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domenica 24 luglio 2011

Il Milione 51: Religioni a confronto.

Vacche per le strade.

Chi arrivi in India, qualunque sia la motivazione, non può che rimanere colpito dall'aspetto religioso. Oltre ovviamente all'induismo che la fa da padrone e all'Islam che lo segue in quanto a numeri, praticamente tutte le religioni del mondo vi sono rappresentate significativamente a partire dai Cristiani nelle varie versioni, Ebrei, Buddhisti e tutta la galassia religiosa prodotta dall'India stessa nelle varie epoche, dai Giainisti ai Sigh, inclusi i residui delle antiche religioni del sole del medio Oriente con i Parsi. Le foreste e le montagne ospitano poi una costellazione variegata di animismo complesso. Tutto questo, come si confà all'animo estremista di ogni credo, tra grandi contrasti non certo soltanto verbali, ma assolutamente fisici con morti e feriti. Questo stupisce chi è legato all'idea di un'India da cartolina, pacifista e sorridente, assolutamente lontana da una realtà in cui gli animi, ben guidati, si infiammano con grande facilità. Marco Polo ci descrive tutto questo come meglio non potrebbe fare un cronista di oggi. Sentiamo cosa dice del noto stereotipo della vacca sacra.

Cap. 170
Questa gente adora l'idole e la magior parte il bue chè dicono che è buona cosa; e veruno v'à che mangiasse di quella carne, né nullo l'ucciderebbe per nulla. Ma è una generazione di uomini ch'ànno nome gavi che li mangiano.

Come stupirsi che i bovini siano considerati sacri, dal momento che forniscono forza lavoro, latte e soprattutto sterco che, seccato, costituisce  il combustibile più usato in India, la cui raccolta è appannaggio e compito delle giovani ragazze. Eppure, ho sentito più volte qualcuno blaterare, ma se muoiono di fame perché non mangiano le vacche? E' un po' come pensare a chi si mangia le sementi, un sacrilegio in ogni società antica. E' solo da poco, nelle comunità opulente e sprecone che la carne di bovino, un vero sperpero di risorse, è entrata nell'uso comune. Naturalmente anche laggiù, le vacche muoiono ed ecco che ci sono gruppi non induisti che ne utilizzano la carne. Un costume che va secondo la logica. Della presenza Cristiana abbiamo già detto la volta scorsa con la presenza importante della presenza di San Tommaso in Kerala, ma veniamo ad un culto particolare oggi presente in Orissa. 

Il dio Jagannath e i fratelli
Cap. 172
Ancora vi dico che questa gente fanno dipingere tutti li loro idoli neri ed altri bianchi come neve , chè dicono che il loro dio e i santi sono neri. 

Qui si riferisce al culto di Jagannath, una delle incarnazioni di Shiva, venerato nel grande tempio di  Puri e raffigurato completamente nero con grandi occhi bianchi e accompagnato da fratello e sorella più piccoli bianchi e privi di braccia. Il tempio è off limit ai non indù e per mia figlia che vi entrò, accompagnata dal nostro autista, mescolata tra la folla, fu una esperienza molto forte. Ma ecco la descrizione della casta brahaminica che meglio non potrebbe essere fatta oggi.
Bramino nel tempio.

Cap 173
Questi bregomanni sono i migliori e più leali del mondo chè mai non direbbero bugia, né mangiano carne, né non beuono vino. E stanno in molta onestade e mai toccherebbero altra femina che la loro moglie, né ucciderebbono veruno animale, né non farebbono cosa onde credessoro di avere peccato. Tutti li bregomanni son conosciuti per un filo di bambagia ch'egli portano sotto la spalla manca e si il legano sopra la spalla dritta. si ché gli vene il filo a traverso il petto e le spalle. Questi bregomanni vivono più che la gente che sia al mondo, perché mangiano poco e fanno astinenza e li denti ànno bonissimi per una erba che usano mangiare.

Venditore di Betel
Noce di betel.
E qui si riferisce al Betel, la cui continua masticazione e salivazione con le conseguenti sputazzate rosse ad ogni pié sospinto colpiscono tutti i visitatori del subcontinente. Per quanto riguarda il filo che viene dato ai ragazzi della casta dominante e che si portano sulla pelle per tutta la vita, direi che meglio non potrebbe essere descritto. Ed ecco invece come ci racconta del Jainismo dopo aver visto senza dubbio il santuario di Sravanabelagola nel Karnataka con il monolite scolpito più grande del mondo raffigurante Gomateswara, il fondatore di questo credo di purezza, completamente nudo.

Cap 173
Statua di Gomateswara.
E vanno tutti ignudi senza coprire loro natura, alcuno di questi regolati e quando sono dimandati "perché andate voi ignudi?",e quelli dicono perché nulla vogliono in questo mondo: " Noi non abbiamo vergogne di mostrare nostre nature, perché noi non facciamo con esse veruno peccato e perciò non abiamo vergogna più d'un vembro che d'altro. Ma voi che li portate coperti e perciò che voi li adoperate in peccati e perciò avete voi vergogna".

Omnia munda mundis, si è poi detto da altre parti, no? Prepararsi dunque, se andate laggiù ad un menù vegetariano con tante salsine di cocco e banane, tipiche del sud, ma non fatevi mancare per accompagnamento i classici pappadam (conosciuti con mille altri nomi a seconda della zona, da papad a happala, papadum e così via, ricordando che l'India è un paese da 700 lingue senza considerare i dialetti, vedere la ricetta da Acquaviva) le croccanti piadine fatte di farina di riso o lenticchie o altri legumi, con mille ricette locali diverse. 



Puppadam - da wikipedia

Refoli spiranti da: Marco Polo - Milione - Ed.Garzanti S.p.A. 1982


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mercoledì 16 febbraio 2011

Il Milione 38: Tattoo e mangiare con le mani.


Nella sua esplorazione via terra, difficile e pericolosa per i tempi, ma di certo non come oggi, visto che quelle zone ancora non erano cosparse di mine antiuomo, il nostro Marco Polo arriva fino ai confini orientali dell'India, una vasta zona che comprende l'attuale Bangla Desh e il Bengala indiano, fino allo stato dell'Orissa.

Cap. 122


...e dopo lasciata la provincia di Mien (Birmania), v'è una provincia verso mezzodie ch'à nome Gangala (Bengala), che negli anni Domini 1290 che io era ne la corte, il Grande Khane non l'avea ancora conquistata, ma tuttavia v'era oste per farlo. In questa provincia ànno loro linguaggio e sono pessimi idoli e sono a li confini dell'India. Elli fanno grande mercatantia di care spezie che ànno, spigo e galinga e zinzibe e vivono di carne pesce e riso.

