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sabato 11 febbraio 2023

Turismi

da Sociologicamente


 Guerre, terremoti, disastri e politici indecenti, se non hai altro a cui pensare, è finita, entri in depressione e buona notte e se lo fai tu che sei nato nel rosso dell'uovo e che di questo puoi continuare a nutrirti, figurati come si devono sentire tutti gli altri. Lo so è ingiusto starsene a commentare il festival, mentre tutto intorno i cavalieri dell'Apocalisse galoppano nella pianura e vanno a depositar bollette nelle cassette della posta. Così, ingiustamente e sentendosi in fondo in colpa, bisogna pensare ad altro per non intristirsi e rendersi conto che come sempre il mondo continuerà ad andare avanti, perché lo ha sempre fatto, dato che ha attraversato momenti molto peggiori. State tranquilli che così continuerà così continuerà a fare anche se saranno lanciate armi atomiche. Qualcuno riuscirà comunque a sopravvivere e si andrà avanti per combattere nuove guerre, come prefigurava Einstein, con le clave. Rispetto ad un tempo, tuttavia, noi, che ne abbiamo ancora la possibilità, possiamo almeno sognare di fare cose, che nel passato non erano neppure pensate, al di fuori dell'immaginario collettivo, si direbbe oggi. Prendete il turismo ad esempio: in 10.000 anni di storia raccontata, questo aspetto, che pure implica una realtà economica, tra le più importanti e corpose, non era neppure pensabile come attività. Nasce da pochissimo e in meno di un secolo diventa una cosa tanto importante nell'economia e nella vita di tutti i giorni, da stravolgere, economie, situazioni, costumi. Se ti giri indietro, vedi che per millenni, dal momento che l'uomo, dopo aver inventato l'agricoltura, l'attività più artificiosa e contronatura della storia, è diventato stanziale, abbandonando l'obbligatorio nomadismo dello status di cacciatore -raccoglitore, non si è più mosso dal suo luogo di nascita, arrivando al massimo, al più vicino mercato per scambiare prodotti, altro bisogno primario. 

Tutto questo per millenni, senza sentire altri bisogni, spinto a spostarsi e migrare solo in conseguenza di estreme calamità di diversi tipi, cosa che rimane identica, anche se più facile, anche oggi. A nessuno, se non a particolari ed eccezionali individualità, veniva in mente di andarsene in giro per il mondo, a vedere cosa, neppure si sapeva. Nel tempo c'erano solo due categorie di persone che si muovevano in giro per il mondo, i soldati e i mercanti. Nessuno per curiosità di conoscere o di sapere, ma gli uni per bramosia di conquista e di razzia, gli altri per fare la stessa cosa, ma col consenso dei depredati, con la sottile finezza filosofica di incrementare il valore aggiunto, avendo la conoscenza che un bene era valutato di meno in un luogo e di più in un altro, operando lo spostamento e godendo della differenza. Il mercante è la prima categoria che crea valore non trasformando qualche cosa, ma spostandola. Quindi tolta la categoria degli esploratori, rarae aves che erano spinti a viaggiare dalla curiosità della conoscenza e si possono contare sulle dita, questi erano gli unici spostamenti che avvenivano diciamo fino a mille anni fa. Poi, anche prima in verità, ma con minor frequenza, comincia a prendere rilevanza un terzo tipo di viaggio, quello di motivazione religiosa. Fiumane di genti, spinte da fedi di ogni tipo, decidevano di dedicare una parte della loro vita a mettersi in viaggio alla ricerca di se stessi, ricercando un contatto con il trascendente che li consolasse dei loro dubbi e che ne rinfrancasse la fede. Così si crearono vie, cammini, itinerari che attraversavano tutto il mondo conosciuto, a partire anche da prima, nel mondo classico per andare a consultare famosi oracoli, poi per arrivare fino a luoghi reputati santi, per assorbire, tramite questa vicinanza il beneficio che assicura il senso del divino, la remissione dei peccati, il sentirsi migliori, mondati e per questo appagati. 

