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lunedì 31 marzo 2014

Ancora a Saigon

Al tempio


Una scuola di Kung fu
Bisogna lasciare il delta. Gli obblighi del turista si scontrano inevitabilmente contro le pulsioni del viaggiatore che vorrebbe prolungare il tempo e gli stati d'animo, la voglia di non tornare più. Vorresti continuare la strada delle acque, rimanere in barca, navigare portato dalla corrente lungo i bracci dei nove draghi per raggiungere la promessa dell'odore tenue di salsedine che senti nell'aria, arrivare all'Oceano per perderti definitivamente. Le palme e le mangrovie scorrono lente e tu vorresti andare a sud, promessa eterna di mondi lontani e perduti, forse perdenti ma desiderabili. Trovare zanzare che non ci sono, il senso di selvatico ormai svanito. Vorresti proseguire il cammino fino alla punta estrema, c'è sempre una punta estrema che non si riesce a raggiungere, un'ultima Thule che rimane sogno irrisolto di un mondo perfetto che non esiste mai, ma che vorresti vero. Bisogna tornare invece, lasciare la barca, l'acqua le traversate in traghetto, le stradine di terra, i pomeli maturi ed i caschi di banane. Cerchi una scusa per rimanere più a lungo in un tempio a sentire monaci che salmodiando canti e preghiere, fanno vibrare diaframmi profondi. Poi la macchina riparte; altri paesi da attraversare, un grande ponte ad arco, immenso trionfo di cavi d'acciaio gettato su un mare di acqua, quasi un abnorme ripetizione mille volte più grande di quei ponticelli giapponesi a schiena d'asino, su uno stagno di ninfee. Tagli le risaie che diventano via via più grandi, non come quella del fratello di Hà, poco più di ottocento metri quadri con cui riesce a malapena a produrre il riso che basta a mantenere sé stesso; anche la moglie lo ha mollato, forse attirata dalle sirene della città, una vita troppo povera per resistere sempre a mollo coi piedi nel fango. 

Per le strade di Saigon
A poco a poco il traffico aumenta ed è di nuovo Saigon, polipo gigante dove l'acqua è sostituita dalla corrente infinita dei motorini, che ti prende e ti porta verso il centro, fluida ed inarrestabile. La sera scende rapida e puoi camminare nella notte ad ascoltare l'ansimare della città. Ormai hai acquisito dimestichezza e attraversi senza patemi, giri sui marciapiedi senza più urtare nessuno, ti senti molto più in sintonia che i primi giorni, puoi viverla quasi da abitante, apprezzandone meglio il movimento, che forse comincia ad apparirti meno convulso, tutto sommato non troppo angoscioso come in certe altre città cresciute troppo tumultuosamente. La vita dei marciapiedi è tutto sommato familiare, venditori, ristoranti di strada ed avventori, un popolo che passa il tempo su una riva mentre a fianco scorre il fiume. I giardini di notte non sono affatto angoscianti come in altri paese, ma pieni di vita, di gente che chiacchiera, che mangia, che passeggia. Negli spazi, gruppi di ragazzi che allenano il kung fu; sotto grandi gazebi, coppie che ballano il tango, scuole di danza improvvisate al suono di una radio messa per terra. La città continua a vivere e non ti dà nessun desiderio di ritirarti a dormire, anzi invoglia a scoprire punti nuovi di osservazione. Lungo i grandi viali spunta sempre in fondo, la enorme sagoma della Bitexco tower, dai profili evidenziati dalla luce, quasi un monito di futuro, appena stemperato dalla vecchia che sull'angolo frigge spiedini sulle braci di una carbonella antica. Certo, bisogna mangiare qualcosa, cerchi un ristorante ma non è mica una cosa facile. 

Dalla Bitexco Tower
E' pieno di gente, dappertutto c'è la coda che aspetta. E' pieno di ragazzi e di coppiette. E' San Valentino e la maggior parte delle ragazzine tiene in mano un mazzetto di fiori. Molti sono andati assieme al tempio a lasciare una preghiera, una piccola offerta, ad accendere un mazzetto di bastoncini di incenso, per chiedere fortuna, forse per cementare il loro fresco rapporto. Lasciano il motorino sul marciapiede e cercano in qualche modo un tavolo. Sono tutti pieni, ma i camerieri si danno da fare, corrono da ogni parte; come per magia compaiono altri tavoli ed altre sedie pieghevoli, che occupano spazi improbabili, tra i motorini parcheggiati, zoppicando alla meglio tra le sconnessioni delle radici degli alberi del viale, ostruendo passaggi ed entrate ai negozi. Senza pietà e senza alla fine impedire niente, chi vuole fa lo slalom ed entra lo stesso, nessuno si lamenta e la fiera continua a tutta birra. Piccoli uomini corrono dappertutto trafelati con piatti di noodles fumanti, ciotoloni di acqua bollente in cui gettare verdure, gamberi, fette di carne; i fritti sfrigolano, la birra schiuma, dappertutto una frenesia calma. Non hai voglia di andare a dormire, così continui a passeggiare tra i fumi degli scappamenti, pronto a trovare una scusa per rimanere sveglio ancora un po', a prendere un caffé al Trung Nguyen, dove fanno lo Special San Valentino con la cialda a forma di cuoricino. Chissà cosa direbbe zio Ho.

Notte a Saigon

SURVIVAL KIT

Trung Nguyen Coffee 34 Le Duan StreetHo Chi Minh CityVietnam - Una catena locale che si pone in concorrenza con Starbuks. Il caffé vietnamita è buono, i prezzi in linea con quelli che vogliono essere di un locale alla moda (anche se la metà del suo concorrente). Qui ne trovate una grande varietà di tipi e di presentazioni.



