mercoledì 20 febbraio 2013

Serengeti: gnu e zebre.




 
Hai sognato sui libri dei grandi cacciatori bianchi? Hai visto centinaia di documentari sulle savane sconfinate? Hai sfogliato fotografie di animali selvaggi, sterminate mandrie al pascolo, come forse potevano essere solo quelle dei bisonti nordamericani all'epoca di Buffalo Bill? Serengeti è lo stereotipo del tuo sogno e della tua immaginazione. Non c'è zona africana che racchiuda meglio la vastità sconfinata, il senso di orizzonte infinito brulicante di vita di questo, che è uno dei più vasti e conosciuti parchi del mondo. La strada sterrata che taglia diritta l'altrettanto grande area di conservazione che lo circonda, ti prepara a questo ambiente naturale tra i più tipici dell'East Africa. E' un taglio preciso nella terra rossa su cui corri sollevando dietro di te una nuvola polverosa; intorno, la pianura infinita con una riga netta a separare terra e cielo. Ci arrivi dopo una lenta discesa dalla zona dei crateri, in vasti spazi punteggiati dalle mandrie dei pastori Masai, tracce bianconere lontane guardate da piccole macchie rosse accoccolate al loro fianco. Ogni tanto, lontano dalla pista ma ben visibile, la sagoma rotonda di un boma circondato dalla fitta siepe spinosa di rami di acacia. 

All'interno, seminascoste, le capanne di fango, ormai molte coperte da un bel telo di plastica blu, moderna risposta al problema della pioggia che, quando cade copiosa, le scioglie. A poco a poco questa presenza diminuisce, rimane solo, di tanto in tanto ai margini della strada, qualche gruppetto di moran, i ragazzi da iniziare, avvolti in coperte nere da cui emergono solo i visi dipinti di bianco, fantasmi muti appoggiati a lunghi bastoni, ultimi epigoni di una cultura che sta per essere anch'essa cancellata da un mondo troppo veloce per non travolgere tutto sulla sua corsa. Poi più nulla, solo il mare verde di erba della savana mosso dal vento. Le piccole piogge sono armai finite; il terreno è ancora umido e gli steli verde pallido sono spuntati rigogliosi da settimane fino a raggiungere quasi l'altezza del ginocchio. Solo rarissimi cespugli punteggiano la piana, ma dappertutto, a centinaia di migliaia, con una reiterazione senza fine, le mandrie di gnu ricoprono quasi ogni spazio libero, alternate ad altrettanti gruppi di zebre grassocce, in una simbiosi indivisibile che li accomuna da sempre. Brucano, brucano tutti senza sosta, ti sembra di sentire, il crunk dell'erba che si strappa e il ruminar di mascelle continuo, un rumore di fondo mescolato a muggiti acuti, scalpitar di zoccoli, nitriti nervosi. 

Lo gnu è un animale elegantissimo nella sua goffa forma di gobbo contorto dal muso ingrugnito e troppo stretto. Ha zampe sottilissime, esili ed apparentemente troppo deboli per la sua dimensione corporea, eppur lo vedi trottare con una leggerezza lieve, dare scarti così rapidi e improvvisi da mostrare il guizzo dei muscoli forti e ben segnati sotto il pelo grigio dalle tante sfumature. Corrono, ruzzano, fanno prove di lotta incrociando le corna, i giovani maschi della stagione precedente. Le femmine, palesemente grosse, mangiano in continuazione; tra poco comincia la stagione dei parti; entro febbraio quasi 8000 nuovi nati al giorno arricchiscono il Serengeti, nuove vite da allattare, nutrire, far crescere in fretta, molto in fretta, da rendere autonomi entro luglio al massimo, quando l'erba grassa e dolcissima, a poco a poco ingiallirà, diventerà secca fino a scomparire completamente assieme alle pozze d'acqua che diverranno sempre più rare, piccole e fangose ed allora comincerà la grande migrazione che porterà più di un milione di capi fino in Kenya, al di là del fiume dove i coccodrilli aspettano immobili il loro tributo di vite più deboli. 

Anche le zebre stanno per affrontare la stagione delle nascite e appaiono tonde e pasciute nei loro pigiami naturali, lucidi e tesi. Sono sempre attente a ciò che avviene attorno, brucare sì, ma con occhio vigile, sempre pronte a scappar via, a mantenere la distanza, quella che ti garantisce la vita. Dove rimane un po' di spazio gruppi di impala o di gazzelle di Thompson, rigorosamente divise. Ecco là una ventina di maschi giovani che si spostano attraversando la pista, laggiù un harem di una trentina di femmine con i piccoli che brucano tranquille; il maschio da un lato spicca con le corna alte a guardia del gregge, le gambe posteriori tese come corde, muove il capo in ogni direzione attento a dare un segnale di fuga al minimo sospetto di pericolo. Vedi solo la sagoma col buffo cespuglio di pelo bianchissimo del posteriore segnato dalle due bande nere, le grandi corna ritorte, ritte al vento, le froge che annusano l'aria a sentire un odor di selvatico ben conosciuto. 

L'erba è già troppo alta, dappertutto potrebbe nascondersi l'insidia. Serengeti è il parco dei grandi felini, anche loro devono pur vivere. Per te invece una grande terrazza in legno a dominare lo spazio senza confini che circonda il lodge, con una birra in mano mentre il sole scende definitivamente dietro l'orizzonte intanto che  il cielo si colora di viola scuro. La grande pozza d'acqua brilla come uno specchio infranto dagli sguazzi e dai brontolii prepotenti degli ippopotami, poi il buio scende in un attimo. Dappertutto, sotto di te qualcosa continua a muoversi; comincia un'altra notte, la parte della giornata più carica di ansia, ognuno cercando di sopravvivere mangiando qualcun altro o evitando di essere mangiato. Per te invece, un ricco buffet, davanti alla immensa vetrata che spazia sulla savana, che ti porrà di fronte a scelte meno impegnative.



