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venerdì 1 maggio 2020

Sentieri nepalesi

Kali Gandaky Valley - Nepal - Gennaio 1976

San-Droh aveva uno sguardo dolce e gentile, anche quando si caricava il gerlone sulle spalle e partiva con gli altri tre portatori un'oretta dopo di noi, che, finita la colazione avevamo cominciato a camminare subito dopo. Avevano smontato le tende e riempite le gerle, ci raggiungevano, ci superavano rapidamente e andavano fino al punto concordato dove noi, con fatica saremmo arrivati nel tardo pomeriggio. Mentre ci sorpassavano, mi lanciava un saluto sorridente, mostrando i denti spettinati e poi via con quella giacca talmente consunta che nei punti dove sfregavano gli spallacci della gerla, non c'era più la stoffa ma solo la fodera sottostante. Alla sera attorno al fuoco, cantava assieme agli altri, canzoni d'amore alla bella Lalumai, che forse lo aspettava al villaggio. Camminammo per dieci giorni nella Kali Gandaki; alla nostra destra il gigante bianco dell'Annapurna sembrava proteggere l'anticima dell'Himachuli che le stava al fianco. 

Più indietro il triangolo netto con la cima a coda di pesce del Machapuchare, con i suoi quasi 7000 metri, gliene mancano solo una manciata per arrivarci, cima sacra e per questo ancora oggi inviolata, a ricordare che anche dove il business era profondamente penetrato, pure la fede metteva dei vincoli non superabili. Quando l'anello si avvinava alla fine e nell'ultima notte prima di arrivare di ritorno a Pokhara, avremmo dormito in una locanda sulla strada, San-Droh con gli altri, i cui servizi nonerano più necessari, ci salutò con un abbraccio. Mi strinse forte con le sue braccia solide come rami di quercia, battendomi più volte le manone screpolate sulla schiena. Se ne andò via per ultimo, camminando rapidamente lungo il sentiero che scendeva da Tatopani, agitandola mano in alto in segno di addio. Con l'altra si stringeva la giacca a vento che gli avevo regalato prima di lasciarci. Aveva piedi grossi e callosi San-Droh, quasi una suola nera sotto, a forza di camminare a piedi nudi lungo i sentieri di quel Nepal lontano.

mercoledì 14 gennaio 2015

Per valli e colline



Le colline attorno a Kalaw


Raccolta del thè
Alle sei di mattina tutta la valle di Kalaw è coperta da un leggero strato di nebbia che si muove a banchi e a strati un poco più alti nella parte bassa della città. Dalla terrazza del mio albergo sulla cima della collina, questo mare di latte che si muove piano, attutisce i rumori che vengono da basso, mentre il cielo si rischiara lentamente. Spuntano per prime le guglie degli zedi dei templi, anche l'oro assume le sfumature di rosa proprie dell'aurora e neppure fai caso all'umidità fredda della montagna che si condensa sui mancorrenti di metallo lucido. Oggi bisogna camminare per i monti. Meglio partire di buon ora, zaino in spalla con il fresco del mattino, specialmente se si è un po' pesanti, per soffrire meno verso il mezzogiorno. Tutta l'area delle alte colline intorno a Kalaw è famosa per le sue possibilità di camminate nei boschi e nelle campagne e incrocerai spesso gruppi di baldi trekkers armati di tutto punto di scarponi, di zaini affardellati e dato che oggi è molto moda, di bastoncini da nordic walking. Poi la zona è talmente vasta che per fortuna si perdono subito di vista e si rimane da soli per tutto l'arco della giornata. Subito fuori dal paese si passeggia beatamente su sentieri che percorrono un fondovalle agricolo ben coltivato, con piccole risaie di montagna, dove qualche spiazzo piano lo consente, ma senza i terrazzamenti così intriganti di altri luoghi indocinesi. 

Donna Palaung

Orti rigogliosi tra le capanne e campi di zucche e cipolle. Di tanto in tanto incroci qualche donna con la gerla carica sulle spalle, una ritardataria che sta andando al mercato in città. In un campo una coppia di zebù tira stancamente un piccolo aratro mantenuto in linea da un vecchio magro e allampanato sotto un grande cappello a cono. Gruppi di bufali grigi ruminano nel fango alzando appena al tuo passaggio, il muso interrogativo, con le corna lunate all'indietro. Quando passi tra i gruppi di capanne, noti solo qualche anziano seduto davanti alla corte o che si occupa di piccoli lavoretti, lisciando stecche di bambù o riempiendo il mortaio di foglie secche aromatiche da pestare. Tra gli alberi, quando il bosco si fa un poco più fitto, spuntano guglie gialle, piccoli punti di devozione e di riferimento, un po' come le nostre edicolette con la madonnina all'incrocio delle carrarecce. Poi il sentiero largo e comodo comincia ad inerpicarsi tra le colline che diventano via via più alte e scoscese. I terreni aumentano la pendenza, l'agricoltura si fa più difficile e cominciano le sequenze di piantagioni di thè, con qualche contadina che raccoglie qua e là le foglioline verdi e tenere sulle punte dei cespi e le getta nella gerla dietro le spalle. Basta fermarsi e tutti mostrano interesse al contatto, al sorriso, al mostrarsi gentili con l'estraneo, eppure qui di gente ne passa parecchia, si vede che è proprio questo il carattere.


