza a quelle del passato, a partire dalla relazione di viaggio della nave Fedeltà che nel 1841, risalì il Nilo fino al Sudan, primo naviglio italiano a compiere l'impresa e ai racconti rigorosamente documentati dei tanti esploratori del nostro paese che percorsero quella terra difficile alla ricerca delle sorgenti del Nilo, di tesori perduti o inesistenti, di scoperte archeologiche mirabolanti. 

Salerno li fa parlare in prima persona, facendoci percorrere piste difficili e pericolose, popolate di mercanti di schiavi, avventurieri, tribù bellicose e combattive con coloro che stavano invadendo i propri territori. Sembrava davvero difficile viaggiare in queste parti del mondo trenta anni fa, quasi come lo era nell'antichità a sentire le relazioni di Erodoto e Strabone, eppure i centurioni romani vi arrivarono per commerciare e tentare di espandere l'impero oltre le terre denominate hic sunt leones e sono chiare le testimonianze di questi contatti, come la testa bronzea di Augusto ritrovata tra le sabbie di Meroe. 

Ebbene, un viaggio come questo, oggi non è più praticamente possibile. Queste aree sono oggi sotto il controllo di bande e signori della guerra vari, i gruppi di guerriglieri islamici possono oggi quanto non sono mai riusciti a fare in passato, nemmeno nel contrastato periodo del Mahdi, quando l'alfiere dell'islam sconfisse Gordon nella battaglia di Kartum. Il libro è inoltre arricchito da foto e disegni di epoca, le immagini che gli esploratori del tempo e i cercatori di tesori,  portavano a casa con sé essendo muniti solo di taccuino e matita. Tanti sogni da fare su un viaggio per ora impossibile per tutti e, per chi come me, sta sparando gli ultimi colpi forse precluso per sempre.


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domenica 16 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 12: Il libro della jungla.

C'è almeno un chilometro di bosco fitto prima di raggiungere la bassa muraglia ed il Victory gate per uscire da Ankor Thom. Attraversi il lungo ponte e subito ai lati altri due complessi templari, uno in rovina, il Chau Say, l'altro perfettamente conservato, il Thommanom, due templi quasi gemelli ,dove si pone davanti il prima e il dopo, la bellezza dell'essere e la disgregazione del non essere. Quasi non sai se sia più attrattiva l'una o l'altra delle due condizioni, entrambe così perfette nella loro apparenza. Fuori di Angkor, i turisti si sono diradati drasticamente. Sembra che la fretta del mondo moderno vieti alla maggior parte delle persone di godere di tutto quello che c'è al di là dei muri principali, così, di norma, tutto questo viene trascurato. Che perdita! C'è solo una monaca dal cranio rasato nel Thommanom. Mi metto in un angolo a seguire il suo rituale silenzioso, una piccola puja di frutti, il ritmico movimento di qualche bastoncino di incenso; intorno il rumore della foresta in mezzo alla perfezione dell'arenaria rosata, dei terrazzini, degli stipiti diritti, delle guglie ornate, delle leggerissime tonnellate di pietra. Me ne stacco a fatica, ancora un paio di curve poi l'immensa piramide del Ta Keo, dove la voglia di raggiungere il cielo si misura nella serie di terrazze sovrapposte, nell'infinito susseguirsi dei gradini per arrivare a dominare la jungla dall'alto, in una sorta di déjà vu mesoamericano, testimone della identità