Ancora oggi, percorrendo queste aree rurali del subcontinente è tutto un susseguirsi di piccoli villaggi tra le risaie, popolate di contadini che alternano la loro difficile vita tra il fango che genera il loro alimento principe e i piccoli mercati spontanei che sorgono tra le capanne, dove su teli improvvisati a terra vengono offerte immutabili, le spezie di allora. Piccole piramidi di radici di zenzero, mucchietti di coriandolo, mazzi di erbe odorose e poi via, seduti nelle approssimative taverne a mangiare i cibi di strada, pesce di fiume in un sugo piccante in cui intingere palline di riso mescolate con le mani (mi raccomando con la destra, che la sinistra serve ad altri più immondi usi, e usando solo la punta delle dita che fa più chic, ma come dice qui Acquaviva, potete anche succhiarvele per non perdere il condimento che è il più buono e come si dice, se no si gode solo a metà). Beh il nostro Marco ci sarà stato anche abituato, giacché allora a Venezia la forchetta non l'avevano ancora inventata, ma vi assicuro che sulle prime, questo impastare il riso per mescolarlo al resto, su piatti fatti di grandi foglie di banian, mi ha messo un poco in difficoltà. Solo la fame poi, fa superare le barriere interculturali. Ma questa non è la terra degli indiani, ma degli Adivasi, "quelli che c'erano prima". Sono le tribù primitive che popolavano l'area prima dell'arrivo degli Arii, disprezzate dalla cultura ufficiale indù, e rimaste ancorate alle antiche tradizioni, che stupirono anche il nostro Marco.
Questo è uno dei tanti aspetti interessanti di queste genti che oggi vivono isolati nel folto delle foreste del Bengala e dell'Orissa, primitivi che contro voglia stanno per essere spazzati via dall'ingordigia del nostro mondo e dal nostro prepotente sistema di vita. Gli straordinari tatuaggi che ricoprono i corpi delle diverse tribù dai Kutia, ai Gondria, ai Khond sono ancora oggi esibiti per la loro bellezza e la ragazza che mi mostrava orgogliosa il suo viso ricoperto dai segni che simulavano i baffi della tigre, uguali a quelli che la sua progenitrice mostrò a Marco, forse non li farà più a sua figlia e anche al mercato, accanto alle piramidi di peperoncino rosso come il fuoco che promette, cominciano a vedersi, cucchiai e forchette di alluminio, assieme ai coloratissimi braccialetti di plastica cinese. Il Gran Khan ha compiuto definitivamente la sua conquista.


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giovedì 26 agosto 2010

La vittoria dei Dongria.

Oggi una buona notizia. Sembra che, una volta tanto, abbia vinto il piccolo e debole contro il gigante potente. Ricorderete che vi avevo parlato della vicenda dei Dongria Kondh, una piccola tribù dell’Orissa di Adivasi (i primi abitanti dell’India) a cui il colosso minerario Vedanta Resources voleva portar via le terre, includenti la loro montagna sacra, cacciandoli con quattro soldi in qualche lurido slum di una disperata periferia indiana. Una storia alla Avatar molto più reale e concreta della favola del film. Pochi davano la partita giocabile, figuriamoci, un gruppo di selvaggi seminudi contro un gigante dell’economia, oltretutto in uno stato come l’India, di cui si parla così male a riguardo della corruzione e della serietà dei suoi tribunali quando i diritti dei deboli si scontrano contro quelli che contano.

Nessuno lo avrebbe mai creduto possibile. Ma il coraggio dei Dongria, che come avrete visto nei video disponibili, sono abbastanza tosti, sorretto dalla forza di una forte campagna internazionale guidata da Survival e guarda caso dalla potenza del Web, attraverso il quale, migliaia di lettere da tutto il mondo sono arrivate al governo indiano (addirittura, e vi ringrazio, qualcuna attraverso la lettura del mio modesto post), ha trasformato una missione disperata in un commovente successo. Così, nonostante le enormi pressioni politiche ed economiche contrarie, Jairam Ramesh, Ministro indiano all’Ambiente, ha compiuto un atto eccezionale e ha bocciato la controversa miniera. Proprio così, niente ruspe ed escavatori ad abbattere le capanne di frasche, nelle foreste umide dei Nilgiri, niente cave e sventramento nei fianchi della loro dea madre; il palo dei sacrifici, al centro del villaggio vicino al quale mi sono fatto fotografare tromboneggiando, rimarrà diritto, in piedi, orgoglioso e inquietante come una statua di Giacometti.

Io non mi farei troppe illusioni, perché questa gente è sempre astuta e perde le battaglie, ma difficilmente le guerre ed è ingenuo credere che per qualche giudice “infame”, si rinunci alla montagna di bauxite da predare, lasciandola intonsa e vergine sotto le chiappe dei nostri amici Dongria; d’altra parte si sa che, quando giudicano in danno di qualche potente, i magistrati sono dei farabutti della peggiore specie, oppure dei biechi comunisti trinariciuti, quantomeno da mettere da parte, per cui credo che i nostri selvaggi, che hanno sì, l’anello al naso, anzi ne portano normalmente tre, ma solo materialmente, faranno bene a stare in campana. Comunque il Web vigila ed è un grave errore sottovalutarlo.






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venerdì 12 marzo 2010

Le ruote del sole.

