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mercoledì 27 gennaio 2016

Gujarat 15: Le tribù del Rann





Girare per il Grande Rann è storia complicata e anche faticosa. I villaggi sono distribuiti su un territorio vastissimo e questo significa chilometri e chilometri di stradine e piste appena accennate e pesanti da percorrere. Ogni volta devi subire l'opzione tra la nuvola di polvere di limo fangoso seccato che avvolge subito l'auto non appena ti muovi od i sobbalzi spaccaschiena dove le tracce di asfalto antico non sono ancora completamente sgretolato. Spesso buche profonde provocate dai gorghi dell'ultima alluvione obbligano a deviazioni tra i rovi dei campi vicini. Il nostro Meru, assoldato tramite i buoni uffici del cuoco, è una guida improvvisata, che vive a ridosso dell'albergo, il cui merito consiste nel conoscere la strada e di essere introdotto presso i vari gruppi tribali, facilitando così l'accesso alle diverse comunità, tuttavia neanche parla inglese e le informazioni vengono così mediate attraverso le libere interpretazioni di Mohammed che però deve anche fare attenzione a non finire nei fossi. E' pur vero che il suo compenso è misero, ma di certo c'è sempre la speranza di una sostanziosa integrazione proveniente dalle commissioni che spera di portare a casa dai vari acquisti, in fondo quale turistaccio saprà resistere ai lavori dei più abili artigiani dell'India!

Qualche cosa alla fine casca sempre. Così si può vagare per giorni interi per questo spazio vuoto, fermandoti di tanto in tanto tra paludi ad osservare il volo dei flamingos o il becchettare degli ibis che si fanno largo tra gruppi di grasse oche del Nilo. Poi di tanto intanto, tra sequenze di sterpi ed avvallamenti, dove la scarna e assetata vegetazione si fa solo un poco più generosa vedi comparire le casupole o le capanne di qualche villaggio nascosto. Dalla forma puoi capire subito l'appartenenza, perlomeno quella religiosa. Nirona è un agglomerato di case bianche che si raggrumano attorno ad un paio di stradine tortuose che confluiscono su uno spazio centrale. Una, un poco più grande, col tetto dipinto di verde ed un piccolo minareto lo identifica come mussulmano. Un mini bazar e molta gente per le strade, forse anche da villaggi vicini, in fondo questo è già quasi una cittadina e anche se la maggioranza appartiene all'etnia Wasa Koli, noti facce di tutti i tipi che girano per il mercatino a fare acquisti prima di salire sulla corriera sgangherata che aspetta già stracarica su un lato della piazzetta. Turbanti, sari colorati, donne velate e zuccotti bianchi, addirittura una Jat che cerca di nascondere l'enorme staffa di metallo che le pende dal naso. 

Ali Lohar costruisce campane e campanelle battendo lastre di metallo con un martello dalla forma contorta su una piccola incudine piantata nella terra del suo laboratorio. Ce ne sono di ogni dimensione, piccole per le caprette, di medie per le greggi capitanate da grandi arieti dalle corna ritorte e di più grandi per bufali o zebù maestosi. I batacchi fanno uscire note sempre diverse, profonde o acute a disegnare una tavolozza di suoni variegata, ma in accordo come sembra di sentire tra la gente che popola la strada. Naturalmente c'è anche tutta la serie di campanelle religiose da appendere per scopi spirituali nei vari templi delle varie religione, pecunia non olet e qui non c'è integralismo, almeno così pare. Un vicino dipinge su rettangoli di stoffe preziose, alberi della vita con complessi arabeschi di tralci e viticci moghul che si intrecciano per riempire completamente il quadro; una cooperativa di donne offre collanine e bambole di pezza di mille colori, giocattoli di legno, stoffe e specchietti. A Bhirandiyara invece sono tutti hindù Megawal. Un gruppetto di bhunga rotonde di fango dipinte da poco di bianco splendente, tutte ricoperte di disegni colorati che raffigurano animali di fantasia, fiori intrecciati, personaggi delle storie sacre. 

Cucina di villaggio
Le donne hanno vestiti ricchissimi ed ampi, con gonne che brillano con mille frammenti di specchietti cuciti tra le pieghe. La parte anteriore del busto è coperta soltanto da una stoffa rettangolare legata di dietro e che lascia scoperta quasi per intero la schiena. Ancora una tribù di Meghawal a Gaudinagam, ma con case più strutturate e ricoperte di affreschi ancora più complessi. Qui gli anziani, dita nodose e visi raggrinziti da ragnatele di rughe profonde, scavano con sgorbie sottili, tavole di legno odoroso in disegni geometrici di pregevole complessità. I visi sono davvero intensi, occhi a fessura sotto contorti turbanti bianchi, volti magri di donne ricoperti di anelli pendenti dal naso ad intrecciare orecchini ancora più complessi, veli trasparenti da cui sfuggono masse di riccioli neri ricoperti da oli profumati, sorrisi aperti di bambine dai braccialetti che tintinnano, cavigliere talmente pesanti che quasi ostacolano il cammino. L'aria intorno è quasi immobile nella calura del mezzogiorno. 