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martedì 19 febbraio 2013

La storia di Kosumba, guerriero Masai di secondo grado.


Un boma masai.



Kosumba si sveglia presto al mattino, appena il sole, spuntando dietro la cresta di Ngorongoro rischiara il cielo di lampi rosati. E' abituato così fin da bambino, quando ancora dormiva con sua mamma, nella quinta capanna di destra del boma dell'Acacia gialla. E' stato un bambino coraggioso come tutti i Masai del resto e già a cinque anni portava al pascolo il gregge di capre del padre, senza paura di incontrare animali selvatici pericolosi, anche se in verità di leoni non ne ha mai visto nessuno. D'altra parte lui è figlio del capo del villaggio e, anche se non ha per questo meriti particolari, si è sempre sentito un po' più importante degli altri ragazzini del boma. Quando, con gli altri giovani è stato mandato fuori dal villaggio per i sei mesi che hanno preceduto la sua iniziazione a guerriero giovane, ha affrontato la prova con divertimento. E' stato bello vagare per la savana assieme agli altri Moran con la faccia dipinta di bianco, cantando canzoni e facendo il verso alle ragazze che andavano a prendere l'acqua e poi, quando ha affrontato la circoncisione, non ha tradito neppure con un piccolo lamento, il dolore che provava, come deve fare un vero uomo. 


Anche quando l'oloibon, l'anziano che li iniziava, gli scarificò gli zigomi e le spalle e gli perforò i lobi delle orecchie non uno spillone, inserendovi prima spine di acacia e poi oggetti sempre più grandi per formare il grande lobo penduto da ornare di begli orecchini eleganti, non mostrò paura o sofferenza. Ma Kosumba non è soltanto coraggioso, è anche piuttosto intelligente, lo hanno capito subito alla missione; quasi tutti i villaggi del circondario sono ormai cattolici, anche se poi al mattino appena alzati si rivolge sempre un pensiero a Enkai, l'unico dio vero dai molti colori, che in verità però, non si occupa molto del mondo degli uomini. Lì infatti, ha rapidamente imparato un poco di inglese, la lingua dei wazungu che arrivano sempre più spesso alle falde della montagna. Tutte razze inferiori certo, come le cento tribù della pianura che addirittura si piegano a coltivare la terra o a lavorare per altri, tutte cose impensabili per un Masai, ma questi poi sono in genere pallidi e bruttissimi, bassi e grassi, anche se portano con sé un sacco di cose interessanti e soprattutto il denaro, che ha presto imparato a conoscere come veicolo per avere tutto quello che si può desiderare. 

Il padre di suo padre, anche lui capo del villaggio, otteneva le cose di cui aveva bisogno solo barattando carne e pelli e quando la grande siccità aveva ucciso quasi tutta la sua mandria non era stato in grado di evitare che la maggior parte della tribù morisse di fame. C'era voluta tutta la vita di suo padre per rimettere insieme bestiame e ricchezza, tanto che non era riuscito a comprare che altre due mogli oltre a sua madre. Ma adesso se vuoi un bel mantello rosso a quadretti o hai bisogno di un paio di ciabatte di copertone (non si gira più a piedi nudi come un tempo) devi andare al mercato con un po' di soldi in tasca per comprarle. Già, il denaro dei wazungu, con tutte quelle macchine fotografiche appese al collo, che non vogliono fare altro che scattare e scattare. Quando era moran aveva capito che farsi fotografare era il modo più semplice per ottenere denaro, poi tornato al villaggio ha convinto il padre a fare come aveva sentito dire come cosa comune per diversi villaggi lontani. I bianchi, vogliono venirci a vedere, guardare cosa facciamo, fotografare i nostri bambini? 

Bene, apriamo il villaggio, chi vuole venga, gli facciamo fare un bel giro nelle capanne, le donne cantano in circolo, li facciamo saltare un po' coi ragazzi e loro pagano una bella tariffa fissa senza fiatare e facciano tutte le foto che vogliono e le ragazze venderanno anche un po' di collanine che tanto farle non costa niente. Il padre di Kosumba è anziano di secondo grado e toccherebbe a lui prendere le decisioni, anche per il fatto che è capo di villaggio, ma ha capito subito che il suo ragazzo ha buone idee, così tutti i giorni, per lo meno nelle stagioni secche, ogni tanto si ferma una macchina davanti alla siepe spinosa del villaggio dell'Acacia gialla, da cui scendono incerti certi ciccioni ridicoli bardati di tutto punto. Kosumba e gli altri ragazzi devono farsi forza per non ridere troppo, ma vanno loro incontro, fanno loro chiedere formalmente il permesso al padre, poi lui li accompagna al di là della siepe, le donne pronte in fila fanno un bel canto di benvenuto e i ragazzi ballano la danza dei salti, quella che si fa per mettersi in mostra davanti alle ragazze; chiama nel cerchio qualcuno di loro a partecipare, c'è da morir dal ridere, riescono appena a fare qualche saltino con tutta quella ciccia traballante tanto che ridono anche le donne; mostra le mazze yawara, il bastone di legno duro, il lungo coltello che porta al fianco fin da ragazzo, qualcuno glielo vuole addirittura comperare. 