comune della immaginazione dell'uomo. Al di là, la jungla si infittisce, mentre il sole si fa alto ed il caldo opprimente consiglierebbe il riposo. Ma dopo poco, da una stretta porta si apre la meraviglia delle meraviglie, il luogo forse più coinvolgente di tutti, un sogno di pietra avvolto dalla foresta. Il Ta Prohm è testimone di una simbologia unica ed eterna. La lotta continua dell'uomo e della natura che coesistono tentando inutilmente di sopraffarsi l'uno con l'altra, in una battaglia epocale da cui nessuno, per fortuna esce mai vincitore. Entri attraverso brecce tra i muri spessi e tutto sembra crollato, morto, distrutto. Le grandi pietre scure ammonticchiate giacciono al suolo scompostamente come spazzate via da una forza superiore che abbia voluto dimostrare la piccolezza del costruttore, la sua incapacità di realizzare qualche cosa che potesse resistere al tempo, ma subito dopo indovini cortili e recinti, passaggi e camere ancora in perfetto stato, ma mostruosamente avvolte da radici d alberi giganteschi che mai ti sembra di aver visto in natura, che in un abbraccio mortale avvincono la pietra come per tentare di stritolarla, tentacoli smisurati che soffocano i muri distorcendoli, penetrandoli con filamenti più sottili, malignamente. Le costruzioni, coperte di muschio verde, soffrono disperatamente nel tentativo di sottrarsi alla stretta, per tentare di respirare, di scrollarsi di dosso quel peso terribile; qualcuna ha ceduto ormai e giace abbattuta, vinta definitivamente, altre sembrano uscire vittoriose dalla morsa e si alzano ancora libere, mentre le grosse radici chiare corrono ondeggianti ai loro piedi, come messe in fuga. Non c'è luogo che abbia visto, dove questa lotta primordiale sia così avvincente e piena di fascino. Se ti siedi in qualche angolo solitario, vieni anche tu subito avvolto dai suoni della jungla, decine di uccelli diversi che cinguettano, sibilano, chiocciano richiamandosi in continuazione. Frullio d'ali sugli alberi più alti, poi un rincorresi di piccole scimmie dalle fauci rosate, colori di farfalle che si posano leggere sulle pietre antiche. Tutto lo scenario è immobile attorno a te, ma nell'aria spessa, sotto l'afa opprimente, la sensazione è che tutto sia in un pur lentissimo ma continuo movimento, il terreno che a poco a poco si solleva al protendersi infido delle nuove radici, che bramano avvolgere, conquistare, sopraffare l'opera dell'uomo e questa che tenta di resistere all'abbraccio mortale per formare una situazione di statica bellezza, di immagini da cui non riesci più a staccarti. Che gioia esserci stato e che fortuna esserci arrivato in questa stagione, quando caldo e fatica tengono lontano la folla, lasciandoti solo tra queste mura contorte a sentire il respiro della foresta. Ma alfine bisogna andare, camminando lentamente sotto gli alberi, con l'aria spessa che brucia i polmoni. Davanti al bacino dello Sras Srang, un gruppo di capanne aspetta le poche persone che arrivano. Una dà acqua fresca e riso. Anche la birra, scelta tra le lattine avvolte da pani di ghiaccio, è bella fresca. Mi abbandono su un' amaca davanti all'enorme stagno artificiale. Lontano nell'acqua, gruppi di bambini giocano nel fango basso, qualche pescatore tira su le nasse. Gli occhi, stanchi di tanto splendore, si chiudono. Meno male che non ci sono zanzare.