Anche la vita è quasi ferma; dall'interno di una capanna senti spignattare, sotto un porticato due donne mondano verdure, mentre sul fuoco nell'angolo, una, cuoce chapatti distendendo con un minuscolo mattarello le palline di impasto che una bimba le porge di volta in volta. Un vecchio malandato, seduto all'ombra scarna di un alberello al centro del paese si china davanti a Meru, gli prende la mano e se la pone sulla testa, un gesto di ringraziamento e di quasi sottomissione. Si sa, quando lui porta qui qualcuno, alla fine qualche cosa al villaggio rimane. Dopo poco le poverissime casupole di Khavda, un villaggio hindù di vasai con grandi forni di terra appena fuori dal recinto e le donne che invece si occupano della pittura e dell'ornamento dei vasi, ricoprendoli di sottili linee bianche che alla fine formano un complesso disegno dalle geometrie sinuose, prima di metterli in cottura. E poi ancora Dhordo con gli specchietti che ricoprono anche le pareti esterne dei bhunga di fango, formando cornici complicate attorno alle aperture delle finestre e delle porte. E' tutto uno scorrere di visi, espressioni, colori, sguardi irresistibili, una festa tripudiante di scatti, accompagnata dal solo timore di non avere abbastanza spazio nelle schede di memoria o carica nelle batterie.


SURVIVAL KIT

Banni area - Banni significa gruppo di villaggi sparsi. Per visitare questi villaggi del Great Rann, è conveniente avere base ad Hodka che si trova in una posizione grosso modo centrale. Potrete fermarvi in questa zona anche più giorni, vedendo ogni volta villaggi e tribù sempre diverse e più sperdute. Necessariamente assoldate una guida locale che permette di essere introdotte nelle varie realtà senza problemi, da quelle più aperte a quelle più scorbutiche. Calcolate 1000 R per tutto il giorno. La maggior parte dei villaggi sono raggiungibili, anche se con fatica con una macchina normale. Troverete qui una grande varietà di manufatti artigianali di grande qualità, dai tessili alle terrecotte, gioielleria in argentone e metalli vari, dipinti e sculture in legno. Comunque non è che sono appesi al pero, i prezzi richiesti spesso sono esagerati e dovrete contrattare alla morte come dappertutto. Chiedete sempre il permesso di fotografare perché in alcune zone come presso i Jat di cui parleremo domani, questo è assolutamente proibito. Tuttavia per gli amanti della parte etnografica, questa è un'area assolutamente imperdibile, battuta solo dal turismo locale e indiano  e poco visitata dagli occidentali. Di tanto in tanto avrete occasione di fermarvi in spazi paludosi ricchissimi di avifauna con centinaia di specie stanziali e migratorie, altro spunto di interesse notevole.

Per chi è interessato alle campane di varie dimensioni: Lohar Haji Siddik  - Near bus station - Nirona. manufatti di vario tipo. Ve li fa direttamente mentre aspettate. Tirate sul prezzo.





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mercoledì 27 febbraio 2013

Un giorno tra i Datoga. Fenomenologia dei mercati.



Una donna Datoga
Vi chiedo scusa, ma fatemi tornare in Africa, almeno per ancora qualche giorno. Non so, ma mi sento un po' meglio. Dunque eravamo rimasti in una zona un poco remota attorno al lago Eyase, uno dei grandi specchi d'acqua della Rift Valley, che si allargano e si restringono ciclicamente di molti chilometri secondo le piogge. La vista, possibile solo dall'alto, durante il momento della diminuzione della superficie è piuttosto deludente e non molto significativa, ma la parte interessante deriva appunto dal fatto che tutto attorno ad essi vivono molte popolazioni ancora poco toccate dallo sviluppo moderno e che persistono nei loro costumi tribali. Di certo non appena ti fermi sulla cima di qualche collinetta per vedere qualche scorcio del lago da lontano, vieni subito avvicinato da qualche gruppetto di bambini, che escono dal bush arrivando dai gruppi di capanne più vicine, deve essere davvero come un tamtam di richiamo, il rumore di avvicinamento di una macchina. Fai una distribuzione di arance per placarne le richieste, i più furbacchioni se le mettono subito in tasca e si riposizionano nella fila, ma fa parte del gioco come in ogni parte del mondo. 

Fuori dal bosco i campi cominciano ad essere coltivati; spazi di terra rossa tra gli alberi delimitati e suddivisi tra diversi i gruppi etnici della zona. I Datoga sono tra i più numerosi e, pare uno dei gruppi a più rapido incremento della zona. Forse perché si sono dimostrati i più adattabili. Poligami accaniti, appartenenti alla grande famiglia Masai, di cui mostrano con chiarezza i tratti somatici e l'abbigliamento, sono ormai completamente stanziali. Allevatori come tradizione, sono però anche buoni agricoltori e vicino ai gruppi di case di fango, noti subito orti rigogliosi e campetti di mais e arachidi. Ma accanto a queste attività ne curano un'altra specifica, quella di fabbri  e lavoratori di metalli per produrre manufatti di diverso genere, molto richiesti dagli altri gruppi circostanti di cultura più primitiva, che alimenta i loro traffici. Lame di coltello, punte di frecce piuttosto complesse, recipienti di vario tipo e naturalmente ornamenti di ogni genere che vanno a coprire un bisogno molto presente in queste popolazioni, che fanno della estetica del corpo un punto essenziale nella vita di relazione. 

