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sabato 24 gennaio 2015

La magia di Kakku

Il bosco di Kakku


La guida Pa'o
Tun Tun è un ragazzo di etnia Pa'o che pare un bambino cresciuto troppo in fretta, magro magro e infagottato nei suoi vestiti tradizionali, una blusa e i larghi pantaloni neri, oltre alla fascia arancione attorno alla testa che gli conferisce un'aria un po' irreale, mentre spiega, in un'inglese grammaticalmente irreprensibile, anche se di difficile interpretazione a causa della sua masticata pronuncia tipica delle tribù di queste parti, le caratteristiche dei paesi Pa'o, una specie di enclave, con un ansa di fiume che fa da confine, circondata dagli Shan, molto più numerosi che popolano la regione. Beh lui ha fatto l'università, cosa non facilissima per un ragazzo di paese, non tanto per le tasse che sono di una cinquantina di dollari l'anno, ma per i libri ed i costi di mantenimento che ogni anno possono arrivare anche sugli 800 dollari. Comunque ce l'ha fatta e adesso mette a frutto i suoi studi facendo la guida, cosa sempre più richiesta dato l'aumento del flusso turistico che si prevede importante anche nei prossimi anni. Non bisogna pensare a questa come una zona selvatica o misteriosa, anzi, viaggi tra colline dolci e ben coltivate con una agricoltura puntigliosa ed attenta. I campi sono ordinati ed i gruppi di contadini seguono i diversi appezzamenti con cure attente. Già la mattina presto i villaggi si svuotano e gruppi di ragazze vanno verso i campi con falcetti e zappe a seconda delle attività da svolgere, gli uomini seguono pariglie di zebù di piccola taglia dalle grandi gibbosità nere che camminano spediti ruminando. 

La cucina in una capanna Pa'o
In questa stagione sono quasi tutti nei campi di aglio, per la sarchiatura, attorno alle piantine che si susseguono in file fitte ed ordinate, nella terra grassa marrone scuro, circondate da larghi appezzamenti di sesamo dai fiori giallo vivo e da quelli ancora più grandi delle piante di cheeroot dalle foglie larghe e rotonde, grandi quasi come quelle del tabacco che andranno a sostituire. E' un aglietto piccolo piccolo, ma dal profumo molto intenso, non come quello cinese, grosso e nodoso ma che non sa di niente, come provvede a farmi notare Tun Tun con un sorrisetto birichino. Davvero amati dappertutto questi poveri cinesi, bisogna sottolinearlo, par di sentire qualche salviniano o consimile genia, che parla della Merkel. L'altra coltura preminente nella zona, oltre alla soya è il green pepper, un peperoncino non troppo piccante alla base della cucina Pa'o ed anche di quella Shan. Quando entri in qualche paesetto, dove si incrociano due strade di campagna, lo trovi quasi deserto, qualche vecchia e un po' di bambini in età prescolare che scorrazzano nei cortili, separati da steccati di canne di bambù, richiusi da ingegnosi incastri tra le canne. Le capanne su palafitta, sono piuttosto semplici, anche se piuttosto grandi, residuo della cultura delle long houses monofamiliari che ospitavano gruppi abbastanza numerosi. Comincia pure a vedersene qualcuna in muratura, di certo più solida e confortevole di quelle, pur molto più accattivanti fatte di stuoie, i cui incroci formano disegni complessi. 

Gli stupa di Kakku
Anche queste però, tranne nei villaggi dall'apparenza più povera ed isolata, hanno ormai tetti di lamiera invece che di frasche e cannicciato. L'ambiente principale è una spoglia cucina con una zona centrale delimitata dove si accende il fuoco, qualche scansia con attrezzi e pentole, stuoie tutto attorno dove ci si dispone a mangiare la sera, di giorno invece, si rimane nei campi, ed un altarino con qualche povera offerta ancora visibile. A lato uno camerone comune piuttosto grande; in fondo alcuni spazi separati da tende che garantiscono la privacy alle coppie sposate, in cui si trascorre la notte. Sembra che nella zona comune si rimanga a lungo la sera a chiacchierare, i ragazzi del villaggio vanno nelle case dove ci sono ragazze e lì col tempo si "conoscono" meglio, specialmente quando gli anziani vanno a dormire, comunque dietro le tende adiacenti, dove rimangono i ogni caso vigili al fine di evitare che fuoco e paglia troppo vicini possano scatenare indesiderati incendi. Un paio di signore, oggi sono rimaste a casa a preparare dei biscotti di pasta di soya, prima confezionando delle palline scure che poi vengono battute fino a diventare sottili dischetti che sono infine allineati ordinatamente a seccare su stuoie. E' una attività quasi industriale, tra qualche giorno li porteranno al mercato degli Shan in città. Ridacchiano tra loro dell'interesse che destano negli ennesimi turisti che passano dal villaggio. In fondo sono ancora pochi e possono essere considerati ospiti graditi, anche se non vogliono assaggiare il frutto del loro lavoro, ma c'è ancora molta strada da fare. 

