giovedì 15 gennaio 2015

Gli ombrellini di Pindaya


Ombrellini di carta


La fabbrica degli ombrellini
Shin Yay non è molto giovane anche se la sua età rimane un po' indefinibile per noi occidentali. Sarà anche per il vezzo che c'è in estremo oriente di tingersi i capelli per nascondere il grigio, cosa che riguarda soprattutto gli uomini, fatto sta che se ti guarda di sotto con la testa leggermente reclinata da un lato e un largo sorriso, sembra quasi un ragazzo, mentre le sue mani ossute ed i suoi piedoni nudi che raccontano di anni trascorsi nei campi e nelle risaie, non riescono a nascondere più di tanto le offese del tempo e della fatica. Però è ormai qualche anno che l'agricoltura è diventata secondaria nella sua famiglia. Certo in un angolo della corte vedi mucchi di pannocchie di mais dalla grana rossa come il nostro Marano, ma nella grande casa in muratura e sotto le tettoie di frasche ferve una attività decisa e poco consueta per una famiglia di contadini. Due ragazzi hanno le mani occupate a raccogliere grandi boli di cellulosa che macera in vasche piene di acqua, raccolta dal vicino canale e li dispongono a sciogliere in una serie di telai messi a bagno a pelo d'acqua. Quando finalmente la materia sembra sciogliersi e si mescola omogeneamente su tutta la superficie quadrata, li sollevano, lasciando filtrare il liquido attraverso la reticella del fondo fino a che rimanga solo uno strato sottile di materiale ancora intriso di umidità. Mentre si compie questa operazione una ragazza, forse la figlia di Shin, dispone con cura, prendendole da vicini mucchietti, piccole foglie verdi e petali di fiori colorati gialli, rossi, azzurri. 

Carta coi fiori
Li mette qua e là in apparente disordine, alternando i colori e subito la pasta li inghiotte lasciandone solo intravedere la loro ombra virtuale, la loro essenza di spirito immobilizzata nel tempo. Poi, i telai vengono messi al sole a seccare e solo dopo molte ore il foglio di carta può essere staccato e messo in una pila con gli altri. Anche solo a toccarla, questa carta fatta a mano ti dà un senso di materia viva, così spessa e morbida al tempo stesso, ruvida ma pronta a raccontare una storia, a farsi pagina da scrivere o superficie di ornamento che avvolge in caldo abbraccio e personalizza un dono, oppure diventa altra materia prima con cui produrre più sofisticati oggetti. Dentro al laboratorio, infatti ecco tutto un gran fermento di lavoranti che tagliano segano, smazzettano e uniscono tra loro, legno e stecche di bambù, per costituire le intelaiature di quei deliziosi ombrelli di ogni dimensione che ripareranno dal temuto sole, monaci, ragazze e ovviamente turisti. Sulle stecche viene stesa la carta ulteriormente colorata e dipinta a disegni eleganti che paiono geometrie frattali. Certo questa attività rende più dei campi qui a Pindaja e la famiglia Zana non sembra passarsela male, parecchi di quelli che lavorano lì sono certo dipendenti e la produzione pare tenda a crescere con l'aumento del turismo, anzi il signor Shin ha già messo gli occhi su un camioncino di seconda mano con cui raccogliere la produzione dei suoi vicini per portarla direttamente ai grossisti del mercato, cavoli, melanzane, granoturco, poi si vedrà. 

Cavoli
La campagna tutto intorno è rigogliosa; le colline tonde e dolci sembrano un patchwork di quadratini colorati, una coperta infinita che le ricopre. Il verde chiaro del riso appena trapiantato, con l'ocra bruciata di quello già pronto per la mietitura nella valle, il biancoverde dei campi di cavolo, inframmezzati dal verdone scuro delle larghe foglie di cheerot e il giallo acceso di minuscoli fiorellini, il bianco del grano saraceno e il rosso scuro come i mantelli dei monaci dei campi appena arati. Davvero un caleidoscopio di colori che si stende ai fianchi del fiume che scorre nella valle fino al grande lago che si stende in fondo tra le brume del mattino. Alcuni gradini lungo la riva sono popolati di donne che lavano prima ceste di vestiti e poi si immergono completamente per un bagno ristoratore. Un gruppo di bañan secolari allargano rami lunghissimi in tutte le direzioni, fronde ombrose e simboli sacri per preparare l'arrivo ad uno dei punti di attrazione di questo luogo: la sacra grotta di Pindaya, ancora nascosta alla vista in una parete quasi verticale che allunga al di là del fiume. All'ingresso della zona religiosa ti devi fare strada tra le consuete decine di stupa appuntiti di ogni foggia ed epoca che circondano il portale che immette nella lunga scala di gradini irregolari che salgono il fianco della collina. Un cammino segnato da uno zigzagare irrequieto e sinuoso, anche se protetto da una tettoia a gradoni pensata per i molti mesi di pioggia battente. 