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venerdì 28 marzo 2014

La storia di zia Ncoc


La statua di zio Ho a Can Tho

Negozio di frutta a Saigon
Zia Ncoc se ne andata qualche anno fa. Per la verità non si sapeva bene neppure quanti anni avesse di preciso, perché veniva da un piccolo villaggio del delta e laggiù, all'inizio del secolo scorso, i bambini crescevano un po' selvatici tra le piene dei canali e nessuno andava a scuola, tanto meno le ragazze, figuriamoci se contavano gli anni. Però tutti i nipoti concordano sul fatto che sia morta con un gran sorriso sulle labbra, quando la trovarono al mattino senza vita, come se si fosse addormentata serena senza il problema di svegliarsi più. D'altra parte lei non si lamentava mai neppure dei dolori alle ossa che la facevano camminare un po' curva da molti anni ed era una presenza immutabile, seppure così minuta, sempre seduta in un angolo della casa, senza quasi dire parole. Quando si era sposata se ne era venuta col marito a stare a Saigon. La vita nel delta era difficile e faticosa e il signor Hò pensava che in città si sarebbe potuto vivere molto meglio, c'erano i francesi e giravano molti soldi anche se già c'era la guerra. Quando i francesi furono sconfitti e il paese si spaccò in due i due figli, che avevano avuto uno dopo l'altro, Hung e Minh erano già più che adolescenti. Le cose stavano prendendo una piega strana a Saigon e cominciarono ad arrivare gli americani. Hung era affascinato da quel mondo che sembrava nuovo, moderno e pieno di promesse ed essendo il primogenito, si infilò negli uffici del nuovo esercito che stava prendendo posizione. Era sveglio e cominciò a parlare inglese almeno per farsi capire. In breve fu arruolato a supporto dei nuovi arrivati e a fare la sua piccola carriera, mentre l'escalation procedeva serpeggiando. Minh, il più piccolo, invece era un carattere chiuso e poco espansivo e a scuola aveva solo amici come lui. Cominciò a partecipare a riunioni politiche che si tenevano di nascosto, terminate le lezioni, in vecchi magazzini un po' defilati e rimase subito affascinato dalle idee di uguaglianza e su cui battevano quelle persone che venivano da fuori per parlare con gli studenti. 




Preghiere in un tempio
Non gli interessavano molto i dollari che vedeva scorrere tra le mani del fratello, ma una sorta di orgoglio nazionalistico cominciava a serpeggiare in lui sempre più forte, fino a fargli considerare come un sopruso la presenza di quei ragazzoni dal collo rosso sempre sudati, che alla sera cercavano solo di bere birra e di portarsi a letto le ragazzine che si sdilinquivano loro addosso pur di scucirgli qualche biglietto verde. Quando le cose presero una piega più pesante e la nuova guerra cominciò a dispiegarsi chiaramente, dopo aver litigato a lungo col fratello, rimproverandogli di aiutare chi voleva distruggere il paese, una notte abbracciò zia Ncoc forte forte e uscì nell'oscurità, dove lo aspettavano un paio di ragazzi della sua classe. Se ne andarono verso nord e dopo qualche giorno per campi e risaie, sempre di notte passarono la linea di confine. Si arruolarono nell'esercito del nord, ebbero una specie di divisa, un cappello coloniale verde, un fucile e dopo un breve addestramento erano pronti a combattere. Lui, essendo di Saigon ebbe un destino già scritto. Dopo qualche mese, mentre i bombardamenti a nord diventavano sempre più frequenti, partecipò all'offensiva del Tet e vide morire i suoi amici, poi dopo una breve tregua, in quasi due mesi di cammino di notte nelle foreste, nei cunicoli nascosti, percorse tutto il sentiero di Ho Chi Minh e finì in un gruppo di guerriglia nel Delta, proprio dalle parti di Ben Tre, da dove veniva la famiglia, a pochi chilometri da casa. Per qualche anno fu un tira e molla terribile, si stava nascosti quasi tutto il giorno tra i canneti del fiume o in cunicoli stretti e profondi, per evitare bombe e napalm, poi quando gettavano il defogliante, il famigerato agente Orange, si cercava riparo ancora più sotto la terra, che rimaneva nuda e senza vegetazione. Di notte erano le truppe del sud a ritirarsi nei loro avamposti, chiusi nelle ridotte o sulle torri di osservazione. 

Un canale del Delta
Allora uscivano a riprendersi un villaggio, a cercare cibo, a parlare coi contadini che non si sapeva bene da che parte stessero. Ogni tanto si spingeva fino ad entrare a Saigon, fingendo di portare al mercato un carretto di ananas o di papaye. Arrivava dietro casa ed entrava di nascosto. Abbracciava la madre che ogni volta piangeva a dirotto, ma piano piano, per non farsi sentire da fuori. Zia Ncoc era terrorizzata che il figlio fosse preso e gettato in una delle prigioni di Thieu o portato nei campi sulle isole di cui si dicevano cose terribili o che peggio, si trovasse un giorno faccia a faccia col fratello in mezzo alle risaie a spararsi l'un l'altro. Minh la abbracciava stretta, le diceva di stare tranquilla che la fine della guerra era vicina e poi filava via da dove era venuto. Anche Hung le diceva le stesse cose, ma intendendo un finale opposto al fratello e Zia Ncoc non era contenta, continuava a piangere perché ognuno dei due finali avrebbe significato cose tristi per almeno uno dei suoi due figli. Una volta Hung rientrò prima e sorprese Minh che parlava con la mamma. I due si guardarono come se fossero due estranei, poi cominciarono a gettarsi l'un l'altro le recriminazioni più dure. Minh aveva tra le mani la lunga baionetta che portava sempre su di sé e si gettò sul fratello che estrasse la pistola di ordinanza con gli occhi carichi di odio. Zia Ncoc si gettò tra i due disperata, si mise in ginocchio, pregò, pianse e supplicò fino a che Minh raccolte le sue cose scappò dalla porta del retro mischiandosi alle ombre della notte. Nei mesi successivi, stette bene attenta e quando arrivava, silenzioso come un gatto nel cortiletto, lei lo nascondeva, bene attenta a non farli più incontrare. Intanto le cose volgeva al peggio a Saigon. La guerra aveva preso una piega inarrestabile, tutti avevano ormai capito come sarebbe finita e gli americani cominciarono ad abbandonare il campo. Tra chi gli aveva aiutati serpeggiava un malessere sempre più profondo, capivano di essere stati abbandonati e mescolavano quindi allo stesso tempo odio verso chi lasciava il campo in rovina e disperata richiesta di aiuto. 