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Il mistero delle pietre nere.

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Tuk tuk in affitto.

sabato 15 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 11: Il mistero delle pietre nere.

Eccomi qui, nel cuore archeologico cambogiano, in uno dei punti dove si addensano opere d'arte straordinarie che da sole valgono e giustificano il viaggio, che delineano il livello e la grandezza a cui era giunta la cultura khmer. Una full immersion di cinque giorni per godermi con calma le antiche pietre anche al di là dei punti topici, di certo più importanti, ma spesso sovraffolati anche in questo periodo di bassa stagione. Ho fatto un accordo con un un conducente di tuk tuk che per cinque giorni mi porterà in giro a mio piacimento, attraverso le decine di kilometri quadrati in cui sono sparse le rovine. Per cinquanta dollari sarà a mia disposizione dall'alba al tramonto, acqua nel contenitore pieno di ghiaccio compresa, come un milord inglese in visita nelle colonie, con un taccuino da acquerelli in mano per tratteggiare le immagini da riportare in patria, un portfolio di ricordi, di tesori perduti nelle jungle indocinesi. Eccolo infatti alle 6:00 puntale come un orologio svizzero, che mi aspetta dopo che mi sono ingoiato l'omelette alle cipolle di ordinanza, con abbondante riso bollito per tentare una stagnazione dei problemi che ho inopinatamente messo in piazza ieri. Il cosiddetto petit cicuit a cui mi dedicherò oggi è lungo una ventina di kilometri e tocca i templi più famosi e più conosciuti di Angkor. Il tuk tuk viaggia lento, non più di una ventina di kilometri all'ora e la vita ti scorre intorno ad un ritmo naturale e piacevole. Per arrivare alla porta sud di Angkor Thom si percorre quasi la metà del perimetro completo dell'immenso fossato di Angkor Wat. La dimensione di queste opere, subito ti colpisce e ti lascia attonito, incredulo quando lo paragoni ai fossati di difesa che conosci, davvero semplici fossi per le rane. Questo, largo centocinquanta metri e lungo quasi sei chilometri, dagli angoli perfettamente tagliati e circondato da gradinate, ti porta subito a pensare alle legioni di uomini e donne con ceste e badili che lo hanno scavato, come gli ancora più immensi Baraj, veri e propri laghi artificiali che al di la della loro funzione religioso-architettonico, erano stati il fondamento della straordinaria visione idraulica di regolamentazione delle acque, che aveva consentito mille anni fa, il crearsi di uno dei grandi imperi dell'Asia meridionale. Grazie a questi serbatoi fu possibile la vita e lo sviluppo agricolo per milioni di persone. Il declinio cominciò proprio con lo sfaldamento tecnico di queste grandi opere. Il portale di Angkor Thom, davanti al quale scendo, incute timore e rispetto. Attraversi il lungo ponte per passare un altro grande fossato e sei davanti a questa bocca del mistero, quasi il punto di ingresso in un'Ade imaginifica, di cui non sai prevedere il percorso. Le pietre corrose dal tempo, verdi di muschi, forate dalla pioggia sormontate dal grande volto del Buddha dallo sguardo perso nel vuoto, ti lasciano la scelta di entrare in un luogo fatato e di interpretarlo in sintonia con il tuo sentire. Un luogo che non ti vuole imporre ideologie, ma ti lascia libero di applicarvi le tue emozioni. Circondato dalla foresta ecco il Bayon con i suoi 1200 metri di bassorilievi straordinari che percorrono il corridoio perimetrale e la grande struttura centrale, che da lontano pare un cumulo di pietre abbandonate e che solo entrandovi e percorrendo i tre livelli che portano alla terrazza interna rivela la sua magia. Di colpo, appena superati gli ultimi erti scalini e i portali di pietra scanalata, ti ritrovi in una selva di volti giganteschi, rivolti in ogni direzione che ti circondano, ti avvolgono con la loro presenza immobilbile, sguardi perduti nella serenità meditativa, che sanno della tua presenza, ma che non ne sono affatto turbati. Una pietra scura che incombe nei passaggi stretti, nei corridoi che paiono angusti, costretti come sono, dalla mancata comìnoscenza della tecnica dell'arco e della chiave di volta, ad artifizi di equilibrio incerto a cui la pietra fatica ad adattarsi; eppure tutto si pone così apparentemente perfetto, così definitivamente finito ed armonico. Siamo pochi a muoverci tra le pietre ammassate al suolo e le architravi cadute, così da darti una sensazione di solitudine piacevole e quando un anticipo di monsone rovescia una secchiellata di acqua sulla foresta, trovo riparo in una nicchia. Un gruppo di bambini, felici delle scroscio e bagnati fradici, giocano a nascondino a piedi nudi, correndo tra le colonne; intorno a me le Apsaras dei rilievi sul muro, danzano per il loro signore. La pioggia ha lucidato a tal punto la pietra nera da farla risplendere come un giaietto luminoso di un gioiello di tempi lontani. Si lascia il Bayon con fatica e dispiacere, vorresti rimanere lì per ore a confonderti con il non-essere dei volti del mistero, ma subito ti trovi a camminare tra gli alberi fitti, lungo un sentiero di terra rossa cercando la via per arrivare al Ba Phon, con la sua grande piramide rossa simbolo del mitico monte Meru che nasconde la sagoma di un Buddha disteso lungo 60 metri. Supero mura diroccate ed eccomi nel palazzo reale col tempio ormai in rovina del Phimeanakas, fino alla immensa terrazza degli elefanti davanti alla quale sfilano le dodici torri del Prasat Suor Prat, soldati immoti a guardia e protezione, rosse presenze che emergono tra gli alberi attraverso cui il sole fatica a farsi largo. Sono quasi le dieci quando scendo dalla Terrazza del re lebbroso, lungo lo stretto e tortuoso passaggio che ti costringe a sfilare di fianco al colossale bassorilievo che racconta di epiche battaglie con i suoi elefanti a grandezza quasi naturale. Fuori, sotto le piante mi aspetta il mio Garuda scoppiettante per portarmi nel fitto degli alberi verso altri misteri, altre scoperte.


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venerdì 29 gennaio 2010

Rosso sangue.