Al villaggio
Queste colline sono abitate da diverse minoranze, rigorosamente separate villaggio per villaggio, Pa'o, Danu, Danaw, Taung e molti altri, ma non aspettatevi la varietà di costumi e di colori che si trovano tra le montagne del Laos o del Vietnam del nord, qui la gente si è ormai piuttosto omologata e tranne qualche copricapo colorato troverete vestiti interessanti solo in qualche anziana dei villaggi più remoti. Un tempo anche qui c'erano le long houses su palafitta di tek, dove viveva tutta una famiglia per diverse generazioni, oggi le case in muratura col loro bravo tetto di lamiera stanno prendendo il posto delle capanne e lungo i sentieri, convenientemente allargati, transitano i motorini e anche qualche mezzo più grande. Naturalmente se scema l'interesse del viaggiatore sempre alla ricerca dell'inconsueto e del primitivo, nella realtà la gente sta molto meglio in termini di benessere materiale, qualità di vita e sicurezza alimentare e sanitaria. Rimangono solo i problemi di carattere genetico, considerando l'alta percentuale di matrimoni endogami e tra parenti stretti che la scarsa penetrabilità di queste comunità tribali impone. Su di una delle colline più alte, un villaggio Palaung  occupa tutto il crinale ponendosi a cavalcapoggio tra le due valli. Tra le case in ogni spazio libero, lunghe stuoie sono ricoperte da uno strato di foglioline arrotolate di thè ad essiccare. 

Donna Palaung
Basta fermarsi ad osservare e subito la nonna ti invita ad entrare, ti mostra la macchina a rulli che tutte le famiglie possiedono per sminuzzare le foglioline e poi metterle nei sacchi prima che il grossista venga a ritirarle. Beviamo un thè. E' verde e di sapore forte, quasi hai l'impressione che il tannino si attacchi ai denti. Al centro della grande stanza, tre bambini giocano un po' sguaiati, cercando di farsi notare mentre in un angolo una piccola amaca-culla dondola con l'ultimo nato che dorme beatamente. Certo ogni tanto senti lo spernacchiamento di un motorino che passa e appena fuori, un gruppo di ragazzine con ciocche inusitatamente bionde, ti saluta ridendo, solo distraendosi un attimo dallo smanettamento degli smartphone, però l'atmosfera generale del paese è ancora ferma nel tempo e rimane la sensazione di quella disattenzione alla fretta che ritrovi in campagna e che rimarrà sempre disabituata all'ossessione del tempo che fugge propria delle città. Le ore passano tra salitelle e discese, colline ricoperte di verde, orti di cavoli e melanzane e ripidi pendii pieni di alberi di arance, un agrume proprio di queste parti dalla buccia verde e sottile, molto succoso e abbastanza dolce. In un angolo della strada, c'è uno spazio più ampio che consente la manovra dei mezzi. 

Donna Danu
Sotto imponenti tettoie, ce ne sono grandi mucchi di questi piccole arance, continuamente rimpolpati da raccoglitori che arrivano con le gerle ricolme, mentre ragazze accoccolate a terra le scelgono, le dividono per pezzature e le dispongono in contenitori per essere portate ai mercati. Il capataz subito ne offre un po' per rinfrescarci la bocca, che ormai siamo proprio nell'ora più calda  e accidenti ai chili, in salita manca il fiato e le gambe dei camminatori più bolsi cominciano a essere stanche. Se Dio vuole prima o poi la tortura finisce e ritorni in città giusto in tempo per dare un'ultima occhiata al mercato grande, dato che proprio oggi cadeva la turnazione dei cinque giorni. Molte postazioni sono già sul punto di essere abbandonate, le donne ammucchiano l'invenduto nelle gerle per tornarsene a quei villaggi che noi avevamo attraversati semideserti. Qualcuna fa un giro per fare i suoi acquisti coi soldi incassati nella giornata, poi è tutto un andirivieni di motocarri, minibus e motorini stracarichi che partono rombando. Rimangono solo gli abitué del mercato a riordinare le merci per gli ultimi acquirenti e a preparare i banchi per il giorno dopo. Il sole scende su Kalaw. La giornata è stata dura, bisogna andare a rifocillarsi dal nepalese, prima che arrivi la folla dei camminatori e che anche lui, con l'aria del vecchio gurka in pensione finito per caso tra queste montagnole così diverse dalle vette himalayane a cui è aduso, assieme a tutte le sue figlie e nipoti, vada in confusione coi curry e i dal. C'è movimento anche in cucina, intanto arrivano montagne di chapatti caldi, forse la aggiustiamo anche questa sera.

Tramonto a Kalaw

SURVIVAL KIT

Essiccazione del thè al villaggio
Trekking a Kakaw - Questa è una delle zone più note della Birmania classificata come il paradiso dei trekkers di tutto il mondo. Naturalmente c'è ampia scelta con giri dai diversi gradi di difficoltà, da mezza giornata a quattro giorni per arrivare fino al lago Inle. Diciamo che si tratta di piacevoli passeggiate in un paesaggio collinare non troppo selvatico, in cui si vede una vita campestre non troppo primitiva. L'interesse etnografico rimane comunque piuttosto scarso, come ho detto prima, anche se chi ama soprattutto camminare, lo troverà ugualmente piacevole. Le guide, reperibili facilmente nei diversi Hotels, concorderanno il giro secondo le vostre richieste ed esigenze. A seconda del numero  dei partecipanti costano all'incirca 15/20.000 K al giorno. A mio parere, questa esperienza si può anche saltare, se non siete degli assatanati del camminare ad ogni costo e se disponete di poco tempo e dovete saltare un giorno. Comunque fate voi.

