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martedì 23 dicembre 2014

Mercati di pesce e di riso

Tramonto a Mrauk U



Ciclotaxi in attesa al mercato di Sittwee
Lasciare Mrauk U all'alba e lasciarci un pezzo di cuore. Ce l'hai lì di traverso, la spina che ti ha trafitto ieri sera su una collinetta di fronte alle tozze cupole nere del Ko Thaung, il luogo preferito da chi vuole godere l'ultimo tramonto. C'erano otto persone in tutto sedute sull'erba, forse i soli turisti presenti in zona, mentre il bosco attorno, piano piano si scuriva e le guglie delle pagode lontane allungavano la loro ombra appuntita sulla valle. Una mandria di zebù bianchi, in una lunga fila, segnavano il sentiero sotto di noi. Un paese senza luci, dove camminare nelle strade senza una pila è un'avventura, eppure in giro  pieno di gente che cammina, che si muove in bicicletta o in motorino evitando di finire nelle buche o nei fossi. Se alle spalle si avvicina un frastuono, è solo un grosso camion col cassone carico di ragazzotti con la zazzera e i ciuffi tagliati a spazzola e colorati di biondo che saltano e ballano mentre due enormi casse nere, sparano a palla il pop-rock birmano, il residuo di un rave durato tutto il giorno e la notte precedente, quella di luna piena. Da Moe Cherry un trans gentilissimo e con ancheggiamenti languidi, mi aveva poi servito dei mediocri noodles e maiale, lanciandomi occhiate ferine. Anche adesso che è mattino, le stradine del centro sono già piene di gente che va verso il mercato. Al molo c'è in attesa il traghetto rapido per Sittwe, questo ci mette solo un paio d'ore e costa 3 volte tanto, ma stare impiccato su questo sedilino pensato per chiappe birmane, non è agevole e la barca è tutta chiusa da paratie di ferro rugginoso come una scatola vecchia di sardine e ti fa rimpiangere il barcone governativo lento e sonnacchioso che scorreva lungo le rive, fermandosi ad ogni paesetto e facendotene godere la vita. 

Banchi di pesce secco
Certo che alle 9 sei già arrivato, il tizio del baracchino ti aiuta con le valigie lungo la passerella tremolante. Si è portato dietro il figlio di una decina d'anni, che va a scuola e ha qualche parola d'inglese da spendere,  ormai valido aiuto che deve contribuire al business paterno per portare a casa la pagnotta. Al confronto con la sonnacchiosa Mrauk U, anche Sittwe, con la sua main road asfaltata, sembra una metropoli e il suo mercato pare davvero avere le dimensioni da grande città. In tutta la parte classica di masserizie, stoffe e vestiti, frutta e verdura, non differisce un gran ché da tutti gli altri, ma in due parti è davvero specifico e interessante. Il mercato del pesce, che si affaccia sul fiume è uno dei più vivaci del paese. Decine di barche di pescatori ci arrivano fin dal mattino presto e scaricano il pescato sui piccoli moli circondati da scarti ed immondizie. Tutto viene subito smistato attraverso varchi strettissimi e corridoi coperti, ai vari negozianti che lo espongono con cura sui banchi. Senti le grida dei venditori che richiamano le donne al passaggio, mostrando la merce migliore; altri puliscono con cura i pesci dalle lische, altri ancora tagliano i più grandi in grossi tranci che espongono poi con cura in piramidi ordinate. Di qui i molluschi, di là anguille ancor vive e aguglie sottili, granchi rossi, canocchie e cestoni ricolmi di gamberetti. Poco più indietro c'è tutta la sezione del pesce seccato e qui, se prima avvertivi un certo qual profumo di mare, seppure un po' irruvidito dal puzzo di fogna e di interiora giacenti da giorni, ora dai mucchi di  merce sale un tanfo micidiale che ti aggredisce al naso in maniera violenta e ti fa percorrere l'area con una certa fretta, tra i sorrisi di compatimento dei venditori. 