Gli Hadza che abbiamo visto precedentemente, ad esempio, entrano in contatto solo con queste tribù e scambiano carni e pelli, frutto della loro attività di cacciatori, appunto con la produzione dei Datoga durante i mercati settimanali che si svolgono all'incrocio delle piste principali. Se ti fermi vicino ad un gruppo di case dalle pareti fatte di rami e di fango, le puoi distinguere immediatamente dalla forma, rettangolare, più regolare e complessa di altri insediamenti. All'interno ci sono almeno due ambienti, uno dei quali funge da cucina e preparazione degli alimenti, con una grande macina concava, su cui viene fatta passare una grossa e pesante pietra ovoidale per ridurre in farina i chicchi di mais bianco, che produce l'ugali, una sorta di polentina, contorno alla base di tutta l'alimentazione dei popoli della Tanzania. Subito dietro la casa, nascosto da un recinto di frasche attorno ad un grande albero, il fuoco della forgia. Qui si alternano i maschi del gruppo, muovendo un grande mantice di pelli di animali a ravvivare un fuoco su cui vengono fatte fondere piccole quantità di rottami di ferro, in minuscoli crogioli per produrre lingottini di metallo, che a loro volta vengono trasformati in lame o punte di freccia, attraverso un gran batti e ribatti dei giovanissimi fabbri che li martellano fino a ridurne i bordi in superfici taglienti e punte acuminate. 

Le donne hanno vesti ornatissime di perline, casacche di pelli di capretto ben conciate e sottilissime dalla morbidezza della stoffa, avvolte poi dai grandi mantelli rossi o blu. Ricchissimi e sovrabbondanti le collane, i braccialetti e soprattutto i barocchi orecchini pendenti dai lobi sformati e grandissimi. Spesso la forma artistica si estende alla geometria dei tatuaggi e delle scarificazioni del viso, in grandi cerchi attorno agli occhi. Alla fine sei un turista e rimani volentieri a vederli ballare, quando ripropongono i movimenti tipici e i grandi salti degli incontri di corteggiamento dei gruppi Masai e naturalmente indugi a comprare i loro prodotti offerti alla vista, cosa che, anche questa è ormai diventata ormai parte obbligata del loro mercato e buona integrazione economica, senza alla fin fine incidere troppo sul loro stile di vita. Le guide locali portano i turisti che arrivano fin qui, alternando le visite nei diversi villaggi per dare a tutti quanti questo reddito accessorio e non gravare troppo su punti specifici che potrebbero snaturare l'andamento quotidiano. 
Certo è molto curioso il fatto che fino al secolo scorso chi andava ad esplorare terre lontane e lo faceva chiaramente per conoscere, ma anche per trovare e sfruttare, depredando spesso, prodotti ritenuti rari e preziosi, portasse con sé quantità di perline e specchietti da scambiare appunto con oro e pietre. Adesso le parti si sono invertite ed è il viaggiatore ad essere riempito di perline colorate, mentre lascia in cambio rettangoli verdi di carta, piuttosto graditi in verità, sebbene assai più sporchi e sgualciti dei monili dati come  scambio. Sono i corsi e ricorsi della storia, non ci si può opporre o criticarli. Alla base di ogni transazione, c'è sempre la soddisfazione reciproca dei due contraenti dello scambio stesso; ognuno se ne deve andare convinto di aver guadagnato qualcosa dal baratto avvenuto. 

E' appunto il mercato bellezza, si è sempre partiti così per arrivare ai derivati obbligazionari, ma il meccanismo è immutabilmente lo stesso. Sarà questo che ti attrae così irresistibilmente nei mercati, al di là dei colori, degli odori, del senso di essere davvero dentro la vita reale dei luoghi che attraversi, che ti spinge ad inoltrarti negli stretti spazi tra i banchi. Eccoci di nuovo a Mto wa Mbu (il fiume delle zanzare); come non lasciarsi trascinare allora dal dedalo di offerte, tra verdure e banane rosse, ananas, papaye e radici, spezie colorate e ancora oggetti, ornamenti, quadri, maschere. Andiamo a fare il nostro dovere di turisti. Ci aspettano, fin da quando il motore della Toyota si spegne al lato della strada, sarà difficile venire via a mani vuote anche questa volta.





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lunedì 25 febbraio 2013

A caccia con gli Hadzabe.



Tribù Hadzabe.


