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martedì 17 febbraio 2015

Quando te ne devi andare


Tramonto a Ngwe Saung

Ultimo bagno
Bisogna andarsene anche da qui e anche stavolta tutto appare come una maledizione. Una immensa spiaggia solitaria, sabbia bianca e fine che si sfarina sotto i piedi, palme verdi a cui che la brezza del mattino, appena appena muove le foglie, L'acqua calda in cui lasciarsi andare come un liquido amniotico, il disegno di isole lontane e tu te ne devi andare. Ogni tanto, la spiaggia allargata dalla bassa marea e percorsa dalle tracce di piccoli granchi trasparenti che corrono via al tuo passaggio, è interrotta da gruppi di rocce sulle quali la pietà religiosa ha innalzato piccoli stupa dorati, il marchio inevitabile della mentalità del paese. Neppure i raggi del sole che si alza alle tue spalle paiono avere l'aggressività del tropico, qui tutto appare dolce e tranquillo, fermo nel tempo. Un ragazzo sulla spiaggia offre un giro in moto. Un disperato tentativo di cercare almeno, prima di andarsene per sempre, di conoscerla tutta, questa spiaggia infinita di decine di chilometri, di abbracciarla tutta come fai con una persona cara che stai per lasciare ed hai la quasi certezza di non rivederla mai più. La moto corre veloce sulla battigia, lasciando una sottile striscia al passaggio. La sfilata continua di palme che celano bungalow nascosti tra il verde da un lato, mentre dall'altro il  nastro ormai azzurro carico con sfumature verdi, scorre come un video di youtube, lambendo la riva con una piccola onda timida, inconsueta per un oceano, dolce ed ammaliante al tempo stesso, prosegue per chilometri e chilometri, una spiaggia quasi deserta e senza fine. 

Sulla spiaggia
Qualcuno a cavallo che esce dal bosco. Un chiosco povero che offre bibite ad un gruppo di sedie vuote. L'aria fresca che ti sfiora le guance. Bambini nudi che giocano sulla riva. Però bisogna tornare. Bisogna andarsene via lasciando tutto questo ad altri; rifare la lunga strada che torna in città. Tra le colline ricoperte di alberi della gomma, piste di terra rossa risalgono le pieghe che il monsone scava di continuo. Un gruppo di elefanti di un campo vicino le percorrono con la lentezza cauta e ragionata dei pachidermi non affannati, tanto oggi non ci sono più foreste di legni preziosi da abbattere ed i pochi turisti che arrivano pesano di certo meno dei tronchi di tek, una fatica accettabile e meglio pagata. Li vedi scomparire dietro la cresta della collina e ti par di sentire un barrito lontano, quasi sottovoce, in definitiva soddisfatto. Il mondo cambia in fretta. Ma tra un gruppo di capanne sul canale, bandiere di festa e suoni gioiosi si levano. Un frastuono di cembali e trombette, sovrastati subito dai watt di grandi casse nere. Tutto il paese è radunato; su panche e sedie di fortuna o più semplicemente seduti a terra, una gran folla di contadini, ragazze in ghingheri e bambini in gran quantità e poi festoni colorati, tavoli e banchetti colmi di frutta, di bevande e di offerte di ogni tipo. E' una festa per augurare la fortuna a qualche famiglia del villaggio che ha pagato le spese. Al centro, alcuni personaggi en travesti, il principale dei quali interpreta il nat Lord Kyawswa, il perennemente ebbro, l'ubriacone protettore dei bevitori, che ama il gioco ed i combattimenti di galli, che presiede ogni festa e procura la fortuna materiale a chi lo onora. 