Mercato del pasce
Quando non avverti più di tanto il disagio, vuol dire che o i tuoi recettori si sono parzialmente anestetizzati o che ne sei fuori ed incomincia un altro grande mercato, quello del riso. Qui si commercia sia all'ingrosso, in magazzini più ampi ricolmi di sacchi impilati, che al minuto con una ordinata mostra di tanti contenitori aperti per mostrare le molte varietà di riso disponibili, dal migliore dai chicchi grandi e puliti, a quelli meno pregiati, fino alla spezzatura. Su ogni mucchio troneggia il pentolino che funge da misura di capacità, vista l'assenza di bilance. La merce arriva e se ne va in continuazione, in un via vai di carretti trainati a mano che fanno lo slalom tra la folla nelle strette stradine, mentre i conducenti chiedono strada con il curioso rumore fatto a labbra chiuse, quello con cui noi richiamiamo i gatti. Poi viene l'ora di andarsene anche da qui. Ancora due gamberoni in tempura da MV seafood, un succo di papaya e poi lo stanzone dell'aeroporto ad aspettare l'aereo ad elica per ritornare a Yangon, strizzati tra valigie, sacchi e pacchi di ogni genere, tra ragazze sorridenti che si strizzano per tenere meno posto possibile e americani ingrugniti e spocchiosi che occupano tre posti ciascuno, tra computer aperti, perché bisogna continuare a lavorare fino all'ultimo anche mentre si fa la coda, cibarie varie e bicchieri di caffè bollente, spostati poi qua e là e che finiscono inevitabilmente rovesciati nella massa che spinge, imbrattando ogni cosa ci sia intorno. Le piccole isole verdi, i bracci di fiume che diventano mare, le strisce di sabbia bianca, sono le ultime cose che afferri dall'alto mentre entri tra le nuvole e cerchi di mantenere fermo il ricordo di Sittwee e portarlo via con te.
Il molo dei pescatori

SURVIVAL KIT

Sittwee - Un pescatore
Traghetto da Mrauk U a Sittwee - Se volete guadagnare tempo e non gradite le 6 ore necessarie al traghetto "del Governo" (comunque assolutamente più consigliato da fare almeno per una tratta, all'andata o al ritorno), ci sono diverse barche private rapide che fanno il viaggio in circa 2 ore. Costo 20.000 K, ma molto più scomodo e secondo me anche meno sicuro. Al biglietto ci pensano dall'albergo. Per i frettolosi, poiché parte al mattino presto, all'incirca alle 7, potete guadagnare una giornata arrivando a Sittwe con largo anticipo sul volo che di norma parte nel pomeriggio, evitando quindi un pernottamento, se avete già visto tutto quello che c'è da vedere nel giorno in cui vi siete fermati all'andata.

Il mercato centrale di Sittwee. Situato sul fiume nella via parallela alla Main Road. Da vedere la parte dedicata al pesce la mattina presto e quello del riso, diversi dai soliti mercati che si incontrano nelle altre città. Ci si arriva facilmente a piedi all'altezza della torre dell'orologio.

MV Sea Food Restaurant - Sittwee - Sulla main Road di fianco al cinema - Cinese e birmano. Grande sempre pieno. Piatti sui 4/6000 K. qualità media. Il barista propone anche una serie di cocktail e poi viene a chiedere se sei soddisfatto. Buon posto anche per fermarsi a bere un frullato di frutta.

Sottwee - Il mercato del riso

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Una ragazza al mercato
Villaggi Chin

mercoledì 10 dicembre 2014

Night market



Foto T. Sofi



Foto T. Sofi
E' la luna piena di novembre e sono giorni di festa a Chinatown. Fuori dell'albergo, tutte le strade adiacenti sono intasate di traffico e banchetti. La parallela è stata chiusa e si è già riempita fin dal mattino di tavoli e di stalli di varie dimensioni. Ora che è calata l'oscurità, il night market è in pieno svolgimento. Ci sono i soliti venditori di abbigliamento povero, calzature cinesi , attrezzi da cucina ed elettronica da poco prezzo, ma la parte del leone la fanno gli alimentari. Qui è il regno dello street food sino-birmano. Alcuni sono veri e propri ristorantini circondati dai soliti tavolinetti e sedili lillipuziani su cui si accoccolano i passanti a gustare le specialità della casa, altri sono per così dire, più specializzati, producono poche cose ed il consumo è in generale svolto in piedi. La parte del leone la fanno i friggitori. Sotto una lampadina, un wok gigantesco pieno di olio scuro che ribolle sul fuoco vivo sottostante. Di fianco il materiale da friggere che la moglie o il tirapiedi di turno, prepara velocemente per stare dietro al ritmo di produzione. Un altro pentolone di pastella in cui viene immerso il prodotto da friggere e la tempura è fatta è fatta. Bomboloni dolci o salati, frittelle di patate, samosa indiani, i triangolini ripieni di verdure speziate, effondono i loro profumi d'oriente assieme al fumo spesso dell'olio combusto.