Questa motivazione continua ininterrotta da secoli e ancora oggi, il cosiddetto turismo religioso è uno dei filoni più importanti ed economicamente redditizi, basti pensare ai movimenti di milioni di individui che hanno come mete i santuari cristiani, Gerusalemme, La Mecca o i grandi raduni come il Khumba Mela (130 milioni di persone in un mese) o i pellegrinaggi Tibetani. Se facciamo i conti, prima che cominciassero a muoversi i cinesi che, dato il numero, hanno fatto un po' sballare i conti, questa era ancora, credo la motivazione numero uno degli spostamenti turistici di massa. Poi col secolo dei lumi, fu inventato il turismo come lo intendiamo adesso, la voglia di partire per andare a vedere al di la della collina, cosa ci fosse e questo includeva anche cose a cui nessuno aveva mai pensato prima, come le bellezze naturalistiche, le montagne, che mai nessuno prima aveva mai ritenuto logico scalare, le altre genti con i loro costumi, l'arte e la bellezza in generale. Così oltre a quei pochissimi che da sempre potevano a buona ragione, definirsi esploratori, che sempre avevano vagato per il mondo allo scopo di riempire i buchi bianchi delle carte geografiche e scrivere nuovi nomi dove prima c'era soltanto Hic sunt leones, tutta una categoria di intellettuali, nobili e finalmente anche borghesi, cominciarono l'epoca dei Grand Tour, divenuti via via obbligatori per tutti coloro che ambivano a completare la loro cultura con una visione più allargata. E questo comprendevano ovviamente soggiorni anche lunghi, con un contatto, a seconda delle possibilità, con personaggi locali, accoppiati alle visioni naturali, di città, di palazzi, di arte e soprattutto di modi di vita, da analizzare, spesso giudicare, ma in ogni caso da assorbire anche inconsciamente, contribuendo così alla circolazione delle idee, unico modo per fare avanzare le civiltà. 

Via via che aumentavano le possibilità tecniche, che facilitavano gli spostamenti e ne diminuivano la pericolosità, prese piede la moda dell'Egitto e quasi contemporaneamente nacque la Thomas Cook, la prima vera agenzia turistica, che si preoccupava appunto di programmare questo tipo di viaggi. Poi il Grand Tour, comunque nella disponibilità di classi privilegiate e minoritarie, lasciò via via il posto alla Villeggiatura, che era comunque una sorta di turismo, ma stanziale, che trasferiva la gente in altri luoghi, ma con intenti meno culturali, man mano che la moda si allargava a strati sempre più vasti di popolazione, che evidentemente vedevano aumentate le proprie possibilità economiche, fino a farlo diventare nella prima metà del secolo scorso, abitudine sempre più possibile per amplissimi strati sociali. Come sempre quindi, il numero crescente di partecipanti, divenuto ormai fenomeno di massa, ha cominciato a produrre danni pesanti, manifestando anche in questo campo l'assioma che il pianeta ha una capacità limitata di tamponare i danni prodotti all'ecosistema da una specie parassitizzante, che, superando una quota prefissata e non più sopportabile, comporta un danneggiamento che diventa mutazione irreversibile. Un esempio classico è la colata di cemento che ha ricoperto ordinatamente quasi tutte le coste del Mediterraneo, e che risulterebbe del tutto incomprensibili ad un mercate fenicio  o ad un contadino egiziano di epoca tolemaica. Da una costola di questo trend si è sviluppato nella seconda metà del secolo scorso, il modello turistico del viaggio, che dagli anni sessanta  in poi ha assunto numeri tali da farlo diventare uno dei più importanti motori economici mondiali. Bisogna prenderne atto, con gli eventuali danni che non poteva non provocare al pari di ogni fenomeno precedente, fino a farlo diventare per alcuni luoghi un vero e proprio problema quasi insostenibile, pensate solamente a Venezia o ad alcune spiagge thailandesi. 

Il  movimento sembra inarrestabile, il covid è stato solo un attimo di rallentamento ormai superato, anche se per alleggerire un po' si cercano strade parallele, come lo spostamento a piedi o con altri mezzi slow, la ricerca di interessi alternativi, falsamente ecosostenibili con opportuni greenwashing, conclamata minore invasività o supposti aiuti da portare in loco. Insomma un imbellettamento per convincere i partecipanti che si farà meno danno possibile. Tuttavia al momento non si vede come il mondo stia per inventarsi novità veramente alternative. Il business è grandissimo e interessa centinaia di milioni di persone, che non hanno nessuna intenzione di mollare la preda, dopo che hanno assaggiato l'esca e l'hanno trovata così dolce, anzi è facilmente pronosticabile che i numeri aumenteranno ancora di molto, man mano che, come tutti si augurano sempre maggiori strati della popolazione mondiale migliorerà le proprie situazioni economiche. Io per parte mia, cosa avrei fatto se avessi dovuto trascorrere la mia vita in un pagus della campagna cispadana ad allevare bianchi vitelli e capre dalle corna ricurve, maneggiando cagliate per fare forme archetipe di parmigiani di là da venire, oppure con una botteguccia artigiana in un comune turrito a tagliare cuoi come mio padre, in un vicoletto con la fogna beante che scorreva al centro della via? O forse, spinto da questa febbre genetica che avrei comunque coltivato nel fondo dell'animo, sarei diventato mercante, in costante movimento in cerca di opportunità e nel contempo distratto dalla conoscenza di quello che mi sarebbe scorso davanti agli occhi? Forse neanche avrei avuto per la testa questa ansia di partire che mi divora, man mano che gli anni utili diventano sempre di meno. Invece eccomi qui a consultare itinerari e a conteggiare talleri, per far quadrare il business plan, visto che il giorno della partenza si fa sempre più vicino.