Il giorno seguente, lo dedicammo a Chichenitzà, forse il più conosciuto e visitato tra i siti Maya, oltre ad essere probabilmente il meglio conservato. Fu appena dopo un temporale che attaccammo la ripida salita alla piramide di Kukulkan, perfetta e bellissima, mentre il sole forte graffiandone impietoso i bordi, disegnava l’ondulazione del serpente piumato sul prato sottostante. L’ombra sembrava muoversi sinuosa sul terreno seguendone lenta le piccole asperità. L’aria era perfettamente pulita e ti consentiva di penetrare per chilometri la selva alle spalle dei monumenti di pietra bianca. Potevi contare le foglie lontane ad una ad una. C’era poca gente quel giorno in giro tra le rovine silenziose e lungo il muro basso dietro, il tempio dei giaguari, un gruppo di donne silenziose parevano attendere l’arrivo di qualcuno. Quando entrammo nel grande campo rettangolare del gioco della palla, eravamo soli. Sembrava di sentire cupi colpi di tamburo provenire da Tzompantli, il tempio dei teschi, la piattaforma che conteneva le teste di tutte le vittime sacrificate, e da un momento all’altro le squadre dei giocatori, passando lungo il fregio ornato di festoni di teschi in rilievo e di aquile che dilaniano i petti aperti per divorarne i cuori, dopo essersi a lungo purificate nella retrostante Casa del Sudore, sarebbero entrate, coperte dai mantelli di piume di quetzal a sfidarsi, a colpire la palla di caucciù coi gomiti e con le ginocchia per indirizzarla nel grande anello di pietra verticale su di un lato del campo, mentre la folla sui gradini gridava, inneggiando ed incoraggiando le squadre, per vincere ed annichilire gli avversari e permettere così al proprio capitano, il più meritevole di tutti, il preferito dagli dei, sarebbe stato condotto, ricoperto dalle vesti più belle nella sacra processione al tempio delle colonne, avrebbe lentamente salito la lunga scala santa fino alla cima del tempio dove era posto il Chak Mol, l’altare su cui, volontariamente si sarebbe disteso, mentre il sacerdote avrebbe alzato il grande coltello rituale di ossidiana verde, gli avrebbe squarciato il petto per prendere con le mani il cuore palpitante, lo avrebbe mostrato alla folla urlante, prima di gettarlo giù lungo la scala a fecondare la terra, a garantire raccolti migliori e la pioggia mandata da Chak, abbondante e fertilizzatrice. Ce ne andammo a sera dopo aver a lungo vagato tra le rovine, avendo forse preso troppo sole. La bambina sembrava scossa, andò a letto con la febbre alta.

martedì 26 gennaio 2010

Verde jungla.

Ci rimaneva un’ultima tappa irrinunciabile per completare il nostro breve giro guatemalteco, il sito archeologico di Tikal, nella selva del Peten, il luogo maya per eccellenza, il punto chiave della ruta Maya, il più grande e nascosto allo stesso tempo. Prendemmo un piccolo aereo per Flores, una cittadina su un lago nella piana costiera. Sembrava fragile, l’aereo, una quindicina di posti, un po’ stretti almeno per la mia stazza, ma quello che preoccupava di più era la provvisorietà delle strutture, lo schienale del mio sedile quasi divelto che non mi permetteva di appoggiare la schiena, pena precipitare sulle ginocchia del passeggero retrostante, i pannelli che penzolavano e poi la condensa che mi pioveva in testa e mi costrinse a tenere il cappello in testa per i quaranta minuti del volo. La bambina si divertiva al continuo beccheggiare dell’aeromobile, ma come volle il cielo riuscimmo a toccare terra senza danni ed anche quel rischio fu archiviato, a quel tempo poi non si paventava neppure Al Qaeda, quindi…Il Peten è forse la più rigogliosa e selvatica tra le selve tra Messico e Guatemala e la sensazione costante è che sia in continua lotta per cancellare la presenza umana da quei luoghi. Si vede chiaramente che basta poco tempo di non intervento perché la foresta riprenda il sopravvento e ricopra l’opera dell’uomo in un sudario verde e inconsapevole. Questo è accaduto a Tikal, si presume in pochi decenni dopo il suo misterioso abbandono attorno all’anno 1000. La selva si è ripresa il suo spazio in pochi decenni e ha ricoperto una città immensa, con costruzioni grandiose, cancellandola completamente alla vista. E allora ci si inoltra nel verde, lungo sentieri continuamente riaperti e ripresi dalla vegetazione che, anche il calpestio dei visitatori, mantiene aperti a fatica. Sei circondato da fruscii di animali sconosciuti, dalle strida rauche e dai colori squillanti dei pappagalli, dagli schiamazzi delle scimmie che ti inseguono sui rami alti degli alberi. Una analogia che si avverte solo in certi templi perduti in India o, credo, ad Angkor wat. Non è chiaro se questa area gigantesca sarà protetta dagli appetiti degli agricoltori e dalla loro fame di terre, ma per il momento addentrarsi nel fitto della boscaglia rimane una grande emozione. Camminammo a lungo nella foresta prima di arrivare alla Grande Plaza, dove due immense piramidi incombono con scalinate ripide e minacciose, assolutamente presenti. Rimanemmo nel sito quasi tutto il giorno ad osservare i tucani dagli immensi becchi gialli e i colori della farfalle, spostandoci lungo i piccoli sentieri tra un gruppo di templi e l’altro, indovinando, sotto ripide colline quelli ancora ricoperti di tronchi e liane, aggirandoci tra le strutture del Mundo Perdido, 38 strutture con una enorme piramide al centro, comprendendo senza fatica i significati nascosti della Casa del Sudore, sostando, quasi senza fiato nella calura pesante che avvolge l’Acropoli, arrampicandoci a fatica lungo le balze del tempio 4 per rimanere immobili a godere il sole che scendeva sempre più rosso dietro gli alti alberi lontani, tra nuvole dense e scure, mentre le cime delle piramidi lontane sfumavano nella foschia, emergendo con fatica nel verde che si faceva scuro. La pioggia ci colse sul sentiero del ritorno, calda e nemmeno fastidiosa e in un attimo ci inzuppò completamente, poco male, il giorno dopo saremmo approdati alla riviera maya, civiltà e turismo di massa garantiti, lasciandoci alle spalle i misteri scolpiti nella pietra.