Nella grotta di Pindaya
La salita deve essere sempre lunga e faticosa in Oriente, tutto serve per mettersi sul piano dell'immanenza, per lasciare a valle le passioni, per prepararsi ad incontrare il divino. Non si capisce quindi perché sia stato necessario costruire il gigantesco ascensore che porta direttamente all'ingresso della caverna, però forse è bene seguire la folla dei pellegrini che vi si avvia. E' ben chiaro invece il motivo per cui la scala rimane ormai desolantemente deserta. L'ingresso è una gigantesca spaccatura nel fianco della montagna, trasformata nel vestibolo del tempio che rifulge di piastrelle dai colori vivaci, di superfici fatte di specchietti lucenti e illuminazioni colorate. Superati i mercanti del divino, oggettistica e offerte, entrare all'interno ti dà un colpo d'occhio unico e pieno di fascino. Non riesci a posare lo sguardo in qualche punto che non sia affollato di statue di Buddha, dalle dimensioni che vanno dal quasi microscopico al colossale, in una profusione di giallo dorato e rossi vivi e sgargianti, marmi bianchi e fogli d'oro. La caverna si sviluppa nella viscera del monte attraverso camere dal soffitto altissimo in cui l'oscurità nasconde la fine e anfratti minuscoli in cui bisogna procedere chinati, stretti corridoi in cui è necessario passare strisciando i basamenti delle statue e vaste sale con monumentali pilastri di stalagmiti dove mille sguardi sereni ti osservano dalle pareti. 

Le statue della grotta
Le luci non sono molte oltre a quelle delle offerte  e rendono l'atmosfera piuttosto irreale e misteriosa. Candele piccole e grandi, lampadine e neon sfacciati, circondano i visi immoti e meditanti. Le migliaia di statue enormi, sedute, in piedi, coricate, circondano ogni angolo, non lasciano libero nessun anfratto, circondate a loro volta di figure più piccole, ma a volte ancor più preziose. Alcune sono disposte in file ordinate, altre messe a lì come a caso, in tempi successivi, ammucchiate come nella smania di trovare uno spazio a qualunque costo, facendosi largo tra la folla dei compagni arrivati prima. La gente, i monaci, i turisti passeggiano lungo i camminamenti, qualcuno si ferma con devozione, altri cercano lo scorcio migliore per il selfie, altri ancora rimangono ad occhi semichiusi davanti a qualche punto particolare, magari proprio di fronte alla statua offerta dalla propria famiglia, ben segnalata nel cartiglio che sta sulla base. E' un vero e proprio labirinto in cui perdersi per ore, comunque un colpo d'occhio unico nel genere delle caverne popolate di statue, un topos abbastanza consueto della religiosità asiatica. Quando esci, difficilmente resisti alla tentazione di un'ultima foto davanti alle statue disneyane giganti del principe che scaglia la freccia contro un nero ragno peloso, un nat malvagio che teneva prigioniere sette principesse proprio nella grotta. Dai, in fondo tutto quanto fa spettacolo.
La scala che porta alla grotta di Pindaya


SURVIVAL KIT

Altri Buddha
Grotta Shwe Oo Min di Pindaya - Circa 100 Km da Kalaw o da Taunggyi, 50 da Aungban. Difficile andarci e tornare nello stesso giorno coi mezzi pubblici; se non avete un vostro mezzo a disposizione dovrete fermarvi per la notte nel paese di Pindaya. E' la più importante delle molte grotte popolate di statue dello stato Shan e forse la più suggestiva della Birmania. Ingresso all'area 5.000K + 3000K per la caverna e consueto ticket per la macchina foto. Oltre 8700 statue di Buddha, di cemento, marmo, alabastro, tek, giada, pietra, e ogni altro materiale possibile, di tutte le pose e dimensione, in continuo aumento per le donazioni che arrivano da ogni parte del mondo, le più antiche risalenti a diversi secoli fa. Molte ricoperte di pittura dorata. Il cammino prosegue sul fianco della montagna ad altre due caverne più piccole contenenti una un Buddha disteso e l'altra un Buddha seduto di 12 metri. Ascensore gratuito. Direi comunque da non perdere (anche l'ascensore).

Gli stupa alla base della grotta di Pindaya


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5 commenti:

Anonimo ha detto...

Complimenti, scrivi e descrivi in modo splendido.

Paolo nullo Pedone ha detto...

Tu, caro Enrico questa volta superbo; e la ricerca un'anima tu hai già ti porti in giro, stavolta al d'un più meglio, al ti distingue e vede il fai vedere

Breve lo faccio, fuori sacco e imbecille, il mio ti dire
Fui in Suriname, i suoi immensi magazzini pieni di batik che mi presero l'anima e il tempo che correva, felice, di suo gusto

E mi scacciai un'amante che, al ritorno, li ebbe regalati; e se ne fece vestine per la casa con cintura, delle intense emozioni

Grazie per quel che ho lètto ed un saluto

Enrico Bo ha detto...

@anon -grazie cara, sei una donna vero?

@paolo-mi commuovi e muovi di continuo al ringrazio che devo, ma son preso d'invidia grande. Di Suriname mi manca la figurina, ahimè forse per sempre e duro per il collezionista rimirare l'Album altrui salato e ricco.

Paolo nullo Pedone ha detto...

Allora — anni '70 ciao — fui di documentario cine, le figurine in 16mm

Enrico Bo ha detto...

@Pailo - mai più dell'8 super fin che vuoi ma sempre a mezzo!

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 104 (a seconda dei calcoli) su 250!