Era l'ultima tappa del nostro viaggio in Orissa ed ogni giorno era stato denso di sensazioni e immagini da mandare a memoria. Avevamo tenuto per ultimo il grande tempio di Konarak, una delle attrazioni architettoniche più famose dell'India. Ci arrivammo di mattina presto da Puri, percorrendo le piccole strade lungo gli argini delle risaie. Quando ci venne incontro, colpito di lato dai violenti raggi di luce che penetravano tra gli scampoli di azzurro lasciati liberi da una gonfia nuvolaglia quasi nera, ci aggredì con lo stesso impatto di grandezza che hanno in tutto il mondo altri monumenti simili, da Stonehenge a San Pietro, al Borobudur, alla Città Proibita, alle Piramidi di Tikal. Il tempio di pietra ocra dedicato a Surya, il Sole, è costruito con le sembianze di un immenso carro, identico per forma a quelli del Ratha Yatra ed è noto soprattutto per le stupefacenti 24 ruote di pietra, alte più di tre metri, finemente scolpite, che simulano quelle dei carri processionali. Tutte le pareti sono completamente ricoperte di spettacolari altorilievi di ogni dimensione che non lasciano spazi di riposo all'occhio, in una sorta di horror vacui estremo. Vi sono descritte in fregi che avvolgono l'intero tempio, processioni rituali di animali, di uomini, mostri, divinità, episodi dei libri sacri e in una serie di metope più grandi e dal tratto più raffinato, un'altra delle esplosioni della scultura erotica, già nota per i più famosi templi di Kajurao. Si rimane attoniti e non riesci a smettere di guardare ogni immagine, ogni gruppo di figure, ogni lunga teoria di elefanti che con elegante leggerezza sembrano scivolare attorno al grande carro immobile, ma che pare sul punto di mettersi in marcia da un momento all'altro. Una trina finissima istoriata nella pietra, tutto intorno ai corpi che languidamente sembrano lasciarsi andare al continuo rincorrersi delle sensazioni fisiche e mentali del Tantra. La bellezza delle ruote, su cui sono stati scolpiti anche i chiodi per poter procedere lungo la strada fangosa senza intoppi, lascia senza fiato tutti i visitatori, che procedono in silenzio, fermandosi di tanto in tanto ad ammirare le sfumature del colore della pietra mentre la luce, condizionata dal monsone, varia continuamente. Ci rimanemmo parecchio, poi, rifocillatici con qualche banana rossa che Prakash ciaveva procurato in uno dei tanti banchetti di frutta che circondavano il sito, riprendemmo la strada per Bubaneswar, verso l'areoporto, silenziosi. Anche Prakash, solitamente chiacchierone, non parlava e il salutarci fu un momento di grande commozione. Ci ricordò che la breve sosta iniziale e la puja al tempietto di Ganesha, avevano sortito l'effetto desiderato, di avere un viaggio privo di problemi, ma soprattutto ricco di momenti da riportare dentro di sé, per migliorare noi stessi. Sereno, ma allo stesso tempo meditativo. Si era in un certo senso, affezionato a noi ed in particolare alla nostra ragazza, che sentiva di certo come una dei suoi e a cui strinse a lungo le mani, guardandola negli occhi prima di lasciarci. Aveva l'occhio umido, come noi del resto, e non sembrava neppure badare troppo alla busta che gli avevamo lasciato e che stropicciava distrattamente, salutandoci, per indovinare l'entità del contenuto.



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giovedì 11 marzo 2010

Fedeli e preghiere.

Eravamo ormai a Puri la città santa, sede del grande tempio dedicato a Jagannath, il Signore dell'Universo. Questo Dio venerato diffusamente in Orissa, è piuttosto curioso e si ricollega ad una forma secondaria di Khrishna, già avatar di Vishnu, ma il suo aspetto esteriore è assolutamente lontano dai canoni classici della mitologia Hindu. Contrariamente a tutti i suoi colleghi, ricchi di braccia e mani e occhi che contorcono i loro corpi in tutta la barocca iconografia religiosa, il nostro Signore è sempre raffigurato con un tozzo tronco appuntito, senza braccia né gambe, dipinto di nero e altri colori vivaci con enormi occhi tondi che osservano i fedeli come un manga giapponese. E' accompagnato dal fratello Balarama anch'egli avatar di Vishnu, uguale a lui ma colorato in bianco e dalla sorellina Subhadra, rappresentata da una piccola statuetta dalle stesse sembianze ma con le braccia, posta tra i due fratelloni. La triade fissa i fedeli con occhi incantati dagli altari di molti templi orissani, ma è a Puri che la devozione collettiva si scatena, in particolare durante le grandi cerimonie del Ratha Yatra, in cui le tre statuette, poste su giganteschi carri alti oltre dieci metri vengono portati in processione lungo i tre kilometri della via sacra fino al tempio che sta al termine dela via. I tre carri riccamente addobbati vengono distrutti al termine della festa a cui partecipa oltre un milione di persone e ricostruiti l'anno successivo. Potete immaginare il bailamme proprio di tutte le città che campano di religione, percorse in lungo ed in largo da frotte di pellegrini che si affastellano attorno ai punti chiave della devozione. Cambiano le statue, le lingue, le preghiere, ma la ricerca del divino è molto simile in ogni parte del mondo e spesso però è fonte di nervosismo e irritazione, verso chi è fuori dal gruppo. Tra l'altro da queste parti sono abbastanza fumantini, i mussulmani li han fatti filare via quasi tutti, mentre ai cristiani che han sempre tenuto un profilo basso, di tanto in tanto bruciano qualche chiesa, se poi qualcuno non vuole uscire e rimane dentro vuol dire che ci teneva proprio. Verso gli Adivasi animisti, invece c'è abbastanza tolleranza, anzi, data la totale non considerazione verso gruppi ritenuti assolutamente inferiori, si può dire che non gliene può importare di meno. Dunque eravamo al centro della grande piazza da dove parte la processione, occupata quasi interamente dal più grande dei tre carri, quello di Jagannath, ma l'entrata al grande tempio non è concessa agli impuri non credenti, ragion per cui, accedemmo, pagando il giusto, al tetto della vicina biblioteca da cui si ha una buona visione di insieme dell' interno del tempio stesso. Una fiumana di gente, girando attorno ai carri che stavano per essere smontati, si accalcava all'ingresso premendo per entrare, ognuno con in mano le proprie puje, frutti o fiori o altre piccole offerte, altri gruppi si attardavano per poter entrare tutti assieme e non disperdersi; canti e salmodie si levavano dalla folla e dall'interno del tempio assieme a fumi di incenso che i sacerdoti producevano preparando le varie cerimonie. Dal tetto la visuale era interessante, ma nostra figlia sembrava molto interessata a capire da vicino e per così dire, toccare con mano. Prakhash, si guardo intorno, poi la prese per mano e le disse: Fingi di essere mia figlia e non parlare mai.- Scesero le scale e si avvicinarono al portale di ingresso dove due robusti bramini seminudi sorvegliavano vigili e con due pesanti bastoni in mano, che nessuno si intrufolasse senza diritti. Vi assicuro che seguimmo l'ingresso nel tempio con occhio un po' preoccupato, ma subito la folla che premeva li nascose alla nostra vista. Riemersero dopo una mezz'oretta, Prakhash più sereno, la ragazza un po' frastornata. Avevano girato i meandri oscuri degli interni, dove pressati dalla gente, mille mani approfittavano per "aiutarla" a procedere o a salire le strette scalette. Un bagno di umanità abbastanza intenso comunque. Ci mescolammo ai mille sari colorati che percorrevano la via sacra ed andammo verso il mare, poco lontano, dove le onde forti si frangevano con un rumore sordo sulla battigia. Un pesante odore di incenso e di ghi bruciato pervadeva le strade.