Famiglia Palaung


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martedì 29 aprile 2014

A piedi intorno a Sapa

Donna Dzao rossa


Risaie a Lao Chai
Se vieni fino a Sapa, non puoi limitarti a cazzeggiare nei bar del centro rimirandoti la sfilata delle donne in costume e delle ragazzine piegate in due col fratellino legato come un provolone sulla schiena. Poveretti, sembrano belli  e cotti, semiaddormentati, con gli occhi semichiusi, mentre la sorella tenta di vendere porta i-phone ricamati. Se ne stanno lì dal mattino alla sera chiusi ermeticamente nel loro sacchetto colorato, presumibilmente nel loro latticello naturale, fino a quando alla sera non li disimballeranno ripieni come agnolotti di stufato. No, se vieni fin qui devi andare in giro per le montagne a camminare, di villaggio in villaggio, come tocca ad ogni bravo trekker che si rispetti. Uno dei giri più semplici è quello che porta nella valle di Ta Phin popolata dai Dzao rossi. Dove finisce la strada carrozzabile (si paga per accedervi e questo già ti fa prevedere cosa ti puoi aspettare), c'è un piccolo paese di baracche di legno. Lo spazio centrale dove si fermerà il tuo mezzo è già affollato da un nutrito gruppo di donne; una macchia di rosso in movimento ondulatorio che si agita come mossa dal vento non appena appare una macchina sulla discesa che conduce al villaggio. Appena il pulmino si ferma sei subito circondato senza speranza, è  un assedio di visi che scrutano attraverso i finestrini per capire a colpo d'occhio chi arriva, se sarà preda facile, quanto potrà rendere. E' un vero assalto alla diligenza da cui bisogna sapersi difendere con l'astuzia della volpe di montagna. Darò consigli al riguardo nella sezione Survival kit. Rimane il fatto che le donne Dzao rosse sono forse le più belle e coreografiche tra le tante etnie vietnamite, quindi mano alle macchine fotografiche. Alte e robuste, si rasano i capelli sulla fronte lasciandone scoperta una larga parte; alle orecchie, cerchi di metallo leggeri e grandi collane ad incorniciare il volto. 

H'mong nere al mercato di Sapa
In testa un enorme fazzolettone rosso acconciato secondo vari stili, differenti da villaggio a villaggio. La casacca può essere anche nera, ma sempre bordata da larghe strisce minutamente ricamate. Un lungo grembiale nero quasi fino ai piedi, svolazza scoprendo larghi pantaloni al polpaccio. Sotto ancora le classiche ghette nere a fasce delle genti di montagna, che difendono la pelle dalle spine dei cespugli del bosco. Quasi tutte portano una gerla con le masserizie da vendere, se no un bambino, mantenendo le cose in una ampia borsa che penzola davanti, anch'essa ricamatissima con motivi differenti per ogni famiglia.  Il facile sentiero si snoda per una decina di chilometri attraverso la valle, tra i campi al limitare del bosco. Di tanto in tanto nelle radure capanne e altre donne che corrono a cercare di piazzare qualche cosa. Il fatto positivo è che comunque i turisti sono molti e quindi le assalitrici si dividono preferendo subito con l'occhio reso acuto dall'esperienza, le prede all'apparenza più facili a cedere. In fondo alla valle una caverna da esplorare dove stazionano altre predatrici. Quando torni alla macchina sei stanco per la strada percorsa e quindi le tue resistenze si indeboliranno ancora e loro lo sanno. Potrai quindi meditare durante la notte per elaborare migliori strategie per il giorno successivo. Intanto, nell'incanto rosato dell'alba, se avrai fortuna, lo spettacolo della nebbia che scende e scopre piano piano le cime delle montagne, ti metterà subito di buon umore, così che sarai pronto per affrontare un altra passeggiata nella valle del fiume Ta Van, un'altra dozzina di chilometri, in un paesaggio molto bello, scendendo lungo le risaie a terrazze e passando una serie di piccoli agglomerati fino al villaggio di Lao Chai abitato da H'mong neri. 

Villaggio Dzay
Poi ancora avanti per altri paesi di Dzay, un' altra etnia caratterizzata da bluse azzurre dai larghi bordi arancio e dai copricapo multicolori. Nell'ampia corte una donna produce offerte di incenso da bruciare al tempio. La stuoia davanti a lei è coperta di ordinate schiere di piccoli coni rossi che asciugano al sole, ma né il bambino e neppure il cagnolino che scorrazzano intorno rischiano di finirci in mezzo. Piuttosto osservano con la sorellina il lavoro della mamma. Più in là un contadino spacca in due grandi canne di bamboo verde per preparare canaline d'irrigazione verso il suo orto già ricco di cavoli e zucche. Piccoli negozi tuttofare dove puoi sostare a bere una bibita e scultori paesani che modellano le pietre dei dintorni. Incontri per la via altri camminanti, ma gli scambi emotivi sono scarsi, impegnati tutti come sono a sfuggire alle venditrici; le H'mong sono le più pervicaci, talvolta anche piuttosto aggressive, ma solo se capiscono che la gallina sta per sfuggire senza avere deposto l'uovo. Si raggruppano come leonesse attorno alle gazzelle e poi partono all'attacco. Impossibile sfuggire. Solo una specie di armadio su una Vespa si ferma a chiacchierare. E' un vecchio veterano americano che adesso si è stabilito a Saigon con relativa minuscola moglie coetanea vietnamita sul sellino al seguito. Forse il grande amore della sua gioventù, quando l'avevano mandato da queste parti a salvare il mondo dall'avanzata comunista. O ha peccati grossi da purgare fatti a suo tempo, oppure negli States non ce la fa a campare con la pensione da Marines a riposo. Fatto sta che di tanto in tanto, stanco del caos di Ho Chi Minh City, gira il paese in moto e sembra pure contento, tenendo per mano la sua Lihn quasi settantenne. Quando finito l'ampio giro ritrovi la strada principale e il tuo mezzo che ti aspetta, non ti pare vero, sei sceso nella valle di almeno sei o settecento metri e guardare da sotto in su la scalinata delle risaie ti impressiona, avessi mai dovuto risalire a unghie. Rimane il tempo e la voglia per fare un altro giro del mercato a comprare un po' di frutta, poi comincia la battaglia serrata per l'acquisto delle giacche a vento.