La festa del nat
Il personaggio con le guance ricoperte di rosa e gli occhi pesantemente truccati, fa il suo spettacolo, canta e interpella i presenti, cerca di coinvolgere anche il malcapitato turista, con lunghe occhiate ammiccanti e coperte di bistro. Tutti ridono a crepapelle. I grandi bacili ricolmi di maiale stufato a pezzi passano tra la gente. Te ne vai mentre la festa continua, nel piccolo gruppo di capanne perdute nella palude, tra canali e risaie del paese di acqua. Il caos della città è vicino ormai. Il traffico ti travolge. Riconosci la strada ormai, quasi che tu fossi di casa. Non è difficile, con la sagoma imponente e sempre presente della grande Pagoda che vigila come una madre protettiva tra le acque del lago. Adesso che il giorno sta finendo, già brilla il suo oro prezioso come una benedizione perenne alla città ai suoi piedi. Vuoi camminare ancora un'ultima volta tra le strade ed i vicoli di downtown, tra le bancarelle di street food odorose di fritto e di profumo d'Oriente e la folla in perenne movimento che occupa i marciapiedi. Nel cuore di Chinatown, c'è tanta gente assembrata, più ancora che durante il periodo della festa di luna piena di novembre. Si odono canti e suoni. Una strada intera è chiusa al traffico da archi di fiori e bandiere colorate. Le botteghe sono quasi tutte chiuse e la via tutta è ricoperta di stuoie su cui una massa di gente è seduta o in ginocchio, rivolta verso il fondo. Lontano, al termine della strada, un palco ricoperto di fregi e bandiere, grandi manifesti e scritte. E' in arrivo un monaco famoso, forse già santo, che sta percorrendo tutto il paese a benedire, a lanciare moniti religiosi, a distribuire ai fedeli messaggi, in definitiva a raccogliere offerte. 

Il nat Lord Kyawswa
Arriva e scende da una grande auto nera e, pur essendo giovane, appare fragile e lento nei movimenti come un grande anziano, tanto che viene accompagnato e sostenuto dai suoi adepti. Mentre tutti chinano la fronte fino a terra, viene aiutato a salire sul palco dove si accoccola su una sorta di trono di legno dorato. Enormi schermi televisivi disposti lungo il percorso rimandano il suo viso sereno e mite, anche se pensoso. Comincia la sfilata dei maggiorenti che gli porgono buste e richiedono grazie. Lui li ascolta distaccato con appena piccoli cenni del capo, mentre uno speaker con voce roboante annuncia, descrive, forse racconta storie di vita e miracolose guarigioni. Alla fine il monaco, dopo una lunga pausa meditativa, prende la parola e pronuncia un lungo discorso. Il suo eloquio cantilenante ha un tono sorprendentemente basso e la folla rimane ammutolita ad ascoltare in un silenzio quasi incongruo per un assembramento di quelle dimensioni. Proseguono le benedizioni e le preghiere a cui il popolo risponde pronunciando i mantra di rito con devozione. E' suono silenzioso e gorgogliante che attraversa l'aria come un brivido, quello che mi dà sempre la consistenza tangibile della fede cieca e senza tentennamenti, quella che smuove i grandi avvenimenti e tacita le coscienze. Cerco di andare via, estraneo capitato per caso, quasi per sottrarmi definitivamente a questo mondo. E' l'ennesimo segno. Il viaggio è finito. Domani la macchina volante, questa volta del mio mondo, ripercorrerà a ritroso la strada che mi ha portato fino a questa dimensione differente. Ci sarà tempo per meditarci sopra.


SURVIVAL KIT

Campo degli elefanti
Nell'area di Ngwe Saung, ci sono molte possibilità di snorkelling e gite in barca alle isole vicine. Ogni albergo è in grado di organizzarle, incluse le visite al vicino campo di lavoro degli elefanti a una decina di chilometri tra le colline dell'interno. Mezza giornata, circa 10$ per andare e tornare con un taxi, 5 $ l'ingresso e + 5$ ciascuno per mezz'ora nella foresta con l'elefante. Per le gite in moto lungo la spiaggia, ci sono ragazzi in motorino dappertutto che fanno la posta. Mezz'ora, 2000K. Un ora, 4000 K.