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domenica 10 maggio 2020

Oasi perdute 8: Zagora e la valle del Draa


Zagora - Marocco - agosto 1984


L'inizio della valle del Draa
Ce l'avevo in testa da anni. Non ricordo neppure dove l'avevo visto per la prima volta o dove ne avevo sentito parlare, però l'immagine di quel cartello mi ronzava nel cranio come un richiamo irresistibile, un'esca dai profumi fascinosi ai quali nessun cavedano riesce a resistere. Così dopo aver testato la resistenza del camper sulle strada di Capo Nord, quell'anno volli tentare quel giro strampalato fino all'estremo sud a cui si potesse arrivare senza particolari visti. Il traghetto da Genova a Tunisi, poi tutta la costa di Tunisia e Algeria e poi fino in fondo al Marocco, almeno fino a dove non ci fosse una sbarra che mi impedisse di proseguire più in giù. Poi saremmo ritornati dalla Spagna per completare il giro. Però proprio in Marocco c'era quel cartello ad aspettarmi, un appuntamento che non volevo assolutamente mancare. Quindi dopo Ourzazate, lasciato il meraviglioso palazzo della Kasbah di Taourirt, imboccammo senza dubbi di sorta la stradina asfaltata N9 che percorre tutta la valle del Dra per arrivare in quasi 200 chilometri, fino all'inizio del grande erg di dune rosse da cui ha inizio l'estremità occidentale del Sahara. Questa valle  è uno dei paesaggi più straordinari del mondo ed a distanza di 36 anni ce l'ho ancora piantata in testa quasi metro per metro. Subito dopo la città, la strada si inerpica un poco e poi scavalla in un territorio di roccia nuda e piena di spaccature, valli, calanchi ed erosioni che le acque in altri tempi e poi il calore potente ed il vento che, carico di sabbia, smeriglia queste balze come carta abrasiva, hanno plasmato durante intere ere geologiche. 

Il Draa
La valle che si apre contorta nelle falde più a sud dell'Atlante, prosegue dapprima stretta e solitaria, con ripide pareti, allargandosi poi sempre segnata al fondo dal rigagnolo estivo del Draa che a tratti in estate scompare del tutto. Questo tracciato, che a tratti si allarga un poco, è segnato in continuo da una sottile fascia di palmeti che godono della relativa umidità del wadi sottostante. Nei rari tratti più favorevoli, qualche agglomerato di case rosse di argilla cruda dalle pareti inclinate. La strada che scende a poco a poco dalla montagna, contorta e tutta curve, prende poi un andamento più rettilineo quando la discesa si calma e la furia primigenia che ha creato in epoche passate quei rilievi, si distende e cerca riposo. Ad un certo punto, più o meno a metà strada, compare dall'altra riva del wadi uno spettacolo che sembra preso di peso da un film, l'abitato di Tamnougalt, con la sua Kasbah di terra rossa dalle mura alte a strapiombo sul fiume. Non a caso, mi risulta sia spesso utilizzata proprio come naturale set cinematografico. Questa è davvero una visione onirica, un castello sotto il quale immagini battaglie di cavalieri vestiti di bianco, di principesse prigioniere, di califfi che tornano dalla caccia col falcone. Ma la strada segue implacabile verso est e scende ancora di poco fino ad arrivare a Zagora, allora punto estremo prima che comincino le piste che si lanciano attraverso il deserto. La cittadina, specialmente ad agosto aveva tutte le classiche caratteristiche di questi luoghi sahariani, le strade polverose e sempre in lotta con la sabbia che arriva col vento e soprattutto un silenzio assoluto, perché durante il giorno nessuno ha voglia di sbattersi troppo col caldo che fa.