Vita nel Delta
A questo si aggiungeva la paura per quello che sarebbe potuto succedere non appena il nuovo esercito e il potere del nord sarebbe arrivato a fare giustizia di chi aveva collaborato con gli invasori. Si parlava di stragi terribili, un bagno di sangue vero e proprio nelle zone già liberate. Queste per lo meno erano le voci che metteva in giro il regime morente. Bisognava cercare di fuggire. Hung ottenne da un comandante di San Francisco un foglio che gli accreditava meriti per avere aiutato gli americani e con quello cercò un passaggio per le navi che stavano abbandonando il paese. Ma non era così facile, nel fuggi fuggio generale, mentre cadevano le bombe, si scatenarono gli appetiti più maligni e voraci. Anche nel disastro c'era chi sapeva approfittare delle situazioni che si erano create  e ci volevano soldi, molti soldi, per avere un posto verso la salvezza. Tutta la famiglia si attivò per salvare il figlio compromesso, vendettero tutto. Zia Ncoc portò i suoi orecchini d'oro, l'ultima cosa che possedeva, la casa se ne era già andata, alla sorella in cambio di un ultimo mazzetto di biglietti verdi. Con tutto quello che riuscì a raccogliere e una piccola valigia piena di niente, Hung riusci a trovare un posto su uno degli ultimi aerei che, in quel terribile aprile di attesa e di paura, lasciarono Saigon, verso l'America, verso la salvezza. Nessuno seppe più nulla di lui, ma zia Ncoc era finalmente contenta, figlio era salvo, libero e felice, l'altro sarebbe arrivato vincitore. In quella fine di aprile del '75 carica di attese, Minh entrò in città con le prime truppe, accolto dalle feste di gioia della popolazione. Abbracciò la madre serena finalmente per il fatto che entrambi i suoi figli erano salvi e la guerra era finita. Non ci fu bagno di sangue e le cose presero il loro verso; certo furono anni di fame e miseria, ma la famiglia a poco a poco si riprese, Minh stava diventando importante e aveva incarichi via via più prestigiosi, il futuro non era poi così brutto e Hung in America era di certo diventato ricco e finalmente tranquillo. Gli anni passarono in fretta e la famiglia si arricchì di nipoti e della serenità di una vita normale, ma zia Ncoc aveva sempre il tarlo nel cuore del suo figlio lontano, che certo se la passava molto meglio di loro, ma di cui non sapeva più nulla. 

Traffico a Cam Tho
Minh non parlò mai più del fratello lontano, si sentiva tradito come vietnamita da quella fuga, anche se questo intristiva la madre. Poi, dopo il disgelo degli anni '90, il secolo di guerre finì e col nuovo millennio arrivò una lettera dagli USA. Hung era ancora vivo certo, ma aveva avuto una vita triste e malandata, era malato e prima di morire avrebbe voluto rivedere almeno una volta sua madre, il padre era già morto qualche anno prima, ma era talmente povero da non potersi pagare il viaggio fino alla vecchia patria di origine. Zia Ncoc pianse molto. Rimaneva seduta per ore sulla sua piccola seggiolina in fondo alla cucina con quella lettera tra le mani ormai consumata dalle lacrime. Gettava di tanto in tanto verso il figlio Minh uno sguardo di supplica, una richiesta di aiuto muta che lui non raccoglieva. Anzi, si girava dall'altra parte con un moto d'ira repressa. Ci mancava ancora che lui aiutasse quel traditore. Zia Ncoc diventava sempre più piccola e curva. Un giorno Minh arrivò a casa più presto del solito dal ministero dove ancora lavorava e con un movimento brusco gettò sul tavolo una busta che conteneva il biglietto e i documenti necessari. Hung arrivò dopo un mese. Tutta la famiglia tranne Minh, lo andò a prendere all'aeroporto. Era molto invecchiato, curvo e malato. La madre se lo coccolava con gli occhi e non riusciva a staccarsi da lui, gli accarezzava le mani, gli parlava piano all'orecchio, dicendogli cose che nessuno sentiva. Quando arrivarono a casa c'erano anche tutti i vicini, una gran confusione, Minh se ne stava appartato e seduto in fondo al giardino senza partecipare. Quando tutti se ne andarono, Hung andò anche lui a sedersi su una panca sotto l'albero di frangipane appena fiorito. C'era un bel profumo nell'aria. Rimasero soli, muti, guardandosi a lungo negli occhi. Nessuno aveva cuore di disturbarli. Dopo più di un'ora zia Ncoc prese il vassoio del the e uscì da quella porticina del retro da dove il suo ragazzo scappava nella notte, tanti anni prima e lo portò sul tavolino di pietra. Li trovò abbracciati e muti. Pianse molto zia Ncoc, ma questa volta pianse di gioia, anche se fu triste quando Hung se ne ritornò in America. Poi per gli anni che ancora le rimasero non pianse più e quando se ne andò, quel mattino di primavera, trovarono tutti che aveva davvero un bel sorriso e che, nonostante l'età, quasi non si vedevano le rughe.


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giovedì 20 marzo 2014

La famiglia Cong

Saigon - Palazzo della riunificazione
Già. I giovani di oggi faticano a raccontarti le storie del passato. O non le conoscono o a loro non interessano. Hanno altro a cui pensare, il loro futuro, sempre incerto per cui combattere. E' lì che bisogna indirizzare le energie. Le storie di un tempo le lasciano ai vecchi, loro sì che sono sempre pronti a raccontarle. Anche troppo pensano i ragazzi. Per te invece, che te li senti più vicini, almeno per un senso generazionale, è un piacere starle ad ascoltare queste vecchie storie, un po' romanzo, un po' telenovelas, di quelle che fanno inumidire il ciglio alle casalinghe di Voghera. Quella della famiglia Cong, per esempio. Molto spesso si pensa che le vicende di una vita siano sempre condizionate dalle scelte personali, ma spesso non è così. A volte sono gli eventi che ti trascinano in una direzione più che le convinzioni personali. Il signor Cong era giovane quando la guerra con gli americani cominciò a subire quella che noi chiamammo escalation. A Saigon i ragazzi furono chiamati a svolgere il servizio militare. così lui si trovò per obbligo o per caso ad essere arruolato nell'esercito del Sud. Qualche suo amico, con idee più decise, scappò verso Hanoi e cominciò a combattere dall'altra parte. Era così a quel tempo che andavano le cose, per una combinazione o per un'altra, magari per il caso in cui ti trovavi in quel posto e in quel giorno, saresti poi finito, senza essere tu a scegliere da una delle due parti della barricata. In fondo il signor Cong non ci stava male nell'esercito, aveva compiti esclusivamente di approvvigionamento, da noi si direbbe che era in fureria. Nel frattempo si era anche sposato con la ragazza che abitava nella sua strada e sulla quale aveva messo gli occhi fin da ragazzino. Cominciavano ad arrivare figli, mentre la guerra cresceva di intensità. 