Poi ognuno si prende un mzungu e se lo porta in giro nelle capanne. Pili, il suo amico del cuore, se li porta sempre in quella di Yapori, la sua moglie più bella, alta e con le ciglia lunghe che gli ha già dato un maschio e che è davvero la più bella del villaggio, in fondo gli piace dire che è sua moglie e che le facciano tutte quelle fotografie, a lei e al bambino che è di certo il più bello del mondo. Poi li portano a vedere la capanna, appena fuori dal boma dove da un po' hanno aperto una piccola scuola, ci sono le panche e anche una lavagna e una ragazza del villaggio che insegna a scrivere e a leggere. Quelli si inteneriscono sempre davanti ai bambini e lasciano anche una donazione, poi se ne vanno contenti. Suo padre è molto soddisfatto di come vanno le cose, il villaggio prospera e le mandrie sono sempre più numerose, si possono comprare n sacco di cose al mercato con tutti quei soldi; il suo ragazzo ha dato buoni consigli anche se è così giovane.

Di certo sarà lui, il prossimo capo. Adesso che è guerriero di secondo grado con buone sostanze a disposizione, investirà presto una ventina di vacche per comprarsi una seconda moglie, anzi ha già adocchiato Pambira, due begli occhi in un villaggio vicino, che ha visto ad una festa ed ha già saltato davanti a lei. Certo è un po' vanesio come tutti i guerrieri; sa di appartenere alla razza il cui modo di vivere è l'unico degno di essere vissuto e alla fine gli piace tanto mettersi in posa davanti agli ospiti e farsi fotografare. Gli piace esibire con sguardo fiero le collane di osso, i bracciali di perline coloratissime, segno del clan, il mantello rosso fuoco con le sottili righe blu appena comperato. Sta lì fermo e diritto appoggiato al lungo bastone da pastore, poi si gira appena mostrando il suo gioiello più prezioso che gli pende dal lungo collo elegante, un iPhone nuovo in una custodia di plastica rosa. Poi Kosumba si siede davanti al villaggio con gli altri, ad aspettare la prossima macchina.




lunedì 18 febbraio 2013

Safari in bici.





Sono le 5 di mattina e al Lilac Camp, immerso tra le acacie spinose, è ancora buio pesto. Il lago è dietro il bosco a pochi chilometri. Yassim è già lì, davanti alla cucina che sta gonfiando le gomme alle biciclette, un po' malandate forse, ma adatte alla proposta di attraversare il tratto di savana che ci separa dal lago, appena farà luce. Quando dietro il profilo della collina comincia a mostrarsi un chiarore incerto, mi consegna l'attrezzo e si comincia a pedalare su uno stretto sentiero tra le piante, facendo attenzione a non finire sull'erba dove le lunghissime spine stanno acquattate in attesa di teneri piedini o di morbidi copertoni da perforare. Attraversiamo un gruppo di capanne di fango, dormono ancora tutti, solo un paio di galline e un maiale a far compagnia ad una piccola donna magra, dagli occhi infossati e febbricitanti per la malaria, seduta a terra con lo sguardo vuoto. Poi gli alberi si diradano e la piana erbosa della savana si allarga a vista d'occhio, mentre il cielo muta da arancio scuro a giallo vivo, anche se il sole fatica a far capolino tra nubi basse, residuali di una stagione di piccole piogge più ricca del consueto e che si è protratta fino a qualche giorno fa. Yassim, aspirante guida, si è portato dietro un Masai, dalle orecchie frastagliate, in qualità di meccanico gonfiatore, evidentemente conosce i suoi polli o meglio le sue biciclette. Però non appena ti allontani dalle capanne isolate e ti inoltri tra gli ultimi cespugli, ecco che ti senti subito sperso in questa immensa piana ricoperta di erba verde, che la luce radente colora di oro. 

Pedali in un ambiente primordiale, primitivo, senza punti di riferimento temporali, come se ti stessi spostando dai tuoi ripari notturni per una caccia antica. Lontane ombre tra l'erba alta, una fila di gnu che bruca lentamente, due zebre a testa alta che con un fremito alle orecchie controllano che quel gruppo di strani animali in movimento, non siano fonte di pericolo. Nella savana devi sempre stare con un occhio aperto, anche mentre mangi ed essere pronto a correre in fretta. Meglio in bici che a piedi ovviamente. Dopo un'oretta perdi davvero ogni riferimento, sono scomparsi tutti i cespugli e la piana si perde all'infinito; in fondo, rischiarata dal sole, la linea netta del lago ancora lontano. Poi, d'improvviso, scompare anche l'erba. L'acqua si ritira di giorno in giorno quando comincia il secco e sotto di noi rimane solo la superficie del lago lasciata libera dall'acqua evaporata. Una spanna al più di liquido che se ne va in fretta quando comincia il caldo e lascia spazio ad una fanghiglia morbida che poi si seccherà screpolando la superficie in geometrie regolari. Dappertutto, le impronte delle migliaia di flamingos che si spostano ogni giorno verso il centro del lago, zampettando disordinatamente mentre col nero becco ricurvo dragano la fanghiglia per raccogliere cibo. Le gomme delle bici affondano di qualche centimetro nella mota scivolosa. Anzi a ben ragionare più che di fango si tratta di una sterminata distesa di escrementi che gli allampanati trampolieri rosa lasciano dietro di sé nella loro ritirata, un palese avvertimento ad essere lasciati in pace. Non si può proseguire. Lasciamo le bici a terrà e avanziamo a piedi verso il lago. 