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Duro tornare a casa

mercoledì 24 dicembre 2014

Transit to Yangon


Scende la sera




Trasporti urbani
Accidenti questi aereini sono sempre pieni zeppi! L'Oriente è in tale tumultuoso sviluppo che evidentemente non si riesce a stare dietro alla richiesta, ogni giorno in vorticoso aumento. I locali sono piccolini e si infilano facilmente in tutti i pertugi disponibili, ma quando arriva qualche gruppetto di grassi occidentali è più dura farsi largo, dato che i sedili non sono assegnati, ma si deve sottostare all'assalto alla diligenza. Due famigliole di corpulenti tedeschi fanno fatica a infilarsi tra i braccioli, un paio deve addirittura richiedere la prolunga della cintura di sicurezza. Beh, io almeno non ho ancora dovuto sottostare a questa onta. Una parte dei sedili avanti è però riservata. Ecco infatti che, quando tutti si sono sistemati alla meglio coi pacchi e le borse in grembo, arriva direttamente sulla pista un corteo di auto con bandierine. Sembra sia un importante ministro che sta girando il paese inaugurando edifici, tagliando nastri e blandendo i suoi seguaci  in vista delle elezioni del prossimo anno. La sta prendendo alla larga insomma. Il codazzo dei sottopancia fa tenerezza, chi a portargli una busta, chi la borsetta, chi non avendo niente da portare cerca di sostenergli un braccio, mentre altri lo seguono fedeli, o sono più piccoli o par di vedere la loro schiena leggermente piegata, in una postura di sottomissione naturalmente esibita. Prima di salire sulla scaletta si gira con sguardo dolce e benedicente verso il codazzo di accompagnatori che lo circonda ai piedi dell'aereo, accarezza teste di bambini che gli vengono sporti, poi sale seguito dai fedelissimi e si gira ancora una volta a lanciare un ultimo amorevole saluto. 

Dal gioielliere
All'arrivo un'altra piccola folla lo attende, con collane di fiori da gettargli al collo. Lui sorride molto e dispensa saluti e certamente promesse. Che comportamento strano per un politico. Quando riusciamo a guadagnare l'uscita degli arrivi domestici, la piccola folla si è quasi dispersa, mentre il corteo di auto scure parte sgommando verso i palazzi del potere. Yangon adesso è presa nella consueta morsa del traffico, quello di una città che sta esplodendo di nuovi mezzi che ogni giorno si aggiungono ai precedenti, senza che le strade, sempre uguali, pensate per biciclette e rickshò, riescano ad allargarsi da sole. Certamente la soluzione magica di tutto questo sarà stata uno dei punti di forza del politico di cui sopra, nel frattempo noi cerchiamo di arrivare con fatica in downtown. La punta dorata della Shwedagon Paya rassicura e fa comunque da guida costante e se vogliamo benedicente. Quando arriviamo è già scuro. Per fortuna, la città, che era rimasta bloccata per tre interi giorni a causa delle piogge torrenziali che ci avevano accolto al nostro precedente arrivo, si sono date pace e in un attimo tutto si è ripreso con più vigore di prima. Qui ci sono abituati, al massimo ci si toglie le ciabatte e si gira coi piedi a mollo, mentre gli autobus rimangono fermi lungo la strada in attesa che l'acqua e il fango defluiscano. Tuttalpiù rimangono i residui qua e la, se saltano le fogne che corrono sotto i marciapiedi, ma bastano un paio di giorni e tutto secca. Intanto le strade del centro sono tutte piene di gente e bancarelle di street food

Al pozzo
In Oriente tutti sono abituati a mangiare spesso fuori, se apri un ristorante, di qualunque tipo sia, è difficile farlo andare male. Da ogni stradina, da ogni porta escono fumi e vapori, sfrigolar di fritture e puzzo di griglie cariche. Un paio di stradine più avanti, al centro di Chinatown, di localini di ogni tipo ce ne sono addirittura uno dietro l'altro; hai proprio l'imbarazzo della scelta. Alla fine ci infiliamo in uno dei più affollati, seguendo la regola che se c'è tanta gente vuol dire che si sta bene. Certo, per non allargarti troppo e non correre rischi, mangi sempre i soliti piatti, pollo, riso, noodles. Dopo un po' ti escono dalle orecchie, ma tanto, con le mie riserve, è difficile che muoia di consunzione, per lo meno nel corso del viaggio. Domattina ce ne andremo verso nord, bisogna solo passare la notte nella solita cameretta senza finestre, dove l'aria condizionata non funziona o perché manca la corrente la notte, o perché sono saltate le valvole. Alle tre, complice anche un incombente reflusso di maledizione di Montezuma, per evitare il soffocamento, mi decido a chiamare il ragazzo, anche se poco speranzoso, data l'ora. Invece accorre immediatamente, misericordioso e gentilissimo, come pare sia la regola da queste parti, cambia le valvole fulminate e dopo poco, posso sprofondare beato tra le braccia di Morfeo , mentre il soffio maligno che, apparentemente salvifico, cola dal soffitto, proseguirà sul mio apparato gastrointestinale il suo lavoro malevolo,  dandomi per il giorno dopo il definitivo colpo di grazia. Che ci volete fare, siamo nati per soffrire.