 
Sono le quattro del mattino. E' notte fonda a Karatu. Una manciata di stelle spunta tra le nubi, l'Orsa maggiore è al contrario e bassa sull'orizzonte, la Croce del sud è quasi nascosta dalla collina. Non c'è luna stanotte e con la mia pila cinese, faccio fatica a trovare il sentiero per arrivare alla Toyota che aspetta col motore già acceso. Venite con me, stamane e non rimarrete delusi. Ernest sa che la strada di oggi è difficile e non vuole perdere troppo tempo. Si è avvolto nel mantello rosso, c'è ancora umidità e fresco nell'aria notturna e il giorno è ancora lontano. La pista si inerpica subito verso nord attraverso un bosco sempre più fitto. I fari illuminano appena i bordi dove qualche coniglio selvatico rimane fermo come istupidito da quella luce improvvisa. Dietro una curva una genetta si ritira tra i cespugli mostrando solo per un attimo il suo mantello maculato che la luce diretta fa apparire ancora più gialla. La pista diventa più difficile e tribolata, guadi secchi da superare, avvallamenti di terra e carrarecce lasciate da qualche camion nel fango delle ultime piogge. Due ore interminabili prima di arrivare ad un gruppo di case di fango, apparentemente deserto. Sono quasi le sei e rimaniamo fermi poco lontano a motore spento. Nel cielo appena un chiarore diffuso, ma attorno a te distingui solo quinte scure non catalogabili. Ad un tratto una grande ombra nera si materializza dietro l'auto. E' Julius, un omone gigantesco che fatica ad entrare e a sedersi di fianco a Ernest. Gli fa qualche cenno, poi ripartiamo per un sentiero nel bosco fitto. Ancora una mezz'ora, poi, mentre le ombre cominciano a mostrare colore, si arriva ad una grande radura ai piedi di una collinetta. Tra gli alberi, un cerchio di basse capanne di rami e foglie. 

Un piccolo gruppo di ombre è seduto sotto una grande acacia. Julius li aveva cercati nei giorni precedenti avvisandoli del nostro arrivo. Un'ombra si alza e viene verso di noi, parlotta un po' con Julius, poi si volta e mi tende la mano. Slakwa è molto piccolo e ha una età indefinita, pur essendo evidentemente un anziano. Porta solo un paio di pantaloncini sdruciti e qualche collanina di perline colorate. Mi porta vicino al gruppo degli uomini seduti. Uno di loro sta accendendo il fuoco. Sfregando le mani vorticosamente, gira un lungo bastoncino sottile su un legnetto incavato che dopo un attimo comincia a fumare, un po' di erba secca ed è subito una fiammella viva a rischiarare il cerchio che osserva. Sono sei uomini, tutti giovani a parte Slakwa e mi invitano a sedere con loro. Sono Hadzabe , uno dei pochi gruppi rimasti al mondo di cacciatori raccoglitori. Non più di trecento, vivono una esistenza nomade in una dozzina di piccoli agglomerati di capanne e si spostano continuamente a seconda delle stagioni,  in un'area remota della Rift Valley, attorno al lago Eyase, loro territorio di caccia, da almeno 10.000 anni, tempo in cui sono arrivati migrando dal'Africa del sud. Riconosci subito la piccola statura e la pelle più chiara tipica dei Boscimani, anche se non sentissi i continui click della loro parlata piena di schiocchi, come solo hanno gli idiomi dei gruppi San. Non hanno riti o particolari credenze religiose, salvo un timore/rispetto per il cielo, visto come una sorta di protettore universale. I morti vengono lasciati nel bosco agli animali. Raccolgono miele e bacche nel bush e cacciano animali di ogni taglia, scambiano carne e pelli quando incontrano gli altri popoli stanziali della valle, con farina di mais, sale e attrezzi di metallo come coltelli, punte di frecce, recipienti. 