Foto T. Sofi
Qualcuno ha messo invece sul fuoco vivo delle particolari padelle piatte con tanti piccoli alveoli. Mentre le piastre si arroventano nei buchi viene colata la pastella oppure le uova di quaglia che formano dei golosi pallidi rassodati, con un probabile cuore fuso, che poi vengono passati ulteriormente in una sorta di pangrattato e fritti. Ci sono poi le griglie, forse i banchi che maggiormente vengono presi d'assalto. Spiedini di pesci, di frattaglie di pollo, di carni varie, di gamberi, seppioline e altri materiali di più difficile identificazione, vengono disposti sulle graticole che colano poi umori vari sulle carbonelle sottostanti, sollevando nuvole di fumo grigio verso il cielo. Poi, man mano che la cottura va a puntino, con cura certosina, gli stecchi vengono presi e disposti in ordine geometrico a formare barocche piramidi in attesa di avventori. Il profumo della griglia per chi lo gradisce è accattivante e stimola i succhi gastrici. Devo dire che tutto questo ben di dio, ancorché il colore della notte nasconda in parte il suo aspetto meno nobile, attira molto, insomma ti vien voglia di assaggiare, di dare un morso dentro a quella roba croccante. 

Foto T. Sofi
Ci sono poi banchi di dolciumi assediati da ragazzini, dove viene impastata la farina di fagioli e altre paste a base di cocco per formare dei panetti sodi ed all'apparenza piuttosto pesanti che vengono poi appiattiti e tagliati a quadretti. Non mancano infine, i pentoloni fumanti che servono noodles, quasi sempre sotto forma di mohinga, la zuppetta a base di brodo di pesce, che viene consumata soprattutto a colazione, ma anche come intermezzo durante tutto il giorno. Per ultimo ci sono i banchi della frutta, anche se non così ricchi e vari come negli altri paesi del sudest asiatico. Sarà la stagione ma qui vedi soprattutto angurie, mele, arancie e papaye, oltre alle onnipresenti banane. Intanto si è rimesso a piovere e la gente si ripara alla meglio sotto i teloni dei banchi; l'acqua trafila, su griglie e pentole roventi, sfrigolando più dell'olio e intanto la confusione aumenta mentre tutti cercano di evitare le pozzanghere più grosse. Cerchi di stare attento, ma è una fatica inutile dopo poco sei già tutto inzaccherato di fanghiglia e di chissà cosa altro. Meglio non indagare. In uno spiazzo tra i banchi vicino a quello dei fedeli che raccolgono offerte per il tempio vicino, hanno montato una giostrina per bambini e la ruota panoramica.

Foto T. Sofi
Insomma per modo di dire. Si tratta di una incastellatura alta almeno una decina di metri, legata alla meglio agli alberi vicini, che fa ruotare qualche gondola di bacchette di ferro dove salgono impaurite, tra mille gridolini, sei ragazze alla volta. La forza motrice della ruota è umana; quando una gondola è completa, gli incaricati, issati sui raggi si spostano verso l'esterno e con il loro peso fanno girare il marchingegno, salvo poi frenarlo a forza di braccia appendendosi con tutta la forza, dal verso contrario al movimento, per farlo fermare e far scendere i passeggeri. Il divertimento sembra grande, c'è la fila per salire e il buttadentro che recluta le ragazze non deve fare gran fatica per trovare clienti. C'è la fila che aspetta con il foglio da 200 kyat in mano. Ci staresti tutta la sera a girare tra i banchi. Quelli di CD taroccati, intanto, sparano tutta la potenza dei loro altoparlanti, incuranti dell'acqua che scende. Il telo di plastica malandato che li copre pare protezione sufficiente. Le ragazze ridono e quando vedono uno straniero corrono per farsi fotografare a fianco a lui, con lo smartphone dell'amica. Poi lo postano subito su feisbuc. Più è grasso e più ridono. Che ci volete fare sono esotico.


Foto T. Sofi


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giovedì 1 maggio 2014

Il mercato di Bac Ha


Al mercato di Bac Ha

H'mong rossa
Il momento topico per chi arriva da queste parti è la domenica, il giorno del mercato settimanale di Bac Ha. Per questo, gli alberghi di Sapa sono sempre pieni il sabato sera e occorre prenotare molto tempo prima. Quindi aspettatevi di trovare un sacco di gente da quelle parti quando arriverete sulla piazza della cittadina incassata in basso alla confluenza di diverse valli. Prima arriverete quindi, meglio sarà. Questo è il più grande mercato del nord Vietnam e qui potrete trovare un grandissimo numero di persone di diverse minoranze che vivono nelle decine di villaggi di tutte le valli vicine. H'mong rossi dalle corte gonne colorate a ruota, giubbini dai ricami a zig zag, Dzao neri coi cupi grembiuli svolazzanti e gli alti cappelli a cilindro, Nung e Pathé dalle vesti sgargianti e fittamente ricamate. E' un'orgia di colori e di forme che non vedrete da nessuna altra parte, quindi non lasciatevi condizionare dalla presenza dei pur molti altri turistacci che, come voi si aggirano tra i banchi, famelici di foto storiche da mostrare poi agli amici annoiati tornando a casa, tendendo agguati ai gruppi di donne che calano dalle vie laterali con le gerle piene, ma godetevi la giornata aggirandovi per l'enorme spazio pieno di banchetti e di gente che compra, che osserva e che vende, nella più classica accezione del luogo deputato agli scambi, il mercato. Una delle zone più interessanti è come sempre quella dei prodotti della terra. Qui è tutto un cumulo di enormi zucche, cespi di insalate di ogni tipo, cavoli e carote, sacchi di cipolle rosse, erbe di ogni tipo, montagne di canne da zucchero pronte per essere tagliate in minuscoli pezzi. 