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mercoledì 10 marzo 2010

Mare nero.

Lasciammo le foreste, dove a poco a poco le radure diventavano più vaste e lasciavano completamente lo spazio alle zone coltivate. Questa volta la strada correva lungo argini malfermi e fangosi, dove l'acqua diventava l'elemento predominante, sotto ed attorno a noi, oltre a quella che continuava a cadere dal cielo. Eppure nonostante il fango e gli schizzi, il monsone ha sempre una sensazione di lavacro purificatore, di pulizia. L'acqua porta via i residui, lo sporco, il marcio dalle strade e forse dalla testa della gente. Dappertutto è un continuo lavarsi. Dietro o di fianco ad ogni capanna vedi ragazze, donne con grandi recipienti di alluminio che si lavano i capelli o a mollo fino alla vita, seminude nelle pozze, riparandosi un poco con i bordi colorati dei sari tesi attorno a sé. La pioggia cade battente, ma senti arrivare le risa degli scherzi e di chissà quali prese in giro. Arrivammo finalmente al mare, anticipato da immense lagune da circumnavigare a fatica, lungo file interminabili di palmeti alti e piegati dal vento. Qua e là montagne di cocchi con ragazzi intenti a pulirne le noci, a scorticarne la fibra, a farne ammassi da lavorare successivamente. Sulla riva, villaggi di pescatori poverissimi, anche questi Adivasi, ma all'apparenza più integrati con il mondo induista, dai quali si distinguono solo più per l'aspetto dravidico più piccolo e scuro, ma forse proprio per questo all'apparenza, ancora più poveri e disperati. Le capanne sul bordo del mare apparivano più malandate, circondate di sporcizia ed affastellate le une contro le altre, dove una umanità dall'aspetto triste, composta di donne con una miriade di bambini silenziosi e nudi, attendeva con lentezza alle incombenze quotidiane. Tutta la spiaggia intorno era coperta di escrementi e delle scorie della vita quotidiana; verso la spiaggia, decine di legni putrescenti delle barche più malandate che abbandonate sul bagnasciuga attendevano la definitiva dissoluzione per rientrare nel ciclo naturale, che da Visnù il creatore porta fino a Shiva il distruttore. La ruota infinita delle nascite e delle morti che caratterizza l'esistenza, lo schema da cui per queste genti non c'è speranza di uscire. Una cappa triste che incombe ancora più della impossibilità di un miglioramento delle condizioni di una vita misera, anche solo per qualcuno di loro. Oltre la battigia, le onde alte e violente del golfo del Bengala, di un mare scuro, grigio pece come il cielo da cui non lo separa più neanche l'orizzonte, si ergono come bastioni facendo impennare le barche dei piccoli uomini scuri, quasi impedendo loro di lasciare la riva o peggio, di ritornarvi, per punirli della loro impudenza di voler affrontare l'Oceano, obbligati dalla fame, anche se il dio dei mari non lo vorrebbe. Lasciammo il villaggio con un senso di vuoto nel cuore, ripercorrendo la spiaggia lentamente sotto la pioggia, seguiti da cani magri ed infidi che stavano comunque a distanza di sicurezza, usi di certo a subire il bastone o la pietra in caso di incauto avvicinamento. Non avevamo però troppo tempo per riflettere, intenti come eravamo ad evitare di calpestare le scorie della vita che ricoprivano quasi completamente la sabbia bagnata e scura.



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martedì 9 marzo 2010

Heavy rain.

Scusate lo sfogo di ieri, ma non ne potevo più di sentire scemenze in televisione, che di patata si occupa spesso per la verità, anche se in modi non consoni ed il sole primaverile aveva ringalluzzito le mie velleità di divulgatore parascientifico. Oggi invece la giornata è tornata bigia e pioverà tra poco (anzi in verità si è messo a nevicare). Qui da noi la pioggia è comunque triste e credo che il fatto, abbia una influenza culturale netta, forse perchè quando piove fa anche freddo e ci si irrigidisce nei pastrani, stringendo le spalle e anche i diametri delle arterie che portano il sangue al cervello. Secondo me questo incattivisce la gente e la fa richiudere in sé stessa, magari la speculazione filosofica diventa più intensa, ma la voglia di confrontarsi e di socializzare diminuisce. Col monsone è un'altra storia. Quella non è pioggia. Quella è acqua. Acqua a cateratte che viene gettata giù dall'alto come le secchiate dai balconi. Placa il caldo, aiuta la vita, mette allegria e voglia di vivere. Quell'anno in Orissa, il monsone era particolarmente intenso. Non è che la pioggia venisse tutto il giorno uguale e fastidiosa, invogliandoti a rinchiuderti sicuro per ripararti, ma capitavano momenti in cui sembrava che il cielo ti si rovesciasse addosso dandoti delle mestolate liquide in faccia, alternate a spazi di pioggerella fine e quasi tiepida, con le gocce che ti colavano sul viso e che sembravano asciugarsi ancora prima di inzuppare i vestiti. Di quando in quando usciva il sole, subito rovente e cattivo che pareva asciugare tutto in un attimo, lasciando solo un senso generale di umidità che pervadeva l'ambiente in maniera omogenea, confondendo acqua e sudore al punto da farti desiderare che al più presto cadesse la successiva razione di monsone benefico. La gente usciva allegra dalle capanne, approfittando delle pause tra i rovesci più forti ed a gruppi andavano versi le risaie trasportando in testa in pesanti fagotti o con grandi bilancieri, i mazzi delle piantine verde oro da trapiantare. Qualche uomo coperto solo da un minuscolo dothi bianco attorno alle anche, portava sulle spalle un piccolo aratro di legno a chiodo, residuo di una agricoltura primordiale che solo il clima rendeva meno avara. Nessuno cercava riparo dall'acqua, tenendo in testa al più grandi cappelli di paglia a cono per evitare la più grossa. La strada quasi rettilinea che tagliava le foreste del Sud dell'Orissa era stretta e piena di buche fangose dove l'Ambassador bianca, che Prakash lavava inutilmente ed ossessivamente ogni mattina prima di partire, procedeva ad una media dei venti all'ora per non lasciare qualche semiasse lungo i bordi delle risaia, cosa che ci lasciava tutto il tempo per osservare con calma la vita pulsante nelle radure dove le piccole camere circondate dagli arginelli fangosi rialzati con corte zappe, si andavano a poco a poco trasformando da specchi lucidi di acqua fangosa in verdi superfici ordinate il cui confine era segnato da file di donne chinate con i sari colorati rialzati fino alle cosce, che al nostro passaggio arrestavano per un po' il lavoro per osservarci e mandare un saluto. Il mare era ancora lontano e quell'India rurale, se pur durissima e carica di problemi, non dava assolutamente le impressioni di pesante e addirittura fastidioso senso di disperazione delle bidonville metropolitane. Come in tutti i paesi del mondo la povertà mi è sempre sembrata più serena nelle campagne che ai margini della città, dove assieme ai problemi della mancanza di tutto quando dà la dignità all'uomo, si assomma anche lo stridore dissonante del contrasto con l'esibizione della ricchezza, che il paragone rende fastidiosa e opprimente, direi odiosa nel suo disinteresse egoista. Sarà una serenità fasulla quella delle campagne, ma la gente in generale ride quando le parli e ti fa sentire anche un po' meno in colpa. Mica tutti però. Fermammo l'auto per lasciar passare una famigliola che andava verso il suo campetto. La madre, piccola e carica di piantine era già avanti con il suo bimbo legato sulla schiena, il padre magro comminando davanti alla copia di bovini aggiogati più magri di lui, portava sulla spalla l'aratro di legno e si fermò a sorvegliare la strada, mentre un bambino, tutto nudo, con un enorme cappello a cono, portava un piccolo bilancere sulle esili spalle di bimbo con due pentolini alle estremità, forse il pranzo della famiglia. Si fermò in mezzo all'asfalto a guardarci non sapendo bene cosa fare, mentre armeggiavamo con le macchine fotografiche sotto l'occhio orgoglioso del genitore, poi scoppiò in un pianto dirotto, forse provocato dalla vista di quegli alieni bardati di tute spaziali che lo puntavavano. Scelse, saggiamente la via della fuga, correndo sull'asfalto sconnesso mentre il babbo, sganasciandosi dalle risate, ci salutò a lungo, augurandoci buon viaggio.