Le cose però non andavano per niente male, grazie all'imponente afflusso di materiali che arrivavano da oltre oceano, c'era da fare per tutti a Saigon e anche senza volersi buttare in affari illeciti, la famiglia Cong non soffriva certo la fame, anzi si può dire che aveva un minimo di agiatezza, una casa e di che vivere tranquillamente. Poi a poco a poco le cose cominciarono a precipitare; i Vietcong erano alle porte finché quella mattina di fine aprile, l'Esercito di liberazione entrò a Saigon. Il signor Cong, come tutti quelli che avevano lavorato a vario titolo con gli americani erano terrorizzati. Ci sarebbe stato il temutissimo bagno di sangue di cui il regime propagandava l'inevitabilità, per mantenere alte le difese? Come molti, il signor Cong scelse di nascondersi in attesa degli eventi. Mentre la moglie con i sette figli rimaneva a guardia della casa, lui se la filò attraverso le linee, fino ad un villaggio sugli altipiani. Lì abitavano certi parenti. Il villaggio era nella zona comunista e di certo lo avrebbero nascosto senza suscitare troppi sospetti in attesa di vedere come sarebbero andate le cose. A Saigon intanto non c'era stato nessun bagno di sangue, anzi il nuovo potere aveva iniziato una politica di riappacificazione, dichiarando che i fratelli che avevano sbagliato schierandosi con gli americani, lo avevano fatto perché ingannati e che dovevano essere capiti e perdonati, certo dopo un piccolo periodo di rieducazione, purché si presentassero ammettendo il loro errore. Molti, come il signor Cong, non si fidarono e rimasero nascosti. Molti altri si presentarono nelle caserme e dopo una settimana di chiacchiere e di ammissioni di colpe se ne tornarono a casa, reintegrati e perdonati. 

Il signor Cong era in mezzo al guado, ogni giorno con il pigiama nero da contadino se ne andava nella risaia dei parenti a trapiantare riso, in attesa di notizie dalla capitale, che la moglie gli faceva arrivare tramite conoscenti fidati. Sembrava che tutte le paure fossero fugate e quasi quasi il signor Cong pensava che sarebbe stato meglio tornare e consegnarsi, prima che scattassero le sanzioni che il regime minacciava verso i cosiddetti "ostinati". Ma pensa e ripensa, non son mica decisioni facili da prendere, un bel giorno ecco che in fondo alla risaia arriva un plotoncino di militari con le fasce della polizia che da lontano gli gridano il suo nome. Butta la zappa dal manico corto nell'acqua e comincia a correre nel fango, per scappare verso il bosco in fondo alla risaia, di là potrebbe arrampicarsi sul fianco della montagna; la frontiera con il Laos non è lontana. Corre con il cuore in gola, il fango gli rallenta il passo, sembrano mani e artigli che afferrano le gambe e lo tengono incolato al fondo. Ansima, incespica, cade lungo disteso, faccia nell'acqua piena di alga verde, che non lo lascia respirare, non riesce nemmeno a vedere quegli uomini che corrono sull'arginello più sodo, lo circondano in breve, lo prendono, lo portano via. Si vide perduto, già morto o rinchiuso in qualcuna delle cosiddette gabbie di tigre che usavano i suoi e di cui, per la verità aveva sentito solo parlare. Lo caricarono su un camion un po' scassato su cui viaggiò per un giorno intero insieme ad altri disgraziati come lui, presi qua e là per le campagne, dopo che qualche "caro amico" li aveva denunciati, anche senza motivi particolari, per livore verso i vicini o per semplice accidia personale. 

Arrivarono al campo che era ormai notte e assieme ai suoi compagni di sventura si buttò su un giaciglio di una delle baracche che stavano raggruppate in fondo alla grande spiazzo centrale. Non sembrava una prigione però e già il giorno dopo capì assieme ai compagni che forse le cose non si mettevano male. Ci stette sei mesi nel campo, più che altro noia e scarsità di cibo, cosa del resto comune a quel tempo in cui tutto il paese cercava di ricostruirsi dopo le devastazioni della guerra. Un paio d'ore al giorno di lezioni di educazione, dove un ragazzo spiegava la linea politica, evidenziava dove avevano sbagliato, perché erano stati ingannati e quanto il nuovo regime comprendeva gli errori ed era disposto a perdonare chi li avesse riconosciuti e si fosse messo al servizio del nuovo corso. Sembrava di essere a scuola nei piccoli banchi stretti che erano stati di una scuola di paese. Il signor Cong non era certo stupido e seguì l'onda con fervorosa accettazione, ammise le sue "colpe" forse andando anche al di là della realtà per dare maggiore credibilità, così quando tornò dalla sua famiglia, che non aveva più avuto notizie e lo credeva morto, fu accolto con grande sollievo e si capì che, anche se il benessere passato era in gran parte perduto, quello che contava era la ripresa di una vita normale, facendo alla fin fine, più o meno le stesse cose che faceva prima. Gli anni sono passati tranquilli, certo molto difficili e pieni di privazioni i primi, poi a poco a poco sempre migliorando, con i figli che crescevano e cominciavano a lavorare, le opportunità che diventavano sempre più possibili, la vita che scorreva via via più facile. 

Il signor Cong è diventato un po' filosofo. E' ormai convinto che le cose capitino un po' per caso, un po' per karma, bisogna non affannarsi troppo e cercare di comportarsi in maniera eticamente accettabile, un po' Tao, un po' Confucio, un po' Buddha, come prevede la religione vietnamita, ma sempre pensando alla protezione degli antenati. I figli ormai sono tutti sistemati e ha una serie nutrita di nipoti, alcuni già grandi. Con le figlie, ne sono arrivate un altro paio dopo la guerra, è stato ragionevolmente severo, perché le ragazze devono stare attente, che gli uomini sono dei balordi, forse si riferiva a qualche ricordo particolarmente sgradevole del passato, così ha insegnato loro l'aikido che aveva praticato a lungo nell'esercito. Essere buoni sicuro, ma sapersi difendere innanzi tutto. Adesso va a dormire presto alla sera, vorrebbe raccontare qualcuna delle storie del passato, di quando bisognava andare a cercare qualcosa da mangiare nei prati intorno alla città perché non c'era più niente o di quando le cannonate tambureggiavano per tutta la notte e nessuno riusciva a dormire o della paura che non ti lasciava neanche pensare, chino col cappello a cono, con i piedi nel fango a trapiantare riso. Ma i nipoti non hanno più voglia né tempo per ascoltare queste vecchie storie, devono postare cose su facebook e guardare i video su Youtube di Ho Ngoc Ha o di Dam Vonh Hung, l'icona pop del momento, che piace tanto alle ragazze romantiche quando vanno alla sala karaoke. Allora, tutte le sere, dietro la testa sulla parete in fondo, un bel ritratto di zio Ho Chi Minh sorridente, gioca a scacchi, con un vicino che era stato Vietcong dalle parti del delta, pensando a lungo prima di muovere, perché è sempre più convinto che ogni azione vada valutata bene prima di farla. 