Contratto concluso
Sopra una di queste, un ragazzino a guardia del forte squadra con aria truce chi si avvicina e aspetta la madre che arriva dopo un po' con un sacco di pannocchie di granoturco e bambinello di ordinanza sulla schiena. Una vasta porzione è dedicata agli strumenti agricoli. Non solo zappe, vanghe, picconi, ma anche lame di aratro da applicare ai versoi in legno modellati a mano,  vagli per separare la pula dal riso. Un gruppetto di donne H'mong stanno attorno ad un venditore di sgranatoi per pannocchie e guardano con interesse il funzionamento della macchina cercando di impararne i segreti. Una scalinata porta sulla sommità della collina, al mercato dei bufali. Gli animali stanno isolati l'uno dall'altro o a coppie, mentre il proprietario li lustra con cura per renderli più belli ed appetibili ad una piccola folla di compratori. I migliori arrivano a costare anche 1000 dollari, una piccola fortuna. In un angolo, una trattativa sembra andata a buon fine, i due uomini sono accoccolati per terra, uno conta con cura un grosso mazzo di banconote, l'altro lo segue con gli occhi, alle loro spalle un grosso e pelosissimo bufalo grigio che rumina calmo in un gran cumulo di erba. Una donna con uno straordinario costume se ne sta accoccolata sulla balconata, forse aspetta che il marito abbia finito la trattativa. Sotto di lei il mercato è nel suo pieno svolgimento e una folla multicolore sfila avanti e indietro carica di pacchi, oggetti, borse e masserizie. In una zona un poco più lontana, popolata solo di uomini, si vendono curiosamente cavalli, galli da combattimento e uccellini da canto. 

Controllare prima di acquistare
C'è un gran fermento attorno a due pennuti che, liberati dalle loro ceste, si gettano uno contro l'altro con una aggressività inquietante. Le grida degli astanti li aizzano ancor di più, si beccano l'un l'altro furiosamente sulle ali, al collo, già tutto spelacchiato, sulla testa cercando di centrarsi gli occhi, tra gli incitamenti dei presenti. Poi i proprietari li separano a forza, ma era solo un assalto dimostrativo per mostrare la forza dei propri campioni. I galli ritornano nelle loro ceste e cominciano le trattative furiose per aggiudicarsi il migliore. Invece nell'angolo più lontano dello spazio sterrato, i venditori di uccelli mostrano le loro gabbiette coperte da una spessa stoffa colorata; qualcuno, a richiesta, ma mostrando una certa ritrosia, quasi facendosi pregare, alza la cortina per far vedere la bellezza ed il piumaggio del suo animale. I commenti si sprecano, i soldi passano di mano. Qualcuno parte sul motorino col il suo carico con aria soddisfatta, anche chi se ne va contando banconote, altrettanto contento. E' lo spirito dello scambio; la trattativa si conclude solo quando entrambe le parti pensano di averci guadagnato. Qualcuno si ferma vicino ad un gruppo di cagnolini. Che belli! Uno si ferma li guarda con affetto, poi si china, ne tasta uno, poi un'altro, fa uno sguardo di disapprovazione, poi ne trova uno che forse corrisponde alle sue aspettative; sì, questo è bello grassoccio, pronto al punto giusto, lo compra e se lo mette in una borsa legato a testa in giù. Non cercava un cane da guardia.