Vita di villaggio
In ogni caso le attività sono sempre piuttosto ridotte in questi luoghi, dove ha sempre trionfato la pastorizia, lavoro fatto di soste e di silenzi davanti al nulla ed una lenta agricoltura che sfrutta i piccoli quadrati di terra attorno alle palme da dattero, dove i tracciati dei minuscoli canali, tracciati da secoli, conducono la poca acqua a nutrire pianticelle di ortaggi sempre in lotta per sopravvivere. In verità la stradina proseguiva ancora per quattro o cinque chilometri infilandosi nel mare di colossali dune rosse, dove potersi godere il tramonto che le insanguina ancora di più e rappresentava di certo il gran finale della giornata, ma lo scopo fondamentale, quello che aveva maggiormente contribuito a farmi arrivare fino a qui era la ricerca del famoso cartello. Con l'aiuto di un ragazzino che caricammo a bordo all'inizio dell'oasi, arrivammo in una piazzetta, uno slargo dove in effetti partiva poi la strada verso est. Ed eccolo lì in fondo, sul bordo ad est dello spiazzo, con alle spalle un'orticello di piantini stentati, dipinto su un muretto di malta imbiancata, che occhieggiava ruffiano ed invitante, con la sua scritta onirica: Tombouctou 52 giorni, in francese ed in arabo. Sotto, un disegno naif con una carovana di dromedari e di uomini blu che si allontana verso il deserto. Il luogo e quella scritta ha un così grande carico di attrazione che non puoi, percorso infine l'ultimo tratto fuori dell'oasi, seduto sull'alto della duna più alta, mentre il sole muore lontano, non ricominciare a sognare, come facevo io quel giorno, nuovi itinerari per penetrare quel deserto infinito e raggiungere finalmente la regina delle sabbie, alla quale però non sono mai potuto arrivare.

Paesi della valle del Draa


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sabato 9 maggio 2020

Oasi Perdute 7: Il mercato dei dromedari di Goulimine

Mercato dei dromedari di Goulimine - Sud Marocco - agosto 1984


Tramonto all'oasi
Goulimine era l'ultimo avamposto del sud marocchino dove sia consentito arrivare con i propri mezzi senza sconfinare in territorio Saharoui. Un'altra delle tante oasi perdute dell'Africa che vive galleggiando sulle sabbie. Qui si svolgeva ogni domenica il più importante mercato di cammelli del continente, che poi naturalmente son dromedari, ma si dice così. Vi convergevano a migliaia, touareg con i mantelli blu, Saharoui con grandi turbanti bianchi avvolti attorno al capo, commercianti marocchini con camioncini malandati e qualche turista di lungo corso che amava perdersi tra le mandrie e i sensali. Sembrava, è vero, di stare al mercato di Alba o di Moncalieri vestiti da carnevale. Stessi gesti, stesse pacche sulle spalle, stesse strette di mano, solo i cammelli avevano un'aria distaccata, superiore, ma loro sono gli unici esseri viventi a conoscere il centesimo nome di Hallah e quindi se la possono permettere. Giudiziosamente eravamo arrivati il giorno prima col nostro camper scassato e ultradecennale, un 238 Fiat del quale non finirò mai di cantare le lodi, dopo aver traversato tutto il magreb a partire da Tunisi, rimanendo però subito preda di un ragazzino che ci aveva convinti ad andare a parcheggiare nell'oasi della sua famiglia a qualche chilometro dal paese. Ne valeva assolutamente la pena; sotto un gruppo di palme ci si poteva godere uno spettacolare tramonto sulle dune, prima dorate e poi rosse, infine nere, del grande erg occidentale.

Touareg
Tra le palme di quella che pareva proprio l'oasidelle barzellette con qualche ciuffo di palme sparso tra le sabbie, c'erano anche altri sbandati, tra i quali due ragazzi di Cuneo, entusiasti ed affascinati come noi del luogo. Calato il sole, il ragazzetto viene a chiamarci con aria complice e ci comunica che proprio fuori dall'oasi si è accampato da due giorni un cosiddetto uomo blu del deserto, un'ottima occasione per una serata un po' particolare. Facciamo comprare carne di cammello per gli spiedini e con i due cuneesi al seguito, veniamo ricevuti dal predone del deserto che ci accoglie, dopo aver controllato la carne, con la proverbiale ospitalità touareg. Era un uomo non giovane, ma di aspetto severo avvolto in larghe vesti indigo di un blu accecante, la testa completamente avvolta in un gigantesco cheche che copriva anche parte del volto, la cui pelle scura era cotta dal sole e dalla sabbia del deserto. Se ne stava accoccolato nella sua grande tenda, su spessi tappeti, appoggiato a sacchi di mercanzia disposti in disordine dietro di lui. Veniva al mercato due volte all'anno per barattare sale con orzo, thé e altre cose preziose per chi come lui passava tanto tempo lontano dal mondo civile. Così tanto tempo e così lontano da rimanere stupito e sorpreso quando non spaventato da certa tecnologia, evidentemente a lui poco nota. 