Partite dal minuto 3.30

E questa è Ho Ngoc Ha:


 Poi sentite un po' questa che sorpresina, (perché anche in Vietnam, The Voice va per la maggiore!):

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martedì 18 marzo 2014

Religioni


Il tempio principale della religione Cao Dai

La facciata
Certamente, visitando i diversi templi sparsi per la città e, nei giorni successivi, quelli del resto del paese, li trovi sempre pieni di gente che prega, che offre bastoncini di incenso e brucia soldi finti negli appositi bracieri. Anche le chiese cattoliche sono molte e tante ne vedi in costruzione, d'altra parte il cristianesimo risulta la seconda religione del paese quasi il 10% della popolazione. Insomma, nonostante un regime politico ufficialmente ateo, la gente sembra crederci, anche se, contrariamente ai paesi vicini, non vedi mao monaci in giro. La sensazione, come ho già detto, è di una credenza popolare più volta verso la superstizione addizionata ad un culto sincero verso gli antenati della famiglia, da onorare e ricordare e un generalizzato senso che qualche cosa ci sia, quindi meglio non mettersi contro nessuna di quelle forze incontrollabili e superiori che governano il mondo, anche nelle forme più esteriori. Proprio per questo sembra dominare un senso di sincretismo che accetta e ingloba un po' tutto; includendo in fondo non si sbaglia mai. Così se volete una dimostrazione di questo assunto non dovete perdervi una visita a Tay Ninh, a un centinaio di chilometri ad ovest di Saigon, dove ha sede quello che si potrebbe definire come il Vaticano di una religione di cui, scommetto, la maggior parte dei miei lettori non ha mai sentito parlare. Si tratta del Caodaismo, un credo che rappresenta pur sempre quasi il 3% della popolazione. Questa setta sincretistica nata nel XX secolo, ha avuto anche una notevole importanza politica, con una sua propria milizia apertamente schierata contro i francesi, assieme a quella dei buddhisti Hoa Hao, altra setta unicamente vietnamita e poi successivamente  schieratasi come terza forza durante la guerra con gli americani. Bisogna sempre ricordare che questa provincia fu uno dei punti più caldi della guerra. 

Alti gradi del Caodaismo
Qui finiva il sentiero di Ho Chi Minh e la zona fu teatro di violentissimi combattimenti. Anche durante la guerra successiva con la Cambogia, tanto per non farsi mancare nulla, la zona fu devastata da atrocità sui civili. A causa del mancato sostegno al Fronte, le proprietà Cao Dai vennero confiscate dopo la liberalizzazione, ma successivamente la normalizzazione riportò tutto come prima e il culto riprese in pieno. Ma di cosa si tratta esattamente? Il fondatore Ngo Minh Chieu, era uno spiritista che vantava un contatto con gli spiriti dei morti, cosa a cui i vietnamiti sono molto sensibili e radunò tutti i credi in un'unica religione onnicomprensiva partendo dall'assunto che ogni tempo ha i propri uomini eccezionali che predicano per il bene dell'uomo. Unendo la cosiddetta triplice religione del Vietnam, il misto tra Taoismo, Confucianesimo e Buddhismo alle credenze ancestrali del paese, un animismo che si fondava sul culto femminile delle ninfe dei boschi e delle sorgenti, il Cao Dai (la torre elevata) comprende tutte le manifestazioni religiose successive, dal Cristianesimo all'Islam, unito perché no, all'illuminismo laico. Non per nulla il mistico Ngo aveva studiato alle scuole francesi. Tutto è fondato sull'idea della persona buona che evitando le male azioni può liberarsi del ciclo delle reincarnazioni, mentre le anime dei morti interpellate con apposite sedute spiritiche aiutano i vivi consigliandoli come bene agire. Dopo le prime due fasi delle rivelazioni, a cominciare da Lao Tse, e poi Buddha, Confucio, Mosé, Gesu e Maometto, è seguita una terza fase in cui gli spiriti nobili, che rimangono in contatto con noi durante le sedute, aiutano i fedeli costantemente. 

Una dei cardinali donna
Tra questi, gli occidentali Giovanna d'Arco, Shakespeare, Lenin, e udite udite Victor Hugo, che appare spesso e per questo è stato insignito dell'incarico postumo di missionario all'estero per propagandare il credo. La sede è nel villaggio di Long Hoa, pochi chilometri fuori città, in una enorme superficie ricca di giardini e costruzioni coloratissime che fa pensare tanto al Tiger Balm Garden . Ci arrivi dopo aver sfilato le infinite risaie che si allargano a perdita d'occhio, non appena abbandoni la congestionata periferia di Saigon. A poco a poco, i nuovi capannoni industriali, si diradano; gli scheletri dei palazzoni non finiti cessano di puntare verso il cielo le dita di cemento e ferro che comincia ad arrugginire e lo spazio si dilata, gli argini di terra racchiudono spazi grandi e piccoli e l'uomo e soprattutto le donne col cappello a cono, chine nel fango ne ridiventano protagoniste. Ti accorgi di essere arrivato, non solo per le cancellate e gli ingressi colorati e barocchi, ma per i gruppi di fedeli che bardati da lunghi sai bianchi, si dirigono verso la funzione del mattino. Nei giorni festivi i fedeli sono alcune migliaia. Non puoi non rimanere impressionato da questa massa di paramenti colorati a seconda della tendenza, giallo per Buddha, rosso per Confucio, blu per Laotse. Anche gli elaborati cappelli e tiare identificano i diversi gradi. Il tempio principale è spettacolare. Ispirato alle chiese francesi, con due grandi campanili esterni sulla facciata, oltre alle simbologie onnicomprensive, croci, guglie, cupole e mezzalune islamiche, sole e stelle, animali fantastici, è una esplosione di colori smaglianti. 