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venerdì 5 marzo 2010

Oggetto 6: il falcetto della raccoglitrice.

Sollecitato, chiarisco subito la natura dell'oggetto misterioso n. 6, prima di proseguire il viaggio. Dunque ci eravamo lasciati al mercato di Onukudelli alle prese con una graziosa fanciulla Donghria che girava per il mercato con un bambino pacioso con una vistosa thika scura tra le soppraciglia, in braccio. I tre anelli che le ornavano il naso le accentuavano la grazia forse propria dei suoi lineamenti invece dell'aspetto un po' più selvatico delle altre ragzze che la accompagnavano. Infilato nella grande crocchia di capelli neri, resi lucidi dall'olio, stava l'oggetto misterioso, un piccolo falcetto non più lungo di cinque o sei centimetri con un curato manico di filigrana di fili di ottone. E' un oggetto comune tra le Donghria, completamente fatto a mano da un artigiano del villaggio e pare una copia di quello (d'oro) di Panoramix, il druido che cerca le erbe magiche nella foresta dei Galli di Asterix ed ha più o meno la stessa funzione. Le ragazze lo tengono sempre con sé tra i capelli e quando vanno nella jungla in cerca di frutti e radici, lo usano per tagliare i germogli teneri, recidere gli steli delle erbe medicinali, i picciuoli delle papaye selvatiche e degli altri piccoli frutti. Ovviamente ha anche una funzione civettuola come gli altri ornamenti del capo, cosa che, assieme alla sua eleganza, lo rende un oggetto particolarmente attraente, per me, raccoglitore di curiosità varie. Lasciammo la ragazza con le sue amiche attratti da un gruppo di donne Bonda che si riparavano dalla pioggia con teli di plastica blu. Questa è forse la tribù più interessante dell'Orissa. Vivendo in villaggi estremamente isolati, i Bonda sono quelli che più hanno mantenuto tradizioni specifiche, assieme ad una pesante arretratezza che ha come conseguenza una mortalità infantile vicina al 40%. Le donne usano solo con un piccolo gonnellino in vita, ma si coprono quasi completamente con centinaia di fili di perline colorate, che formano anche una sorta di complesso e pesante turbante, mentre attorno al collo tengono una decina di larghi anelli di metallo cavo. E' una società matriarcale, dominata dalle anziane e le ragazze sposano ragazzini molto più giovani di loro, sugli otto o dieci anni affinché, con visione lungimirante, questi siano loro di sostegno alla dura vita delle montagne, fino alla vecchiaia. Tutti però fanno largo uso di ogni tipo di bevande fermentate, cosa questa che incrementa la loro proverbiale irascibilità, che manifestano scagliando pericolose frecce ricoperte di un veleno paralizzante, scoccate a quelle che possono parere blande provocazioni. Rimanemmo quindi alla larga dagli uomini che stavano accovacciati attorno ad una vecchia, circondata di grandi zucche gialle, contenitori da cui, con un altra piccola zucca che fungeva da mestolo, andava mescendo un liquido lattiginoso, che gli astanti attendevano con occhio già lucido e rotondo. Due o tre, già dormivano, russando sonoramente senza curarsi della pioggerella leggera. Le donne invece, conscie della loro fotogenicità, si mettevano in mostra, facendo ondeggiare gli enormi orecchini con piccoli movimenti del capo. Facemmo il nostro dovere di fotografi con una certa fretta, perchè, di tanto in tanto dal gruppo maschile arrivavano grugniti e grida che non parevano particolarmente rassicuranti. L'Ambassador bianca ci aspettava poco lontano e ce ne andammo lentamente per non rompere l'equilibrio del mercato.

martedì 2 marzo 2010

Dharuva Gond: una casa nuova.