SURVIVAL KIT

Risaie a Ta Van
Trekking nei dintorni di Sapa. Ce ne sono molti brevi da fare in giornata e naturalmente sono quelli più frequentati. Sono quasi tutti all'interno del parco di Hoang Lien e si paga un biglietto di ingresso. Ta Phin (40.000 dong) valle di villaggi Dzao rossi e H'mong neri. Per visitare la caverna in fondo alla valle, è necessario portarsi una pila. Valle di Ta Van (40.000 Dong) di Dzay e Lao Chai di H'mong neri, più lungo ma tutto in discesa. Paesaggi molto belli. Se non disponete di mezzo proprio fatevi portare fino al varco (dove si paga) da un xe om concordando il ritorno. Se volete ci sono trekking di più giorni con pernottamenti presso gli abitanti. Tuttavia ricordate che questa è una zona a fortissima presenza di turisti, quindi non aspettatevi le ingenue accoglienze delle zone di cui vi ho parlato precedentemente. Su questo ormai ci campano e quindi è logico che si sia perduta quella naturalezza del tempo andato.

Per non soffrire troppo l'assalto al turista, avere un atteggiamento deciso che faccia capire che non cederete, se passa il messaggio la venditrice non perderà tempo con voi quando c'è altra selvaggina in giro più facile. Tuttavia, siccome è praticamente impossibile rimanere esenti, il consiglio è di accettare un paio di donne chiarendo subito che acquisterete qualche cosa da loro, ma non da altre e solo alla fine del giro. Ci penseranno loro ad evitare altri fastidi e vi accompagneranno per tutta la strada. Alla fine comprate da entrambe qualche cosetta, una specie di tassa di passeggio. Loro saranno contente e voi avrete evitato un continuo e ripetuto assalto da parte di tutte le venditrici che incontrerete per la strada.Inutile irritarsi che tanto non serve a nulla. tenete conto che questa è gente poverissima e su quella manciata di dollari che lascerete, ci campa comunque tutta la famiglia. 

Donna Dzay


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martedì 12 febbraio 2013

Le nevi del Kilimanjaro.





La pesa dei portatori.
Marangu, paese dei Chagga, è una cittadina ai piedi della grande montagna. Grazie al relativo benessere che deriva dal suo interesse turistico, non ha un'aria molto africana, ma, affacciata com'è al confine del parco, diventa il punto di passaggio obbligato per chi arriva qui spinto dalla fama della vetta dell'Africa. E' domenica e lungo le strade, fiancheggiate dalle piantagioni di banane e caffè (di montagna che il gusto ci guadagna), vedi gruppi di persone con il loro migliore vestito che si dirigono alla funzione in una delle numerosissime chiese che costellano i paesi circostanti. Qui piove molto, la natura è rigogliosa e le piante fitte anche ai bordi della strada sono di un verde carico e grasso. Il clima è fresco e ricco di acque, cascatelle, torrenti. Il gigante addormentato sta lì, immenso anche a 100 chilometri di distanza, solo con sé stesso non appartenendo ad alcuna catena, con l'asindoto perfetto dei fianchi che salgono uniformi verso il bordo superiore del cratere, grigioazzurri per la distanza a perdersi nelle nubi che nascondono sempre la cima. Pare quasi un ritrosia snob, questo volersi continuamente celare, un fare il misterioso per invitarti alla scoperta, alla salita. Un richiamo che affascina molti, che accorrono si può dire in massa per conquistare i quasi 6000 metri della punta, il tetto del continente, comunque una bella bandierina da mettere nel palmarés per chi ama queste cose, oltretutto pare di nessuna difficoltà alpinistica, in pratica un comodo sentiero che ti accompagna fino alla punta. 

Per andare e tornare ci vogliono cinque giorni di cammino e visto che, pare un trekking di tutto riposo, eccomi qui alla porta di ingresso del parco per poter vantare almeno la prima giornata di questa esperienza. Già all'ingresso a quasi 2000 metri capisci che le cose non devono essere così semplici. Gruppi di escursionisti di ogni paese arrivano attrezzati di tutto punto e muniti di almeno un paio di portatori a testa, i quali si affollano vicino alla casetta dove viene pesato il materiale di ciascuno, dato che per contratto non deve superare i 15 kg. Che sia davvero dura? Intanto, subito dopo il cancello la foresta pluviale ti avvolge col suo abbraccio umido. Sei circondato da alberi alti ed enormi dalle cortecce spesse e ricoperte di muschio, liane poderose scendono dall'alto e si incrociano sul sentiero, largo, è vero, ma che sale con costanza preoccupante. Dappertutto un muro spesso di verde, di foglie grasse, di felci enormi, di tronchi marci caduti al suolo da superare. Qua e là impronte di animali che forse stanno lì a pochi passi dalla quinta verde scuro, di certo impauriti o forse ormai abituati a tanto passaggio. Parti con passo baldanzoso, che saranno mai otto chilometri andare ed altrettanti a tornare per un baldo giovinotto di belle speranze, anche se non magrissimo ed atletico, con zainetto e macchine fotografiche (siano maledette, praticamente quasi i chili che si sobbarca il portatore di mestiere). 