domenica 16 agosto 2009

Forte Moutin


E’ una costante storica. In ogni tempo a qualcuno è venuto in mente di fondare imperi millenari, armi che non possono essere fermate, fortezze che non possono essere espugnate, invincibile, difese invalicabili da costruire a prezzo di fatiche e sacrifici (altrui) per poter essere difesi dal nemico feroce. Ci sono esempi in tutte le epoche e in tutte le latitudini. Il destino di queste opere è stato identico, sempre, a testimonianza di quanto gli sforzi per realizzarle sia stato utile. Ne abbiamo un ennesimo esempio anche in questa valle. Nel corso del 1600 si sentì, incommensurabile, il bisogno di costruire un’opera di difesa invalicabile. Chissà come fu sentita questa decisione dai valligiani del tempo, strappati ai pascoli e alle povere colture dei campi faticosamente terrazzati nei secoli, per effettuare chissà quali lavori di corvé. Così prese corpo l’idea di erigere, su disegno dell'architetto Vauban, un forte inespugnabile sulla riva destra del Chisone che avrebbe chiuso la valle ad ogni tentativo di invasione da parte dei Duchi di Savoia che diventavano sempre più aggressivi a quel tempo. Il forte Moutin, così fu battezzata l’opera, crebbe a poco a poco, occupando tutto il fianco della vallata con spesse mura, pronto ad opporsi all’invasore che sarebbe arrivato chissà quando dalla pianura. Finalmente anche a questa Fortezza Bastiani venne il momento di provare la sua potenza. Vittorio Amedeo, all’inizio del 1700, pose l’assedio alla città di Fenestrelle e si trovò davanti all’insormontabile ostacolo costituito dall’ormai consolidato forte Moutin. Una bella rogna. Fu dunque portato un cannone sulla sovrastante Ridotta dell’Andour, una altura che domina il vicino crinale ed il primo colpo sparato centrò la polveriera che saltò in aria con tutto l’ambaradan, Il Forte, semidistrutto, si arrese immantinente con tutta la sua guarnigione. Per capire se la lezione fu di qualche utilità, basta considerare che dopo pochissimo iniziarono i lavori per costruire l’attuale forte di Fenestrelle, la cosiddetta grande muraglia piemontese, sull’altro versante della montagna, naturalmente girato nella direzione opposta, nuova difesa invalicabile contro il nemico, blablabla. Nessun insegnamento, nessuno che apprende qualcosa dagli errori del passato, nessuno si rende conto che gli eserciti passano, distruggono, gli eroi si immolano ed alla fine rimangono sempre e solo gli agricoltori a moltiplicarsi sulle rovine e a tramandare la loro discendenza. Oggi ti puoi aggirare lungo il fianco della montagna, camminando per ore in questo groviglio di vegetazione e dappertutto troverai ancora, tra un gruppo di alberi, tra i cespugli più spessi, tra i rovi più spinosi le rovine del vecchio forte Moutin ingoiate dalla pineta o sepolte parzialmente dai detriti della montagna. Non è una atmosfera tropicale, ma passeggiare su questi sentieri impervi non è molto dissimile, sotto molti aspetti emozionante, dalla ricerca delle tante ciudad perdidas della mesoamerica, una Tikal nostrana, una Palenque de noantri, nel tentativo di incontrare un Pakal sconsolato, fiero come tutti i guerrieri, gabbato come sempre dai contadini che fingevano di temerlo.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!