La superficie escrementizia è una vera e propria saponetta, anche se non profumata, dove si avanza a fatica a braccia larghe per mantenere un equilibrio precario ed evitare di trovarsi seduti nel guano. La riga bianca del lago sembra sempre più lontana, come un miraggio da deserto. La sagoma di uno gnu solitario ci si specchia, scura ed immobile come un'insegna isolata. Ad un certo punto le scarpe sono diventate palle di fango che continuano a raccogliere materiale organico ad ogni passo ed avanzare sta diventando impossibile. Lontana la linea perfetta dell'orizzonte si staglia beffarda mostrando la striscia rosa dei flamingos che la distanza fa apparire immobile e unica. Bisogna desistere e tornare indietro delusi, fino alle biciclette, naturalmente sgonfie che giustificano così la presenza dell'aiutante con pompa al seguito. Ma che sensazione ripercorrere la savana verde mentre la brezza del mattino muove appena il mare di erba! Un gruppo di impala sta immobile, appena uscito da un gruppo di cespugli bassi. Occhi acquosi che ti seguono mentre attraversi la pianura. Poi un poco più in là, cinque magnifiche gru coronate si spostano verso di noi becchettando tranquille. Siamo sopravento, lasciamo le biciclette e ci avviciniamo in silenzio tra i cespugli, fino ad arrivare alle loro spalle. Quando sembra quasi di toccarle, come per non parere, cominciano a spostarsi, sempre becchettando, attente a voltarsi di tanto in tanto nella nostra direzione per mantenere comunque una distanza di sicurezza, muovendosi più in fretta se acceleri, rallentando se ti fermi a fotografare. Ad ogni passo nostro, corrisponde un passo loro. La distanza è il segreto. Me lo spiega Ernest a colazione davanti a due robusti pankake; nella savana la tranquillità è mantenere la giusta distanza, poi te ne puoi anche andare a piedi. Il binocolo è l'arma più importante. Tenere a mente; basta che lo sappiano anche i leoni.



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venerdì 15 febbraio 2013

I parchi della Tanzania: Lake Manyara.




L'ingresso dei parchi in Africa è segnalato da una casetta in legno, spesso malandata, per i meno frequentati, dove una guardia assonnata se è mattina, affaticata se è quasi sera, alza con una certa fatica la sbarra che permette alla macchina di passare. Un ufficetto dove sbrigare le formalità di ingresso e pagare, poi prendi la stradina rossa che si inoltra nel bush e ti perdi nella natura. Bastano pochi metri e sei nell'Africa dei racconti di caccia e capisci che questo, forse, è il vero motivo che ti ha portato fin qui; perché hai accettato di vaccinarti e impasticcarti all'inverosimile, perché hai respirato tanta polvere e hai sopportato tanto caldo soffocante. Questi sono gli unici posti rimasti al mondo dove puoi stare fermo per ore, guardarti intorno e rimanere a guardare. Una quantità di animali diversi si accalca intorno a te, mangia, si sposta, vive come se tu non ci fossi; pare un luogo della fantasia popolato da un regista in vena di esagerazione che voglia ricreare mondi fantastici, pianeti primordiali dove l'uomo non è ancora arrivato. E' davvero l'Africa dei sogni e del selvatico che immaginiamo nei nostri desideri di impiegati delusi, di cittadini costretti tra le mura di case che a volte sentiamo come prigioni. Dappertutto senti brucare, muggire, bramire; odi rumor di zoccoli, fruscii di corpi che si spostano nel verde, fremito di ali e schianti di piante abbattute da pachidermi affamati. Non sai quasi se chiudere gli occhi per aumentare il sentir dei suoni ed interpretarli o spalancarli meglio per non perdere quel film incredibile che ti scorre davanti sempre diverso. 

Il parco del lago Manyara, non è molto grande, ma il suo interesse sta proprio nella grande varietà di ambienti naturali diversi che racchiude. I suoi sentieri contorti attraversano dapprima una spessa foresta pluviale dove senti barrire elefanti, odi piante che si spezzano al loro passaggio, che lascia solo brandelli di corteccia sfilacciata, mentre le piccole gazzelle, i bushbuck o le antilopi d'acqua si ritraggono timide tra i rami più bassi. Solo nelle radure scorgi tra l'erba alta famiglie di babbuini o folti gruppi di impala, controllate da un maschio che, corna al vento, osserva la situazione, attento a segnalare la minima possibilità di presenza di qualche felino in caccia. Un poco più in basso della scarpata, quando il terreno si fa più pianeggiante la fa da padrone il bush, seguito infinito di bassi cespugli di acacia spinosa dai rami duri e pericolosi e dalle lunghissime spine, dove l'averla infilza le sue prede e su cui poggiano uccellini colorati di specie così diverse e numerose da rendere impossibile la catalogazione se non ad uno specialista. Qui si aggirano eleganti e timide le giraffe, di cui dapprima intravedi solo il lungo collo curioso che fa capolino al disopra degli ombrelli spinati che poi, più tranquille strappano con le lunghe e raspose lingue nere, insensibili alle loro punte. Poi i cespugli si diradano e si apre la savana piatta e senza confini in cui perdi l'occhio, segnata dalla linea perfettamente rettilinea dell'orizzonte lontano e e dal fremito dell'erba che il vento muove ad onde, come un mare verde pallido. 