Foto T. Sofi - Kakku
Un'oretta di curve e di colline basse ed in fondo alla valle, prima della serpentina del fiume, arrivi ad un grande bosco di alberi secolari, dai tronchi immensi ed aggrovigliati come corde. I rami si estendono orizzontalmente per uno spazio immenso, occupando un'area talmente grande tra un tronco e l'altro da rendere il bosco chiaro, seppure in ombra. Al di là degli alberi, la meraviglia della regione, il complesso templare di Kakku. Un quadrato quasi perfetto, con un lato di diverse centinaia di metri, su cui sorgono 2478 stupa di ogni forma e dimensione che sorgono attorno al grande tempio centrale che innalza verso il cielo azzurrissimo il suo zedi dorato. Uno spazio magico che ti attira morbosamente come il luogo di qualche fiaba fantasy. Entri in quel mondo solitario salendo un paio di gradini e appena compiuti pochi passi, se lasci il decumano principale, ti perdi nella selva di guglie che superano la tua altezza di parecchi metri, come in un labirinto gigantesco in cui continui ad aggirarti, senza il minimo desiderio di ritrovare l'uscita, ma anzi fermandoti di continuo ad ammirare forme, sculture, bassorilievi che nei secoli si sono accumulate con un accrescimento continuo ed implacabile. La fede o la superstizione, questo dipende dai giudizi personali, hanno contribuito ad accumulare costruzioni successive, si dice per oltre duemila anni. Le strutture appartengono chiaramente a stili e ad epoche diverse. Alcune più antiche mostrano tutta la patina del tempo, con i mattini sottostanti sbrecciati che emergono a dimostrare l'usura di un clima ingeneroso, altri sono più recenti e curati, altri ancora appena ridipinti o restaurati da una pietas religiosa che non conosce sosta e che proviene da ogni parte del mondo buddhista. Così si alternano, biancore abbacinante, pittura dorata, sfumatura di rosa e concrezioni di muffa nera che l'umidità del monsone consegna implacabile ad ogni stagione. 

Foto T. Sofi - Le campanelle degli stupa di Kakku
Pietra, marmi, metallo; le curve dolci dello stile birmano e la spigolatura netta di quello Thai, le bombature ogivali Khmer e le barocche orlature nepalesi e quelle fiammeggianti tibetane, senza tralasciare gli stili locali e regionali. Rimani incantato a guardare, girandoti lentamente intorno per godere delle sagome nette che tagliano l'azzurro macchiato di cirri bianchi e mentre credi che solo il silenzio che ti avvolge sarà capace di stupirti, accade un'altra magia. Da oriente arriva un refolo di vento, leggero e carezzevole e di colpo tutte le migliaia di campanelle appese agli ombrellini dorati di metallo e di pietra, appena impiantati o aggiunte da secoli, cominciano un tintinnio leggero che riempie fisicamente l'aria con andamenti tonali che variano all'aumentare o al diminuire dell'intensità del vento. Forse al termine di questo suono dolce e sommesso compariranno le antiche ninfe del bosco o le Tare misericordiose del pantheon buddhista; se fossimo in India già scorgeresti il giovane Khrishna dalla pelle blu in equilibrio su un piede che suona il suo flauto circondato dalla una corte di Gopi vestite di veli trasparenti. Una favola senza fine che ti lascia immobile ed in attesa che accada qualcosa. Infine da dietro un gruppo di stupa rosati, una figura avanza lentamente, le mani giunte ed il passo incerto. E' una americana dai tratti orientali che arriva quasi saltellando tra i calcinacci a rompere l'incantesimo e con voce sgradevole chiede indicazioni incongrue. Anche Tun Tun sembra infastidito e la spedisce con un cenno della mano. Giriamo attorno al tempio, un gruppetto di contadini in preghiera sono ginocchioni davanti alla statua principale, pregano con un salmodiare sommesso e gentile. E' ora di tornare. Ti duole terribilmente lasciare questo luogo, ma Tun Tun ha già riposto nella bisaccia rossa ricamata il largo cappello dalla tesa rotonda di paglia e bisogna farsi forza e andare.

La selva di stupa


SURVIVAL KIT

Villaggi Pa'o - Sulla strada tra Taunggyi e Kakku, in tutto un paio d'ore lungo valli e basse colline di molto gradevole aspetto, fin dove arriva l'antica ferrovia inglese. C'è la possibilità essendo la guida Pa'o obbligatoria (15.000K tutto il giorno), di fermarsi a visitare i villaggi Pa'o che si incontrano lungo la strada e visitare le case, oltre che ad assistere ai lavori agricoli che si svolgono nel periodo.

Kakku - Impressionante sito templare, di 2476 stupa, alti 6/8 metri, ammucchiati su una piattaforma di circa mezzo km quadrato attorno al tempio centrale, costruiti in tutti gli stili a partire dal III secolo a.C. Ingresso 5000 K. Estremamente suggestivo, spesso solitario in quanto non arriva fin qui moltissima gente. Fuori c'è un ristorante per provare eventualmente la cucina Shan e Pa'o. Da non perdere.


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sabato 20 dicembre 2014

Il regno perduto


I tassisti del mercato di Mrauk U

Monaco al Palazzo reale
Che delizia passeggiare tra le case di questa cittadina un po' ferma nel tempo, apparentemente un po' fuori della frenesia dello sviluppo economico galoppante che sembra aver investito il paese. Certo qui siamo in una provincia periferica e quanto mai isolata, ma la sensazione è proprio quella di una calma di campagna, forse quella che avvolge i paesi dopo la decadenza che segue un passato importante e glorioso. Se cammini su quel che rimane della cinta muraria dell'immenso palazzo reale, ti rendi conto di come le sue dimensioni siano completamente incongrue rispetto a questo paesotto di capanne, eppure quel regno fu ricco e potente e seppe costruire le centinaia di templi che dopo secoli sono rimasti lì in piedi, a dispetto di terremoti, acqua e guerre a testimoniare un passato di grandezza, che forse più neppure interessa i discendenti di quelle dinastie. La frenesia dell'Asia di oggi è lontana, senti piuttosto la tranquilla calma dei campi di riso laotiani o dei villaggi di palafitte della Cambogia. Un po' di animazione la ritrovi solo nel mercato, il punto di aggregazione che concentra tutte le attività economiche della zona. Frutta, verdura, carne e pesce suddivisi nei consueti spazi e poi le povere cose che arrivano col traghetto, tra le quali la provenienza cinese rappresenta addirittura un lusso. 