H'mong rossa
Allora te ne vai verso il punto davvero più interessante di tutto il mercato, è il grande spazio centrale dedicato ai servizi. Sotto una grande tettoia, decine di ristorantini di ogni tipo, pentoloni di ogni dimensione che forniscono cibi e bevande per centinaia di persone. Tutti si fermano qui a mangiare qualche cosa. Grandi padelle piene d'olio dove friggono polpette e frittelle, spiedini di capra su griglie fumanti, polli arrosto magri e gialli e pentole di phò, montagne di riso bollito e noodles da condire. E ancora piattoni di trippa e interiora e un gran numero di cose di cui non riesci a individuare di cosa si tratti. Mangiano tutti di gusto, stretti gli uni agli altri, a gruppi, H'mong, Dzao, chiacchierando e ridendo. Una vetrina multicolore di copricapi, vestiti, gioielli da cui non riesci a staccarti facilmente. Vicino al parcheggio dei motorini, una fila di parrucchieri, cercano clienti, la sedia in plastica pronta davanti a un grande specchio, un ombrellone per riparare dal sole forte, un tappeto spesso di capelli neri a terra, quasi quasi converrebbe approfittare, con un dollaro risolvi la situazione. Quattro ragazze molto giovani, H'mong rosse dai vestiti splendidi e le barocche acconciature sul capo, si pavoneggiano davanti ai banchi delle stoffe. I costumi sono antichi, ma un tocco robusto di rossetto colora e labbra e la più disinibita mostra sotto la larga gonna blu un paio di scarpe rosse con tacco 12. Forse la felicità del modo nuovo di vivere è mangiarsi un gelato.

Il barbiere
I tempi sono maturi per il cambiamento, ma ugualmente è difficile andarsene. Uscendo dalla città puoi fermarti a qualche piccolo villaggio H'mong proprio a lato della strada, girare tra le capanne per vederne la vita di tutti i giorni. Il mais che secca al sole nella corte, Le fibre di canapa da battere, i bufali che rientrano seguiti dai contadini coi piccoli aratri attraverso le spalle. Poi prendi la strada che va verso Lao Cai, scandita per chilometri dal fiume che segna il confine con la Cina. Piantagioni di alberi della gomma, coi tronchi nudi segnati dalla ferita sghemba che ne fa sanguinare il latice prezioso. Alla base di ognuno, la scodellina di cocco che lo raccoglie. E' tutta una teoria di camion che vanno verso il confine. Qui c'è tutta una serie di enormi costruzioni moderne che vogliono dimostrare che sul ponte al di là del fiume, c'è grande opulenza. Una specie di città del bengodi tutta luci e insegne colorate. Molti guardano al di là del ponte e sognano, vorrebbero quantomeno attraversare, andare a vedere com'è. Rimangono poche ore da passare tra il mercato e le vie rumorose di questa città di passaggio, poi lo stanzone della stazione ad aspettare che parta il tuo treno di notte per Hanoi.

Ricami H'mong blu

SURVIVAL KIT

Mangiando il gelato
Mercato di Bac Ha. E' il più importante e frequentato (anche dai turisti) ma proprio per il gran numero di persone che ci sono non sarete importunati più di tanto e potrete godervi con tutta tranquillità i costumi delle tribù dei dintorni. Si tiene tutte le domeniche mattina.

Mercati alternativi. Molti cominciano a trovare i mercati di Sapa e Bac Ha troppo turistici. Si parla molto bene dei mercati di Sinho in una montagna molto scenografica (domenica mattina). Un altro è a Can Cau a 20 Km da Bac Ha al sabato, poi Lung Phin (domenica a 12 km) oppure Coc Ly (martedì a 35 km).

Fuori Bac Ha il villaggio più comodo e ovviamente più frequentato dai turisti, ma comunque molto accogliente e interessante, è quello di Ban Pho di H'mong blu, pochi chilometri dalla città. Potrete vedere molte case anche dentro e le attività agricole del momento

Lao Cai -Confine con la Cina. La città è stata rasa al suolo durante l'invasione cinese e tutte le costruzioni sono nuove e poco interessanti.Interessante la zona della frontiera con un piccolo tempio molto frequentato. Per entrare in Cina occorre il visto, si può averne anche sul posto uno per visitare solo He Kou, la città al di là del ponte sul fiume Rosso. Di qui si prende il treno che in 10 ore circa arriva ad Hanoi. Il treno invece non passa il confine. Per ingannare il tempo in attesa del treno date un'occhiata al mercato vicino alla stazione.


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lunedì 28 aprile 2014

Sapa. Un tranquillo paese di montagna.