Le donne con i bambini sono accoccolate dietro le altre capanne tra gli alberi e ci osservano da lontano commentando tra di loro. Slakwa vuol dire Nato tra i cespugli; sua madre lo partorì mentre il gruppo si trasferiva verso nord durante le piccole piogge, ma non sa dire quanti anni fa. Non c'è concetto di anni o di mesi presso gli Hadzabe. Nella loro lingua non ci sono altri numeri dopo il tre, poi viene il concetto di "molti". Comincia ad albeggiare, la luce si fa strada tra gli alberi e tre giovani si riscuotono dal torpore. E' l'ora di andare a caccia. Ognuno di loro prende il proprio arco e qualche freccia; lasciano però al villaggio quelle con la punta di metallo grande coperta di veleno ricavato da una grande pianta grassa che essuda un latice denso, che serve solo per gli animali di grossa taglia, grandi antilopi o bufali. Oggi sarà una caccia breve di due o tre ore e non si prevede di incontrarne. Se vi va possiamo andare con loro, ma cercate di non rimanere indietro, nel bosco non c'è sentiero e dopo qualche passo perdi ogni riferimento. Seguo i tre ragazzi che si sono preparati e un bambino di non più di dieci anni. Ha lo sguardo duro e compreso del suo compito e regge in mano un piccolo arco ornato di striscioline di pelle di impala e un paio di frecce. Bordesha (Nato in un albero) è decisamente il capo. Ha una corta tunica di pelle di gazzella bordata di perline bianche attraverso le spalle e un fascio di collanine intrecciate arancio attorno al collo. Si incammina deciso e fa la strada tra gli alberi con decisione. La luce è ancora fioca e fatichi a vedere dove metti i piedi, mentre cerchi di evitare i rami spinosi che cercano di strapparti i vestiti al passaggio. 
I quattro marciano decisi, guardandosi continuamente attorno, Bordesha sembra fiutare l'aria sottovento prima di decidere la direzione, gli altri si accodano. Ogni tanto, per fortuna, rallentano la marcia; siamo nel fitto del bosco, attorno solo alberi bassi e colline lontane. Non senti rumore, i passi procedono nell'erba, solo un leggero fruscio, nessun ramo spezzato, nessun richiamo, solo sguardi di intesa. D'improvviso Bagatha, quello con la fascia colorata attorno alla fronte si ferma e guarda tra i rami di un albero. Gli scivoliamo  attorno silenziosi, tutti guardano in su, poi di scatto Bordesha tende l'arco e scocca. Un fruscio di fronde e un tonfo tra i cespugli. Il bambino sposta i rami spinosi e si china; ecco la freccia recuperata che ha trapassato la massa grigia di un colombaccio che ancora scuote le ali. Lo prende tra le mani, lo porta alla bocca e con un morso gli stacca il collo. Poi lo consegna al cacciatore che se lo appende alla cintura. Il sole ormai si è alzato e i rami disegnano ombre al fianco degli spazi aperti. Si marcia spediti quasi di corsa, sempre senza una parola, un rumore. Eccoci attorno ad una serie di cespugli spinati e apparentemente impenetrabili. Di certo c'è qualche cosa che si nasconde là sotto. I ragazzi si spostano adagio, curvi in avanti, gli archi tesi, pronti a scoccare. Poi, dopo un tempo interminabile, una, due, tre frecce. Un grande topo dalla pelliccia grigia si dibatte, colpito inesorabilmente. Anche lui finisce appeso alla cintura. Di tanto in tanto, tra gli altri, un albero diverso, ricoperto di piccole bacche gialle, numerosissime. I ragazzi si fermano attorno, archi e frecce stretti tra le gambe incrociate e le mani veloci che staccano le più grandi e morbide, mangiandosele velocemente. La sosta ti dà tempo di rifiatare, ma è subito tempo di andare. 

Ancora si rallenta il passo, il tempo di lasciar partire un altro colpo verso un albero alto, lontano una ventina di metri. La freccia rimane tra i rami, sembra perduta. Subito si prendono da terra rami secchi e pesanti smozzicati e si cominciano a lanciare tra le fronde dell'albero. Dopo qualche tentativo a vuoto, ecco che qualcosa viene giù. E' la freccia perduta che ha trafitto però un piccolo uccellino giallo. Un tiro davvero eccezionale a quella distanza. Sul volto di Bordesha spunta l'ombra di un sorriso. Non è il capo per caso. Forse pensa a quando andrà a scegliersi una donna da qualche gruppo vicino, ma in questo caso dovrà portare in dono una preda davvero importante, un bufalo o un grande kudu dalle corna ritorte, per convincere la famiglia. Si arriva ad un avvallamento. Sono le rive di un torrente quasi in secca. Scendiamo lungo la balza che le acque hanno scavato nel periodo della grandi piogge, quando il corso d'acqua doveva essere davvero impetuoso e largo; adesso è solo un rivolo contorto che ancora scava nella terra rossa. Dopo l'ansa, una pozza fangosa di acqua marrone. Sul bordo i ragazzi, posati gli archi, si inginocchiano e bevono come gazzelle. Hai perso ormai la dimensione temporale. Come centomila anni fa, ti stai muovendo nella foresta in cerca di cibo, pensando solo a quanto potrai fare nella giornata. Il resto non conta nulla, non esiste, solo la speranza che questa sia una buona giornata di caccia, niente altro. Il sole adesso è già alto e la temperatura comincia a riscaldarsi. Anche il passo veloce a poco a poco rallenta. Ancora soste, agguati, frecce lanciate ed altri piccoli trofei da appendere alla cintura. La sete comincia a farsi sentire. Un altro piccolo corso d'acqua in cui il rivolo scorre scarso e contorto nella sabbia. Bagatha si inginocchia e scava una buca a lato. Dopo un poco l'acqua filtra sul fondo. Uno dopo l'altro i ragazzi si chinano e coi palmi a conca ne raccolgono un poco, bevendola in fretta prima che se scorra via tra le dita magre. 