Non farebbe caldo, in teoria, ma come mai allora rivoli di sudore convinto cominciano a scorrere lungo la schiena, goccioloni si aggrumano ed iniziano a piovere dalla fronte, il dorso delle mani si fa umido e scivoloso? Sarà questa umidità spessa ed il silenzio della foresta che attutisce il tuo passo che a poco a poco si fa subito lento e pesante. Per forza, è la quota, ti consoli, pensando che superati i 2000 bisogna procedere con più calma, mentre la guida invece fila davanti con decisione, gettando di tanto in tanto uno sguardo all'indietro per vedere di non perderti. Le ore passano lentissime e il respiro diventa affannoso. La breve sosta per mettere sotto i denti la coscia di pollo rinsecchita e il muffin di segatura contenuti nel lunch box, non ti ristora affatto attorno ai 2500, solo la consolazione che si tratta di peso in meno da portare è di linimento. Riprende la marcia, sempre più faticosa, sempre più lenta ed affannata. La foresta complice del tormento, diventa una selva oscura in cui non ti puoi perdere, ma devi subire per scontare i tuoi peccati, che devono essere gravi assai se ti sei voluto volontariamente sottoporre a tutto ciò, pagando per giunta. Ogni passo in più, quando ti avvicini ai 3000 è semplice soffrire, autolesionismo puro su una via crucis umida e beffarda, in cui ti vedi sfilare da gruppi di coreani o tedeschi che a passo spedito, prendono questo primo step come una sgambata per sciogliere il muscolo in attesa dei giorni successivi, quelli sì impegnativi. 

Che volete, non sono adatto al trekking violento in quota, eppure ogni volta ci ricasco, preso dalla bramosia di non perdermi nessuna sensazione, di non negarmi la possibilità di conoscere un luogo, una realtà e questa della salita al Kilimanjaro nella foresta rimane comunque una situazione che ha il suo fascino, non fosse per le unghie nere degli alluci che ti ritrovi il giorno dopo, quando tenti di incerottare bolle e acciacchi vari subiti da estremità use solo alla ciabatta da divano.  Arrivi al gate di uscita che è ormai sera, distrutto, sfiancato, esausto, le ginocchia dolenti che tremano nello sforzo di opporsi al disequilibrio della discesa, le dita delle mani diventate gonfie salcicce rosse come i wurstel della colazione a causa del mancato deflusso sanguigno bloccato dagli spallacci di uno zaino della domenica; sei desideroso solo di gettarti su qualche cosa di orizzontale, felice della bella giornata trascorsa.

Almeno, i giorni successivi, quel diradarsi della foresta in bosco basso, poi in cespuglio e infine deserto di alta quota, fino ad arrivare all'ultima erta che porta ai 5896 metri dell'Uhuru pick certo non fanno per me; mi contento dunque di sentirli raccontare da un gruppetto di ragazzi italiani, contenti per aver piantato la simbolica bandierina, anche se la fatica davvero tremenda dell'ultimo tratto, quello in cui l'ossigeno manca e hai voglia solo di sederti e di dormire e forse lo faresti per sempre se la guida non ti riscuotesse, dicendoti, dai dobbiamo andare, un passo dietro l'altro fino alla vetta, non è stata compensata dalla fortuna. La nebbia e le nubi spesse avvolgevano la cima impedendo anche di godere almeno per un attimo del meritato panorama. Ma questa è la vita dell'alpinista, ahimè. Io mi contento di meno e la discesa a valle rimane un po' come una liberazione, un perdono definitivo per i peccati commessi. Ti senti più leggero, penitente volontario, ma in fondo è stato bello e mentre te ne vai la cima del Kili si libera un poco, quasi a volerti mandare un saluto per non aver cercato di violarlo fino in fondo. Ma si chissenefrega se le gambe domani saranno tutto un fremito di dolore, se i piedi coperti di bolle non vorranno più stare nelle scarpe, se anche le spalle grideranno il loro rifiuto agli spallacci dello zaino, in fondo si starà comodamente seduti su una macchina per un po'. Ma sarà davvero così?  

Uhuru pick.

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giovedì 15 marzo 2012

Lettere dal Laos 25: Rambo deve morire.


Il villaggio Akha.


La fontana pubblica.
Le cinque del mattino. E' ancora buio ma i canti feroci dei galli smuovono anche i morti. L'aria è frizzantina quando si esce nel chiarore soffuso che precede l'alba. Il villaggio è ancora addormentato. Il massaggio delle dolci fanciulle che ha preceduto il sonno del giusto è stato taumaturgico. La varie articolazioni sembrano rispondere alle richieste di movimento e solo l'epidermide mostra i segni della dura giornata di ieri. I piedi non danno cenno di sensibilità, ma non importa. In ogni dove bolle, graffi, ponfi misteriosi, puntini resi ancora più rossi dall'uso del mercurocromo, che i taglienti apparati boccali delle ingorde sanguisughe hanno lasciato sulle caviglie, cerotti come per rappezzare un pupazzo rabberciato malamente. La fontana al centro del paese funge egregiamente alla bisogna per una sommaria pulizia personale. Mentre i maiali cominciano a grufolare sotto le capanne, all'interno delle stesse si sentono i primi movimenti, gli scatarramenti affannati di chi vive in un clima dalle notti troppo fresche. I più mattinieri cominciano a uscire rassettati alla meglio. Mentre il sole si leva, le donne a gruppi, con le gerle in spalla, le ghette nere ben calzate per evitare graffi alle gambe, i neonati ancora addormentati attaccati al seno, si avviano verso i campi e gli orti nascosti nelle radure strappate alla foresta. 