Gennaio è la stagione dell'abbondanza, le piccole piogge di dicembre hanno generato uno spesso tappeto di nuove pianticelle grasse e fitte, dove la migrazione annuale porta centinaia di migliaia di gnu e zebre, che vivono mescolati, indispensabili gli uni alle altre, nutrendosi della parte alta dell'erba una specie e di quella più vicina alla radice, l'altra, in una simbiosi che crea un'affascinante mescolanza di snelli corpi scuri, alternati ai grassocci pigiami bianchi e bruni dalle orecchie mobilissime. I mesi dell'abbondanza in cui mettere su peso in attesa dei parti di febbraio, prima delle grandi piogge a cui seguirà la siccità estiva che tutto farà giallo e secco costringendo milioni di individui ad un  esodo annuale che selezionerà solo i più forti e robusti. Erba alta, che però proprio in virtù del suo rigoglio, nasconde anche l'insidia, acquattata nel folto e pronta a balzar fuori a pretendere la sua quota di cibo e di proteine, vita e morte accoppiate sempre. Poi, oltre la savana, una riga brillante, uno specchio che riflette l'ultima luce prima della sera, una fata morgana che non sai se miraggio o realtà. E' la piatta superficie del lago lontano, enorme e profondo poche spanne, che comincia a ritirarsi sotto la morsa dei raggi del sole. Ancora più lontana, al centro, la riga rosa infinita dei flamingos, anche qui centinaia di migliaia, che ricoprono il lago di un mantello di piume rosate senza soluzione di continuità. Praticamente non sai dove fermarti per rimanere a guardare tutto quel brulicare di vita, se vicino alle pozze da cui emergono le groppe degli ippopotami che senti grugnire e sbuffare sott'acqua o tra i branchi di gazzelle che popolano gli spazi lasciati liberi dagli animali più grandi. Sui rami alti degli alberi si dondolano le scimmie cappuccine con le lunghe code prensili. 

E' chiaro che è questa l'Africa che cercavi e solo l'ombra della notte che cala di colpo ti strappa da questa posizione di guardone incantato che non riesce a staccarsi da questo spettacolo di natura perduta e selvatica. Quando a sera arrivi al campo tendato, anche se è apparentemente basico e senza troppi fronzoli, hai ancora gli occhi pieni di immagini, fotogrammi di un film a cui ancora incredulo hai assistito e sei disposto a tollerare qualsiasi scomodità senza lamentosità di sorta. Cammini per i vialetti del campo con l'occhio ancora imbambolato e sognatore, ti sei liberato finalmente delle scarpe pesanti e guardi tra le cime degli alberi per scorgere ancora qualche movimento di vita lassù, adesso che ormai credi di esserti fatto l'occhio acuto del cacciatore bianco, così ti puoi tranquillamente piantare nei piedi qualche grossa spina di acacia, sono fatte apposta per penetrare a fondo nella morbidezza dell'alluce e poi spezzarsi per farne rimanere parte della punta nella carne viva, in modo che possa marcire a suo bell'agio nei giorni successivi riportandoti alla giusta dose di sofferenza, che la vita non è solo piacere. Ma che importa tutto ciò dopo quello che hai visto prima, che importa se il Lilac Camp è situato in un  bosco al limite di una cittadina che si chiama Mto wa Mbu? Significa Fiume delle zanzare in swahili. Credo di cominciare a capire perché.



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giovedì 14 febbraio 2013

La storia di Maya.




I Masai sono i padroni incontestati delle grandi pianure del nord al confine con il Kenya. Una società pastorale con il bestiame al centro di tutto, ricchezza, status sociale, sostentamento. Così nei mercati che si svolgono lungo le strade, è il bestiame ad essere al centro dell'attenzione ed a costituire il cuore degli scambi. A un centinaio di metri dalla strada tra prati smeraldini, figure rosse appoggiate a lunghi bastoni, si muovono lente tra gruppi di animali; riunite a due, a tre guardano, discutono, valutano. A differenza di altre situazioni economiche, per i Masai la bellezza è un fattore fondamentale, forse più della produttività o della rarità. Per questo popolo fiero, per il quale l'aspetto esteriore fa parte integrante del peso nella società, la bellezza è un punto chiave anche nell'economia. Così gli animali vengono valutati con cura, osservati e scelti per la nobiltà del loro portamento e l'eleganza delle forme e rimangono al centro della vita sociale del villaggio. I Masai disprezzano gli agricoltori, i cacciatori e tutti coloro che non facciano altro che i pastori, unica attività degna di essere vissuta e malvolentieri si sottopongono anche alle necessità degli scambi. Ecco quindi nei mercati la presenza di altre etnie che offrono le merci comunque necessarie alla vita di tutti i giorni. Accanto alle mandrie, dunque ecco fiorire lo spazio per frutta, verdura, vestiario e tutto quanto serve poi nella vita di tutti i giorni. Ma qui il colore e lo sfoggio riveste ancora più importanza. Giri in mezzo alla polvere e per terra su grandi tovaglie colorate con qualche telo di plastica a riparo del sole, è tutto un fiorire di frutti della terra, ma anche di coperte rosse e blu, vestiti, collane, cinture e orecchini, machete, bastoni, senza parlare delle famose ciabatte ormai entrate nella tradizione masai, ricavate dai copertoni usati. di certo un'idea che, se lanciata opportunamente da una griffe internazionale, potrebbe superare con facilità il successo delle Crocs e risolvere allo stesso tempo un problema di riciclaggio di materiali. 