I 90.000 Buddha della Kotaung Paya
Ai suoi confini, moto e ciclorikshò in attesa di clienti, i cui conducenti dormicchiano all'ombra masticando betel. I larghi sputazzi rossi che caratterizzano questa abitudine, variegano la polvere della strada; bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi, anche se basta un po' di fanghiglia pestata a cancellare il tutto. Bastano pochi passi fuori dal centro e subito quella parvenza sconnessa e tutta buche di un'asfalto steso molti decenni fa, scompare, rimangono solo viottoli si campagna e stradine sterrate che portano in giro per la foresta e tra le colline. Oggi c'è un sole forte e da questo momento non vedremo più pioggia, il clima si è normalizzato. Lungo i sentieri gruppi di donne che vanno al mercato cariche di ortaggi da vendere, qualche sparuto gregge e magre vacche sparse a brucare nelle radure tra i templi più vicini. E' come girare in una campagna selvatica, ma dove la presenza dell'uomo è costante e in un certo senso rassicurante, senza il senso di mondo perduto nella giungla dei templi cambogiani. Saluti un gruppo di donne che fuori della loro capanna intrecciano cestini e ventagli, mentre torna il loro uomo con il carretto carico di giunchi che ha appena raccolto in uno specchio d'acqua vicino; poi subito dietro incontri la nera pietra del grande zedi di Ko Thaung, il più grande di Mrauk U con le sue 90.000 immagini di Buddha, in gran parte in rovina, ed è bello perdersi tra gli infiniti corridoi circondati da immagini, un labirinto sconfinato a cielo aperto, con i soffitti crollati e le pietre smosse che si disfano sotto l'azione dell'umidità e del muschio. 

Il Buddha della Siti Paya
Pare che dopo il grande terremoto di 250 anni fa che ne minò la struttura, la ricostruzione, sotto la spinta del malcontento popolare, sia stata affrettata e forse segnata dalla corruzione che fece usare pietra scadente ed effettuare lavori di ripristino approssimativi. Forse gli impresari del tempo si mandavano messaggeri per rallegrarsi degli appalti auspicati, chissà, fatto sta che camminare tra le pareti corrose e le statue senza testa, dà un senso di reiterazione continua delle pulsioni umane. Il Buddha sorride e comprende, è difficile estraniarsi dalle passioni e dai desideri, certo ci aspetta ancora un numero esagerato di reincarnazioni. Su una collinetta poco lontano fatichi a distinguere il tempio scoperchiato dalla cima da cui emergono le grandi statue di pietra nera sedute a guardia dei quattro punti cardinali. Ancora più in là, una lunga scalinata piena di bambini che giocano nella polvere, dove gli 85 metri della Sakyaman Aung Paya, svettano sulla valle. Qui ti puoi riposare ed abbracciare con lo sguardo il lago con le rive punteggiate di stupa dorati. Non ti sazieresti mai di vagare in questo bosco di fate e di uomini, dove il sacro è così ben amalgamato al profano, da farlo sentire come un unico aspetto possibile di un modo di vita, che forse appare immutabile, ma difficilmente potrà resistere a lungo alla spinta dei tempi. Tutto cambia e in fretta. Forse qui non c'è niente da prendere, da sfruttare, da "valorizzare" e quindi le strade non si fanno, ancora, per il momento e tutto rimane come sospeso come in un limbo, mentre la vita corre, al di là della catena azzurrina di montagne ad est. 

Il futuro è alle porte
Certamente per chi come me viene a vedere e ad assaporare questa immobilità temporale, tutto questo è davvero piacevole e unico; forse per chi ci vive e deve andare al pozzo a prendere l'acqua o deve morire perché non c'è un ospedale, un po' meno; forse baratterebbe volentieri, un po' di tranquillità con un medico e un dispensario. Ma le paraboliche della televisione e le antenne dei cellulari già svettano verso il cielo. Ormai anche qui si vede tutto quello che accade nel mondo. Forse l'ansia di mettersi al pari ha già fatto perdere parte di quella tranquillità. Tutti questi ragazzi che digitano spasmodicamente appoggiati alle selle dei motorini, già smaniano per la voglia di andarsene a respirare fumi di scarico e odore di asfalto. Sempre meno fedeli salgono la lunga scala che porta al monastero di Bandoola per vedere le polverose antiche statuette nascoste nella penombra delle teche del tempio. Il grande Buddha di metallo splendente, salvato dalla voracità inglese ricoprendolo di cemento, riceve ormai poche offerte. Qualche misero bastoncino di incenso e quattro banane. Nella grande sala dove un vecchio monaco ti accompagna elencando con voce stanca reliquie e oggetti sacri, rimane solo più una grande lastra di rame, l'ultima rimasta delle migliaia di tegole che ricoprivano il tetto del palazzo reale, quando Mrauk U era un regno potente che metteva paura a tutto il golfo del Bengala. Adesso serve come piano di appoggio per una scrivania.

Dukkanthein Paya - Tornando dal pozzo

SURVIVAL KIT

I bimbi della Sakyamaung Paya
Un giro di 5/6 ore in auto con guida costa attorno ai 20.000K. Si possono affittare biciclette, ma se fa caldo o piove, sui sentieri di terra tra le colline son dolori. I carrettini tonga sono ormai oggetti d'affezione come le carrozzelle a Roma.

Dukkanthein Paya - Nel gruppo nord. Sembra un po' un basso bunker di pietra nera circondato di minuscoli stupa. All'interno una serie di corridoi con bassorilievi, anche di vita comune, forse i più interessanti della zona, fino alla statua centrale.