Verso il bosco.
Ci guardano passando, il collo bloccato dalle cinghie del bastino, poi proseguono con ritmo deciso fino a che la jungla non le inghiotte. Ormai il villaggio è in piena attività, il fabbro ha acceso la minuscola forgia dove arrossano lame dei futuri machete, i bambini scorrazzano dappertutto; è domenica e non c'è scuola oggi. Tra le case, piuttosto grandi per contenere famiglie abbastanza numerose, spiccano di lato capannucce minuscole, come appese su alte palafitte e raggiungibili con malferme scalette. Contengono a fatica una persona, anche se da queste parti sono molto piccoli e minuti. Il nostro See, mentre fa bollire il pentolone di acqua da bere, ne illustra la funzione, ridacchiando. Sono utilizzate dalle ragazze da marito, che ci vanno a dormire quando conoscono qualche giovinotto a cui sono interessate. Il prescelto le raggiunge la sera, salendo di soppiatto la scaletta e si introduce nella capannuccia in cui passa la notte, al fine, come precisa See, di conoscersi meglio. Ma attenzione, niente bum bum, diversamente, se la pancia cresce, tocca sposarsi comunque. Pare che comunque le madri Akha, sappiano consigliare le figlie in  modo adeguato ad evitare impicci. Ormai è giorno fatto. 

Le casette delle ragazze da marito.
Consumiamo uova, verdure e il consueto zuppone in abbondanza, facendo finta di non vedere il mastellaccio dove sono stati sciacquati i piatti metallici, sotto l'occhio attento di un gruppo di osservatori, tutti maschi certo, le donne ovviamente sono già andate al lavoro nella jungla. Dopo aver lasciato un po' di materiale per la scuoletta e le caramelle, è ora di lasciare il villaggio. La strada è ancora lunga, anche se un po' meno faticosa. E' il cammino principale usato dagli abitanti per raggiungere la strada carrozzabile e si dipana a mezzacosta nella foresta come un sentierino inframmezzato di tronchi caduti. Il fogliame è rigoglioso e cerca di riprendersi in fretta lo spazio liberato dai passaggi precedenti. See e la guida Akha che ci accompagna, assestano buoni colpi di machete ai rami più ingombranti. Buttano un occhio di tanto in tanto per essere tranquilli che i goffi camminatori della domenica non si prendano qualche ramo in un occhio. Ma siamo ormai rotti all'esperienza e si procede di buon passo anche perché il sentiero è in leggera discesa e i piccoli tratti di risalita, benché ripidi, provocano solo pochi affanni e apnee abbreviate. 

Donna Akha.
I piedi sono ormai ridotti a sanguinacci rigonfi e ormai non fanno più nemmeno male, diciamo che ormai hanno perso il contatto con la realtà, forse bisognerà amputare, ma non importa, si prosegue per inerzia e la bellezza del cammino sotto la volta verde cupo cancella ogni altro pensiero. Ti godi soltanto l'esperienza ed ogni volta che uno squarcio di cielo si apre tra gli alberi, la cresta azzurra delle montagne lontane cancella ogni resistenza residua. Lasciarsi andare avvolti dall'ambiente che ti circonda. Si rimane seduti attorno alle foglie di banano a mangiare i residui delle provviste, mentre See, inarrestabile, con foglie e giunchi, intreccia cappellini, palle, braccialetti e altri ornamenti; raccoglie radici speziate ed erbe dalle virtù miracolose che mette nella bisaccia, approfittando dell'occasione. Il giorno corre veloce tra tronchi colossali e ripe fangose dove indovini le tracce dei rari animali che si nascondono alla vista del nostro disturbante passaggio. 

Pranzo nella jungla.

La guida Akha, dall'occhio buono, nel senso che dall'altro non ci vede, che non ha mai parlato, ci lascia quando gli alberi si fanno più radi. Un cenno di saluto, poi scompare avvolto dal muro verde. La strada si fa più facile costeggiando vasti spazi dove la foresta è stata cancellata per dare spazio agli alberi della gomma, aree che l'ingordigia cinese di materie prime si sta comprando a poco prezzo in questa parte del mondo. Camminiamo ormai sugli arginelli delle risaie in secca del fondovalle, siamo vicini alla strada. Il nastro di asfalto appare di colpo dietro una curva, una vista così desiderata e adesso che è comparsa, all'improvviso così fastidiosa e volgare. Ma non è finita. Il tuktuk non è all'appuntamento, così tocca marciare ancora una mezz'ora per raggiungere il villaggio Kamù lungo la strada, dove annegare il dispiacere per la fine dell'esperienza con la Beer Lao ghiacciata del ritorno alla civiltà. Un letto comodo e morbido aspetta, dove gettarsi con un pensiero ai commenti letti prima di partire e non presi nella dovuta considerazione, che davano questa esperienza come " più impegnativa del previsto" e un altro alla gentile signora che ce l' aveva confermata come di "moderate difficulty". Ma che goduria essersela fatta! Come diceva quella signora uscita dal cinema: "Ho pianto tutto il tempo, come mi sono divertita!".

La meritata birra.

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mercoledì 14 marzo 2012

Lettere dal Laos 24:Nel villaggio Akha.

Il villaggio Akha.
 