Risaliamo l'arginello e siamo di nuovo tra i cespugli. Ormai hai il respiro corto e ansimi in continuazione, cercando di tener dietro al gruppo che fila veloce sull'erba bassa. Il bosco è sempre uguale e sempre diverso, non ce la faremo più a trovare la strada, le capanne dovevano essere a sud, dietro quella collina ormai lontanissima, irraggiungibile certo. Adesso bisogna deviare tenendosi lontani da quel gruppo alto di rocce bianche. Di solito lì ci stanno i leopardi ed è meglio cercare di mantenere lo status di cacciatore piuttosto che quello di preda. Io credo che ci siamo perduti. Ancora qualche passo, oltrepassiamo una serie di siepi spinose e di cespugli fitti, poi laggiù, del tutto inaspettate, le capanne con al centro il fuoco acceso che scoppietta. Gli uomini si fanno incontro, i ragazzi mostrano il risultato della caccia, sei o sette tra uccelli e topi di diverse taglie, che vengono subito aperti e gettati sul fuoco ad abbrustolirsi. Mi siedo stanco sotto un albero dove sono appese pelli di dikdik e di altri piccoli animali, sotto si scorge quella maculata di una genetta o di un gatto selvatico. La carne cuoce in fretta,  mi offrono il topo più grasso, ma rifiuto con cortesia, non ho molta fame in verità e forse la stessa offerta è solo un atto di obbligo verso l'ospite. Ai ragazzi viene subito preparata una pipa da fumare. E' una ganja che cresce sulle pendici dei crateri. Per gli uomini la giornata è finita. Il bambino che evidentemente, a pieno titolo fa parte del gruppo dei cacciatori, ripone il suo arco con cura. Vado a fare un giro tra le capanne, sono alte al massimo un metro e venti, tondeggianti, la base formata da cespi di piante verdi che proseguono in alto con rami curvi ricoperti di foglie secche e null'altro. All'interno ci si sta a fatica raggomitolati in una o due persone. 

Le donne ti guardano in silenzio come a misurare con gli occhi la tua immensa pancia. Due, più anziane, sono in piedi, devono essere appena arrivate dal bosco, forse a raccogliere erbe medicinali, in una piccola sacca di pelle, ce n'è anche una specifica che abbassa la febbre della malaria. Anche i pochi bambini stanno muti, quasi senza muoversi, seri e imbronciati a valutare, forse con paura, la tua estraneità a questo luogo, quel tuo essere diverso non soltanto fisicamente, ma nella tua espressione mentale. Bagatha e Bordesha, hanno fumato, sembrano più di buon umore e con l'occhio liquido, vogliono insegnarmi i segreti dell'arco. E' durissimo da tendere e le braccia tremano prima che la freccia scocchi via. Grandi feste quando dopo un buon numero di tentativi riesco finalmente a colpire il tronco bersaglio a una ventina di metri. Anche se la caccia non è stata eccezionale, dopo un po', tutto il gruppo comincia a ballare in circolo seguendo il ritmo segnato dalla voce della donna più anziana. Quando ce ne andiamo tutti gli uomini vogliono salutarti stringendoti la mano. Questo rimane l'unico punto di contatto con un mondo così antico e lontano da sembrare appartenente ad un altra specie; hai vissuto qualche cosa di completamente alieno eppure, non dimenticare, da qui siamo venuti. Qui si vive in questo modo da sempre, anche se non c'è memoria del passato, anche se c'è conoscenza di un altro vivere, in fondo non lontano, ma rifiutato e forse temuto. Julius mi racconta che a questi gruppi era stata offerta la possibilità di stanziarsi in un'area vicina ai territori di caccia in piccole case di mattoni stabili. Gli anziani si sono riuniti, hanno discusso, poi hanno rifiutato. I nostri bambini - ha detto uno di loro al rappresentante dell'amministrazione - vogliono dormire sotto le stelle, altrimenti muoiono. Bisogna rielaborare questa esperienza con calma, d'altra parte la strada verso sud è ancora molto lunga. Vi assicuro però, che difficilmente riuscirete a dimenticare questa giornata. 



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giovedì 1 marzo 2012

Lettere dal Laos 13: Una strada tra i monti. Da Vang Vieng a Phonsavang.

Verso il passo.
 

Liquori Kamu.
Lasciare Vang Vieng è davvero difficile. Vorresti rimanere, lasciarti andare alla pigrizia delle amache lungo il fiume, camminare nei boschi dei dintorni, godere di un paesaggio unico e grandioso, ma il viandante deve riprendere la strada che sale tortuosa lungo i fianchi corrosi di montagne spettacolari, una strada tutta curve, dal manto disastrato, che mette a dura prova mezzi e stomaci dei viaggiatori. Ad ogni svolta vuoi fermati almeno un attimo per fare una foto, per cercare di portare con te le immagini uniche di queste valli contorte, continuamente diverse e mutevoli che ti presentano ad ogni svolta un nuovo panorama, un differente punto di vista ancora più bello. Di quando in quando piccoli gruppi di capanne, paesini dove si raggruppano i tanti gruppi etnici che popolano la montagna, Hmong e Kamu, che vivono delle risorse della foresta e di una agricoltura primordiale e di sussistenza. Davanti alle case di legno o di frasche, qualche bancarella che vende i frutti della foresta, piccoli animali di ogni tipo, uccelli all'apparenza esotica, già cucinati e pronti per l'uso. Da sotto una cesta spuntano due lunghe code pelose piuttosto misteriose, forse gatti selvatici, che l'uomo di casa si affretta a nascondere; più in là radici ed erbe medicamentose e liquori fai da te in bottiglie riciclate che contengono innominabili forme di vita. 