Ko Thaung Paya - Gruppo orientale- Un enorme quadrato circondato da centinaia di piccoli stupa neri. I corridoi senza soffitto sono invasi dalla vegetazione e dal muschio e circondati da 90.000 statue di Buddha, alcune molto rovinate dalle intemperie. Attenzione perché camminando a piedi nudi ci si può fare male, molte schegge di mattone e pietra sui pavimenti.

Siti - Quattro statue di Buddha di pietra nera, scoperti da cui si vede una bella vista della zona e del vicino Ko Thaung. Punto molto suggestivo.

Sakya Man Aung Paya - Gigantesca pagoda alta 85 metri, molto decorata, del tardo periodo Mon con pianta ottogonale a più livelli.  Statue giganti all'ingresso. Belle vedute anche dalla vicina pagoda Ratanama Naung.

Ko Taung Paya
Monastero Bandoola - Zona sud - In cima ad una collina raggiungibile con una scala coperta. Ha un piccolo museo di reperti storici,  foto e reliquie sacre. Mantiene una grande statua di Buddha di metallo e l'ultima tegola rimasta del palazzo reale. Vista sui dintorni.

Lago Laksaykan - A sud della città vicino al monastero, con graziosi tempietti gazebo dove guardare il panorama e le pagode che ornano le punte delle colline vicine. tutto il lago è circondato da sentieri che offrono gradevoli possibilità di trekking nella natura. Come perdersi nel bosco a due passi dalla città.

Rovine Palazzo reale - Vicinissimo al centro, rimane solo il grande recinto delle mura in mattoni da cui si possono indovinare le dimensioni e la zona centrale dove sorgeva il palazzo vero e proprio, circondato da grandi alberi. Di fianco il museo archeologico (ingresso 5000 K esagerati, io li eviterei), dove sono affastellati un po' di ruderi, statuette, bassorilievi, qualche vecchio quadro e plastici polverosi di scarso interesse.

Mercato - E' la zona più vivace della città, simile a tanti altri mercati birmani, suddiviso per categorie, Luogo dove rifornirsi di frutta per affrontare le passeggiate nei dintorni. Per avere un'idea 1 pomelo 500K, papaya grande 1000K, 3 kg di banane rosse giganti, da provare , sono eccezionali, 2000 K.

Ragazze in visita alla Sakyamanaung Paya

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sabato 6 dicembre 2014

Tra templi e pagode

Yangon - Il Buddha sdraiato della Chaukhtatgyi Paya


 
Momenti di pausa
Piove forte a Yangon, accidenti, ma non doveva essere finita la stagione delle piogge? E' proprio vero che non ci sono più le mezze stagioni. Lo ripete l'amico Mutu scrollando la testa sconsolato. Pare sia una perturbazione che arriva dal Bengala. Tutto quanto è negativo qui, è addebitato al Bengala, come la Cina per il Vietnam, immigrati, islamici fastidiosi, anche se sono arrivati secoli fa. Insomma ognuno ha il suo sud. Sta di fatto che basta un attimo e le strade sono mezze allagate ed il traffico già congestionato di suo si blocca quasi completamente. D'altra parte in una metropoli ancora impreparata alla crescita economica esponenziale, che ha raggiunto anche questo angolo di Asia, magari un po' in ritardo, dove per giunta sono vietate le motociclette, il problema è lo spostamento quotidiano di centinaia di migliaia di persone, sui mezzi più improbabili, da vecchi bus dalle  lamiere contorte ad ogni tipo di mezzo meccanico su cui si possano caricare passeggeri, pulmini,  motoagricole, trickshow, camionette adattate e ciclotaxi a due posti, oltre naturalmente ai taxi veri, che si mescolano alle poche e poi neanche così poche, auto private per creare una marmellata di lamiere varie che occupano completamente ogni spazio libero delle strette strade del centro. Insomma per attraversare la città devi sempre considerare almeno un'oretta, per la maggior parte della giornata. 

La fioraia del tempio
E va già bene che la velocità rimane minima altrimenti la folla a piedi che staziona sui marciapiedi o si muove senza troppa cautela in questo bailamme, sarebbe completamente sommersa dagli schizzi di acqua fangosa , mescolata ai residui fognari, sollevata dal passaggio dei pneumatici. Invece, in questo modo, si crea una relazione accettabile e la città respira tranquillamente il suo veleno sotto la pioggia fitta che alla fine lava via tutto. Così alla velocità del pedone, puoi guardare la città che ti scorre accanto, ruderi ammuffiti alternati a grattacieli, case coloniali sommerse dagli alberi e gru, di fianco alle macerie di qualche costruzione abbattuta da anni, fast food lucidi che occhieggiano tra le centinaia di strambugi e bancarelle di mercati improvvisati. Ogni tanto i templi, magari con monasteri annessi, numerosi e frequentatissimi. In ognuno di questi luoghi non avverti molto la sacralità o quella compunzione propria degli edifici religiosi, sembrano piuttosto spazi di relax e di convivialità per la gente che vi fa una sosta durante la giornata. Qualcuno prega concentrato, inchinandosi sino a terra, altri depongono offerte o lavano le statuette più esposte al sole con gli appositi pentolini messi di fianco a vaschette di acqua, altri semplicemente stanno seduti a terra, mangiano o chiacchierano con gli amici ed i vicini, altri ancora sdraiati nelle zone più appartate, dormono tranquillamente. 