La luna nell'oasi
Come non ricordare, tra un thé alla menta ed i dolci datteri freschi, il suo sbattere gli occhi, meravigliato, quando il nostro cuneese usò il suo accendino per fare il fuoco sotto gli spiedini; come se lo rigirava tra le mani continuando a fare scattare la fiamma, come un bimbo con un gioco appena scoperto, lasciandolo poi da parte, strumento diabolico in cui è male, forse, riporre fiducia. Che dire poi, quando si ritrasse terrorizzato, perché improvvidamente, incurante delle prescrizioni preventive della nostra piccola guida, estrassi la macchina fotografica, subito riposta; un evidente oggetto demoniaco. Dispensava inoltre frasi sagge, tradotteci in simultanea, come osservazioni sui meloni, dono di Hallah, dolci dentro ma ruvidi e brutti di fuori o sui datteri, dita di luce divina. Mentre la nostra cuneese guardava con espressione rapita il principe delle dune, il cui fascino selvaticodi certo smuoveva l'ormone, salutammo la compagnia, e ce ne filammo a letto. L'alba sulle dune è veramente un dono imperdibile; le sfumature infinite che iniziano col rosa leggero, per passare poi rapidamente tutti i toni dell'ocra, ti riscaldano dentro e ti rassicurano. Ed ecco arrivare i nostri cuneesi, lei, entusiasta, ci mostra un pugnale antico col manico d'argentone cesellato, che l'uomo blu ha loro ceduto dopo molte insistenze. Era di suo nonno, ma la necessità di nutrire le sue bestie lo avevano convinto a cederlo. 

Al mercato
Il poveretto, è chiaro, non conosceva il valore reale del danaro, ma era disposto solo al baratto ed il piccolo Mahmud li aveva aiutati, facendosi carico di cambiare i loro cento dollari con i dieci sacchi d'orzo di cui il pastore abbisognava. Gli occhi le brillavano ancora per l'emozione e li lasciammo per andare al mercato, ragione per cui eravamo venuti fin lì. Un luogo straordinario che ci riempì gli occhi dall'alba per lunghe ore fino a mezzodì quando, quasi terminate le contrattazioni, lo lasciammo ai pullman di turisti che arrivavano da Agadir per perderci tra alcune bancarelle di souvenir. Una di queste era completamente ricoperta di pugnali identici a quello del nostro ospite, disponibili a un dollaro e cinquanta (ancora da trattare però). Ridacchiando, improvvidi scettici relativisti, ci dirigemmo verso un piccolo ristorante dove, per quegli strani casi del destino, trovammo i nostri due amici, con un diavolo per capello. Avevano certamente visto la bancarella e truffati ma non domi, erano subito corsi alla locale stazione di polizia, dove avevano raccontato il fatto. Pare che i gendarmi un po' assonnati abbiano esclamato: - Ma 'sto Hussein non vuol proprio capirla, ne ha bidonati altri due!- e caricatili sulla jeep, li abbiano riportati all'accampamento dove, dopo una ramanzina e con promessa di non farlo più, il nostro magnifico guitto, restituì il maltolto. Un sogno distrutto da una improvvida bancarella, sciolto nell'acido del buon senso e dello scetticismo. Cento dollari in più in tasca ma una emozione in polvere. Eppure l'anima si nutre di sogni; che pugnalata, è davvero il caso di dirlo, che occasione perduta, che peccato!

Trattativa

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martedì 21 luglio 2015

Bhutan - Montagne e valli

Giovani buthanesi


Scimmia cappuccina
Montagne aspre e valli profonde. Profili tormentati che non il vento, uso a lasciar dietro di sé linee sinuose e arrotondate, segnate solo dalle sue carezze, ma l'acqua ha disegnato, con la sua furia vorticosa, prima dal cielo, con l'intensità del monsone annuale e poi con la rabbia delle forre e dei torrenti che si precipitano verso il basso partendo dalle nevi senza tempo, scavando con unghiate profonde il loro percorso tortuoso che cerca la via verso il mare senza riguardo, aprendosi strade, scavando frane nei fianchi molli di terra antica o infrangendo rocce apparentemente indomabili, scardinandone le forme, modificando le linee del paesaggio con facile mossa. Questa terra è specchio della furia della natura e l'uomo che ci si è adattato, la popola con un certo rispetto, senza cercare di modificarla troppo, costruendo con attenzione, senza sfide ingenerose, conoscendone ormai il destino che condanna a modifiche continue, aiutati anche dagli innumerevoli terremoti che la sconvolgono, proprio qui dove la placca indiana si infila sotto quella cinese. Pare un gioco, un destino, ma questi due mondi sono condannati ad una contrapposizione costante. Le montagne più alte della terra stanno qui dietro, barriera apparentemente invalicabile e che invece per secoli ha visto passare genti, ma soprattutto idee, religioni, pensiero.

