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lunedì 1 agosto 2011

Il Milione 51: Polli magri e piatti di foglia.


Scorrendo il numero dei capitoli che nel Milione sono dedicati all’India si capisce facilmente che questo paese ha destato in Marco Polo lo stesso senso di grande stupore per i tanti punti di interesse che  ancora oggi affascinano il moderno viaggiatore del subcontinente. Animali esotici, frutti sconosciuti e popoli con abitudini e culture così diverse da quelle a cui si è abituati da far nascere una forma naturale di curiosità. La descrizione puntuale del libro potrebbe servire da guida per il turista in visita all inclusive in tutta la costa del Malabar che oggi coincide grosso modo con il Kerala che è la parte più ricca e sviluppata dell’India e anche allora veniva visitata da navi provenienti da oriente ed occidente.

Cap. 176
Coilun (è Quilon, il grande porto del Kerala) è uno grande reame verso garbino e son tutti idolatri, ma v’à di cristiani e giudei.  Questa gente son tutti neri, maschi e femmine e van tutti ignudi, se no se tanto che si ricuopre loro natura con uno bianco panno. Qui nasce di mirabolani embraci e gli àlbori che fanno il pepe sono domestici e ànno d’ogni frutte e di uccelli divisati (diversi) dai nostri salvo la quaglia; li pipistrelli vi sono grandi come astori e tutti neri come corvi. Qui àvvi bestie divisate dalle nostre , ch’egli ànno lioni tutti neri e pappagalli di più fatte e molto belli a vedere ; e vi à paoni e galline più belli e più grandi de’ nostri.

Per quanto riguarda i pipistrelli, può confermare anche la mia bambina che rimase terrorizzata al vederne l’enorme numero in una immensa caverna, appesi in alto come galletti spennati in una polleria, mentre per quanto riguarda la grandezza dei polli veri, devo invece rimandare ad una serata trascorsa in un vecchio hotel coloniale vicino a Mahabalipuram nel Tamil Nadu, dove, unici ospiti ad un tavolo su un prato all’inglese apparecchiato nel patio, ci parve esagerata la proposta di un pollo Tandoori a testa. In effetti erano gli unici animali praticamente privi di petto mai visti e dopo aver succhiato le magre coscette non rimase che concentrarci sul dal di lenticchie che lo accompagnava, servito con compunzione da camerieri vestiti da maharaja (per un piatto di lenticchie e cocco alla Tamil, guardate la ricetta da Acquaviva). Un altro punto che colpì Marco fu la strana mescolanza di sesso e religione che ammicca al turista da molte pareti, sotto forma delle sensuali sculture che adornano molti degli antichi templi induisti.
Cap. 176
Costoro non ànno per peccato veruna lussuria  e tolgono per moglie la cugina e la matrigna e cotale è il loro costume. E il re come vede una bella femmina o donzella, incoltamente  la vuole per sé e si ne fa quello che vole. E molte pulcelle sono offerte agli idoli e per loro ballano,  cantano e fanno feste.

La danza certo, è un altro dei patrimoni culturali di questo paese. Una danza che è allo stesso tempo, preghiera, racconto, festa e divertimento, sia che si assista alle storie sacre del Katakhali a Cochin o ai codificati movimenti del Baratha Natayam nel Tamil Nadu al ritmo delle tabla e dei vinah, oppure ai suoi eredi naturali, i film musicali di Bolliwood, passione sfrenata sia delle moltitudini nelle megalopoli, che dei cinema improvvisati all’aperto nei villaggi più sperduti tra le risaie del sud. Villaggi dove ancora oggi, se ci si ferma per mangiare qualche cosa nelle baracche lungo la strada che li attraversa, si devono utilizzare foglie invece dei piatti su cui posare le vivande cucinate nei grandi pentoloni nere delle cucine sul retro, in cui è meglio non buttare l’occhio.

Cap. 173
E non mangiano né in taglieri né in iscodelle, ma in su le foglie di certi àlbori, larghe, secche e non verdi, ché dicono che le verdi ànno l’anima, sicché sarebbe peccato.

Chissà se una bis-bisnonna della signora che ho fotografato qui a lato, nella sua capanna dove aveva la sua impresa familiare di produzione di piatti di foglia per il vicino ristorante, produceva le stesse forme per il nostro Marco? In otto secoli, la tecnologia non è cambiata, così almeno pare, anche se, a poche decine di chilometri di distanza, sorge una delle più importanti università che sforna ogni anno migliaia di ingegneri e di informatici tra i più reputati al mondo.


Refoli spiranti da: Marco Polo - Milione - Ed.Garzanti S.p.A. 1982



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domenica 17 luglio 2011

Il milione 50:Terre d'acqua e monsoni.

Costa del Malabar vicino a Trivandrum.