All'ingresso
Dappertutto i mercanti del tempio, bancarelle che vendono il necessario alle attività religiose, offerte, fiori, bastoncini di incenso, immagini e statuette o fogliette di oro da incollare alle statue, altri semplicemente cibo, giornali e souvenir per turisti, in maggior numero attorno ai templi più importanti. Dappertutto, una quantità impressionante di cani e gatti randagi che, specialmente nei templi, trovano un loro habitat naturale. Qui non li mangiano come in altri paesi vicini, ma neanche li trattano molto bene perché girano sempre alla larga e non sono per nulla aggressivi, coda e orecchie basse e nidiate di cuccioli. Nelle aree sacre si entra senza scarpe e calze e questo presenta due ordini di problemi. In primo luogo bisogna fare una certa attenzione perché, come è naturale, per terra c'è un po' di tutto, anche se i monaci giovani sono tenuti a fare una certa operazione di pulizia, poi, quando fuori piove, oltre all'inevitabile fango e sporco trascinato dentro, i pavimenti tutti piastrellati quando non sono addirittura di lucido marmo, diventano scivolosi come saponette e si cade con grandissima facilità. Di tanto in tanto vengono messe delle passatoie in plastica che hanno il problema di avere una ruvidità assolutamente dolorosa per i delicati piedini occidentali, non abituati alla nuda terra, ma credo che questo faccia parte del percorso doloroso verso la liberazione dalle passioni terrene. 

Yangon - Il Buddha seduto della Ngahtatgyi Paya
Insomma dovrete farvi un po' di callo, sempre meglio che girare con bastone e vistosa fasciatura in seguito a qualche maldestro scivolone, se non peggio, quando si tratti di alti gradini irregolari, trappole mortali dell'ascesa verso il trascendente. A fianco di questo, la Ngahtatgyi Paya con un altro gigantesco Buddha seduto, un monolite di marmo di oltre dieci metri, rivestito d'oro, davvero impressionante, circondato da una serie di sculture di legno traforato che fanno da quinta e da sfondo. Suono la campana tre volte come da regola ed esco sotto la pioggia fitta, pochi passi ed ecco un altra ampia tettoia che ripara un suo compagno sdraiato. Però come sono grandi i piedoni di questo Buddha nella Chaukhtatgyi Paya, uno dei più belli del paese con corona di diamanti e pietre preziose. Certo è lungo oltre 50 metri e quindi i piedi sono di conseguenza e non è neanche il più grande in questa corsa al gigantismo che ha sempre pervaso i costruttori dei templi birmani. Viso sereno come ovvio e fedeli in preghiera anche qui, c'è anche un punto di osservazione sopraelevato proprio davanti ai piedoni per vederlo bene di infilata, di fianco al piccolo santuario dedicato ad un santone locale che pare avesse il potere di fermare la pioggia e assicurare un viaggio sicuro. Beh, meglio lasciare una piccola offerta, non si sa mai.


Nel tempio
SURVIVAL KIT

Chaukhtatgyi Paya - Ingresso libero - Appena a nord del lago Kantawgyi. Una delle più belle statue di Buddha sdraiato, costruito una cinquantina di anni fa sui ruderi di un'altra gigantesca statua crollata per motivi misteriosi. Molti monasteri di meditazione vicini.

Ngahtatgyi Paya - ingresso 2000K - Tempio del Buddha seduto dei primi anni del '900, molto suggestiva proprio di fianco al primo.


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sabato 15 marzo 2014

Odori di incenso




C’è molto da vedere a Saigon. Comincerò dalla parte più segreta, un pochino nascosta, tuttavia, proprio per questo, ancora più fascinosa e stimolante. Sparsi per la città, sono moltissimi i templi della tradizione sino-vietnamita. Della religiosità in generale di questo popolo, argomento molto interessante,  vi parlerò magari un’altra volta, oggi vorrei soltanto assaporare i piacere della scoperta che si avverte andando a visitare qualcuno dei moltissimi edifici religiosi sparsi nei diversi quartieri della città, partendo dal più antico, la pagoda Giac Lam. Come tutti gli altri edifici religiosi antichi, anche questa costruzione, giace seminascosta nel verde dei giardini. In Vietnam il tempio non ha la visibilità arrogante dei suoi pari che sorgono nei paesi vicini. Niente portali colossali, tipici dei templi indù, nessun fasto e vastità di proporzioni di complessi quali Angkor Vat o dei grandi santuari buddisti himalayani, né la grandiosità delle mosche o la posizione centralmente comunicativa delle cattedrali cristiane e neanche i luoghi paesaggisticamente straordinari dei templi cinesi, giapponesi e coreani. Gli edifici vietnamiti sono sempre di dimensioni limitate e non invasive. Li devi cercare tra le case e mancano generalmente anche di alte guglie e pinnacoli per farsi notare da lontano. Gli ambienti sono scuri e inducono al raccoglimento intimo. 

Superi il cancello, ti perdi nel giardino ammirando le piante antiche ed le collezioni di bonsai  collocate tra le rocce, poi vai al di là della soglia addentrandoti in passaggi stretti che ti portano davanti all’altarino, alla divinità di tuo riferimento o al luogo di culto per gli antenati. Un mondo fatto di lacche rosso scuro e dorate, di rilievi di legno scolpiti, di statue che sorridono e richiedono offerte. Ed ogni spazio libero è infatti occupato da cesti di frutta, banconote di piccolo taglio, fiori e scritti, mentre i fedeli, incuranti di quanto li circondano, dispongono bastoncini d’incenso, pregano, chiedono grazie concentrati e convinti. In generale la visita ad un tempio si svolge attraverso un percorso che conduce davanti a tutti i punti chiave in cui il fedele eseguirà le sue preghiere. A GiacLam parti dal grande albero dell’illuminazione, nato da un frammento di quello storico di Sri Lanka e cresciuto a fianco al biancore abbacinante della grande statua della dea Quan la pura. C’è un totale sincretismo in questo come in tutti gli altri templi vietnamiti, dove troverai le dee ninfe dell’antica religione viet, mescolate ai simboli del tao, del Buddha e di Confucio. Rimani incantato davanti al grasso Buddha dell’illuminazione che gioca con cinque bambini, alle file di Bodhisattva dorate, all’altare ad albero con le luci colorate e le foto dei parenti malati per cui si chiede la grazia con le offerte. Tutto che ti appare all’improvviso mentre ti sposti tra le quinte delle grandi colonne di legno, una selva di tronchi, foresta colorata in cui muoversi alla ricerca del santo. 

