martedì 24 aprile 2018

Etiopia 4 - L'arrivo


Benvenuti in Etiopia


La città cresce
Quando le ruote dell'aereo, questa bara volante che basta guardarla e capisci che è tecnicamente impossibile che stia per aria, chissà come farà mai, toccano terra, è sempre un bel sollievo. A nulla vale che le gentilissime e belle assistenti etiopi dall'occhio allungato e lo sguardo languido abbiano provveduto a curarti e coccolarti durante le lunghe, sempre troppo lunghe, ore di volo, nella classe carico bestiame. Il sedile della macchina volante è ostile all'uomo e comunque sia, se passi la notte imbozzolato in questo alveolo, quando arrivi, sei già di buonumore per il solo fatto che scenderai tra poco. Non c'è neanche tanto da aspettare, le pratiche del visto si sbrigano velocemente, basta pagare in fondo e, soldi alla mano, si supera ogni ostacolo. Un lontano ricordo le menate doganali di un tempo, non si compila più neanche il classico foglietto, solo più per gli USA, terrorizzati sempre dal nemico straniero, tanto da chiedere se costui si dichiara esplicitamente terrorista. Però questa è un'altra storia. Ma veniamo alla mia prima mattina etiope, ancora fresca fresca, che a 1700 metri di altitudine, alle 6 tira un'arietta, che dopo qualche ora rimpiangerai. Poi bisogna subito buttarsi nel traffico, fare la conoscenza con chi ti condurrà in giro per questo paese per un mesetto circa, prendersi le misure vicendevolmente e tutte quelle cose che si fanno all'arrivo, con gli occhi ancora incispositi dalla notte insonne. 

Mercato
Addis è la megalopoli africana classica, agglomerato indistinguibile dagli altri, una serie infinita di baracche dove si sta inurbando un paese che ha ormai superato i 100 milioni di abitanti, una umanità poverissima e dolente a cui i millenni di storia si sono ammonticchiati sulle spalle, diventando solo peso ingombrante e non sollievo e spinta culturale. Qualche edificio più alto al centro, dove vedi la mano cinese pressapochista e tante costruzioni cominciate, ingombre di pali di bambù stortagnoli, che sembrano fare il verso alle colonne di cemento povero già sbrecciate e cadenti ancor prima di rifinirsi. I soli edifici degni di questo nome sono le chiese del secolo scorso, testimonianza che la fede riesce a far spendere il denaro dei fedeli meglio che qualunque altro business. Dappertutto polvere e immondizie abbandonate, segni costanti ed inequivocabili delle umanità sovrappopolanti di ogni terzo e quarto mondo che si rispetti. Tuttavia noti comunque un gran movimento commerciale, di mercatini, di negozietti che straboccano di merci povere e già vecchie all'aspetto, con attività di ogni tipo che generano una gran confusione, un va e vieni di mezzi che trasportano grappoli di gente appesa alle portiere verso una probabilità di generazione di un qualche tipo di minima ricchezza, tuttavia sufficiente a campare.

La falegnameria
Non ci sono dubbi questo è un paese povero e difficile, una terra ruvida ed avara che poco ha da regalare e poco rende a chi la coltiva. Il 70% degli abitanti sopravvive con una agricoltura di sussistenza che basta a malapena per non morire a patto che le piogge siano regolari e non arrivino carestie di sorta. Gli altri, inurbati si aggiustano come possono. Ma la città la lasciamo indietro per godercela al ritorno, quando avremo ormai fatto l'abitudine a questo mondo ed al suo andamento lento. Adesso si tratta solo di cercare di uscire dalla città, penando un po'per il solito traffico confuso delle conurbazioni non ancora create per i mezzi a motore, che, evidentemente mal sopportati, manifestano il loro disgusto, sputando ogni genere di fumo e strombazzando a più non posso per cercare un varco tra i loro simili altrettanto nevrotici e singhiozzanti disagio. Un paio d'ore per uscire dalle periferie e muoversi sulle strade ondulate dell'altopiano verso Jimma, quasi 400 chilometri più a sud. A  perdita d'occhio, campi coltivati a cereali, da poco mietuti, che ancora mostrano stoppie scarne e rade, segno di produzione faticosa e difficile su terreni rossicci, poveri già dall'aspetto. I piccoli paesi che attraversi o che vedi al lato della strada sono fatti di capanne rettangolari di terra e fango impastato, steso su un traliccio di bastoni, rami di eucalipto piantati con cura nel terreno e abbastanza diritti da consentire la formazione di una sorta di parete  da ricoprire appunto e infine da rifinire con una superficie liscia, eventualmente dipinta con grandi scansioni geometriche colorate sotto un tetto di lamiera, che la pioggia arrugginisce rapidamente ed il sole arroventa con spietata consuetudine.

Case moderne
A fianco le capanne più vecchie, diciamo della passata generazione, costruite con la stessa tecnica, ma rotonde e col tetto a cono di paglia, quelle che il racconto della nostra infanzia chiamava tukul, tanto per capirci, di sicuro più fragili e da sostituire ogni decina di anni, ma decisamente più freschi durante la torrida stagione calda. Qua e là, le capanne sono circondate da siepi spinose per ricoverare il bestiame che circondano anche altre piccole costruzioni, magazzini per le derrate prodotte, tra grandi pagliai, formati nella stagione dei raccolti. Ci si ferma a mezza strada, a Wolkite, una cittadina mercato, costituita da una fila infinita di banchetti e negozietti di lamiera straboccanti di frutti e masserizie, alternate a locali che offrono di che rifocillarsi. Qui abbiamo il primo impatto con l'injera, il cibo assoluto etiope, quello che non manca mai, colazione, pranzo e cena. Si tratta di una crepe gigante, una cinquantina di centimetri di diametro stesa su un gran piatto di portata di alluminio, su cui sono versate diverse cucchiaiate di spesse minestre di lenticchie o fagioli, o verdure varie, o sminuzzati di pollo o altre carni, da mangiarsi con le mani in comune con i tuoi commensali.

Zucchero
Si strappa un pezzo di crepe, si pesca nel mucchietto scelto, se ne fa un malloppino e ce lo si caccia in bocca cercando di non colarsi addosso il sugo, cosa che avviene regolarmente se seialle prime sperimentazioni. Tutte le case e ovviamente anche tutti i sedicenti luoghi di ristoro, sono dotati sul retro di una sorta di braciere di terracotta sulla cui superficie viene gettata una mestolata di pastella, fatta con la farina scura di taf, un cereale simile al miglio, che fermenta per tre giorni prima dell'uso, conferendo alla crepe, che rimane morbida e porosa, un sapore piuttosto acidognolo che non viene smorzato neppure dalle robustissime dosi di peperoncino verde che livellano invece tutti gli altri sapori. Andare a dare un'occhiata nel retro ed osservare la donna che si prende cura dell'operazione, fa parte dello spettacolo. Poi non rimane che mangiare sotto gli sguardi indagatori degli astanti, visto che i faranji che mangiano (così sono chiamati gli stranieri, dal termine inglese foreing) rimangono sempre l'evento della giornata, non solo per i bambini del vicinato. Poi si riprende la strada, Jimma è ancora lontana.

Manichini

SURVIVAL KIT


Visto - Attualmente meglio farlo direttamente alla frontiera, nell'apposito ufficietto ben segnalato. Procedura rapida e costo di 50 $ cash. Ci sarebbe la possibilità per gli italiani di fare l'eVisa on line, ma il costo dell'operazione se non sbaglio è di 64 €, quindi non conviene.

Il peso del mondo

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