Cap. 170
Sadhu in un tempio del Kerala.
Quando l'uomo si parte dall'isola di Sella (Ceylon) e va per ponente 60 miglia, truova la grande provincia di Maabar, ch'è chiamate l'India magiore e questa è la miglior India che ci sia ed è de la terra ferma. E v'à sì grande caldo ch'è maraviglia e vanno ignudi salvo lor natura; e no vi piove se no tre mesi a l'anno, giugno, luglio e agosto e se no fosse questa acqua che renfresca, vi sarebbe tanto caldo che veruno vi potrebbe campare. Lo corpo di santo Tomaso apostolo è nella provincia di Maabar e vengono molti cristiani e saracini in pellegrinaggio.

Casa inondata dal monsone.
Ormai ci sentiamo anche noi sulla nave di Marco Polo che torna verso casa e lasciata l'isola di Ceylon risale la costa indiana del Malabar, ripercorrendo proprio la strada che io stesso feci tanti anni fa per concludere la vicenda che si è rivelata la più importante della mia vita e per questo mi è tanto cara. Ci fui in agosto quando davvero aspettavi ogni giorno l'acqua che rinfresca, quella razione di monsone che rende possibile la vita e ne fa una terra di acque come nessuna altra; dove ci si può spostare nelle backwaters su lunghe barche come un tempo vedendo la vita che scorre lenta attorno a te sui bordi dei canali, nelle capanne dai tetti di palma popolate da una umanità nuda con un piccolo straccio bianco attorno ai fianchi e ci fui in aprile, quando il caldo diventa davvero insopportabile e la gente è triste, bagnandosi nelle pozze fangose e nei fiumi quasi in secca, mentre, guardando le nuvole gonfie che passa nel cielo senza fermarsi, aspetta l'arrivo vivificante del primo temporale che segnerà l'inizio della stagione delle piogge. Anche oggi, questa terra che corrisponde grosso modo allo stato indiano del Kerala, è zona ad alta densità cristiana sia per l'arrivo su queste spiagge dei portoghesi che per la venuta storica di San Tommaso che vi portò la predicazione fin dal primo secolo. Allo stesso tempo è sempre la zona indiana più ricca ed evoluta e l'ultima volta in cui ci sono stato, sei anni fa, si nota di certo un benessere ed una qualità di vita superiore a quella del resto del subcontimente, certamente dovuta allo scambio commerciale incessante che, nei secoli, è avvenuto con il vicino oriente e che oggi è rappresentato dalle fortissime rimesse degli emigranti nel mondo arabo. 

Cap. 176-177
Racemi di pepe.
Qui à sì grande caldo ch'a pena si puote sofferire , che se toglieste un  uovo e metesselo in alcuno fiume, non andresti quasi niente che sarebbe cotto. Egli ànno grande mercato d'ogni cosa e spezia chè si à pepe e giongiove e canella e turbitti e garofano e spigo e il bucherame (cotone) più bello del mondo. Non ànno biada né grano, ma molto riso. Questo reame dura fino a una contrada che si chiama Comacci (cap Comorin) che sì è in India  e da la quale contrada si può ancora vedere alcuna cosa della tramontana e questo luogo non è molto domestico ma sente del salvatico.

Stampa a mano su cotone.
Una terra, il Kerala, straordinariamente verde di risaie e di canali segnati da file di palme da cocco, dagli odori e dai sapori forti, talmente forti che anche mangiare non è facile se siete di bocca dolce come me che disperatamente chiedevo di non mettere spezia alcuna nei piatti che si ordinavano, privilegiando ove offerto, il pollo arrosto. Ma bastava avvicinare alla bocca una cucchiaiata delle invitanti melanzane del contorno ed il fuoco vivo ti infiammava le mucose rendendole a lungo insensibili, anche se si tentava di allungare con grandi quantità di riso pilaf. Il cameriere allargava le braccia alle rimostranze, ribadendo che ne erano state messe solo un po' perché diversamente non sapevano di nulla. Una terra che finisce nel mare, una punta di roccia che è l'estremo sud dell'India, dove a stento la notte, riesci a scorgere la stella polare alle tue spalle, bassissima sull'orizzonte. Un promontorio, Cap Comorin o come lo chiamano laggiù, Kanya Kumari, davvero selvaggio e icastico allo stesso tempo, dove le acque dei tre mari si fondono assieme in un matrimonio mistico a rappresentare le tante anime indiane con i suoi estremismi e la sua sensualità trattenuta, la sua violenza a contrasto della sua natura mite, dove gruppi colorati di ragazze vanno a guardare l'infinito e a pregare per un matrimonio felice. Ramesh, il nostro autista, se le guardava compiaciuto e ridacchiava pensando ai suoi due figli maschi e a quel disgraziato di suo fratello che, avendo tre femmine, per sposarle decentemente, dando loro la dote adeguata, si sarebbe completamente rovinato.

Cap Comorin - Kanya Kumari

Refoli spiranti da: Marco Polo - Milione - Ed.Garzanti S.p.A. 1982


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