Sullo sfondo, in molte ore al giorno, senti il suono ritmato del gong, dei tamburi, delle campanelle, una scansione del tempo che aiuta al raccoglimento. Nel quartiere cinese, il tempio della dea  Thien Hau, lo confonderesti con l’ingresso di una ricca casa del secolo scorso e infatti è stata costruita come tanti altri edifici di questo genere come centro di riunione della congregazione dei mercanti di Canton. La dea, appartenente al pantheon buddhista come protettrice dei naviganti, è molto popolare a Hong Kong e Taiwan ed il tempio è visitatissimo specialmente dai turisti provenienti da queste aree. Rimani fermo davanti agli altari, tra la barca sacra che la rappresenta, le statue delle ancelle, mentre dal tetto ricoperto da elaboratissimi fregi in ceramica verde, scendono le mille spirali di incenso che la fede dei visitatori fa appendere da un addetto tramite una lunga canna. Infine nel cuore del distretto 1, tra le vie della città vecchia il tempio più affascinate della città, quello dedicato all’Imperatore di Giada, uno dei simboli del Taoismo. Devi superare all’ingresso, lo sbarramento delle venditrici di tartarughine, che i fedeli liberano poi nella grande vasca centrale per augurare a sé ed ai propri cari la lunga vita simboleggiata dagli animaletti. Poi ti farai strada lungo un percorso in cui rimanere incantato davanti alle trine colorate delle piastrelle di ceramica del tetto, la selva di statue di dei grotteschi ed eroi fantastici, le figure femminile che rappresentano vizi e virtù di questo sesso, i pannelli dove il fedele guarda attonito cosa lo attenderà se peccatore nei dieci inferi, le raffinate sculture incise con i caratteri cinesi d’oro, fino ad arrivare alla statua ricoperta di abiti preziosi dell’imperatore circondato dai suoi due generali. Un rutilare di rossi e oro, di fumi di incenso, facendoti strada tra la folla di statue e di fedeli intenti a chiedere grazie e quando ebbro e confuso esci  in strada, quasi non ti accorgi del rumore, del traffico della città, delle grida dei mercanti, forse le stesse di quando è nato il tempio, della vita convulsa e reale che a poco a poco ti fa rendere conto che le ore sono passate ed è arrivato il momento di andare a mangiare.


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SURVIVAL KIT 5

Tempio dell’Imperatore di Giada – 73, D. Mai Thi Luu. E’ nel distretto 1 quindi facilmente raggiungibile a piedi
Tempio di Thien Hau – 710, D. Nguyen Trau. Nel quartiere cinese di Cholon, si arriva con un taxi don qualche dollaro.
Tempio di Giac Lam – 118, D. La Long Quan. A qualche km dal centro, circa 5 $ in taxi.


I templi principali da non perdere sono i 3 citati, ne esistono comunque numerosi altri come nel distretto 1 il tempio di Trang Hung Dao e quello diXa Loi. Nel quartiere cinese, molti templi costruiti dalle congregazioni dei commercianti delle varie città cinesi assieme alla moschea di Cholon. Nel distretto 11 il tempio di Giac Vien e quello di Phung Son. Più fuori il tempio di Le Van Duyet.


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venerdì 1 febbraio 2013

Taste of Laos 22.

Luang Prabang - Templi.

Tetti spioventi.
Un giallo zafferano
colora le statue.

venerdì 21 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 16: Solo nella foresta.


