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martedì 9 febbraio 2010

Oggetto misterioso 4: soluzione.

Dunque, anche a causa di una notizia che mi ha profondamente turbato e di cui dopo vi relazionerò, corre l'obbligo di dare la soluzione dell'oggetto misterioso n. 4. Ricorderete che eravamo ai bordi di un sentiero dell'Orissa, una stato indiano ricco di razze tribali e pre-ariane, a colloquio con una timida ragazza Kondh dalla inquietante dentatura, mentre contrattavo l'oggetto di cui sopra, che stava appeso in bella mostra tra i neri e lucidissimi capelli della medesima. Portava orecchini bellissimi e tre collane di perline e non aveva bustino sotto il sari giallo oro che le copriva la spalla destra e teneva in braccio un bimbo vivace. Si tolse dunque il pettinino e me lo porse dopo averne dimostrato l'uso specifico. Si trattava infatti di un togli-pidocchi dai rebbi strettissimi e sottili, fatto con legnetti levigati ad uno ad uno e legati assieme con fibre colorate a formare un motivo geometrico ornamentale. Una compagna prendeva le ciocche alternativamente facendo passare il pettine per evidenziare gli animaletti e staccava i lendini che rimanevano pervicacemente attaccati ai capelli, che venivano poi unti con olio per abbellimento e protezione. Ma lasciamo le nostre ragazze che se ne vanno verso il mercato ad impiegare il denaro ottenuto dallo scambio e veniamo alla notizia che potrete più diffusamente leggere su Milleorienti o da Indonapoletano: -Muore l'ultima dei Bo-. Capirete bene che la cosa non poteva lasciarmi indifferente. La signora Boa era l'ultima sopravvissuta della tribù dei Bo del gruppo Jawara, nelle isole Andamane ed era l'unica rimasta a parlare il Bo, una delle dieci lingue andamanesi. Questa area, proprio come l'Orissa è popolata di tribù pre-ariane ed è particolarmente interessante dal punto di vista antropologico. E' vero che quando scompare un popolo e la sua lingua, il mondo diventa un po' più povero, ma probabilmente questo è un destino che non si riesce ad evitare in nessun modo. Sarebbe interessante almeno conservarne le conoscenze, ma credo che anche questo non interessi a nessuno. Nel video qui allegato tratto dal sito Survival a cui consiglio di dare un'occhiata, sentirete la struggente voce della ottantenne signora Boa cantare una canzone nella sua lingua ormai perduta.

giovedì 5 marzo 2009

Tradizione e globalizzazione


Le tradizioni sono fondamen- tali per conservare l'identità di un popolo. In questo mondo globalizzato è facile cadere nelle trappole che cancellano lo spirito di una nazione, finendo per andare in pizzeria a Lhasa e al McDonald a Piazza Navona. L'India è un paese straordinario per chi vuole trovare popolazioni autentiche e la regione dell'Orissa, un vero paradiso per gli etnologi, dove vivono, completamente isolate dalle contaminazioni occidentali, decine di realtà tribali in un contesto assolutamente primitivo. I Donghoria Kondh popolano una dozzina di villaggi nascosti tra le foreste impenetrabili dei monti Niyamgiri. Ci arrivammo di mattino presto, mentre una nebbiolina azzurra copriva ancora gli alberi delle cime vicine. Il nostro Prakash ci spiegò che sono rimasti piuttosto aggressivi ed alquanto refrattari ai tentativi di omogeneizzazione tentati, prima dagli inglesi e poi dal governo indiano, nel tentativo di rimanere il più possible fedeli alle tradizioni ed ai loro riti ancestrali. Mi raccomandò quindi, dopo averci portato vicino al palo eretto al centro del villaggio, di essere il più possibile discreto cercando di non turbare la pace dei pochi abitanti che sonnecchiavano su stuoie sotto tetti di palma di grandi capanne comuni. Ci spiegò che il centro attorno a cui ruotava la loro visione del mondo è il rispetto dei ritmi della natura, che può essere forzata solo attraverso riti e preghiere. A tale scopo esisteva in ogni villaggio una famiglia di una casta particolare, detta Meriah, che veniva esentata da tutti i lavori e le incombenze, ma onorata in ogni occasione e nutrita con i migliori prodotti del villaggio. Questo anche per decenni. Poi, un bel giorno, la crisi. Troppe piogge o troppo poche, insomma la carestia, la natura che punisce gli uomini troppo disattenti. Allora gli anziani del villaggio si riunivano e decidevano che era venuto il momento di placare la natura. Così nella notte, tutto il villaggio tra canti e suoni di tamburi e di cembali, si recavano alla casa del Meriah per prenderlo e portarlo in gioiosa processione. Per la verità, lui che aveva capito che la cosa girava per un certo verso, cercava di scappare e quindi per evitare questo evento increscioso, gli si spezzavano con saggia previdenza, le gambe in più punti, con un mazzuolo. Dopo i canti previsti, lo conducevano al centro del villaggio dove, appunto, è sempre eretto il palo in questione e , dopo averlo ben legato, gli infliggevano le peggiori torture, staccandogli pezzi di carne che andavano seppelliti nei campi per fertilizzare la terra e placare la madre natura, da sempre amica del buon selvaggio che la conosce e la rispetta. L'essenziale era che il Meriah non morisse in fretta, ma con le sue lacrime, per più giorni bagnasse la terra secca e sterile. Gli inglesi non erano tanto d'accordo sul rito e cercarono di proibirlo fin dagli anni trenta. Sembra che i buoni Donghoria, vista anche la difficoltà di trovare dei Meriah disponibili, si siano poi accontentati di comprare al bisogno, dei bambini dai villaggi vicini. Anche le tradizioni cambiano, secondo Prakash adesso, si accontentano addirittura di usare una capra. Ad ogni modo il palo è sempre lì.

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