Questa mattina la pioggia batteva forte sulle lose del tetto, un ticchettio ritmato e gradevole che ti fa venir voglia di rannicchiarti meglio sotto le coperte, girarti dall’altra parte e riprendere il piacevole dormiveglia interrotto. Poi, i pesanti rintocchi del campanile proprio sopra la testa, sono proprio nove, niente da fare, anche nella ripetizione dopo cinque minuti, dicono che forse è meglio tirarsi su. Sulla piazzetta davanti a casa, alla Rosa Rossa, locanda dagli antichi trascorsi, citato anche dal De Amicis, che ha visto fermarsi nelle sue sale re e principi, le brioches si raffreddano ed è meglio non farle aspettare troppo. Assieme al denso marocchino, che qui si ostinano, chissà perché, a chiamare Collino, aprono degnamente la giornata, anche se qualche goccia scende ancora dal cielo che però mostra già un’intenzione di soleggiare. La notte è stata lunga, doveva portare ristoro ad una serata difficile, in cui, con una decina di amici, si doveva onorare uno strepitoso civèt di cervo con la polenta. I cubetti di tenera polpa frollata, avevano riposato per 24 ore in una buona bottiglia di nebbiolo d’Alba, un sereno giacere per il fiero animale di cui avevano fatto parte, assieme ad una mezza cipolla infilzata dei canonici cinque chiodi di garofano, carota e sedano, alloro ed una pioggia di bacche di ginepro. Poi, tre ore di lenta e ragionata cottura, rabboccando del vino rimasto ed un bicchiere di morbido brandy spagnolo per rifinirne l’ubriacatura, lo hanno reso degno del caldo letto di sontuosa polenta che lo attendeva per uno sposalizio di sapori ed aromi. Ne abbiamo mangiato molto per la verità, ma terminatolo, gli infami ventri, già tesi, non sono riusciti a dare regole ragionate alle gole non ancora sazie ed un vascone di altra dorata polenta che ospitava nei suoi meandri segreti almeno una buona metà in volume, di robiole e gorgonzola, sapientemente mescolate, è stato messo in tavola per terminare la funzione. Dolciumi e gelato che , si dice in Piemonte, disnàusia, ci hanno condotti al caffè ed ai distillati per preparare un sonno corposo atto a permettere al corpo di sopportare la sfida. Si dice che la polenta riempia subito, ma che poi sgonfi velocemente. Forse dipende dalla quantità. Una degna serata comunque, come sempre quando la si passa tra amici a chiacchierare amabilmente, a commentare i balli e le musiche occitane ascoltate nel pomeriggio nella festa al Forte, dove si erano alternati due gruppi con mirabili sonorità. Sì, forse da qualche giorno sono un po’ monotematico, ma da queste parti, l’Occitania è un argomento sentito, la gente ci crede, si veste in costume, balla e canta e non mi sembra, che come da altre parti, questo sia un pretesto per scivolare lungo una china sgradevole, che invece di arricchire gli altri con tradizioni passate, ne fa una scusa per incrementare odio e barriere o isolazionismi antistorici. La scritta sulla maglietta di un ragazzo del gruppo “La ramà” (davvero bravi tra l’altro, anche nei semplici suoni acustici a cui li ha obbligati l’inclemenza del tempo) mi ha rallegrato subito, recitando: “Meno ronde e più ghironde”. Mi pare un bello slogan di questi tempi.
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lunedì 10 agosto 2009
Cervo d'agosto.
domenica 9 agosto 2009
Delfini d'Occitania

Eh sì, in queste vallate c’è un sound particolare, il suono occitano della ghironda che tutto avvolge, che riporta a tempi più antichi, in cui questi spazi erano percorsi da fremiti di lotte religiose, da guerre tra dinastie e nazioni ormai scomparse. Tanti i gruppi che, per la gioia degli amatori suonano nelle serate estive per allietare i balzelli dei ballerini che subito si buttano nello spazio lasciato libero dagli spettatori alle prime note della curenta. Ma c’è gruppo e gruppo; un conto sono gli appassionati, magari anche bravi e gradevoli da sentire, un conto sono i grandi artisti. E qui incontestabilmente, almeno credo, bisogna parlare dei Lou Dalfin che da venticinque anni portano anche al di fuori del territorio, queste note, arricchite dalla loro particolare visione del sound occitano. Strumenti antichi accanto alla ghironda (la viulo della tradizione), alle cornamuse, all’organetto e a tutta una serie di flauti, ma anche bouzaki, chitarre e batteria per aggiungere un colore inevitabilmente rock che non solo non stona affatto, ma arricchisce di forza, ritmo e potenza attrattiva una musica che non lascia insensibili già al primo ascolto. L’altra sera a Miradolo, tre ore senza sosta, dove accanto alle più tradizionali bourrè e farandoule o agli antichi brand de chevaux cinquecenteschi, si sono sentite dolci scottish ed indiavolati rigudùn per terminare con una appassionata Se chanto, l’inno dell’Occitania, seguita in coro da tutti gli spettatori e chiuso da uno strepitoso assolo della chitarra elettrica, vero e proprio tributo a Jimmy Endrix. Difficile anche per chi non ama la musica folk, rimanere insensibili, al di là del fatto che nessun ballerino riesce a tenere ferme le gambe durante queste performances. Il prato dell’agriturismo il Tiglio, che ha ospitato la manifestazione, era tutto un sabba di folli che saltellavano con metodo prima di cadere esausti dopo la mezzanotte. Secondo me da sentire assolutamente se capitano dalle vostre parti; se no dare un’occhiata su Youtube. Sempre a causa della chiavetta non riesco a postare gran ché al di là di una foto del grande Sergio Berardo, l’anima del gruppo.