Bimbi e maiali.
Le capanne del villaggio Akha si allungano sul fianco di un largo sentiero sterrato sul crinale della collina. Entriamo in paese dallo stradino che si fa spazio nelle ultimi propaggini del bosco. Subito dopo le prime case siamo circondati da torme di maiali neri e di cani che guardano con curiosità senza abbaiare. Su ogni veranda anziane catarrose e nugoli di bambini che corrono sotto le palafitte giocando. A piccoli gruppi le ragazze tornano dai lavori dei campi con grandi gerle trattenute da una fascia sulla testa o da un piccolo bastino di legno. Hanno il seno scoperto, la blusa del costume tradizionale lo lascia in bella vista, mentre i ricchissimi ricami rossi, verdi, blu del grembiule e delle bordature accendono di colore i sorrisi incorniciati dalle decine di placchette metalliche e di perline bianche dei cappelli. La nostra presenza in paese è accettata con un misto di curiosità e compatimento per questi grassi stranieri dall'apparenza distrutta che si trascinano stancamente tra le case. La risalita del monte attraverso la jungla ci ha davvero stremato. Le gambe non si sentono più; la schiena è a pezzi; braccia e visi offesi  presentano segni inequivocabili di un ambiente ostile e vendicativo che appena può, ferisce. Raggiungiamo una capanna in cima al monte, vicina a quella più grande dedicata alla scuola.

Di ritorno dal bosco.
E' un vasto ambiente leggermente sollevato dal suolo, con un pavimento rialzato in legno coperto di stuoie, sotto il quale pascolano una enorme scrofa con una decina di lattonzoli grigi e magri. Ci gettiamo sul giaciglio boccheggianti senza avere la forza di fare altro. Poi prevale la necessità di rassettare almeno un poco i corpacci dolenti. Mi tolgo scarpe e calze macchiate irrimediabilmente da quello che sembra fanghiglia rosso scura, raccolta durante la salita e nel torrente. Orrore, non si tratta di fango ma di sangue sparso su tutte le caviglie da una manciata di sanguisughe che ormai rigonfie fino allo spasimo dei miei umori vitali, scoppiano soltanto a sfiorarle. Le stacco con difficoltà sotto gli occhi di una torma di bambini venuti a godersi lo spettacolo dei falang impediti, mentre See ridacchia maligno in un angolo della capanna, dove sta radunando i materiali per accendere il fuoco e preparare la cena con un drappello di aiutanti e semplici curiosi attirati dalla novità. Tento una maldestra disinfezione delle parti offese, ma ho i piedi che paiono due bistecche medium rare, che puliti a fatica con la poca acqua a disposizione in un gran bacile di alluminio, mostrano i segni e le ferite per il cammino percorso. Ho bolle e gonfiori da tutte le parti; è incredibile addirittura fin sulle mani, provocate dall'abrasione del bastone da cammino. C'è poco da fare, non sono adatto alle fatiche dell'esploratore.

Ragazza Akha.
Ma, come dice la pubblicità, lasciarsi andare, completamente sfatto a piedi nudi, appoggiato alla parete di frasche della capanna, mentre la palla rossa del sole incendia il cielo, precipitando nella V decisa delle colline lontane, non ha prezzo. Intorno, la gente del villaggio si prepara per la notte. Rumori di stoviglie e di fuochi. Risate trattenute e più forti, scaracchi di tosse catarrosa, che infestano la notte come i mocci dai nasi colanti dei bambini che rimangono in osservazione attenta. Il buio cala in un attimo e i piatti in tavola nel nostro "lodge", ché questa è la definizione ufficiale, sono ormai illuminati solo dai fasci bianchi delle nostre torce opportunamente tenute sulla testa. Una giornata dura. Quando pare che non rimanga altro da fare che stendersi sulle stuoie perché la notte possa riparare le ferite e prepararci al nuovo giorno, ecco arrivare, opportunamente convocate, quattro ragazzotte (ma a seno opportunamente coperto da una felpina similAdidas, si intende) incaricate di un massaggio ristoratore, compreso nell'economia del trekking col supplemento di un dollaro e mezzo. Un'ora di rudi pressioni sui muscoli devastati, tra ridacchiamenti e sospiri dolenti, poi le ragazze se ne vanno e la palpebra si chiude da sola. Morfeo, clemente e lenitivo, stende la sua mano caritatevole sulle membra offese. Sono già le 20 e 30 e domani sarà di nuovo dura.

Massaggio Akha.


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martedì 13 marzo 2012

Lettere dal Laos 23: Lost in the jungle.

Turista tedesco di passaggio.
 
Coda alla vaccinara.
A certi personaggi come quello che vedete nell'immagine, andrebbe quanto meno impedita la partecipazione a certe operazioni, se non addirittura, per semplice decenza, inibito l'accesso a determinati territori. E non ditemi che sono esagerato, il fatto è che quelli che potremmo definire oversize oversixties, con smanie giovanilistiche che si pensano in grado di fare qualunque cosa invece di valutare le proprie possibilità, non li fermi neanche col bazooka e quando decidono di andare, sono tragedie. Comunque, in questa area laotiana del cosiddetto triangolo d'oro, percorrere a piedi le foreste fitte che ricoprono le alte colline, trovando piccoli villaggi tribali non diversamente raggiungibili, è una opzione imperdibile e ghiotta a cui è difficile rinunciare. E poi che sarà mai, non cadiamo dal pero, sicuramente tutto  sarà organizzato per facilitare i turisti più bolsi, dando loro il sapore dell'avventura. Si sa che pagando ti portano di peso anche in cima all'Everest, figuriamoci se un piccolo trekking nei boschi può creare problemi. Eccoci dunque all'ufficio del turismo di Luang Nam Tha, base per l'esplorazione del parco naturale Nam Ha, che propone diversi percorsi, garantiti ad impatto sostenibile per l'ambiente e per le popolazioni locali. 
Tarzan e le liane.