Vorrei proporla a D&G, mi sembra in linea con la filosofia aziendale, credo diverrebbero un must delle nostre estati, essendo anche ideali per la barca.A 50/60 euro dovrebbero spopolare. Le macchine di wazungu che si fermano qui, sono molto rare ed è quindi logico che se cominci ad aggirarti tra la gente, non riesci a passare inosservato, né a sfuggire a chi cerca di approfittare dell'occasione di piazzarti qualche cosa, anche se neghi ogni intenzione di acquisto. Maya è una bella ragazza che mi si appiccica immediatamente con un po' di collane di perline e braccialetti in mano. Quando capisce che sono riottoso all'acquisto, mi fa un prezzaccio per una stock al completo e con la promessa di comprarglieli a fine giro me la trascino qua e là per un po', fino a quando non mi riaccompagna alla macchina. E' una occasione per chiacchierare, visto che ha imparato un po' di inglese alla scuola della parrocchia. Maya è molto bella, magrissima e alta. Ha occhi grandi, umidi e neri da cerbiatta, che ingioiellano i suoi diciotto anni. Le collane più belle e colorate attorno al collo, una serie di bracciali e cavigliere di perline, grandi orecchini barocchi alle orecchie deformate dalla lacerazione dei lobi. Qualche scarificazione rileva le sue guance in linee curve ed ordinate. Cosa non sopporta una donna quando pensa di poter incrementare la sua bellezza. E Maya è perfettamente conscia di essere bella. Lo vedi da come atteggia lo sguardo, da come appoggia il mantello rosso attorno al capo a nascondere una parte del viso, che però subito rivela, quando si allarga nel sorriso aperto e sereno. Di certo ha dovuto forzare la sua natura per mettersi a vendere chincaglieria varia, cosa niente affatto dignitosa, così vedi subito che non ama la trattativa classica del mercato africano e che arriva senza discutere al punto della sua richiesta, quasi con il fastidio di doversi abbassare ad una attività poco gradita. Però parla volentieri. 

Abita nel villaggio dietro la collina, in una casa di fango e non è ancora stata chiesta in sposa, le Masai non si sposano troppo presto. Ma nei suoi occhi scuri c'è una luce vivace e diversa. La T-shirt colorata con scritte pubblicitarie che fa capolino sotto il mantello, parla di connessioni ibride con un mondo diverso, altro dal boma delle capanne circondato da un'alta siepe di rami spinosi di acacia a protezione degli animali selvatici. E' già stata fino ad Arusha, ha visto cose e già si è riempita gli occhi delle immagini che le sirene della città cantano di continuo, una malia irresistibile che chiama, invita, circuisce. Maya sogna una vita diversa da quella del villaggio di fango, fatta di cose nuove, differenti e forse mai ancora immaginate, vorrebbe andare in città per sempre, anche se non ha ancora un'idea precisa di cosa fare. L'affascinano troppo tutto quel movimento, le grandi case in muratura, i locali, i negozi traboccanti di cose, sconosciute ma desiderabili comunque. Forse per questo Maya ha un po' abdicato alla dignità della sua tribù e vende collanine, questa è già stata evidentemente una rinuncia ad una parte di sé, decisa a guardare irrinunciabilmente al nuovo ignoto che sta oltre la collina. Non ho cuore di chiederle una foto, di farle rinunciare ad un ulteriore pezzo di sé stessa per portarmi via una parte almeno della sua bellezza. Ci salutiamo sorridendo, io con le mie collanine in mano, mentre lei, come una modella, torna al mercato sollevando piccoli sbuffi di terra rossa con i sottili piedi nudi.


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mercoledì 13 febbraio 2013

Lasciare Arusha.



Arusha è la base del turismo in Tanzania. Tutti passano di qui, quindi ci si respira un'aria più internazionale e solo velatamente africana. Le strade sono percorse continuamente dalle centinaia di Toyota 4x4 delle agenzie che organizzano i giri nei parchi e senza le quali è impossibile e anche non funzionale pensare ad un tour accettabile anche a livello economico. Passeggiare per le vie del centro, per ultimare le ultime incombenze diventa un piacere e una conoscenza di realtà locali che fanno parte del bagaglio di viaggio. Ecco che scopri intanto, che qui, ma in tutto l'East Africa, nessuno accetta dollari anteriori al 2006, una bella grana se non hai altro che bei dollaroni sonanti, un po' vecchiotti ma perfettamente validi in ogni parte del mondo. Qui non li vogliono, il perché un vero mistero, in cambio ti rifilano cartacce bisunte dove non riesci neppure a distinguere più il colore, pacchi di scellini svalutati ma indispensabili nella vita di tutti i giorni. Paese che vai... Anche il giro in banca è interessante, per cambiare 100 dollari devi fare quattro sportelli con controlli attenti, ma sono tutti gentilissimi, in fondo in Africa il tempo conta poco. I venditori di souvenir invece, aspettano i wazungu (plurale di mzungu) agli angoli delle strade negli incroci principali, carichi di collanine, mazze e coltelli masai, dipinti e chincaglieria varia. Difficilmente ti mollano una volta agganciato, potresti essere l'unica occasione della giornata, specialmente in questa che non è l'alta stagione, per cui l'unica speranza di sfuggire è l'arrivo di altri turisti più promettenti in direzione contraria a cui passare il venditore. Però il cappello da cacciatore bianco ci sta senz'altro, se no che turista sarei, inoltre il sole picchia forte e la testa, già non troppo a posto, va protetta con cura, che son delicato. Quasi quasi, non fosse che è un problema il trasporto, mi compro anche un divano, il modello è unico dappertutto, si vede che va per la maggiore, ma la scelta del disegno è libera.