Girammo ancora per qualche giorno nella foresta. Un susseguirsi di villaggi sempre diversi, dove la gente vive una quotidianità fatta di gesti consueti, dove vedi ragazze che si lavano passando le pietre sulla pelle, padri che rasano i capelli ai loro bambini lasciando loro un piccolo ciuffo, vedi le donne attorno la fontana del villaggio. Chiacchierano a lungo prima di riprendere il sentiero che porta alle capanne lontane; qualcuna si ferma un po', indugia in pensieri difficili da indovinare. Come canta Tagore nel Gitanjali:

Ero sola al pozzo, dove l'ombra degli alberi cade obliqua.
le donne già erano tornate con le brocche colme fino all'orlo.
Indugiavo pigra, perduta nel mio fantasticare.
L'ora del mattino è tarda e l'uccello canta note stanche;
sopra il mio capo stormiscono le foglie del grande neem
e io siedo, sola, a pensare e pensare.
Ancora villaggi, a volte più "avanzati" con le case in muratura dipinte in colori tradizionali forti, blu, e ocra, dove vivono i Parajas, più integrati, le cui donne curatissime portano sempre un curioso anello da naso d'oro fligranato con una pietra rossa o bianca o quelli dei Mallis e dei Deday, dai lineamenti più aggraziati, con abbigliamenti sontuosi anche nella vita quotidiana, tradizionali coltivatori di fiori di cui fornivano le regge dei locali raja e ancora oggi mantengono l'abitudine di portare un grande fiore rosso tra i capelli lisci e neri, raccolti in una crocchia alla destra del viso. Altri invece più poveri e nascosti nel fitto della foresta come i Gadaba, agricoltori gentili ed accoglienti, con ancora un forte senso delle tradizioni, come quella del Dio-fratello che sta loro vicino nei momenti di difficoltà e viene considerato come un Lare componente del nucleo familiare. Le donne portano alle caviglie anelli di metallo grandi e spessi di notevole peso che rende la loro camminata un poco strascicata ed assai elegante. Ma nel folto della foresta delle pianure del sud dell'Orissa, attraversate da un fiume impetuoso e gonfio di fango durante il monsone, che si precipita attraverso uno spettacolare scenario di gole laviche, vivono in capanne sparse i Dharuva Gond, cacciatori e pescatori primordiali. Pescano con arco e frecce arpionate munite di una lunga cordicella di fibra che ne consente il recupero. Gli uomini, che hanno solo un ridotto perizoma ai fianchi, si rasano il capo lasciando solo una lunga treccia. Catturano ogni animale della foresta ed una particolare leccornia è costituita dai pulcini degli uccelli che vengono predati arrampicandosi sui rami più alti degli alberi. I matrimoni vengono celebrati quando gli sposi sono ancora bambini, anche se la sposa non va ad abitare dal marito fino a che non diventa ragazza attorno ai dodici anni. La capanna di Prem, dove ci fermammo a riposarci dopo un lungo cammino aperto nel verde, era circondata da grandi alberi. La madre seduta per terra univa tra di loro legandoli con un filo delle grandi foglie secche di banijan, che avrebbe venduto al prossimo mercato del mercoledì come piatti usa e getta; il padre era appena tornato dalla pesca e ci mostrò i tre grandi pesci che aveva preso con il grande arco che portava a tracolla, lui invece continuò il suo lavoro. Stava ingrandendo la casa con una nuova stanza e ci mostrò orgoglioso, il muro solido di fango ormai essiccato di fianco allo stipite dell'ingresso, dove andava completando la soglia, opportunamente rialzata per evitare che vi entrasse l'acqua e che lisciava con cura. Poi vi avrebbe inciso i segni di buon augurio. Aveva dodici anni Prem e sembrava avere fretta di terminare i lavori che andavano già avanti da un anno almeno. I lavori della sua nuova casa, dove, con una grande festa, il prossimo anno avrebbe condotto, dal villaggio vicino, la sua sposa che aspettava già da quattro anni, quando lei ne aveva sette. -Lei è bellissima - ci assicurò con gli occhi perduti nel cielo e continuò a lisciare con cura il fango ancora umido e morbido della parete appena finita.


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lunedì 1 marzo 2010

L'oggetto misterioso n.6: Mercato a Onukudelli.

Il mercoledì è giorno di mercato a Onukudelli nel fondovalle tra le montagne Niyamgiri. Ad agosto, non c'è un turista in giro e ce lo si può godere con tutta comodità. Sarà forse per l'acqua che viene giù a secchiate, però è più divertente guardare e girare con calma che essere invece osservati e incanalarsi a gruppi togliendo spazio al mercato stesso. Qui vedi più colori che a Chichicastenango in Guatemala; in pratica, genti di tutte le tribù della zona convergono a scambiare i loro prodotti, a rifornirsi di quello che non si trova nella jungla. Bancarelle di Hindu che vendono materiali come pentole, attrezzi metallici, lame e vestiario di ogni genere; ampi spazi dove a terra, i locali, riparandosi con teli o con ombrelli di fortuna, dispongono prodotti, generalmente ortaggi e frutta, o piccoli animali, con ordine maniacale, radici di zenzero in piccole piramidi, papaye, zucche di ogni dimensione, fagioli, chilly rosso e aglio a mucchietti, cipolle e patate, altri vegetali estranei alle nostre conoscenze. E poi la gente delle tribù che si incontrano qui tutti assieme formando un mondo di varietà irripetibile. Khondh tatuati, Gadaba miti e schivi, le cui donne si nascondono alzando il lembo dei sari, Mallis acconciatissime che esibiscono grandi fiori rossi tra i capelli acconciati con cura, donne Bonda, la tribù più isolata dell'Orissa, scese all'alba da remote colline, piccole di statura e dai tratti australoidi, vestite in maniera assai succinta col petto ed il capo coperti solo da infiniti giri di perline e da decine di anelli metallici al collo. Un vero sollazzo per chi si diverte a fare foto. Ci passammo tutta la mattina, riempiendoci gli occhi di colori e di odori forti, prima di tornare a Jeipore nel pomeriggio sotto una pioggia sempre più insistente con la Ambassador bianca ormai completamente coperta di schizzi di fango. Ma prima di partire concludemmo anche una piccola transazione di quello che il nostro oggetto misterioso n.6 e che potete vedere nella prima foto. Beh non è certo difficile capire la categoria kantiana a cui appartiene, per cui vorrei che vi sforzaste di indovinare soprattutto le dimensioni dell'oggetto e dove lo teneva la graziosa, anche se con una dentatura inquietante, fanciulla Donghria che me lo cedette dopo breve trattativa. Soliti premi virtuali.














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sabato 27 febbraio 2010

La freccia Dhongria.