Una valle laterale
In pochi chilometri dalla piana bengalese sei già attorno ai 2000 metri, l'aria è fina quassù e vedi soltanto strade e sentieri che vanno ancora più in alto, quasi che qui, che già ti pare di essere alla cima, non sei che all'inizio della via, che si contorce in curve e controcurve continue per salire verso passi nascosti tra le nuvole, sopra la nebbia grigia della pioviggine triste, verso pascoli verdi di alta quota, che qui è alta davvero. Ai bordi della strada, tra l'erba alta, grandi scimmie cappuccine grige saltano in cerca di cibo. Sulle coste spioventi paesetti nascosti da cenge o case isolate, circondate da prati verdi e boschi senza fine. Qui l'uomo ha imparato sulla sua pelle e le case sono di sana e robusta costituzione, si potrebbe dire. Di solida pietra e spessi muri, hanno tutte la stessa struttura quadrata e ampia a due o tre piani, dai muri leggermente inclinati verso l'interno e tetto sollevato di scandole di legno, oggi sostituita da miserevole lamiera ondulata se pur colorata, per permettere ai venti del nord di scorrere e costituire una sorta di essiccatoio naturale, in cui mettere fieni e altre derrate a cui l'umidità del campo non consentirebbe una corretta conservazione. Sotto il tetto nero, scendono i muraglioni sempre dipinti a fondo di calce bianca, nitida che fa spiccare la casa anche di lontano, su cui si aprono regolari finestre dai contorni travati in legno, il materiale principe quassù.

Case bhutanesi
E proprio nel legno si sbizzarrisce la voglia decorativa, con una serie infinita e sempre diversa di incastri di alternanze di vuoti e di pieni, completamente ricoperte di sculture, rilievi e soprattutto di colori vivacissimi a rappresentare fiori, animali, dei e fanciulle e simboli sacri e bene auguranti. Negli orti, peri e peschi in fiore a fare spicco sul verde dei prati e dei boschi o delle risaie a terrazze con cui gli uomini hanno tentato di piegare una terra nemica dell'agricoltura. Lungo la strada un accogliente ostello, dove il turista è atteso con rustica simpatia e gentilezza. Tutto è già pronto, il buffet di cose gradevoli, non troppo sciape, non troppo piccanti, come piacerebbero ai bhutanesi, perché lo straniero non si dispiaccia troppo se trova gusti troppo lontani dai suoi. Il grande fratello dello stato, non vuole che tu abbia sgradite sorprese, tutto deve procedere secondo una serenità imposta che ti faccia contento, senza che ti venga voglia di uscire dal seminato turbando l'ordine costituito. Tutto previsto nei dettagli. Dopo un altro passo, la valle si apre su Thimphu, la capitale, una serie di case più o meno delle stesse dimensioni, che mantengono, anche se moderne la struttura tradizionale, con le vie che si incrociano diritte ad accampamento romano. Ha smesso anche di piovere. Nel regno della felicità deve sorridere anche il cielo.


da Phuentsholing a Thimphu


SURVIVAL KIT

Thimphu
Non serve a molto che vi dia in questa sede indicazioni su alberghi e ristoranti, in quanto nel pacchetto che siete obbligati ad acquistare non avete la possibilità di scegliere, ma tutto è già pagato e compreso. In ogni caso la sensazione è che la qualità sia abbastanza standardizzata e in effetti non ho riscontrato differenze molto significative in meglio o in peggio nei diversi locali, salvo la piacevolezza o meno del panorama circostante dovuto al luogo stesso. Nei ristoranti troverete sempre un buffet su cui effettuare la scelta tra 6 o 7 piatti. Spesso alla sera prima viene servita la zuppa del giorno. Tuttavia vi indicherò ugualmente le mie tappe, per puro spirito di servizio. 
Bunakha  -  A metà della strada tra Phuentsholing e Thimphu, 168 km, circa 5 ore. Sulla strada una locanda a cui si fermano quasi tutte le organizzazioni turistiche. Buffet con momo al formaggio molto buoni, riso, patate, noodles, verdure. Molto gentili. Lungo la strada panorami magnifici

Norbuling hotel - Changlam street - Thimphu -  In centro città, molto comodo se volete fare due passi alla sera. Free wifi molto potente anche in camera. TV . Thé offerto all'arrivo. Pulito con dotazioni buone. Ristorante Gaga nell'hotel, con buffet di buona qualità. Ottima la soupe di cavolfiore. Personale molto gentile.


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Monaci a Thimphu
Gangtok la capitale