Tornando a casa

SURVIVAL KIT

Yangon Downtown - Situata sulla lunga via che parte dalla Sule Paya e che attraversa prima il quartiere mussulmano e subito dopo quello cinese. Quartiere animatissimo, ricco di templi e moschee nelle vie laterali, ristoranti e bancarelle. Qui si trovano anche molti alberghetti "spartani", comunque sempre attorno ai 30/50 $.


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giovedì 11 dicembre 2014

La storia di Checco


Yangon - La grande pagoda



Ragazza Birmana
Da quando son tornato, tanto per riappropriarmi di un pezzo di vita sociale, ho ricominciato a frequentare qualche locale. Circondato da facce lugubri convinte che tutte le cose vadano male, che parlano solo di politici corrotti e disonesti e intanto vigliacco se mi fanno uno scontrino. Tutti a lamentarsi degli altri, onesti solo quando non si ha la possibilità di rubare. Il paese è così, bisogna farsene una ragione ed esprime la classe politica che si merita. Io temo che il problema non sia da ricercarsi nella congenita disonestà, questa è una cancrena millenaria che forse, azzardo, è insita nella genetica dell'uomo e non vi illudete c'è da tutte le parti del mondo, ma nello scivolare di un paese verso quell'area dove ci si adagia nella neghittosità accidiosa senza più premiare la capacità e la voglia di fare. Ecco allora che si seguono quelle sirene politiche che sbandierano la propria voglia di onestà assoluta e poi non sono capaci a fare nulla, la realtà è che il disonesto ruba un pezzo di formaggio, mentre l'incapace fa andare a male l'intera forma. Trionfano gli imprenditori che sperano solo sulle svalutazioni competitive o sulle delocalizzazioni per sfruttare momentaneamente un basso costo della manodopera, situazione illusoria e passeggera, invece di farlo per conquistare nuovi mercati, incapaci di innovare e di rischiare, allignano i sindacalisti legati ad un passato fatto di slogan e disinteressati a collaborare alla creazione di condizioni efficaci, gigioneggiano e pontificano gli anziani abbarbicati ai loro privilegi, pronti a criticare tutto, delirando sulle meraviglie di un passato meraviglioso quanto inesistente, bramosi di lavorare fino ad 80 anni mantenendo i loro ragazzi, criticandoli, al bar a giocare alla playstation, molti dei quali, pur molto più preparati della generazione precedente trovano tutto sommato comodo questo stato di cose. 