Passammo la notte in una stamberga orribile a Rayagada. La bambina era inorridita e parlò più volte di telefono azzurro o quantomeno di denunciarci alle nonne, ma quello era il massimo che passava il convento e almeno ci eravamo levati dal fango delle strade. Dopo una notte buia e tempestosa partimmo al mattino presto attraversando le risaie attorno alla cittadina. Durante la notte era venuto giù un mezzo diluvio e anche nelle prime ore del mattino il monsone era insistente. Nei piccoli campi le donne si riparavano accovacciate sotto enormi cappelli conici continuando il loro lavoro di trapianto come nani da giardino. Pian piano la jungla prese il sopravvento sui campi e quando fummo sulla pista di montagna che portava ai vilaggi dei Dhongria Khondh, isolati e in qualche caso inaccessibili durante il monsone, assunse un aspetto decisamente salgariano, fitta, umida e misteriosa. I Dhongria, sono il gruppo dei Khondh più isolati e meno toccati dalla civilizzazione indoccidentale. Vivono in una dozzina di villaggi nascosti sulle montagne Niyamgiri coltivando ortaggi, ma vivendo soprattutto come cacciatori-raccoglitori di radici e frutti della foresta. Mantengono più degli altri gruppi le tradizioni legate ai sacrifici alla Madre Terra e per questa ragione sono il gruppo tribale che si sta opponendo con più convinzione alla Vedanta Resouces di prendersi le loro montagne. Le caratteristiche che li rendono pìù riconoscibili sono i tre anelli di bronzo alle narici per le donne ed una piccola ascia che gli uomini portano sempre sulla spalla come si può vedere in questo video di Survival che già vi ho segnalato. Tutti portano i lunghi capelli in crocchie fermate da file di forcine. Arrivammo al villaggio mentre ancora pioveva e percorremmo il grande spazio in salita tra le due file di grandi capanne dai tetti di paglia che correva dall'alto al basso per agevolare il flusso dell'acqua. Le giovani stanno in una grande capanna comune in cima al villaggio dove vengono raggiunte alla sera dai ragazzi dei villaggi vicini che si trattengono lì durante la notte, durante la quale si sviluppano le conoscenze che sfoceranno nei futuri matrimoni. Il tabù di evitare le ragazze del proprio villaggio garantisce un minimo di ricambio genetico. Qui, dopo il tramonto si fa largo uso di bevande fermentate che favoriscono balli e canti sfrenati; l'omosessualità è comune e questi ragazzi vivono di norma nello spazio femminile usando lo stesso tipo di anelli ed acconciature senza subire alcun tipo di intolleranza o discriminazione. Per la verità i Dhongria sono piuttosto selvatici e non amano molto che gruppi di curiosi vadano a rompere loro le scatole, così il nostro Prakash , ci disse di tenere un profilo basso e di non esibire le macchine fotografiche. Ma essere solo in tre è un grande vantaggio e riuscimmo a non disturbare più di tanto, stando bene attenti a non penetrare nel piccolo recinto al centro dell'area centrale dove campeggiava bene in vista il palo a cui vengono legate le vittime dei sacrifici, un area sacra da rispettare. Ce ne andammo dopo un po', sotto una pioggerella sottile, lasciando una atmosfera di grande rilassamento con gli adulti coricati nelle grandi capanne che fumavano grandi sigari artigianali e bambini che scorrazzavano nella fanghiglia in fondo al villaggio. Prendemmo il lungo sentiero che costeggiava un torrente gonfio di acque fangose, camminando con fatica nella foresta anche se l'aria non era molto afosa, data l'altitudine. Ci voleva un'oretta di cammino per raggiungere l'auto, ma camminare nella jungla dava un grande senso di scoperta. Verde ovunque, grandi alberi che circondavano piccoli spazi aperti, rumori selvatici e ignoti ma non paurosi, nencha la pioggia rada sembrava più fastidiosa. Tra due alberi uno scintillio di colori vivaci ci fermò di botto. Una bellissima ragazza si muoveva con grazia tra gli alberi raccogliendo bacche; aveva accanto a sé un canestro quasi pieno di papaye selvatiche. Ci guardò sorridendo e io non seppi resistere, scattando veloce. I clack secchi dello specchietto della reflex erano gli unici rumori della selva, quando d'improvviso dall'alto, tra gli alberi si udì un gran frastuono di rami spezzati ed un vociare irato. L'accompagnatore della ragazza, da una forcella tra i rami, mentre staccava frutti maturi, cessò d'improvviso la sua attività e con grida minacciose tese un piccolo arco su cui aveva incoccato una freccia dall'aspetto inquietante. Prakash si mise subito a gridare facendo grandi gesti con le mani, richiamando l'attenzione del ragazzo che scese, scuro in volto dall'albero con la corda tesa e la freccia ancora icoccata rivolta verso di me. Ci profondemmo in scuse sentitissime che rabbonirono l'iroso accompagnatore. Non so cosa gli raccontò Prakash, ma quando tornammo alla macchina la coppia aveva assieme alle papaye una ventina di rupie in più e io due frecce da appendere al muro.


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venerdì 26 febbraio 2010

I sacrifici dei Desia Khondh.

Addentrandosi attraverso piste sempre più fangose, nel fitto della foresta, raggiungemmo dei gruppi di capanne più isolati alla base di una serie di colline scoscese e ricoperte di verde. Questo vasto areale è abitato da un sottogruppo dei Khondh, i Desia, le cui donne hanno perduto la consuetudine al tatuaggio e conducono una vita di agricoltura di sussistenza basata sulla coltivazione del riso e degli ortaggi. Nel villaggio principale composto da una trentina di capanne c'era anche una piccola scuola composta da una sola aula con una trentina di bambini ed una maestra Hindu. Questo è uno dei pochi servizi che il governo fornisce a questa popolazioni. La maestra aveva un salario di un cinquantina di dollari al mese e dormiva nel villaggio tutta la settimana in una capanna che le veniva messa a disposizione e le attrezzature scolastiche fornite, consistevano in una scolorita e datatissima carta geografica dell'India, una lavagna scheggiata sul muro e alcune lavagnette che i ragazzi si litigavano. I bambini, chiassosi come i loro compagni di tutte le parti del mondo, ci mostrarono i progressi fatti nella lingua Oriya ed ottennero la prevista fornitura di caramelle, mentre la dotazione di ordinanza di biro, fu appannaggio della maestra, anche perchè i bimbi non avevano quaderni su cui utilizzarle al momento. Uscimmo seguiti dal coro dell'inno nazionale indiano cantato a squarciagola e una ragazza con un bimbo in braccio ci portò a salutare la sciamana che stava in una capanna ai margini del villaggio. Era seduta a terra all'ombra dello spiovente di paglia e ci accorgemmo subito che era cieca. Teneva anche lei in braccio un bambino piccolo che sembrava dormire tranquillo ed aveva il volto coperto dei tatuaggi della tigre. Era molto vecchia o così almeno sembrava e di una magrezza fragile e consunta, eppure mostrava una voce sorprendentemente chiara e acuta. Con l'aiuto di Prakash che masticava diversi dialetti Khondh, ci raccontò del sacrificio che aveva fatto il giorno prima, una capra per ingraziarsi la buona sorte ad una ragazza incinta. I sacrifici sono fondamentali nella cultura Khondh, il sangue delle vittime irrora la Terra, la dea madre, che in una recente commistione sincretistica viene assimilata al culto Hindu di Durga, e la feconda placandola e portando benessere. Certo un tempo le vittime erano umane, costituite da una specifica casta, i Meriah, come ho già raccontato qui; adesso in casi gravi si provvede con un bufalo, che è poi anche un'ottima scusa per consumare un po' di proteine animali, in una dieta piuttosto povera. D'altra parte la puepera aveva certamente bisogno di buona sorte, considerando che più o meno il venti per cento dei bambini non arriva al quinto anno di vita. Ce ne andammo dopo poco, mentre il cielo si preparava ad una nuova razione di pioggia monsonica. La pista si inoltrava più contorta verso i monti Nyamgiri, lontani e all'apparenza inaccessibili.