sabato 12 aprile 2014

Turisti a Hué



Carpe rosse del lago della mezzaluna

Mercato di Hué - La venditrice di cappelli
Il turista è una categoria kantiana che ha come caratteristica principale quella di essere psicologicamente indifeso. Si trova, in generale, in un luogo estraneo al suo modo di vivere e relazionare, dunque reagisce quasi sempre in maniera esagerata. O si lascia circuire per essere troppo confidente o al contrario si rinchiude a riccio timoroso di essere attaccato, soprattutto nel proprio portafoglio. Chi vive intorno al turista e ci campa, se non è improvvisato nel suo mestiere, conosce bene tutte queste sfaccettature e come tutti i professionisti opera tranquillo e generalmente porta a casa la pagnotta. Anche la venditrice di souvenir improbabili, che teoricamente sono del tutto invendibili se fai una disamina attenta e critica, ha successo se fa un attento lavoro psicologico. Innanzitutto sceglie il suo turista con attenzione isolandolo dal gruppo, un po' come la leonessa nella savana. Prima di attaccare, sta a guardare a lungo il branco di zebre che brucano, visibilissime nell'erba verde. Sceglie con cura la sua vittima individuando quella più debole e meno abile alla fuga, poi parte determinata all'attacco e non molla la preda fino a che questa, esausta per l'inseguimento non si abbandona al fato, si lascia definitivamente andare al suo destino ineluttabile e compra. Eccola lì, la predatrice che si aggira apparentemente docile, ma determinata, attorno alle sedie del bar, incurante dei reiterati dinieghi. 

Code di gambero
Sa per esperienza che spesso questi sono rifiuti di facciata, ma riesce a cogliere, e qui sta la professionalità, da apparentemente piccoli segnali, un'occhiata distratta lanciata di sbieco mentre sfoglia il pacco di dipinti per mostrarne l'assoluta bellezza o un cenno inconsapevole della mano, insomma i segnali muti del corpo, che c'è comunque un minimo di interesse, una piccola incrinatura nella corazza della decisione di non comprare che la rende intrinsecamente fragile. Rimane lì senza apparente disturbo, come il gatto che attende sornione attorno al buco dove il topo si è rifugiato. Gli spazi tra i tavolini del bar sono off limit, è vero, ma l'avvicinarsi ogni tanto a riproporre l'ambita merce, fa parte della strategia, anzi il cameriere che infastidito la allontana maleducatamente risulta ancor di più tecnicamente utile ad indebolire la preda. Si sa che il turista alla fine è un tenerone, magari a casa predica il mitragliamento dei clandestini, ma qui è disposto all'aiuto generico che lo fa sentire più buono. Così alla fine, l'attesa è fatica che viene quasi sempre premiata. Il turista, mentre fa per andarsene, alla fine crolla e se ne torna in albergo con il rotolino sotto il braccio, che finirà inevitabilmente a casa in un cassetto, rassicurato dal fatto che comunque quei quattro soldi spesi, quantomeno saranno utili a smuovere il PIL locale al rialzo, che in fondo è sempre una cosa utile. D'altra parte le code di gambero pastellate e il trancio di tonno teryaki aiutano a ragionare in positivo.

Tonno teryaki (delizioso)


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giovedì 21 marzo 2013

Zanzibar: spezia e commerci.


Stone Town - Zanzibar - Il caravanserraglio.


Un piccolo balzo al di là del mare. Sembra un nulla e invece è un salto enorme, dall'Africa vera a questa terra di mezzo, né Africa, né Asia, misto perfetto in salsa araba, a sé stante e senza paragoni. Zanzibar, l'isola della spezia, l'avamposto dell'Oriente che arrivavano a predare la Grande madre ben prima degli Europei. Una mistura unica di India, di Medio Oriente, di antico e moderno. Terra di commercio soprattutto, sia questo fatto di schiavi neri, profumi forti o oggi, offerta di spiagge bianche e paradisi sognati su depliant patinati. Questo è sempre stato il destino dei luoghi di mercanti. La Zanghibar che raccontavano a Marco Polo in viaggio per tornare a Venezia, popolata di figure strane e forse paurose, come racconta nel cap. 187 del Milione:

Zanghibar (Zanzibar) è una isola grande e bella e son tutti idolatri  e ànno loro linguaggio. La gente è grande e grossa che son sì grossi e li uomini sì vembruti (questo particolare colpisce sempre) che paiono gioganti e vanno tutti nudi e no si ricuoprono lor natura. E sono tutti neri e sono li capelli tutti ricciuti. Elli ànno grande bocca e naso tutto rebbuffato in suso e le labre e le nari grosse ch'è maraviglie, che chi li vedesse in altri paesi parrebbero diavoli. Qui si à le più sozze femmine del mondo ch'elle ànno la bocca e il naso grosso e corto, le mani grosse quattro cotante le altre.