Per le vie di Yangon
Accidenti che pistolotto! In realtà voleva solo essere una premessa generica al raccontarvi una storia, perché girando qua e là, incontri persone che lo sconfessano completamente questo quadro un po' triste e melanconico. Ho incontrato Checco a Yangon. Sorriso largo e simpatico, comunicativa che ti fa capire subito che la persona si trova a suo agio in ogni situazione. Anche lui era uno dei tanti ragazzi italiani che qualche anno fa si guardava in giro per capire come poteva indirizzare la sua vita. Mezzo napoletano ma cresciuto in Veneto, certo, tanta buona volontà e determinazione, mica star lì a girarsi i pollici, si guardava intorno e intanto faceva tre lavori senza riuscire a mettere insieme uno stipendio decente. Convintosi che bisognava allargare un poco l'orizzonte ha colto la prima occasione che ha intravisto e se ne è andato da un conoscente a Santo Domingo. Ha imparato a fare le pizze, mica a costruire pile nucleari o a trovare la cura per il cancro e ha cominciato a lavorare. Ma forse il suo segreto non sta nell'essere capaci a fare bene le pizze, per quello forse non è necessaria laurea e master bocconiano, ma nel modo in cui si rapporta con quello che fa e con le persone che gli stanno intorno. Perché le cose vengono meglio se ti ci confronti con positività e convinzione, cosa che è contagiosissima e conquista anche chi ti circonda, che in questo modo alla fine ti apprezza e ti aiuta per il meglio. Fatto sta che il nostro Checco in una dozzina di anni ha girato una decina di paesi, Thailandia, Giappone, Dubai, Kuwait, Turchia e via cantando, sempre avviando ristoranti di successo, addestrandone lo staff. Ha collaborato all'apertura di Eataly negli Emirati tanto per dirne una. Già, perché nel frattempo che migliorava la qualità della sua pasta da pizza, forse perché se ci credi tutto si impara, o forse perché è una sua dote naturale, è diventato molto bravo ad organizzare ed addestrare un team di gestione, tratta tutti i suoi collaboratori innanzitutto come persone, li sa motivare, sa come far loro amare quello che fanno e come creare una squadra e dopo un po' guarda caso, tutti vogliono collaborare solo con lui e seguirlo nelle sue decisioni. 

Ecco la pagina del Daily eleven di Yangon
Ha provato a tornarci n Italia, che in fondo casa è sempre casa, ha resistito un mese, poi è scappato. Adesso da quasi un anno ha avuto l'incarico di lanciare un ristorante a Yangon e lui per primo è rimasto affascinato dalle opportunità che questa città, in grande sviluppo è pronta a concedere a chi ha voglia di buttarcisi e diciamola tutta, fa i soldi con la pala. In nove mesi il locale è diventato uno dei più frequentati da tutta una clientela facoltosa di locali e di stranieri stanziali o di passaggio. Un mese fa il quotidiano di Yangon ne ha fatto un lungo articolo citandolo come la miglior pizza del paese, scusate se è poco. Ed è davvero buona, così come le paste che tanti occhi a mandorla ormai ordinano con golosità. E' soddisfatto Checco, lo si vede da come sorride e da come gli fa piacere venire a sedersi vicino a te per chiacchierare un po'. Certo guadagna un sacco di soldi, lo chiamano per consulenze da tutte le parti, per aprire nuovi ristoranti, per addestrare personale. L'altro giorno uno yankee di passaggio, proprietario di una decina di pizzerie nel New Jersey, forse abituato alle mappazze che gli americani chiamano pizza, gli ha chiesto come facesse a fare una pasta "so soft and crispy" e quando lui gli ha detto quanto gli offrono come consulente per risolvere queste situazioni, è quasi svenuto. Adesso i proprietari del Parami Pizza, gli fanno aprire altri due ristoranti a Yangon, siamo proprio in pieno boom. Intanto lo chiamano dagli Emirati, da Istambul, dall'Arabia Saudita, si sa la cucina italiana è molto popolare nel mondo. E lo chiamano continuamente anche qui, i clienti per complimentarsi, dalla cucina, per il tocco finale e tutte le ragazze in sala, che per la verità lo guardano con quell'occhio languido che significa tante cose. Ma il suo sogno è quello di aprire un locale tutto suo, magari proprio qui in questa città così difficile da vivere, ma dalle gigantesche opportunità, oppure in qualunque altra parte del mondo che poi alla fine è così piccolo. Andatelo a trovare Checco se passate da Yangon, una pizza così la mangerete raramente, ma soprattutto conoscerete lui, uno dei tanti ragazzi che ti fanno sentire orgoglioso di essere italiano. Ciao Checco, buona fortuna e facci sognare.