La navata centrale del tempio
L'interno poi, con la sua fuga di  colonne attorcigliate dai dragoni, ti stupisce per la vastità. Dalla balconata superiore, sotto la volta stellata, rimani attonito a contemplare la vastità dello spazio che a poco a poco comincia a riempirsi. Gli uomini da destra, le donne da sinistra, i fedeli sfilano ordinati andando a riempire i posti evidentemente assegnati con cura e dipendenti dal grado e dalla posizione nella scala gerarchica della setta. Man mano che si  avanza verso il centro ed il fondo della chiesa, noti vestiti e copricapi più elaborati. Una donna anziana completamente coperta da un velo bianco, evidentemente uno dei gradi più alti, è al centro quasi vicino alla enorme sfera blu ricoperta di stelle che troneggia a mezz'aria verso il fondo della sala, sotto la cupola del paradiso. Su tutto, dai lati alle finestre così come sul fondo, il triangolo simbolico dentro al quale campeggia l'occhio vigile della divinità, una sorta di logo del grande fratello. Poi il rituale segue il suo corso scandito dai gong, dalle campane e dai colpi di tamburo, preghiere, invocazioni, canti che tutta la comunità esegue al suono discreto di un gruppo di strumenti tradizionali, piazzati in alto in una sorta di palco. Rimani in ascolto quasi estatico, come capita in tutte le manifestazioni di profonda religiosità. Chi crede profondamente contagia gli astanti qualunque siano i suoi miti. La cerimonia si dipana in tutte i suoi momenti istituzionali, poi dopo un'oretta, i gruppi escono in file ordinate, fermandosi a chiacchierare fuori dall'edificio, come da noi sul sagrato dopo la messa. 

L'occhio di Dio
Poi tutti se ne vanno alle loro case, lasciandoti una gran sensazione di pace, tra fiori e colori sgargianti, un po' santuario, un po' Disneyland, un po' carnevale, un po' festa del paese. Rimani ancora fuori del tempio a cercare di capire, sotto il grande affresco, circondato da fregi rococò, che raffigura i tre firmatari della Terza Alleanza con Dio. Il fondatore del socialismo in Cina, il dottor Sun Yat Sen che tiene il calamaio, il maggiore poeta del Vietnam, Nguyen Binh Khiem con un pennello da scrittura e Victor Hugo con la feluca da ambasciatore e la penna d'oca in mano, tutti con regolare aureola, che scrivono in cinese e francese: "Amore e Giustizia" e "Dio e Umanità". Quando te ne vai, per ributtarti nel caos del traffico, lasci tra gli immensi spazi, i vialetti delimitati da siepi curatissime, le piccole costruzione colorate e isolate tra gli alberi bassi, una sensazione di tranquillità serena. Il tempo per parlare con i morti è comunque limitato, bisogna tornare alla vita di tutti i giorni, alla realtà quotidiana, come sembrava suggerire, questa mattina alle 6, in albergo, mentre scendevo in ascensore, con uno sbadiglio a 32 denti, una ragazzina che faticava a tenersi in piedi su zeppe rosse con tacco 15 a stiletto, cercando di riaggiustarsi il trucco, dopo aver finito il suo lavoro. 

I firmatari dell'alleanza.
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SURVIVAL KIT 8

Arrivare a Tay Ninh coi mezzi pubblici è un problema, per cui io consiglierei caldamente di prendere un giro organizzato, direttamente dal vostro albergo, con una decina di $, oppure attraverso Asiatica Travel (www.asiatica-travel.comche ho usato io e che dà un ottimo servizio. Si parte al mattino per arrivare per la funzione di mezzogiorno, poi, generalmente questa meta è abbinata alla visita dei tunnel di Cu Chi che è sulla strada di ritorno al pomeriggio. Se siete della mia stazza, come giro vita intendo, potete saltare questa tappa, in quanto i tunnel sono talmente stretti e piccoli, più di quello della piramide di Cheope per intenderci, che non riuscirete neanche ad entrare. E' comunque esaustivo di quanto potesse essere la qualità di vita dei Vietcong durante gli anni di guerra. 

Tra Cu Chi e Tay Ninh si trova Trang Bang, la località dove fu scattata la fotografia simbolo dlla guerra del Vietnam, quella della bambina che fugge nuda ustionata dal napalm, che a quel tempo qui cadeva dal cielo a fiumi, ma per la verità, sul luogo non rimane niente da vedere.

Poco più in là potete raggiungere il confine cambogiano di Moc Bai (per andare o arrivare in pullman da Phnom Penh) Zona tax free dove vanno tutti a fare acquisti, oppure per passare il confine e gettarsi nella jungla dei casinò di Bavet. Anche i vietnamiti vanno pazzi per il gioco d'azzardo come i cinesi.

Per chi ha tempo si può trascorrere una giornata nel parco a tema di Dai Nam (50.000 dong) una Disneyland buddhista a tutto tondo. Vicino laboratori di oggetti laccati.



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lunedì 17 marzo 2014

Un passato di guerra?



La sala delle udienza al Palazzo della Riunificazione - Saigon

 
Saigon - Un set per la strada
Per quelli della mia generazione, la parola Vietnam evoca ricordi precisi, niente esotismo e paradisi tropicali, ma cortei contro la guerra, gli invasori americani, Apocalyps now, l'epopea di un un popolo che si batte contro un Golia armato di tutta la tecnologia moderna e che viene alla fine sconfitto e costretto ad una fuga vergognosa. Quindi un viaggio in Vietnam si porta con sé in primo luogo l'aspettativa di ritrovare atmosfere di quel tempo lontano, disperati racconti di guerra e rivisitazione di luoghi topici, di battaglie e di sofferenze. Volevo passeggiare in via Catinat e fermarmi ancora una volta alla terrazza dell'hotel Caravelle per guardare le ragazze in aodai bianchi che vedeva passare Terzani sulle biciclette nere o bermi una birra all'hotel Continental dove alloggiava Greene alla camera 214, mentre stendeva il suo Americano tranquillo. Forse mi illudevo di ritrovare facilmente queste atmosfere epiche, senza ricordarmi che ormai sono passati quaranta anni e la maggior parte delle persone che incontrerò in questo viaggio, allora non erano ancora nate e i racconti di guerra li hanno soltanto sentiti raccontare da qualche familiare, come tutti i giovani sicuramente con qualche moto di fastidio. Per loro è storia e i tunnel di Cu Ci sono soltanto un luogo dove far infilare turisti curiosi che vogliono provare per qualche minuto come poteva essere una vita da topi che durò per anni. Io no, non ci entro neanche dentro a quei cunicoli, la mia pancia mi avrebbe impedito una vita da Vietcong. Oggi Good Mornig Vietnam è soltanto una scritta sulle magliette per turisti nostalgici, figli dei fiori bolsi e ingrigiti che vorrebbero indietro un pezzo di gioventù perduta o forse neanche vissuta, ma solo sentita raccontare sul ritmo di una chitarra scordata, mentre cercavano di accalappiare qualche compagna di scuola durante le prime occupazioni.