L'appuntamento con il mio agente ad Arusha, trovato dopo lunghe ricerche su internet e che si rivelerà estremamente affidabile e professionale (lo consiglierò caldamente nel post delle istruzioni per l'uso), porta via un'altra oretta, per controllare e spiegare tutte le varie soluzioni decise via email. Don, il proprietario, ci tiene evidentemente a fare le cose per bene e mostra una certa precisione nei particolari, forse per questo si è portato dietro altre sei persone, anche per incassare il cospicuo pacco di dollari che gli si deve, contati, ricontati e controllati più volte dalla capa cassiera e poi dalla responsabile amministrativa, che redige infine una bella ricevuta ufficiale debitamente controfirmata a lettere stampatello ANGELA. Qui si usa così, e anche la presenza degli altri forse è di norma, si vede che andare in giro con una certa massa di dollari contanti è cosa da consigliare una certa prudenza. Oculati i Tanzaniani, d'altronde se non si sono fidati di ritirare i soldi che i padani volevano investire laggiù, tanto ingenui non devono essere. Tutto a posto, da adesso in poi sono nelle mani di Ernest, nerissimo bantù del lago Tanganica che da oltre trenta anni percorre le strade sterrate dell'Africa, dal sorriso largo e dalla risata sonora. Credo che ci intenderemo bene. La Toyota sembra efficiente e dovrebbe fungere alla bisogna sulle strade difficili che ci aspettano nelle prossime tre settimane. Sarà assieme casa e mezzo di trasporto e di osservazione. Bagagli a bordo, carico di acqua e benzina, ci si mette comodi sui sedili caki e finalmente si parte. Lasciamo la città a giornata inoltrata, il sole è già accecante, alto, bollente. Dopo le ultime case la strada di cui non riesci a scorgere la fine si inoltra tra colline ondulate verdissime, tagliandole diritta e senza tentennamenti. 

Sullo sfondo da un lato la sagoma indovinata e coperta dalle nubi del Kili domina la pianura, dall'altro la silouhette scura del monte Meru avanguardia di altre montagne lontane, coni isolati a perdersi nell'orizzonte. Ai lati, mandrie di bovini o di capre, a piccoli gruppi o in file transumanti. Sembrano abbandonate a sé stesse, ma se guardi con attenzione, da qualche parte, sotto un'acacia spinosa o ritto su una gamba sola su di un piccolo avvallamento del terreno, c'è sempre una macchia rossa, sottile e attenta. E' un pastore masai, avvolto nel suo mantello, caldo la notte, protettivo di giorno, a coprire la faccia quando la polvere sollevata dalle rare auto di passaggio si alza implacabile, cipria fastidiosa che ti riempie gli occhi e la bocca impiegando molto tempo a posarsi di nuovo. E' un'altra delle immagini africane, una lunga strada rossa e lontano, un puntino che si muove, seguito da una lunga scia polverosa che si allarga sempre di più, una cometa maligna che ammorba la vegetazione lungo i bordi di un make-up soffocante. Puoi chiudere i finestrini quanto vuoi, all'arrivo tutto nell'auto, sedili, bagagli, zaini, vestiti e tu prima di ogni altra cosa sarete coperti di polvere rossa, da eliminare poi con cura, la sera all'arrivo, sbattendo i piedi e scuotendo le stoffe con grandi manate, mentre chi si prende carico dei bagagli è dotato di appositi scopini con cui frusta con cura i tuoi averi. Il pastore no, si avvolge nel grande mantello rosso e aspetta di seguire la mandria che si sposta adagio secondo il ritmo dell'erba che l'umidità delle piccole piogge di dicembre ha fatto crescere tenera e dolcissima. Pascoli sterminati, poi capanne di fango sparse, poi, ai piedi di una collina lontana, noti del movimento, colore, gente. E' un mercato settimanale masai. Bestiame soprattutto, ma frutta, verdura, vestiari, ciabatte e tutte le cose che possono servire alla vita di tutti i giorni. Anche se animali estranei, ma non sgraditi, andiamo a farci un giro. Seguitemi con discrezione.




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martedì 12 febbraio 2013

Le nevi del Kilimanjaro.





La pesa dei portatori.
Marangu, paese dei Chagga, è una cittadina ai piedi della grande montagna. Grazie al relativo benessere che deriva dal suo interesse turistico, non ha un'aria molto africana, ma, affacciata com'è al confine del parco, diventa il punto di passaggio obbligato per chi arriva qui spinto dalla fama della vetta dell'Africa. E' domenica e lungo le strade, fiancheggiate dalle piantagioni di banane e caffè (di montagna che il gusto ci guadagna), vedi gruppi di persone con il loro migliore vestito che si dirigono alla funzione in una delle numerosissime chiese che costellano i paesi circostanti. Qui piove molto, la natura è rigogliosa e le piante fitte anche ai bordi della strada sono di un verde carico e grasso. Il clima è fresco e ricco di acque, cascatelle, torrenti. Il gigante addormentato sta lì, immenso anche a 100 chilometri di distanza, solo con sé stesso non appartenendo ad alcuna catena, con l'asindoto perfetto dei fianchi che salgono uniformi verso il bordo superiore del cratere, grigioazzurri per la distanza a perdersi nelle nubi che nascondono sempre la cima. Pare quasi un ritrosia snob, questo volersi continuamente celare, un fare il misterioso per invitarti alla scoperta, alla salita. Un richiamo che affascina molti, che accorrono si può dire in massa per conquistare i quasi 6000 metri della punta, il tetto del continente, comunque una bella bandierina da mettere nel palmarés per chi ama queste cose, oltretutto pare di nessuna difficoltà alpinistica, in pratica un comodo sentiero che ti accompagna fino alla punta. 