Ma nessun timore ha mai fermato i mercanti, l'interesse per il guadagno, ma anche l'innata curiosità che li spinge verso lidi lontani dove le cose preziose costan poco e si possono scambiare con profitto, così questa terra di confine tra i mondi, ha sempre attirato genti da ogni mare. Attraversi lo stretto in un paio d'ore e la moderna nave è piena di volti antichi carichi di masserizie, che vanno dai "nasi rebbuffati" e nerissimi, ai lineamenti chiari e gentili di volti femminili a mala pena nascoste da veli trasparenti. Vedi barbe salafite sotto occhi cupi e atteggiamenti disinibiti fasciati in jeans strizzachiappe e dita nervose che martellano i tasti dei telefonini senza sosta. All'arrivo ti pare di esser calato in uno dei porti del Golfo di tanto tempo fa. Alla fonda barche di legno con vele triangolari beccheggiano su un mare di smeraldo, accanto a moderni yacht d'altura; sciabecchi e tartane di legni duri, plastica invadente e bianca, ricoperta di ottoni lucidi. Appena sbarcato la prima sorpresa, che ti definisce l'aria che tira. Un baraccotto sgangherato con gendarmi, l'ufficio della dogana. Niente da fare, anche qui come in tante altre sciocche e miopi parti del mondo, la pretesa di esser diversi, migliori soprattutto dagli altri, quelli di là, pigri, nullafacenti e suonatori di bonghi, che divorano le nostre sudate tasse, sperperandole in bagordi, è lì, sotto una bandiera diversa per distinguersi meglio, viva e presente attraverso la forma assurda ed antistorica di un incaricato assonnato che ti mette un inutile timbro su un passaporto, ulteriore baluardo carico di acredine, appiccicoso orpello ad ornare meglio la stupidità umana. 

Ci tengono molto qui a Zanzibar a distinguersi dagli altri, "quelli di là"; vogliono autonomia maggiore, hanno istituito un ulteriore piccolo parlamento locale, con ministerini fasulli e hanno anche un loro Presidente. Niente di nuovo sotto il sole. Un sole che qui è piuttosto forte e a volte cuoce le zucche tanto che, periodicamente scoppiano disordini separatisti e ci scappa qualche morto, magari un prete cattolico, perché come se non bastasse, a complicare le cose c'è anche 'sto problema della religione che crea ulteriori complicazioni. Stone Town, la vecchia capitale dell'isola è un delizioso esempio di città di mare araba dei tempi andati. Case piccole e affastellate disordinatamente attorno al porto, piene di vicoli in cui perdersi dopo pochi metri, una fila ininterrotta di negozietti, attività artigianali, piccoli locali, bar affollatissimi. Trine di finestre da cui immagini di poter essere a Sana'a o a Venezia. Muri antichi corrosi dal monsone e ricoperti dalla nera patina di muffa umida. Cammini nelle piccole calli sotto il sole feroce e ad ogni angolo si apre una nuova prospettiva; il venditore di acqua con il suo carico sulle spalle, il friggitore di banane, il venditore di anacardi e dovunque profumo di spezia. Una antica casa di ingrasso degli schiavi, il caravanserraglio, oggi abitazione sovrappopolata di decine di famiglie, piccole madrasse, da cui fuoriescono frotte di ragazzi con le divise bianche e ragazzine già costrette nell'hijab di pizzo candido, anch'esso ormai divisa imposta, barriera culturale che però non riesce a frenare sguardi di fuoco lanciati tra le due schiere, pur mantenentesi a debita distanza. 

Vale davvero la pena non perdersi questa realtà così particolare, questa mistura incredibile di donne africane arabizzate, di gruppi di uomini in lunghe galabeje seduti a chiacchierare, di Masai in manto rosso che passeggiano in cerca di occasioni, di questo meraviglioso sentore di garofano e cannella che profuma l'aria ed il cuore. Guardi affascinato le famose porte di legno zanzibarine, uno dei vanti dell'isola, scolpite, decorate, ricche di borchie e punte di metallo all'indiana, splendore dell'arte decorativa, impedita a riprodurre la figura umana, ma impotente davanti al desiderio di bellezza che cerca espressione e sfogo comunque. Finalmente dopo l'ennesimo angolo cieco della medina, dopo l'ultimo vicolo stretto, ecco una piazzetta bianca, una facciata araba larga con alti gradini che fungono anche da panca per il passante, l'albergo Safari Lodge. Uno stanzone con qualche carta geografica appesa alle pareti, al bancone due inservienti da strappare al torpore meridiano, due poltrone sdrucite dalle pesanti volute barocche, un sofà sfondato dai duecento chili dell'enorme proprietario, barba lunga, cute sudaticcia, manone con salcicce grasse al posto delle dita strizzate da pesanti anelli d'oro, che sonnecchia davanti ad un piccolo schermo televisivo su cui scorrono i servizi di Al-Arabija. Basta un suo cenno però, per risvegliare i dormienti che ci assegnano la camera all'ultimo piano, dove dall'arredo e dalle forme indovini subito la mano cinese ristrutturatrice. La notte è buia e non avrai cuore a perderti nell'oscurità dopo il primo angolo per ricercare un ristoro presunto. Così basteranno i biscotti e i dolcetti del piccolo negozio di fronte che ormai sta chiudendo le pesanti porte di legno e un mango maturo, prima che la nuova alba sorga sulle terrazze della città.


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