Animali della foresta.
Un mondo primitivo che si stempera nel sorriso delle venditrici che offrono le loro merci ai rari passanti. Su un piccolo passo, un villaggio Yao, offre mandarini dolci e succosi. Dietro ad ogni banco una ragazza impegnata a ricamare strisce di stoffa che ornerà i suoi costumi, ché nella foresta dove il verde cupo del sottobosco la fa da padrone, si sente forse un bisogno di colori per sottolineare la bellezza delle donne, per arricchire l'aspetto dei tanti bambini, con le grandi fasce per portare i neonati sulle spalle o nei graziosi cappellini di cui nessuno è privo. Tante faccette rotonde che ti guardano ridendo e che le giovani mamme esibiscono con orgoglio per farli fotografare, cosa che tu fai con piacere, così non ti rendi neppure conto che il chilo di mandarini, un po' mollicci, ti viene fatto pagare più caro che alla boutique della frutta della tua città. Te li mangi di gusto e li trovi buonissimi mentre arrivi al passo. Qui, da una grande balconata che si affaccia sulle valli che convergono, ti puoi sedere in un aria frizzantina a guardare in basso, dove gli orizzonti lontani si confondono, dove la foschia azzurra colora le cime più lontane e contorte. Un paesaggio immenso che disarma e stupisce.
Bimbo Yao.

Al passo si fermano tutti, un po' per la bellezza del sito, un po' per mettere sotto i denti qualcosa, una scodella di noodles o un'insalata di papaya, per calmare lo stomaco rivoltato dalle curve. Un enorme gruppo di giapponesi in gita aziendale, con fotografo ufficiale al seguito, si impadroniscono dell'area colonizzando panche e sfondo per le foto. Chiasso e movimento. Il gran capo anzianotto che si accompagna ad una giovane laotiana, dall'aria annoiata, viene servito con degnazione da una coorte di sottopancia che forniscono alla coppia viveri e altri generi di conforto. Lasciamo, quasi con dispiacere questo luogo naturalmente affollato, mentre la strada prosegue scendendo in continui saliscendi fino al bivio di Luang Prabang. Poi la strada per Phonsavang diventa davvero terribile. 120 chilometri in un paesaggio sempre più severo e deserto di abitanti e di vita. Tre ore di curve senza fine per arrivare all'altopiano. Quella piana delle Giare dove la storia ha giocato carte violente e tragiche. Il luogo è davvero particolare, senti brividi forti lungo la schiena, mentre calano le ombre della notte e forse non è soltanto la pioggerella gelida che scende dal cielo a freddarti le ossa.

La strada per Phonsavang.


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mercoledì 16 febbraio 2011

Il Milione 38: Tattoo e mangiare con le mani.


Nella sua esplorazione via terra, difficile e pericolosa per i tempi, ma di certo non come oggi, visto che quelle zone ancora non erano cosparse di mine antiuomo, il nostro Marco Polo arriva fino ai confini orientali dell'India, una vasta zona che comprende l'attuale Bangla Desh e il Bengala indiano, fino allo stato dell'Orissa.

Cap. 122


...e dopo lasciata la provincia di Mien (Birmania), v'è una provincia verso mezzodie ch'à nome Gangala (Bengala), che negli anni Domini 1290 che io era ne la corte, il Grande Khane non l'avea ancora conquistata, ma tuttavia v'era oste per farlo. In questa provincia ànno loro linguaggio e sono pessimi idoli e sono a li confini dell'India. Elli fanno grande mercatantia di care spezie che ànno, spigo e galinga e zinzibe e vivono di carne pesce e riso.

Ancora oggi, percorrendo queste aree rurali del subcontinente è tutto un susseguirsi di piccoli villaggi tra le risaie, popolate di contadini che alternano la loro difficile vita tra il fango che genera il loro alimento principe e i piccoli mercati spontanei che sorgono tra le capanne, dove su teli improvvisati a terra vengono offerte immutabili, le spezie di allora. Piccole piramidi di radici di zenzero, mucchietti di coriandolo, mazzi di erbe odorose e poi via, seduti nelle approssimative taverne a mangiare i cibi di strada, pesce di fiume in un sugo piccante in cui intingere palline di riso mescolate con le mani (mi raccomando con la destra, che la sinistra serve ad altri più immondi usi, e usando solo la punta delle dita che fa più chic, ma come dice qui Acquaviva, potete anche succhiarvele per non perdere il condimento che è il più buono e come si dice, se no si gode solo a metà). Beh il nostro Marco ci sarà stato anche abituato, giacché allora a Venezia la forchetta non l'avevano ancora inventata, ma vi assicuro che sulle prime, questo impastare il riso per mescolarlo al resto, su piatti fatti di grandi foglie di banian, mi ha messo un poco in difficoltà. Solo la fame poi, fa superare le barriere interculturali. Ma questa non è la terra degli indiani, ma degli Adivasi, "quelli che c'erano prima". Sono le tribù primitive che popolavano l'area prima dell'arrivo degli Arii, disprezzate dalla cultura ufficiale indù, e rimaste ancorate alle antiche tradizioni, che stupirono anche il nostro Marco.
Questo è uno dei tanti aspetti interessanti di queste genti che oggi vivono isolati nel folto delle foreste del Bengala e dell'Orissa, primitivi che contro voglia stanno per essere spazzati via dall'ingordigia del nostro mondo e dal nostro prepotente sistema di vita. Gli straordinari tatuaggi che ricoprono i corpi delle diverse tribù dai Kutia, ai Gondria, ai Khond sono ancora oggi esibiti per la loro bellezza e la ragazza che mi mostrava orgogliosa il suo viso ricoperto dai segni che simulavano i baffi della tigre, uguali a quelli che la sua progenitrice mostrò a Marco, forse non li farà più a sua figlia e anche al mercato, accanto alle piramidi di peperoncino rosso come il fuoco che promette, cominciano a vedersi, cucchiai e forchette di alluminio, assieme ai coloratissimi braccialetti di plastica cinese. Il Gran Khan ha compiuto definitivamente la sua conquista.