Il Gloden Dragon Water Muppet Show - Saigon
Adesso ti rimane soltanto la possibilità di passeggiare all'interno dei grandi spazi del Palazzo della Riunificazione, fermarti sul tetto e immaginare quel carro armato che in una Saigon deserta, con gli abitanti rimasti chiusi dietro le finestre delle case mute in attesa, arrivava davanti al cancello per abbatterlo e quel soldato, simbolo di un intero popolo che salì le scale di corsa del palazzo semiabbandonato per arrivare alla terrazza, proprio dove sei tu in questo momento a dispiegare la grande bandiera rossa con la stella gialla, il simbolo della liberazione. Il resto, le foto impolverate, i bunker sotterranei, le stanza del potere arrogante, non possono più dare emozioni. Solo il ricordo di quel gesto può rimanere vivo nella memoria di chi, quel momento lo ha vissuto, in qualunque parte del mondo fosse. I ragazzi di Saigon diventata Ho Chi Minh e adesso ridiventata Saigon, lo leggono solo sui libri di storia, non ci può essere la stessa emozione, non sarebbe logico. Scivolano nei grandi viali sui motorini a cercare di non lasciarsi scappare il futuro. Così davanti alla cattedrale, una modella in lungo abito rosso è circondata dai fotografi che scattano con le loro Nikon professionali. La Posta centrale, il bell'edificio progettato da Eiffel è pieno di negozietti per turisti e le ragazze in aodai le trovi solo più a strapparti il biglietto al teatro delle marionette sull'acqua. Rimani un'oretta a goderti la loro musica tradizionale, a sorridere come un bambino davanti a questo spettacolo delizioso delle figurine di legno che escono dalle cortine e si muovono a tempo di musica, ballano, si rincorrono, sollevando spruzzi di acqua e quando alla fine il nutrito gruppo che le ha mosse, immerso nell'acqua fino alla vita, esce fuori a godersi un applauso meritato, vorresti che l'atmosfera di favola non fosse ancora finita. 

Bitexco Financial Tower - Saogon
La sera sta per scendere sulla città inquieta. Non ti rimane che passeggiare per le strade, comprare un mango maturo al mercato della frutta o un grande pomelo verde giallo, guardare i ragazzi che corrono nei giardini del parco, fino a che non arrivi davanti al simbolo della Saigon di oggi, quella per cui la guerra è solo un ricordo lontano, i nemici di ieri sono solo interessanti investitori da invitare a partecipare alle nuove opportunità, a contribuire a far crescere quel paese che hanno dovuto abbandonare in tutta fretta volendo conquistarlo con la forza e rioccupandolo adesso, invitati a farlo, con la loro potenza commerciale degli Starbucks, dei KFC, dei fast food di Hamburger. Troneggia sicura di sé, la vedi da ogni parte della città, obelisco orgoglioso del moderno, degli affari, della ricchezza da esibire come simbolo del successo personale. La Bitexco Financial Tower, oltre 260 metri di vetro che forano orgogliosi le nubi basse del cielo. Voleva esser un bocciolo di loto con le sue forme arrotondate e le sfumature verde chiaro, i suoi detrattori lo vedono invece come uno scaffale di design con un CD inserito al 60esimo piano, la pista per gli elicotteri. Certo anche nel bar del 62esimo, ci trovi un piccolo tempietto con le offerte di frutta davanti alla statuetta, ma ad un certo punto, il cameriere ci passa davanti e prende dal cesto un ananas per fare una spremuta, il Buddha non si offenderà, anche lui è pragmatico, la roba non si spreca, l'offerta era simbolica e quello che conta è il pensiero, d'altra parte in cucina gli ananas sono finiti. Ecco, qui respiri l'atmosfera cosmopolita di tutte le capitali del mondo e ti sorbisci un cocktail mentre, sotto di te, immensa, attorno alle anse dalle curve dolci come i fianchi di una concubina imperiale, si stende la Saigon di oggi, viva, nervosa, determinata, moderna che aspetta di capire cosa stia per succedere a quella che sarà la Saigon del futuro.

La posta centrale - Saigon

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SURVIVAL KIT 7

Per vedere tutta questa parte, diciamo storico/moderna della città potrete fare un itinerario a piedi di non più di tre o quattro chilometri nella zona di Dong Khoi vicino al fiume. Potrete partire dal parco 23/9 lungo la D.Pham Ngu Lao e il mercato Ben Thanh.

Percorrete anche la piccola via D. Le Khong Kieu, tutti negozi di robivecchi, con parecchi oggettini interessanti: Naturalmente senza farvi illusioni di trovare roba davvero antica.

Se no prendete dalla parte opposta la Dong Khoi (la vecchia via Catinat) dal palazzo della Riunificazione ((30.000 ingr. Dong, calcolate un'oretta) fino al palazzo della Posta, la Cattedrale, gli storici Hotel Continental e Caravell e il Brodard café (oggi Australian Gloria) per finire, dopo il mercatino della frutta alla Bitexco Tower. Non conviene prendere la salita per vedere il panorama, (200.000 Dong a testa) ma salire al bar del piano 62 dove con la stessa cifra vi potrete bere una birra o un cocktail che fa più fine. Splendida vista sulla cuttà.

Sempre nel distretto 1, se non andrete ad Hanoi, da non perdere il Golden Dragon Water Puppet Theatre, 3 spettacoli ogni pomeriggio di 45 minuti. Prezzi attorno ai 100/200.000 Dong a seconda dei posti, meglio stare un po' avanti, ma ci sono sempre tanti posti vuoti, così potrete scivolare avanti se il vostro budget vi concede solo posti in fondo. Comunque la platea è molto inclinata e si vede bene dappertutto.