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SURVIVAL KIT

Parami Pizza Restaurant - 11/C, corner Malikha st. - Parami Road- 7th quarter, Mayangone, Yangon- Proprio sul lago Inya. Ristorante di pregio, anche piuttosto costoso secondo i parametri birmani (sui 20 $) Pizze fantastiche, paste e altri piatti italiani con qualche occhieggiamento alle cucine d'oriente, obbligate, data la clientela. Aperto 7 gg dalle 7 a mezzanotte. Se ci andate in taxi da downtown cercate di evitare l'ora di punta, perché la strada da 10 minuti si allunga di almeno un'ora. (taxi 5000K)

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mercoledì 10 dicembre 2014

Night market



Foto T. Sofi



Foto T. Sofi
E' la luna piena di novembre e sono giorni di festa a Chinatown. Fuori dell'albergo, tutte le strade adiacenti sono intasate di traffico e banchetti. La parallela è stata chiusa e si è già riempita fin dal mattino di tavoli e di stalli di varie dimensioni. Ora che è calata l'oscurità, il night market è in pieno svolgimento. Ci sono i soliti venditori di abbigliamento povero, calzature cinesi , attrezzi da cucina ed elettronica da poco prezzo, ma la parte del leone la fanno gli alimentari. Qui è il regno dello street food sino-birmano. Alcuni sono veri e propri ristorantini circondati dai soliti tavolinetti e sedili lillipuziani su cui si accoccolano i passanti a gustare le specialità della casa, altri sono per così dire, più specializzati, producono poche cose ed il consumo è in generale svolto in piedi. La parte del leone la fanno i friggitori. Sotto una lampadina, un wok gigantesco pieno di olio scuro che ribolle sul fuoco vivo sottostante. Di fianco il materiale da friggere che la moglie o il tirapiedi di turno, prepara velocemente per stare dietro al ritmo di produzione. Un altro pentolone di pastella in cui viene immerso il prodotto da friggere e la tempura è fatta è fatta. Bomboloni dolci o salati, frittelle di patate, samosa indiani, i triangolini ripieni di verdure speziate, effondono i loro profumi d'oriente assieme al fumo spesso dell'olio combusto.

Foto T. Sofi
Qualcuno ha messo invece sul fuoco vivo delle particolari padelle piatte con tanti piccoli alveoli. Mentre le piastre si arroventano nei buchi viene colata la pastella oppure le uova di quaglia che formano dei golosi pallidi rassodati, con un probabile cuore fuso, che poi vengono passati ulteriormente in una sorta di pangrattato e fritti. Ci sono poi le griglie, forse i banchi che maggiormente vengono presi d'assalto. Spiedini di pesci, di frattaglie di pollo, di carni varie, di gamberi, seppioline e altri materiali di più difficile identificazione, vengono disposti sulle graticole che colano poi umori vari sulle carbonelle sottostanti, sollevando nuvole di fumo grigio verso il cielo. Poi, man mano che la cottura va a puntino, con cura certosina, gli stecchi vengono presi e disposti in ordine geometrico a formare barocche piramidi in attesa di avventori. Il profumo della griglia per chi lo gradisce è accattivante e stimola i succhi gastrici. Devo dire che tutto questo ben di dio, ancorché il colore della notte nasconda in parte il suo aspetto meno nobile, attira molto, insomma ti vien voglia di assaggiare, di dare un morso dentro a quella roba croccante. 

Foto T. Sofi
Ci sono poi banchi di dolciumi assediati da ragazzini, dove viene impastata la farina di fagioli e altre paste a base di cocco per formare dei panetti sodi ed all'apparenza piuttosto pesanti che vengono poi appiattiti e tagliati a quadretti. Non mancano infine, i pentoloni fumanti che servono noodles, quasi sempre sotto forma di mohinga, la zuppetta a base di brodo di pesce, che viene consumata soprattutto a colazione, ma anche come intermezzo durante tutto il giorno. Per ultimo ci sono i banchi della frutta, anche se non così ricchi e vari come negli altri paesi del sudest asiatico. Sarà la stagione ma qui vedi soprattutto angurie, mele, arancie e papaye, oltre alle onnipresenti banane. Intanto si è rimesso a piovere e la gente si ripara alla meglio sotto i teloni dei banchi; l'acqua trafila, su griglie e pentole roventi, sfrigolando più dell'olio e intanto la confusione aumenta mentre tutti cercano di evitare le pozzanghere più grosse. Cerchi di stare attento, ma è una fatica inutile dopo poco sei già tutto inzaccherato di fanghiglia e di chissà cosa altro. Meglio non indagare. In uno spiazzo tra i banchi vicino a quello dei fedeli che raccolgono offerte per il tempio vicino, hanno montato una giostrina per bambini e la ruota panoramica.