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martedì 2 marzo 2010

Dharuva Gond: una casa nuova.

Girammo ancora per qualche giorno nella foresta. Un susseguirsi di villaggi sempre diversi, dove la gente vive una quotidianità fatta di gesti consueti, dove vedi ragazze che si lavano passando le pietre sulla pelle, padri che rasano i capelli ai loro bambini lasciando loro un piccolo ciuffo, vedi le donne attorno la fontana del villaggio. Chiacchierano a lungo prima di riprendere il sentiero che porta alle capanne lontane; qualcuna si ferma un po', indugia in pensieri difficili da indovinare. Come canta Tagore nel Gitanjali:

Ero sola al pozzo, dove l'ombra degli alberi cade obliqua.
le donne già erano tornate con le brocche colme fino all'orlo.
Indugiavo pigra, perduta nel mio fantasticare.
L'ora del mattino è tarda e l'uccello canta note stanche;
sopra il mio capo stormiscono le foglie del grande neem
e io siedo, sola, a pensare e pensare.
Ancora villaggi, a volte più "avanzati" con le case in muratura dipinte in colori tradizionali forti, blu, e ocra, dove vivono i Parajas, più integrati, le cui donne curatissime portano sempre un curioso anello da naso d'oro fligranato con una pietra rossa o bianca o quelli dei Mallis e dei Deday, dai lineamenti più aggraziati, con abbigliamenti sontuosi anche nella vita quotidiana, tradizionali coltivatori di fiori di cui fornivano le regge dei locali raja e ancora oggi mantengono l'abitudine di portare un grande fiore rosso tra i capelli lisci e neri, raccolti in una crocchia alla destra del viso. Altri invece più poveri e nascosti nel fitto della foresta come i Gadaba, agricoltori gentili ed accoglienti, con ancora un forte senso delle tradizioni, come quella del Dio-fratello che sta loro vicino nei momenti di difficoltà e viene considerato come un Lare componente del nucleo familiare. Le donne portano alle caviglie anelli di metallo grandi e spessi di notevole peso che rende la loro camminata un poco strascicata ed assai elegante. Ma nel folto della foresta delle pianure del sud dell'Orissa, attraversate da un fiume impetuoso e gonfio di fango durante il monsone, che si precipita attraverso uno spettacolare scenario di gole laviche, vivono in capanne sparse i Dharuva Gond, cacciatori e pescatori primordiali. Pescano con arco e frecce arpionate munite di una lunga cordicella di fibra che ne consente il recupero. Gli uomini, che hanno solo un ridotto perizoma ai fianchi, si rasano il capo lasciando solo una lunga treccia. Catturano ogni animale della foresta ed una particolare leccornia è costituita dai pulcini degli uccelli che vengono predati arrampicandosi sui rami più alti degli alberi. I matrimoni vengono celebrati quando gli sposi sono ancora bambini, anche se la sposa non va ad abitare dal marito fino a che non diventa ragazza attorno ai dodici anni. La capanna di Prem, dove ci fermammo a riposarci dopo un lungo cammino aperto nel verde, era circondata da grandi alberi. La madre seduta per terra univa tra di loro legandoli con un filo delle grandi foglie secche di banijan, che avrebbe venduto al prossimo mercato del mercoledì come piatti usa e getta; il padre era appena tornato dalla pesca e ci mostrò i tre grandi pesci che aveva preso con il grande arco che portava a tracolla, lui invece continuò il suo lavoro. Stava ingrandendo la casa con una nuova stanza e ci mostrò orgoglioso, il muro solido di fango ormai essiccato di fianco allo stipite dell'ingresso, dove andava completando la soglia, opportunamente rialzata per evitare che vi entrasse l'acqua e che lisciava con cura. Poi vi avrebbe inciso i segni di buon augurio. Aveva dodici anni Prem e sembrava avere fretta di terminare i lavori che andavano già avanti da un anno almeno. I lavori della sua nuova casa, dove, con una grande festa, il prossimo anno avrebbe condotto, dal villaggio vicino, la sua sposa che aspettava già da quattro anni, quando lei ne aveva sette. -Lei è bellissima - ci assicurò con gli occhi perduti nel cielo e continuò a lisciare con cura il fango ancora umido e morbido della parete appena finita.


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