Oggi sarà una giornata lunga. Alle 5:00 la donnina della pensione Bun Nath, che io mi ostino a chiamare Bunpàt grazie al costo, mi ha preparato la consueta omelette col riso. Anche il proprietario, ancora assonnato, viene a salutarmi con grande calore. Guardo ancora la postazione internet free (4 PC con cuffie e Skype in una pensione da 13 $ a notte), le loro tastiere con appiccicati i caratteri cambogiani e i loro windows taroccati e poi salto sul costosissimo mezzo che ho dovuto procurarmi per questo lungo giro fuori dai sentieri battuti. Questo è uno degli svantaggi di muoversi da solo. Questa tour mi costerà quanto le quattro giornate precedenti, albergo compreso, un bel verdone da cento, ma anche se ho trattato alla morte come un cammello egiziano, non sono riuscito a scendere sotto questa cifra. L'autista è un ragazzotto dall'apparente età di dodici anni, con le unghie (di tutte le dita, non la consueta mignolesca) talmente lunghe, da sperare che non mi afferri il collo se non lo mancificherò, le mie giugulari ne sarebbero irrimediabilmente tranciate. Per ora la strada è buona e risale verso le foreste del nord, che a poco a poco diventano più fitte, gli alberi più alti, i bassi arbusti, più impenetrabili. I gruppi di capanne diventano più rari ai bordi della strada, circondati dal verde in piccole radure di terra rossa che una agricoltura primitiva tenta di strappare al bosco, secondo il devastante modo del taglia e brucia. Forse pochi sanno che i maggiori danni all'ecosistema forestale del mondo non lo hanno fatto le multinazionali del legno, ma i milioni di agricoltori primitivi che ancora oggi usano questa tecnica; ma questo è un lungo discorso che va ad inficiare tutta la religione del buon selvaggio che conosce e ama la natura e si guarda bene dal mettersi contro la Grande Madre Terra che conosce e rispetta. Nessuno, specialmente chi ci campa sopra, vuole ammettere che l'uomo è un parassita inquinatore del pianeta per il solo fatto di vivere e di esistere. Beng Mealea, la mia prima meta di oggi, è un grande complesso templare perso nella jungla, poco frequentato e di raro fascino. Il mio pulmino (che spreco, nove posti tutti per me solo) si ferma nel vicino villaggio che, di primo mattino è però, già sveglio ed in piena attività. Lo gnomo, privo probabilmente di corde vocali, mi indica un ponticello su uno stagno, che poi si rivela essere il grande fossato che circondava il tempio e si dispone alla cura delle sue mani, brandendo una grande limetta da unghie, dopo aver abbassoto lo schienale del mezzo. Passo il ponte e mi inoltro nel bosco. Un paio di cartelli all'ingresso, assicurano che gli Italiani hanno sminato con cura tutta l'area (speriamo abbiano lavorato bene; che curioso però, prima una ditta italiana ha guadagnato per vendere queste porcherie, poi il nostro stesso paese ha speso un sacco di soldi per andare a toglierle; misteri del commercio internazionale). Comunque mi tengo al centro del sentiero segnato, anche per le esigenze fisiologiche, come suggerisce la Lonely; meglio farsi trovare in una posizione imbarazzante che avere qualche sorpresa peggiore. Comunque non c'è un'anima viva. Poi tra grandi alberi slanciati dalla corteccia bianca e sfilacciata, un basso muro in rovina. Entro attraverso un varco, probabilmente un portale crollato e dopo poco il tempio emerge tra il verde fitto, soffocante. Tutte le costruzioni, basse e pesanti sono avvolte dalla jungla che ha lavorato a lungo, insinuando le sue radici maligne tra le pietre, sollevandole, indebolendone le strutture principale, tentando di vincere l'opera umana scalzandone le fondamenta, rivoltandone le pietre ad una ad una come fossero un gran mazzo di carte da mescolare e confondere. Ma non è stato così facile o per lo meno ci vorrà ancora un po' di tempo per finire il lavoro. I muri perimetrali, anche se ricoperti di grandi tronchi sono ancora ben riconoscibili e le basse torri, anche se in apparente equilibrio instabile, puntano ancora orgogliosamente verso gli scampoli di cielo che si aprono tra la massa verde che si affanna cercando di ricoprire il tutto. (Frase fatta: E' un posto magico). Rimango a lungo a godermi questa lotta muta, immobile solo in apparenza; intorno soltanto i suoni della foresta. Dopo un po' una scultura grigia, rannicchiata alla base di uno stipite sembra muoversi, lentamente. Di fronte a situazioni inusuali, la mente dà risposte imprevedibili, fa apparire mostri in fondo ai laghi, muta animali in uomini. Mi avvicino con cautela. Non era pietra, ma un custode che mi guarda senza espressione, come l'Avatar di un viedeogioco. Senza parlare, fa un cenno e si avvia lungo il cornicione esterno. Lo seguo meccanicamente lungo un percorso quasi obbligato, arrampicandomi su cumuli di pietre crollate, di livello in livello, aumentando il grado di difficoltà. I cortili interni sono colmi di pietre crollate, qualche stupa ha ceduto definitivamente alle forze preponderanti del bosco, altri sembrano precariamente in bilico, pochi resistono con sereno orgoglio. Giriamo a lungo nell'interno del tempio, secondo un percorso apparentemente casuale, ma forse obbligato. Di tanto in tanto, il mio Vigilio si ferma, mi indica un portale un po' nascosto, una statua che emrge a fatica tra le rovine, oppure semplicemente guarda uno scorcio, come colpito egli stesso, che qui ci vive, da questa bellezza straordinaria. Poi abbassa la testa e si riavvia. Non mi sono accorto, ma sono già passate due ore quando ci ritroviamo ad un altro varco del muro di cinta. Lui si ferma, è arrivato ai confini del suo mondo e mi libera, previa mancetta, per lasciarmi tornare nel mio. Giro un po' nel villaggio; c'è una piccola scuola gremita di ragazzini che si scopre essere un orfanotrofio. Vorrei entrare a dare un'occhiata, ma una americanotta tarchiata all'ingresso, mi fa capire che non è 'ccosa, anche se i ragazzi, dal cortile, mi salutavano con gran vigore. Così torno a risvegliare il mio Caronte unghiuto. Altre due ore per una cinquantina di chilometri per raggiungere un sito ancora più selvatico. Koh Ker, l'antica capitale abbandonata da oltre mille anni nelle foreste del nord. Su un'area di 30 chilometri quadrati rimangono una quarantina di templi ancora incredibilmente ben conservati. Per ogni piccolo quadrante un rassicurante cartello che indica il paese che ha partecipato allo sminamento, questa era una delle aree più ricche di questi deliziosi oggetti. Non sto più a tediarvi sul fascino di queste costruzioni, nascoste tra gli alberi, ognuna da ricercare nel bosco tra le radure con qualche capanna qua e là. Nel tempio più grande, una immensa piramide grigia, incontro diversi bambini che tornano da scuola con una gran voglia di famigliarizzare col naso lungo. Faccio la consueta distribuzione di biro, sempre apprezzatissime, ricordatevene, quando andate in questi luoghi, e percorro chilometri a piedi. Anche il caldo sembra mordere meno o forse sarà la magia del posto che non lo f sentire. Comunque andarsene è difficile, ma mancano ancora un paio di orette per arrivare a Stoung, la mia meta di questa sera, dove mi aspettano gli amici, che hanno quasi finito il loro lavoro all'acquedotto locale. Altro che sognare nella jungla. Lì c'è gente che ha sete, qui invece si chiacchiera soltanto. Un po' mi sento in colpa, ma quando arrivo alla Guesthouse Sokimec, davanti al distributore, sono talmente stanco che neanche mi accorgo che non c'è ancora corrente e le pale del ventilatore cominceranno a girare, forse, tra un paio d'ore. Non 'c'è neanche il lavandino, né lo sciacquone, anche se hanno appena montato una tazza nuova di pacca, ma la casserola di plastica dentro al secchiellone pieno funge benissimo e poi per 4 dollari a notte cosa pretendi.