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giovedì 25 febbraio 2010

Le donne tigre dei Kutia Khondh.

La mattina presto Prakash ci aspettava sulla strada fangosa davanti all'albergo con la Ambassador bianca appena lavata e tirata a lucido. Partimmo senza perdere tempo, ma lui volle fare comunque una breve sosta al tempio di Ganesh per rivolgere una piccola puja che ci garantisse un viaggio senza inconvenienti. Il tempietto era basso e buio, pieno di fumi e di odori. Consegnammo due banane e una coroncina di fiori al sacerdote che salmodiava assorto e che le depose assieme a un bastocino di incenso acceso assieme alle altre sull'altarino. Ci appose la tikha di ordinanza sulla fronte e dopo aver fatto scivolare la banconota tra le pieghe del dothi bianco, riprese a cantare le Upanishad tranquillo in attesa del prossimo cliente mentre la statua del Dio dalla testa di elefante, coperta di ghi untuoso, sogghignava augurandoci buon viaggio. Era piccolo e sorridente Prakash e quando ciondolava la testa per confermare, ti dava una impressione di tranquillità che ti faceva accomodare sereno sul sedile posteriore. Pareva particolarmente affezionato alla nostra ragazza, che evidentemente considerava dei suoi, ma la trattava con particolare deferenza cercando sempre di darle per prima riparo dalla pioggia. Il monsone non era particolarmente forte quell'anno, ma l'umidità spessa ti ricopriva la pelle come il burro chiarificato che si cola sulle statue che meglio assicurano l'esaudirmento dei desideri. Su strade fangose uscimmo dalla città, quasi subito aggrediti dalla selva, dapprima meno fitta e con ampie radure dove bufali sfiancati tiravano piccoli aratri di legno per ritagliare fazzoletti di risaia. Dietro, file di donne dagli sdruciti sari colorati, sollevati fino alle cosce, trapiantavano l'oro verde pallido, muovendo a fatica le caviglie nelle buche di fango grigio e colloso. Contadini poveri ma non affamati, in un equilibrio precario che la natura amica/nemica regola a fasi alterne, ma che difficilmente conduce alla carestia più nera. Gli Adivasi (quelli che c'erano prima) sono quasi un quarto della popolazione dell'Orissa e, come tutte queste popolazioni "primitive", ambirebbero solo ad essere lasciate in pace, cosa che in linea di massima il governo centrale fa per non crearsi problemi ed evitare spese. La grana sorge quando qualche azienda decide di "valorizzare" un territorio, avendovi individuato qualche cosa da sfruttare (vedi la storia della Vedanta Resources contro la tribù dei Dongria, di cui ho già parlato qui). Allora per l'area scelta son dolori; in generale, la gente viene depredata dei suoi territori e delle sue pur misere ma sufficienti fonti di sopravvivenza e lasciati a marcire in bidonvilles ai lati del nuovo insediamento, magari con quattro soldi per dare una parvenza di legalità alla cosa. Il governo chiude gli occhi sulle porcherie più grosse e magari garantisce una baracca/ambulatorio dove una volta al mese passa un infermiere a dare un'occhiata. Il fatto è che in India ognuno pensa di appartenere ad un gruppo (indù, mussulmano, giainista, cristiano) o ad un sottogruppo (casta o sottocasta che dir si voglia) ritenendo che questo sia assolutamente superiore a tutti gli altri, con cui ha orrore a mescolarsi, né ha alcuna intenzione di cambiare ad esempio con una scalata sociale. Questo significa disprezzo assoluto per tutti i non appartenenti al proprio gruppo e totale e spietata indifferenza per i loro eventuali diritti. Solo la forza del denaro e del potere possono garantirli ed è chiaro che per gli Adivasi lo spazio è quasi nullo ed il loro destino è segnato nel tempo. I Kondh appartengono al gruppo delle lingue dravidiche e divisi in sottogruppi popolano le colline circostanti. I primi villaggi che vedemmo, già nel folto della foresta, erano di Kutia Khondh, forse il gruppo più numeroso. Sono noti anche come il popolo dei tatuaggi. Ci fermammo a riposare in un largo spazio tra le capanne. C'erano poche persone, la maggior parte impegnate nei lavori dei campi, ma schiere di bambini interessati ad eventuali caramelle e parecchie ragazze e donne di ritorno dalla consueta corvée del rifornimento dell'acqua. Avevano le orecchie quasi frastagliate per l'enorme numero di anelli ed altri piercing che ne deformavano anche le dimensioni ed i volti piccoli e scuri ricoperti di tatuaggi. A volte simboleggiano fiori, ma nella maggior parte dei casi sono punti e righe nere e sottili che ricoprono completamente il viso. Sono i baffi del felino più temuto, che ogni tanto si porta via qualcuno rimasto isolato nella foresta e questi segni servono ad esorcizzare la paura e a spaventare la belva. Le donne tigre vanno da sole tra gli alberi, non hanno timore dell'animale affamato che le aspetta nell'oscurità nebbiosa verde e grigia; in effetti, non ce ne sono quasi più di queste belve e loro ne ridono, se ne fanno beffe, esibendo con orgoglio i volti sorridenti. Altre belve, invece, sono acquattate nella pianura, meno interessate alla carne, più ai terreni o magari alla bauxite di cui pare queste colline siano ricche. Ma queste, non sembrano spaventarsi molto se le ragazze si girano mostrando fiere i baffi della tigre.


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