Foto T. Sofi
Insomma per modo di dire. Si tratta di una incastellatura alta almeno una decina di metri, legata alla meglio agli alberi vicini, che fa ruotare qualche gondola di bacchette di ferro dove salgono impaurite, tra mille gridolini, sei ragazze alla volta. La forza motrice della ruota è umana; quando una gondola è completa, gli incaricati, issati sui raggi si spostano verso l'esterno e con il loro peso fanno girare il marchingegno, salvo poi frenarlo a forza di braccia appendendosi con tutta la forza, dal verso contrario al movimento, per farlo fermare e far scendere i passeggeri. Il divertimento sembra grande, c'è la fila per salire e il buttadentro che recluta le ragazze non deve fare gran fatica per trovare clienti. C'è la fila che aspetta con il foglio da 200 kyat in mano. Ci staresti tutta la sera a girare tra i banchi. Quelli di CD taroccati, intanto, sparano tutta la potenza dei loro altoparlanti, incuranti dell'acqua che scende. Il telo di plastica malandato che li copre pare protezione sufficiente. Le ragazze ridono e quando vedono uno straniero corrono per farsi fotografare a fianco a lui, con lo smartphone dell'amica. Poi lo postano subito su feisbuc. Più è grasso e più ridono. Che ci volete fare sono esotico.


Foto T. Sofi


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martedì 9 dicembre 2014

L'oro di Shwedagon



Yangon - Shwedagon Paya

Templi e pagode sono la caratteristica di Yangon. Le vedi ovunque, sono anima e paesaggio, sono l'essenza della città, la sua impronta. Entrarvi e girarci un po', osservare, sentire la vita che si svolge all'interno od intorno, non è come fare la stessa cosa nelle nostre chiese, che vivono e svolgono la loro natura durante le cerimonie e le funzioni, poi rimangono in una specie di torpore che fa della visita, il passeggiare in un museo, una semplice osservazione di un'opera d'arte. Il tempio in Oriente ed in Birmania in particolare, vive continuamente e non cessa mai la sua funzione. La respiri in ogni punto ed in ogni momento col suo via vai incessante ed apparentemente disordinato, forse proprio come dovevano essere i nostri santuari nel medioevo. Certo alcuni meno visitati o meno "importanti" danno una impressione più tranquilla, come la Botataung Paya, col suo grande giardino proprio di fronte al fiume, che ti invoglia a pause meditative. Negli altri vieni trascinato dalla folla prepotentemente ed entri a far parte del gioco. Tuttavia una è davvero diversa dalle altre, almeno lo è per tutti i birmani. La Shwedagon Paya è la madre di tutte le pagode, il centro spirituale del paese ed il punto di riferimento assoluto. Da qui sono partite le proteste e le rivolte, qui si fa riferimento per ogni avvenimento importante avvenga nel paese, qui è rivolta l'attenzione ed il controllo del potere. La vedi dappertutto; da ogni parte della città, puoi scorgere, lontana tra gli alberi o vicina, incombente tra i tetti delle case, la sua sagoma inconfondibile che si staglia nel cielo, come monito, come richiamo, come protezione. 

Rosata, all'alba si riflette nel lago dipingendone le acque calme, poi se esce il forte sole estivo, la sua superficie dorata risplende con lampi di luce, per contro se la pioggia del monsone la lava, ne accentua ancor di più la luminosità. Il tramonto le dona toni di arancio e rosso pallido, nella notte fluttua nell'aria sulla sua collina, faro attenuato ma caldo di attenzione costante. Dedicarle un pomeriggio non è tempo sprecato, credo che si capisca molto di più rimanendo ad osservare qua e là tra le mille costruzioni della sua spianata, che visitando tanti altri luoghi di culto. Le quattro enormi scale coperte che risalgono la cinquantina di metri della collina, meritano la fatica, con le enormi colonne di legno rosso bruno che ne sostengono i tetti colorati e le centinaia di negozi di culto che ne affiancano i larghi gradini. Lasci scarpe e calze al primo gradino ed entri come rispettoso pellegrino alla base del monte divino. Qui una città vive di sacro e di profano, trovi cesti di frutta da offrire sugli altari, incensi, statue ed immagini sacre, dipinti, calendari, ciotole per la raccolta delle offerte, cibi e bevande perché anche il corpo ha le sue esigenze e poi indovini ed astrologi, banchi che raccolgono donazioni per questo o quel restauro. L'umanità che vi sale è la più varia, assieme alle frotte di turisti, che però si disperdono subito tra la folla, monaci, famigliole, impiegati e persone d'affari eleganti che si mescolano assieme alla gente di villaggio che forse arriva per la prima volta nella capitale e considera questo appuntamento imperdibile. Tutti chiacchierano, guardano, ridono, comprano, fanno foto con i telefonini. 

