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venerdì 13 luglio 2012

La storia di Mei Li.



Era davvero bella Mei Li, una ragazza come se ne vedono poche, con quella bocca piccola e rossa come i coralli del suo banchetto, con quei piedi piccoli e aggraziati che lasciava intravedere appena, anche se sempre coperti dalle calzine colorate. Occhi grandi e capelli neri come il giaietto che sembravano mandare bagliori luminosi quando piegava la testa graziosamente di lato, per lanciare un'occhiata da sotto con la bocca appena incurvata in un accenno di sorriso ammiccante. Anche quando camminava sotto il sole estivo di Bei Jing, nei grandi viali che conducevano al mercato, non aveva quell'andatura ciondolante e volgarotta delle contadine che hanno da poco lasciato la campagna; quel gettare di lato la gamba col piede piatto e non abituato alle scarpe col tacco, come lo sono le ragazze di città, ma sembrava incedere come una principessa, diritta e sicura lungo la strada che a piccoli passetti la conduceva fino al mercato. Arrivava lì ogni mattina presto, al suo banchetto dei coralli e tirava fuori le sue cose con cura maniacale, lenta e precisa, esponendo le collane e i bracciali in perfetto ordine secondo le sfumature di colore, secondo le dimensioni delle palline, rotonde, perfette, attenta a non mescolare quell'armonia cangiante di rossi e di rosa sfumati e precisi. Di lato metteva i turchesi, ma pochi, quasi a non voler turbare la perfezione del quadro.

Non guardava nessuno di quelli che la circondavano vociando, come perduta in un suo mondo di sogno, anche lo sguardo sembrava sperso in un vuoto di sogni e di poesia . Carezzava i fili rossi che pendevano dai gancetti e la sua mente pareva correre lontano, verso giardini di peonie bianche, chiusi ad occhi indiscreti da muraccioli bassi e curati, piccoli stagni d'acqua con le carpe dorate che venivano a prender cibo in mucchio al bordo della vasca tra le grandi foglie di ninfea. Ti pareva di sentire, dal suo sguardo perduto nella linea dell'orizzonte, il canto di storie lontane, di fanciulle innamorate in attesa di un uomo partito a cavallo per la capitale. Le piccole orecchie quasi tese a cercare di sentire, tra il frastuono del mercato, vecchie poesie o il tocco leggero delle corde del Pi Pa che suonava canzoni antiche. Mentre i suoi vicini, quelli del banco dei tessuti e quegli altri che vendevano piccoli vasi di giada di terza scelta e paccottiglia varia per turisti, sghignazzavano volgari, ingozzandosi a tutte le ore di bocconi bollenti di maiale, mentre con le bacchette pescavano da un ciotolone comune mappazze di noodles in brodo, macchiando qua e là quei pantalonacci già unti e bisunti, scatarrando continuamente, con sputi e risate chiocce, lei a pochi metri, pareva immersa in un altro mondo, così distante, così lontano. 

Quando qualcuno le chiedeva il prezzo di una sua collana o di un paio di orecchini, lo dava con degnazione, ma senza scendere alla contrattazione in cui si affannava il resto del mercato, come per non sporcarsi, quasi per non scendere ad un livello così volgare. Un piccolo sorriso, poi lo sguardo vagava altrove perduto nel sogno. Se il cliente comprava, con piccoli gesti incartava il pacchetto e ritirava il denaro sudicio che le veniva consegnato, toccandolo appena con due dita quasi per non esserne contaminata. Poi si risedeva sul suo trespolo a continuare il sogno. Un sogno che diventava ogni giorno più netto e preciso, un sogno che coltivava fin da bambina, quello del giorno in cui un anziano ma ricchissimo commerciante di polli o di maiali, sarebbe venuta a chiederla in moglie, dandole la disponibilità di un conto in banca illimitato, una grande villa col tetto all'europea, nella nuova area di espansione fuori città, dove solo i grandi ricchi potevano abitare nello spazio recintato intorno al grande lago artificiale e dove lei avrebbe potuto godersi una vita ricca, grassa e senza pensieri, mostrando alle sue conoscenti, che avevano visto la bella Mei Li bambina, l'oro dei suoi gioielli e una grande Mercedes nera coi vetri oscurati con l'autista che l'avrebbe portata a fare spese in città.


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mercoledì 16 marzo 2011

Tsunami e nucleare.


Mi sono convinto che le diverse culture influenzino in maniera decisiva i caratteri dei popoli. Parlando, in questi giorni con un'amica giapponese ho potuto constatare come, in quel paese il carisma dell'autorità abbia preminenza su tutto. In generale, leggi una fiducia incondizionata su quanto viene detto da chi sta sopra di te, per cui se i responsabili ti dicono che non c'è pericolo, nessuno si muove e le reazioni non sono mai scomposte. Forse dipende anche dal fatto che, per lo meno nella storia, quando un responsabile sbagliava o veniva sorpreso a contare balle, non parliamo di rubare, per carità, non gli venivano chieste le dimissioni, perchè il colpevole, preso con le mani nella marmellata, si ritirava in una saletta privata e messa mano alla katana di famiglia, risolveva la situazione in modo elegante e onorevole. Forse da questo nasce la compostezza di questo popolo che metabolizza il dolore dentro di sé senza dare in escandescenze mediterranee, soffrendo quasi senza chiedere aiuto con la riservatezza di chi sembra vergognarsi di provocare disturbo con le sue disgrazie, i suoi problemi. Però il problema c'è ed è bello grosso. Pensate un po' se fosse capitato da noi e alla televisione fossero comparsi esponenti del governo, uno più credibile dell'altro a rassicurare la popolazione; chissà se avrebbero mandato in video la Gelmini o la Carfagna a tranquillizzare sul fatto che non c'erano pericoli, che era sufficiente non mangiare cibi OGM e comprare a km zero per sfuggire alle radiazioni.

Probabilmente sarebbe cominciato un fuggi fuggi tale di barconi verso la Tunisia e l'Albania da intasare le spiagge interessate e questi paesi si sarebbero rivolti all'ONU per delocalizzare i profughi nei Balcani o negli altri paesi del Maghreb, un po' per uno accidenti! Però si va avanti nel programma, perché la nostra tecnologia è più avanzata e sicura, mica faremmo robaccia obsoleta come i giapponesi. Par di sentirle le sghignazzate dei compari e sodali di quelli che ridevano al momento della notizia del nostro terremoto, che cominciano a fare i conti sugli appalti, sulla quantità di sabbia da mettere al posto del cemento, tanto cosa volete sia in una centrale nucleare, per gente abituata a farsi pagare per marmo di Carrara, i pannelli foderati di plastica come alla Maddalena. L'importante poi è farle partire queste opere, tanto magari non c'è neanche pericolo che vengano finite, altro che radiazioni. Bisogna prioritariamente contentare i propri amici e votanti, fare leggi per non far pagare le multe del latte a chi ha rubato a danno degli onesti e se non ci sono i soldi, basta prenderli ai fondi per i malati terminali, tanto a quelli la scadenza non la puoi rimandare. Poi l'attenzione la porti sui barconi a Lampedusa e la gente ti vota ancor di più. Evviva, non ripeteremo l'errore di trenta anni fa quando scosideratamente si abbandonò il nucleare! Kurosawa era di certo un lucido folle, tanto da non trovare neppure più un soldo per finanziare i suoi film dopo Sogni, uno straordinario quadro dipinto con la tavolozza impazzita degli abissi della mente. Vi ripropongo il sogno riguardante l'esplosione nucleare dopo l'eruzione del Fuji.





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