I Fantozzi pronti al cimento, non hanno però l'anello al naso e a precisa richiesta sul grado difficoltà dell'impresa, ben esibiti stazza, muscoli flaccidi e carenza di fiato tipica degli uomini da divano, nonché l'attrezzatura di fortuna, scarpette da ginnastica leggere, zainotti da picnic al parco Forlanini e così via, la gentile addetta alle informazioni, dopo aver squadrato dall'alto in basso lo squinternato terzetto, sentenzia: "moderate difficulty, no problem", parole magiche che senza dubbio fugano i dubbi e rasserenano i trekkers decisi a tutto pur di non perdere nessuna occasione. Eccoci così nelle mani di See, piccola guida kamù, uomo dei boschi, munito soltanto di machete e infradito (cosa che ci rinfranca ulteriormente), a fare un po' di provviste al mercato, tra verdure e il macellaio locale. Un'oretta di tuktuk ed eccoci, di buon mattino  al limitare della jungla. Traversate facilmente le risaie del fondo valle, il percorso si getta tra gli alberi seguendo il corso di un piccolo corso d'acqua che segna la strada. Pochi passi e hai già perduto ogni punto di riferimento, circondato di alberi altissimi, mentre la luce fatica a penetrare tra le foglie spesse. Anche nella stagione secca, la foresta pluviale è ambiente umidissimo e caldo. 
Si prepara il fuoco.

Si mangia.
Ti senti subito ricoperto di sudore mentre cammini su un terreno molle e viscido di fogliame marcio, di legni fradici, tra alberi caduti e spostando a fatica le enormi foglie che pretendono di cancellare ogni traccia di passaggio. In realtà non esiste un sentiero, ma il nostro See e la guida locale si fanno largo nel sottobosco, seguendo sempre la traccia del piccolo torrentello. Saltelli sulle pietre scivolose, finendo continuamente nell'acqua fangosa quando, invece di portare attenzione a dove metti i piedi, non fai che guardarti attorno colmo di meraviglia e sovrastato da questa natura incombente, rigogliosa, prepotente che rifiuta la presenza umana. Beh, non siamo nati ieri, di certo, prima o poi si arriverà ad un'area picnic, appositamente predisposta per i grassi turisti occidentali. Intanto, i nostri due accompagnatori, sono una miniera di informazioni, mostrando e raccogliendo piante medicinali, radici mangerecce, frutti sconosciuti dalle virtù miracolose che finiscono nella piccole bisacce che portano al fianco. Ogni pianta è fonte di materiali utili, ecco da una foglia un robusto ventaglio per vincere la calura, un ramo diritto fornisce un robusto bastoncino da nordik walking, un piccolo frutto aspro sarà utile per recuperare dosi massicce di vitamina C. Il cammino è faticoso ma non impossibile in un ambiente davvero unico e straniante. 
Inghiottito dalla jungla.

Qui perdi il senso del tempo, perduto nella jungla salgariana, dove devi solo pensare ad andare avanti, facendoti strada in un mondo ostile ma bellissimo. Quando l'ansimare comincia a diventare penoso, eccoci alla base di una cascatella che apre uno spazio nel muro verde. I nostri puliscono alla meglio lo spazio tra le rocce, poi, utilizzando una bambagia ricavata da un albero vicino, si accende un fuoco fumoso con i rami umidi raccolti lì attorno. Ecco che vengono estratti tutti i materiali raccolti nella mattinata. Un grande bambù, opportunamente tagliato fornisce una pentola, dove vengono messi a cuocere, piante raccolte, foglie dai profumi forti, un fiore di banano sminuzzato, piccole radici di galanga, la spezia citata da Marco Polo. Grandi foglie di banano vengono distese a formare una tavola, altre piccole foglie tenute da uno stecchino fungono da cucchiaio, alcuni robusti steli lunghi e diritti saranno le bacchette da tavola. Ecco un pranzo improvvisato e scodellato al momento (ma non avevamo immaginato esserci l'area picnic appositamente predisposta di griglia e catering?). Ma non c'è molto tempo per riposare. Fa caldo e lasciamo il torrente, prendendo un'erta fangosa che si inerpica lungo il fianco della montagna di cui gli alberi impediscono di vedere la cima. La fatica si fa subito importante. Bisogna arrampicarsi tra le piante facendo leva a forza di braccia. 

Una sosta.
Le gambe diventano subito pesanti e legnose, caviglie e ginocchia tremule sono continuamente a rischio, le scarpine da ballo scivolano sulla terra rossa viscida come una saponetta, gli zaini malfermati ballonzolano da una parte all'altra sbilanciandoti e minacciando ad ogni passo di farti precipitare tra i tronchi spinosi più in basso. See indica con preoccupazione le grandi foglie che non bisogna toccare assolutamente, pena pruriti feroci, ortiche malefiche truccate da innocuo fogliame domestico. La salita è infinita e se di tanto in tanto ti puoi fermare appoggiato ad un tronco, il respiro spezzato, i muscoli doloranti, basta volgere lo sguardo più in alto, sperando di intravedere nella cupola verde il termine della sofferenza. Invece il cammino continua, sempre più pesante, difficile, faticoso. Sono quasi le cinque quando emergiamo dalle cime degli alberi nella parte alta della montagna, dove il terreno è stato parzialmente liberato per una primordiale agricoltura taglia e brucia. Ancora un'ora di falsopiano tra piccoli campi che mostrano solo più le culture rinsecchite. Riposiamo  un poco, distrutti, sotto un riparo di frasche usato dai contadini durante il lavoro dei campi. See e l'altra guida ci guardano con un sorriso (di compatimento?). Un ultimo strappo ripidissimo ed ecco sul crinale del monte la lunga fila di capanne di un villaggio Akha. Forse siamo in salvo.

Il villaggio Akha.

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