Sapa - Donne H'mong nere



Eccomi qua a passeggiare lungo la via principale di Sapa. Qui hai la sensazione vera del potere di cambiamento che ha il turismo. Era una cittadina di montagna appollaiata su un costone della montagna, una balconata di fronte alla catena del Fransipan, un po' sonnolenta, che ospitava le costruzioni di vacanza degli espatriati francesi che volevano difendersi dalla calura estiva, circondata dalle centinaia di villaggi delle etnie minori, sparsi per le valli circostanti. Piccolo centro di mercato e di incontro per scambiare le poverissime merci prodotte da una agricoltura di pura sussistenza. Distrutta dalle guerre, è rimasta tuttavia la sua posizione logistica centrale. La gente attirata dalla possibilità di venire più facilmente a contatto con questi popoli isolati, ha cominciato a venire da queste parti e in pochi decenni è sorta una nuova Sapa, irta di gru, fatta esclusivamente di ciò che serve a questi visitatori, alberghi, guest houses, ristoranti, bar e negozi di ogni tipo al loro servizio. Hai solo la scelta, passeggiando, se fermarti ad un piccolo dehor o a quello vicino, dove sederti e gustarti con calma la sfilata continua della piccola folla che passa. Certo, perché assieme alla massa dei turisti, più o meno in egual misura, c'è l'esercito dei locali che di questa nuova fonte di reddito vive e che ogni mattina presto, cala o sale dai villaggi per venire a guadagnarsi la giornata. Basta che si presentino così come sono nella loro vita normale e già questo contribuisce al colore ed all'interesse di chi viene per vedere proprio questo, una sfilata continua di costumi tradizionali, i più belli, i più ricchi e completi. Così gruppi di donne, da sole o in compagnia, occupano fin dal primo mattino vaste porzioni di marciapiedi o sfilano su e giù per il paese in cerca di clienti per i loro ricami, le stoffe, gli ornamenti della loro tribù o gli altri ciapapùver tipici della situazione. 

Sono principalmente H'mong nere e Dzao rosse, che non si mescolano da sole ma formano piccoli crocchi o si dispongono in fila con la loro mercanzia distesa su uno straccio a terra. Il mercato si estende lungo una scalinata vicino alla grande piazza. E' un trionfo di frutta e verdura, carni ed altri oggetti casalinghi, di cui le venditrici di souvenir diventano a loro volta acquirenti secondo i loro bisogni e dipendentemente da come è andata la giornata. Puoi andare su e giù dalla scalinata o fermarti ad un angolo della strada e passare una intera giornata ad appagare la tua smaniosità di fotografo della domenica. I bambini più piccoli vengono lasciati bradi dalle madri al lavoro, liberi di scorrazzare nella via giocando o se sono più grandicelli di collaborare al business familiare vendendo a loro volta oggetti meno impegnativi. Molte ragazzine, hanno a loro volta il fratellino più piccolo sulle spalle avvolto in una coperta colorata. Sembra un bambolotto, uno zainetto rosa vivente anche se addormentato. Ogni due o tre locali, un negozio di attrezzatura da montagna, tutta rigorosamente di marca North Face (che alcuni maligni hanno ribattezzato North Fake), dalle giacche a vento pesanti, ai K-way, alle magliette e ai cappellini, senza escludere i bastoncini da nordic walking, tutti rigorosamente originali, come si affrettano a sottolineare i venditori, anche se si dispone della scelta tra i più economici made in China o tra quelli un po' più costosi ma assicurati made in Vietnam, garanzia di assoluta di qualità superiore. Alcuni negozi ne fanno addirittura la loro bandiera, nell'insegna che esibisce la nota prettamente nazionalistica che esclude le merci provenienti dallo scomodo vicino e sinonimo di pessima, se non pericolossima qualità. Alla fine i turisti sono più delle venditrici itineranti, quindi non ti senti neppure troppo pressato. 

La maggior parte di queste infatti, preferisce stazionare nei banchetti, continuando a ricamare nell'attesa, per non perdere tempo, oppure a terra lungo la strada, in drappelli compatti e tollerati anche se teoricamente abusivi, i cosiddetti mercatini al rospo, nel senso che se mai arrivasse un poliziotto a contestare il diritto all'occupazione del marciapiede, si raccolgono in fretta le proprie cose nello straccio sottostante e si salta via per riaprirlo poco lontano subito dopo. E' un luogo dove puoi passare anche qualche giorno in una atmosfera tranquilla piacevole e sonnolenta, guardandoti le cime delle montagne vicine e riempiendoti gli occhi dei mille colori dei costumi che ti sfilano davanti. Puoi fare un giro a vedere la grande cattedrale, i montagnards sono in maggioranza cattolica, qui i missionari hanno lavorato assiduamente, oppure spingerti fino alla sommità del monte Ham Rong, all'interno del parco giardino della città; ma anche soltanto dalla finestra del tuo alberghetto potrai goderti le viste delle montagne e dei fondovalle circostanti coperti al mattino dalle nebbie e dalle nuvole basse che le avvolgono e che a poco a poco salgono lentamente lasciando liberi tratti di risaie sempre più vasti. Già soltanto questo varrebbe la pena. Alla sera rimarrai ancora fuori a bere una birra tirando tardi, fino a quando rimarranno solo gli ultimi gruppetti di donne che, fatto su il loro fagotto, chiamano il marito col telefonino perché le venga a prendere per ritornare al villaggio, in tre o quattro sul motorino stracarico, il marito, la moglie e in mezzo, disposti alla meglio due o tre figli e la merce. Davvero un luogo di tutto riposo, ma attento, preparati, perché non siamo venuti fin qui per fare flanella al bar o decidere in quale delle decine di salon massage, farsi massaggiare i piedi; domani ti toccherà scegliere a quale trekking aderire. Le decine di villaggi circostanti sono lì che ti aspettano e i sentieri chiamano con voci sottili il Cappuccetto rosso che è in te. Devi lasciarti attirare senza troppa titubanza, se no cosa sei venuto fin qui a fare?


