domenica 9 gennaio 2011

Il Milone 34: Tibet misterioso.


Sono ormai molti giorni che abbiamo lasciato il nostro Marco Polo, inviato del Khan, in giro per la Cina. Sappiamo che non è uno che stava con le mani in mano. Ed eccolo qua, lo abbiamo perso di vista per un attimo e lui già se ne va ad esplorare nientemeno che le desolate ed immense lande tibetane.

Cap. 114/115

..Tebèt è una grandissima provincia e l’uomo va per queste contrade 20 giornate e non truova né alberghi né vivande, ma deve portarne per sé e sue bestie, tuttavia trovando fiere pessime e molto pericolose...e v’à molte castella tutti guasti... la gente è idola e malvagia, che non ànno per niuno peccato di far male e di rubare e sono molto grandi ladroni e si vestono poveramente di canavacci e pelli e di bucherain…

Ora il giudizio che dà il nostro Marco sui tibetani è abbastanza tranchant, però è assai curioso che corrisponda appieno alla considerazione che degli stessi hanno i cinesi odierni, per non parlare dei loro vicini a sud, nepalesi e indiani. Dobbiamo ragionare su questo marchio di infamia che accompagna da sempre tutte le popolazioni nomadi del mondo, che sono viste dagli stanziali, come troppo liberi e per questo pericolosi a prescindere, a parte il fatto che gli stessi tibetani considerano la regione più vasta del loro territorio, la provincia di Kham, popolata di banditi e ladroni. La realtà è dunque che da sempre tra la Cina e questa sua regione (già allora inclusa e facente parte dell'impero) c'era una prevenzione di tipo etnico, cordialmente ricambiata dai tibetani stessi. Ma di certo quello che più colpisce il nostro esploratore sono esattamente le stesse sensazioni che attraggono il visitatore dei nostri tempi. Anche io sono rimasto attonito di fronte agli spazi sconfinati e deserti, al senso di abbadono di fronte alle costruzioni isolate abbarbicate ai crinali delle montagne, alla presunta selvaticità dei rari personaggi incontrati lungo le piste e gli alti passi. Una regione estrema dove con facilità la trascendenza ha la meglio sulla ragione e dove l'indimostrabile prevale e si rafforza aiutato dalla rudezza della natura che lo circonda.
Cap 114/115

…e quivi àe molti romitaggi
e badie e monisteri di loro legge……e questi fanno grande affumata dinnanzi agli idoli, di buone spezie e con grandi canti chè ciascuno à propria festa come li nostri santi… …e credon in idoli assai e strani e terribili…e ànno li più savi incantatori e strologi che siano, ch’egli fanno tali cose per opera di diavoli che non si vuole contare in questo libro che troppo maraviglierebbero…
Certamente questo è l'aspetto che più colpisce e affascina il viaggiatore, i templi, le statue terrifiche a loro guardia. Le leggende che li circondano e che lo fanno rimanere a bocca spalancata di fronte ai fuochi dei bivacchi, sorbendosi un delicato thé al burro rancido (spiegazione logica della riuscita di digiuni monacali prolungati che fa anche bene alle labbra vista la quota se riuscite a buttarlo giù) di fronte a racconti di miracolose levitazioni o di trasmissione a distanza del pensiero. Come ho già detto ho assistito anch'io a quest'ultimo miracolo telepatico, come da allegata prova fotografica.




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3 commenti:

Ambra ha detto...

Posti pieni di fascino e mistero.

Sandra ha detto...

Vorrei la macchina del tempo. Frase banale. Ma lo penso spesso.
Sono banale.....machìssene!

enrico ha detto...

@Ambra - sì, manca un po' il fiato ma se la prendi dolce non ci sono problemi.

@Sandra - Da quelle parti il tempo è un po fermo, immobile da secoli, se fai finta di non accorgerti delle pizzerie, della Coca Cola e i telefonini li prendi come manifestazioni di telepatia ti sembra di essere nella carovana di Marco Polo. Se poi ti fai piacere il thé al burro rancido entri completamente nel trip.

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