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sabato 15 marzo 2014

Odori di incenso




C’è molto da vedere a Saigon. Comincerò dalla parte più segreta, un pochino nascosta, tuttavia, proprio per questo, ancora più fascinosa e stimolante. Sparsi per la città, sono moltissimi i templi della tradizione sino-vietnamita. Della religiosità in generale di questo popolo, argomento molto interessante,  vi parlerò magari un’altra volta, oggi vorrei soltanto assaporare i piacere della scoperta che si avverte andando a visitare qualcuno dei moltissimi edifici religiosi sparsi nei diversi quartieri della città, partendo dal più antico, la pagoda Giac Lam. Come tutti gli altri edifici religiosi antichi, anche questa costruzione, giace seminascosta nel verde dei giardini. In Vietnam il tempio non ha la visibilità arrogante dei suoi pari che sorgono nei paesi vicini. Niente portali colossali, tipici dei templi indù, nessun fasto e vastità di proporzioni di complessi quali Angkor Vat o dei grandi santuari buddisti himalayani, né la grandiosità delle mosche o la posizione centralmente comunicativa delle cattedrali cristiane e neanche i luoghi paesaggisticamente straordinari dei templi cinesi, giapponesi e coreani. Gli edifici vietnamiti sono sempre di dimensioni limitate e non invasive. Li devi cercare tra le case e mancano generalmente anche di alte guglie e pinnacoli per farsi notare da lontano. Gli ambienti sono scuri e inducono al raccoglimento intimo. 

Superi il cancello, ti perdi nel giardino ammirando le piante antiche ed le collezioni di bonsai  collocate tra le rocce, poi vai al di là della soglia addentrandoti in passaggi stretti che ti portano davanti all’altarino, alla divinità di tuo riferimento o al luogo di culto per gli antenati. Un mondo fatto di lacche rosso scuro e dorate, di rilievi di legno scolpiti, di statue che sorridono e richiedono offerte. Ed ogni spazio libero è infatti occupato da cesti di frutta, banconote di piccolo taglio, fiori e scritti, mentre i fedeli, incuranti di quanto li circondano, dispongono bastoncini d’incenso, pregano, chiedono grazie concentrati e convinti. In generale la visita ad un tempio si svolge attraverso un percorso che conduce davanti a tutti i punti chiave in cui il fedele eseguirà le sue preghiere. A GiacLam parti dal grande albero dell’illuminazione, nato da un frammento di quello storico di Sri Lanka e cresciuto a fianco al biancore abbacinante della grande statua della dea Quan la pura. C’è un totale sincretismo in questo come in tutti gli altri templi vietnamiti, dove troverai le dee ninfe dell’antica religione viet, mescolate ai simboli del tao, del Buddha e di Confucio. Rimani incantato davanti al grasso Buddha dell’illuminazione che gioca con cinque bambini, alle file di Bodhisattva dorate, all’altare ad albero con le luci colorate e le foto dei parenti malati per cui si chiede la grazia con le offerte. Tutto che ti appare all’improvviso mentre ti sposti tra le quinte delle grandi colonne di legno, una selva di tronchi, foresta colorata in cui muoversi alla ricerca del santo. 

Sullo sfondo, in molte ore al giorno, senti il suono ritmato del gong, dei tamburi, delle campanelle, una scansione del tempo che aiuta al raccoglimento. Nel quartiere cinese, il tempio della dea  Thien Hau, lo confonderesti con l’ingresso di una ricca casa del secolo scorso e infatti è stata costruita come tanti altri edifici di questo genere come centro di riunione della congregazione dei mercanti di Canton. La dea, appartenente al pantheon buddhista come protettrice dei naviganti, è molto popolare a Hong Kong e Taiwan ed il tempio è visitatissimo specialmente dai turisti provenienti da queste aree. Rimani fermo davanti agli altari, tra la barca sacra che la rappresenta, le statue delle ancelle, mentre dal tetto ricoperto da elaboratissimi fregi in ceramica verde, scendono le mille spirali di incenso che la fede dei visitatori fa appendere da un addetto tramite una lunga canna. Infine nel cuore del distretto 1, tra le vie della città vecchia il tempio più affascinate della città, quello dedicato all’Imperatore di Giada, uno dei simboli del Taoismo. Devi superare all’ingresso, lo sbarramento delle venditrici di tartarughine, che i fedeli liberano poi nella grande vasca centrale per augurare a sé ed ai propri cari la lunga vita simboleggiata dagli animaletti. Poi ti farai strada lungo un percorso in cui rimanere incantato davanti alle trine colorate delle piastrelle di ceramica del tetto, la selva di statue di dei grotteschi ed eroi fantastici, le figure femminile che rappresentano vizi e virtù di questo sesso, i pannelli dove il fedele guarda attonito cosa lo attenderà se peccatore nei dieci inferi, le raffinate sculture incise con i caratteri cinesi d’oro, fino ad arrivare alla statua ricoperta di abiti preziosi dell’imperatore circondato dai suoi due generali. Un rutilare di rossi e oro, di fumi di incenso, facendoti strada tra la folla di statue e di fedeli intenti a chiedere grazie e quando ebbro e confuso esci  in strada, quasi non ti accorgi del rumore, del traffico della città, delle grida dei mercanti, forse le stesse di quando è nato il tempio, della vita convulsa e reale che a poco a poco ti fa rendere conto che le ore sono passate ed è arrivato il momento di andare a mangiare.


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SURVIVAL KIT 5

Tempio dell’Imperatore di Giada – 73, D. Mai Thi Luu. E’ nel distretto 1 quindi facilmente raggiungibile a piedi
Tempio di Thien Hau – 710, D. Nguyen Trau. Nel quartiere cinese di Cholon, si arriva con un taxi don qualche dollaro.
Tempio di Giac Lam – 118, D. La Long Quan. A qualche km dal centro, circa 5 $ in taxi.


I templi principali da non perdere sono i 3 citati, ne esistono comunque numerosi altri come nel distretto 1 il tempio di Trang Hung Dao e quello diXa Loi. Nel quartiere cinese, molti templi costruiti dalle congregazioni dei commercianti delle varie città cinesi assieme alla moschea di Cholon. Nel distretto 11 il tempio di Giac Vien e quello di Phung Son. Più fuori il tempio di Le Van Duyet.


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