SURVIVAL KIT

Sunny Mountain Hotel, 010, Muong Hoa str, Sapa Town, tel 020.3880254 (41 $) - Forse un po' caro rispetto agli altri, ma nuovo molto pulito e carino. Se potete fatevi dare le a camera con vista sulla valle. Dalla terrazza della colazione splendida vista. ovviamente free wifi. Pieno di ristorantini e bar nei dintorni.

Da vedere in città il Mercato locale, sulla scalinata di fronte alla grande piazza centrale, dove c'è anche la Cattedrale. Se avete voglia fatevi anche, con calma,  il migliaio di gradini (a pagamento) che portano in cima all' Ham Rong, meglio verso sera per il tramonto, la salita è nel parco circondato da un bel giardino e bancarelle varie. Prevedete senz'altro acquisti di materiale North Face a prezzi molto interessanti dopo trattative lunghe e snervanti, ma che fanno calare il prezzo anche alla metà della richiesta iniziale.

La Lonely Planet parla del Mercato dell'amore che si svolgerebbe al sabato sera, sorta di incontro tra giovani  H'mong (e non) che lo utilizzerebbero per cercare i propri fidanzati. Questo non esiste più, forse solo una volta l'anno, il primo sabato dopo il capodanno, avviene una specie di festa dove i H'mong si concederebbero, una sorta di giorno di libertà dai propri partner, ma è tutto da dimostrare. Il fatto che i prezzi degli hotel aumentino di sabato è perché molti fanno tappa qui per andare al famoso mercato di Bac Ha che si svolge la domenica mattina.





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domenica 16 marzo 2014

Tra Cina e Vietnam

Tra i banchi



L'ingresso al mercato
Un buon punto di partenza per cercare di interpretare, tentando di comprendere il difficile rapporto che c’è tra Cina e Vietnam è Cholon, il grande e antico quartiere cinese di Saigon. In realtà la zona è molto meno cinese di quanto sembri, dato che molti se ne erano andati negli anni ’70 in seguito alla campagna anticapitalistica, anche se ora stanno tornando alla spicciolata in cerca di buone opportunità, vista la piega di economia pragmatica che ha ormai preso il paese in maniera inarrestabile. Questa, un tempo  era una città a sé, popolata da soli cinesi che ne avevano fatto una delle basi principali della loro espansione commerciale in Indocina e ne conserva l’architettura tradizionale dell’800. Poi l’ingrandirsi della città a poco a poco ha inglobato il villaggio, lo ha fatto parte di sé conquistandolo e facendosene conquistare, rendendolo quindi vietnamita a tutti gli effetti e fattore di una contaminazione che rappresenta la strada obbligata che hanno seguito tutte le culture quando sono venute a contatto con le culture vincenti di potenti vicini. I cinesi sono stati l’incubo storico dei vietnamiti, invasori pervicaci e recidivi per oltre un millennio, sempre combattuti e alla lunga scacciati e sconfitti, pur più forti e potenti, come tutti gli altri che hanno voluto appropriarsi di questa area. Ogni volta dominatori e poi cacciati con guerre sanguinose che hanno creato epopee di racconti eroici, con la eterna lotta tra Davide che vince Golia, fino alla ultima storia recente in cui la Cina, con la carità pelosa di chi mostra di voler aiutare il debole nella lotta contro il forte, alla fine getta la maschera e vuole con la violenza quello che non è riuscito ad avere con la convinzione. 