Per andare e tornare ci vogliono cinque giorni di cammino e visto che, pare un trekking di tutto riposo, eccomi qui alla porta di ingresso del parco per poter vantare almeno la prima giornata di questa esperienza. Già all'ingresso a quasi 2000 metri capisci che le cose non devono essere così semplici. Gruppi di escursionisti di ogni paese arrivano attrezzati di tutto punto e muniti di almeno un paio di portatori a testa, i quali si affollano vicino alla casetta dove viene pesato il materiale di ciascuno, dato che per contratto non deve superare i 15 kg. Che sia davvero dura? Intanto, subito dopo il cancello la foresta pluviale ti avvolge col suo abbraccio umido. Sei circondato da alberi alti ed enormi dalle cortecce spesse e ricoperte di muschio, liane poderose scendono dall'alto e si incrociano sul sentiero, largo, è vero, ma che sale con costanza preoccupante. Dappertutto un muro spesso di verde, di foglie grasse, di felci enormi, di tronchi marci caduti al suolo da superare. Qua e là impronte di animali che forse stanno lì a pochi passi dalla quinta verde scuro, di certo impauriti o forse ormai abituati a tanto passaggio. Parti con passo baldanzoso, che saranno mai otto chilometri andare ed altrettanti a tornare per un baldo giovinotto di belle speranze, anche se non magrissimo ed atletico, con zainetto e macchine fotografiche (siano maledette, praticamente quasi i chili che si sobbarca il portatore di mestiere). 

Non farebbe caldo, in teoria, ma come mai allora rivoli di sudore convinto cominciano a scorrere lungo la schiena, goccioloni si aggrumano ed iniziano a piovere dalla fronte, il dorso delle mani si fa umido e scivoloso? Sarà questa umidità spessa ed il silenzio della foresta che attutisce il tuo passo che a poco a poco si fa subito lento e pesante. Per forza, è la quota, ti consoli, pensando che superati i 2000 bisogna procedere con più calma, mentre la guida invece fila davanti con decisione, gettando di tanto in tanto uno sguardo all'indietro per vedere di non perderti. Le ore passano lentissime e il respiro diventa affannoso. La breve sosta per mettere sotto i denti la coscia di pollo rinsecchita e il muffin di segatura contenuti nel lunch box, non ti ristora affatto attorno ai 2500, solo la consolazione che si tratta di peso in meno da portare è di linimento. Riprende la marcia, sempre più faticosa, sempre più lenta ed affannata. La foresta complice del tormento, diventa una selva oscura in cui non ti puoi perdere, ma devi subire per scontare i tuoi peccati, che devono essere gravi assai se ti sei voluto volontariamente sottoporre a tutto ciò, pagando per giunta. Ogni passo in più, quando ti avvicini ai 3000 è semplice soffrire, autolesionismo puro su una via crucis umida e beffarda, in cui ti vedi sfilare da gruppi di coreani o tedeschi che a passo spedito, prendono questo primo step come una sgambata per sciogliere il muscolo in attesa dei giorni successivi, quelli sì impegnativi. 

Che volete, non sono adatto al trekking violento in quota, eppure ogni volta ci ricasco, preso dalla bramosia di non perdermi nessuna sensazione, di non negarmi la possibilità di conoscere un luogo, una realtà e questa della salita al Kilimanjaro nella foresta rimane comunque una situazione che ha il suo fascino, non fosse per le unghie nere degli alluci che ti ritrovi il giorno dopo, quando tenti di incerottare bolle e acciacchi vari subiti da estremità use solo alla ciabatta da divano.  Arrivi al gate di uscita che è ormai sera, distrutto, sfiancato, esausto, le ginocchia dolenti che tremano nello sforzo di opporsi al disequilibrio della discesa, le dita delle mani diventate gonfie salcicce rosse come i wurstel della colazione a causa del mancato deflusso sanguigno bloccato dagli spallacci di uno zaino della domenica; sei desideroso solo di gettarti su qualche cosa di orizzontale, felice della bella giornata trascorsa.

Almeno, i giorni successivi, quel diradarsi della foresta in bosco basso, poi in cespuglio e infine deserto di alta quota, fino ad arrivare all'ultima erta che porta ai 5896 metri dell'Uhuru pick certo non fanno per me; mi contento dunque di sentirli raccontare da un gruppetto di ragazzi italiani, contenti per aver piantato la simbolica bandierina, anche se la fatica davvero tremenda dell'ultimo tratto, quello in cui l'ossigeno manca e hai voglia solo di sederti e di dormire e forse lo faresti per sempre se la guida non ti riscuotesse, dicendoti, dai dobbiamo andare, un passo dietro l'altro fino alla vetta, non è stata compensata dalla fortuna. La nebbia e le nubi spesse avvolgevano la cima impedendo anche di godere almeno per un attimo del meritato panorama. Ma questa è la vita dell'alpinista, ahimè. Io mi contento di meno e la discesa a valle rimane un po' come una liberazione, un perdono definitivo per i peccati commessi. Ti senti più leggero, penitente volontario, ma in fondo è stato bello e mentre te ne vai la cima del Kili si libera un poco, quasi a volerti mandare un saluto per non aver cercato di violarlo fino in fondo. Ma si chissenefrega se le gambe domani saranno tutto un fremito di dolore, se i piedi coperti di bolle non vorranno più stare nelle scarpe, se anche le spalle grideranno il loro rifiuto agli spallacci dello zaino, in fondo si starà comodamente seduti su una macchina per un po'. Ma sarà davvero così?  

Uhuru pick.

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