mercoledì 19 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 15: Manghi maturi.

Oggi lascio l'area di Angkor per godermi il Benteay Srey, forse il tempio più raffinato della Cambogia. Anche se sono solo le sette del mattino l'aria calda arriva a zaffate, fastidiosa come colpi di phon dati con distrazione da un parrucchiere ubriaco, quando i capelli sono già asciutti. Andiamo verso colline lontane ed i piccoli gruppi di capanne che sfilano lungo la strada sono sempre più miseri ed essenziali. Nei grandi orci disposti intorno ai muri di foglie secche di palma, un residuo di acqua piovana verdastra, segno che la stagione secca è al suo culmine. Anche se di tanto in tanto si addensano masse minacciose di nuvole nere, il cielo non è ancora disposto a lasciarle sfogare, a consentire che l'acqua scorra a torrenti per ridare vita e speranze ai campi bruciati, alle gole arse. Si sente lontano, qualche tuono, mendace segnale di una promessa che anche oggi non sarà mantenuta. Il tempio isolato nella jungla è l'ennesima scoperta, rosso di pietra corrosa dal tempo, circondato da un fossato ormai trasformato in scarna palude in cui i loti sbocciano con fiori bianchi e violetti. Sono come al solito solo ad inoltrarmi nel sentiero che conduce al basso portale d'ingresso; un guardiano assonnato, mi controlla di malavoglia il biglietto e finalmente posso fare un giro attorno ala cinta muraria da cui si godono splendide viste del complesso. Entro dalla porta nord, dove la consueta orchestrina di invalidi da mina, la cui presenza mi suggerisce che non rimarrò solo a lungo, comincia un concerto personalizzato per il suo unico spettatore. Non posso sottrarmi e lasciato il consueto obolo, entro tra i muri cadenti e cammino nei cortiletti ricoperti di piccole costruzioni. Tutta la costruzione è estremamente armoniosa e proporzionata. La parte centrale poi, è anche completamente leggibile e completamente conservata. I fregi che ricoprono le facciate, i frontoni, gli stipiti e gli architravi sono di tale raffinatezza da farti rimanere a lungo davanti ad ognuno, per poterli apprezzare, con calma, in questa luce fantastica che colora tutto di arancio scuro. Le volute complicate delle foglie e dei rami si intrecciano in modi complessi; le divinità raffigurate, nelle loro posizioni più steretipate, ma ricche di dettaglio, impressionano per la loro accuratezza. Hai voglia di fermarti a lungo, scambiando solo il tuo respirare corto con quello più disteso e pieno della foresta, dalla quale viene una continua serie di rumori, di sbattere d'ali, di grida d'animali. Rimango ancora, seduto davanti ad un lingam imponente circondato ancora dai residui delle devozioni, finchè non arriva un gruppo di giapponesi a spezzare l'incanto e a ricordarmi che comunque bisogna andare. Intorno il bosco, nelle cui radure si insinuano le risaie, è ricco di vita; ogni pozza è la salvezza per qualche bufalo stanco. Risaliamo ancora la collina, fino allo Kbal Spean, un luogo santo nel fitto della foresta, che si raggiunge dopo un faticos(issim)o cammino, lungo un sentiero contorto e ripido, tra alberi giganteschi che ricoprono di rami il cielo, da cui pendono liane a rendere ancor più problematico il procedere. Il torrente, meta del cammino è però quasi in secca e le sculture fatte in secoli di devozione sulle rocce del fondo, sono quasi tutte affiorate ed allo scoperto. I mille lingam che devono fecondare le acque che, carezzevoli, scorrono su di loro, ricoprendoli appena, emergono asciutti e neri, come inutili e sterili, in attesa che il monsone arrivi. Tutto però è coperto di muschio verde e le radici gigantesche ricoprono il suolo assediando lo spazio dove il torrente tenta di farsi largo tra le foglie secche, molte delle quali, invece, sono farfalle giganti che si alzano appena al mio passare per posarsi subito dopo a confondersi con il bosco. La cascatella è anch'essa un rivolo. Seguo il torrente per qualche centinaio di metri per osservare tutte le divinità che le forme delle rocce scure hanno suggerito nei secoli e poi scendo lentamente a valle. Verso il fondo incontro una coppia di coreani che sale sbuffando; devono ancora soffrire parecchio. Ancora il pomeriggio dedicato al complesso di templi della zona di Roluos. Attorno al Ba Kong è pieno di venditrici di manghi. Grandi, gialli, maturi e profumatissimi. Ne faccio scorta pregustandone la delizia della polpa morbida e succosa. Mi vedo già all'opera col coltellino svizzero, con le mani tutte sbrodolate di sugo appiccicoso; sempre il purgatorio prima di conquistare un pezzetto di paradiso. Chissà perchè tutti questi frutti fantastici hanno un nocciolo così grande?

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