Aglio
Così, se da un lato, lo scomodo e potente vicino, è vissuto come una minaccia costante che va comunque sopportata per ragioni di opportunità commerciale, dall’altro, l’influenza cinese, in tutti i campi, anche se non voluta, è presente in maniera completa ed è ormai parte integrante dello stesso substrato di pensiero del paese. Dalla lingua, in cui più di un terzo delle parole sono di derivazione cinese, alla cucina, agli stili di vita, alla religione, dove, come abbiamo visto il misto tra taoismo e confucianesimo permea completamente templi, statue, decori e mentalità stessa dei fedeli, inclusa la forte propensione alla superstizione ed alla passione per il gioco. Tuttavia, il sentimento verso il regno di mezzo non è affatto positivo e, complice la fortissima componente nazionalistica, si avverte una vera avversione per tutto quanto arriva da quella parte, dimenticando naturalmente che in questo momento di lotta economica globale, gli investimenti cinesi nel paese, in cerca guarda un po’, di delocalizzazione, udite udite, per diminuirei costi che ormai stanno crescendo anche in Cina, fanno piuttosto comodo in termini di aumento di posti di lavoro e di ulteriore crescita del PIL. Ma nella vulgata del popolino, quello che senti nei mercati, è di disprezzo assoluto verso le merci che provengono da laggiù e ogni piccolo fatto di cronaca, viene amplificato dai media e accolto dalla gente come una ulteriore dimostrazione di pessima qualità di quella roba, ultima scelta naturale, quando non fatta appositamente con materiali dannosi alla salute, come se il produttore fosse così sciocco da volere intenzionalmente rovinarsi un mercato pur di avere piccoli guadagni immediati. 

In piena attività
Si vocifera di magazzini in cui la robaccia cinese viene riconfezionata con false etichette Made in Vietnam, simbolo di assoluta garanzia di qualità. Con questa base bisogna tuffarsi nella confusione dell’enorme mercato Binh Tay, nel cuore di Cholon, per bearsi della confusione, del colore e della ridondanza di merci accatastate  nella sfilata infinita di bugigattoli, banchetti, negozi che si estendono a cascata fin sui marciapiedi, occupandoli per la maggior parte fino a rendere difficile e penoso il passare. Dal grande portale giallo entri nel cortile e nel piccolo giardino. A lato il grande braciere dove tutti bruciano soldi finti, lingotti di cartone dorato, abiti e scarpe finte di carta, addirittura motorini, mercedes e i-pad di cartone, dedicandoli ai morti per ingraziarsi la fortuna nel nuovo anno. Ecco laggiù nella cenere e quasi paion veri, pacchi di biglietti da cento dollari, ti viene un tuffo al cuore, mentre tutti continuano a buttarne dentro gioiosamente, ridendo. Poi ti butti tra i vicoletti cercando di superare le barriere di merci. E’ il concetto delle zone del mercato orientale, contraria specularmente al nostro, dove tra esercizi simili deve esserci un minimo spazio concordato proprio per evitare una troppo forte concorrenza.

Conservati
Qui invece ogni tipologia merceologica, sia frutta o pesce, o carne, o conservati, vestiti, stoffe, gadget di capodanno, devono essere fianco a fianco in zone serrate e definite, proprio per permettere al cliente di fare paragoni, cosa che spinge il commerciante a rendere il proprio spazio il più possibile concorrenziale, attrattivo, bello da vedere a confronto del vicino. Tante scritte in cinese e poi confusione, grida, odori come in tutti i mercati d’Oriente. Poi d’un tratto ecco che da un vicolo spunta l’essenza della Cina, portato a spalle da un gruppo di ragazzi, un drago rosso con gli occhi enormi a palle sporgenti, che i bastoni fanno agitare nella sua danza scomposta; corre lungo i banchi del mercato al ritmo frenetico dei cembali. Lo accompagna la maschera dalla faccia di bambino grasso che porta la fortuna. Siamo a pochi giorni dal Tet e l’anno nuovo è appena cominciato, la buona fortuna è necessaria, così da ogni banco fanno a gara per richiamare il drago a “mangiare” qualcosa nel loro negozietto. Il gran testone vermiglio si avvicina e viene imboccato con offerte che il sacro animale gradisce imbizzarrendosi e fremendo lungo tutto il corpo, il muso spalancato in alto ad inghiottirle, mentre tutti ridono, cantano e si scambiano auguri. Poi il corteo prosegue il suo giro e si allontana tra i vicoli stretti lasciando tutti gli astanti a congratularsi tra di loro e a parlar male dei cinesi.

Il dragone di capodanno

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SURVIVAL KIT 6

Cholon e mercato di Binh Tai - Nel quartiere cinese, raggiungibile in taxi e molto vicino al centro. Da vedere l'ingresso il giardino interno e lo stile cinese. Da abbinare alla visita nella stessa zona del tempio di Thien Hau, la dea dei naviganti.

In zona se vi capita provare il Banh Xeo, che servono in locali specializzati con questo nome. E' una gigantesca crepe all'uovo fritta e servita ripiena di gamberetti e verdure, niente male.



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