Comunque la fatica della salita non è premio essa stessa di devozione. Lo testimoniano i quattro ascensori che affiancano gli scaloni stessi, affollati di monaci, insomma non è detto che per raggiungere l'ascesi si debba per fora soffrire. Ci rimettono i commercianti, certo, ma se arrivi sereno di fronte al divino, invece di ansimare disperatamente, non c'è niente di male, anzi. Caso mai se non vuoi perderti il colore degli ingressi, gli scaloni te li fai in discesa. Quando arrivi sulla spianata e puoi cominciare il tuo giro rigorosamente in senso orario, il grande zedi dorato, la gigantesca campana rovesciata è quasi nascosta dalle centinaia di costruzioni e stupa più piccoli che la circondano, solo quando le arrivi vicino, i suoi quasi 100 metri di altezza, ricoperti di foglie e di lastre d'oro, incombono su di te, cerchio dopo cerchio, armoniosamente digradanti e si rastremano verso l'alto quasi nell'ansia di raggiungere il cielo, prima la spalla della campana rovesciata, circondata da sagome fiorite, poi la coppa capovolta da cui scendono i petali del loto, infine il germoglio di banana foderato di lamine d'oro, mentre l'iperbole della guglia si tende sempre più verticale fino al hti terminale a cui sono appese le campanelle, sormontate infine dalla banderuola e dall'ultimo globo di diamanti, una palla d'oro cava in cui le pietre sono incastonate fino alla punta estrema, un diamante di 76 carati. Oro, oro e ancora ora, in fogli, in lastre, in minuscole scagliette incollate dai milioni di fedeli che per secoli le applicano con fervore.

E' sempre curioso osservare come, maggiore sia la povertà di un paese e maggiori siano state le profusioni di ricchezza, metalli e pietre preziose, nelle costruzioni sacre o di potere, che spesso poi si identificano tra di loro. La spianata è piena di folla multicolore, domani è una della feste più importanti dell'anno, quella della luna piena di novembre e si preparano festeggiamenti in gran pompa. Baldacchini fioriti sono già pronti qua e là, tra gli stupa e le costruzioni templari. Gruppi di gente, guardano le statue, pregano con fervore, sono seduti dappertutto, nelle sale di accoglienza o negli spazi aperti a mangiare o più semplicemente a riposare, molti si apprestano a passare qui la notte, qualcuno già dorme tranquillo in un angolo. La pioggia è cessata e le superfici di ogni costruzione sono lucide e splendenti, Quelle ricoperte di specchietti e di vetri colorate riflettono le altre intorno in mille baluginii di luce. Qualcuno si raduna attorno alle edicole dei giorni della settimana, in cui, se sai in quale giorno sei nato, è più opportuno pregare. Altri si affollano attorno alle statue circondate da piccoli specchi d'acqua e con le ciotole apposite lavano le immagini dei Buddha, sorridenti o seriosi a seconda dello stato di illuminazione che rappresentano. Le facciate dei templi sono trine traforate di marmi incastonati di pietre, di legni lavorati con minuzia e precisione, dipinti di verdi, cinabri e oro, mille e mille statue di ogni dimensione si accalcano davanti ad ogni colonna, altare, frontone. Ogni figura di Buddha con le mani posizionate in un suo particolare mudra, ogni posizione col proprio preciso significato.

Anche i monaci si aggirano come le altre persone in visita, guardano, fotografano, pregano, parlano allo smartphone. La pioggia recente ha reso il pavimento di marmo così scivoloso che di tanto in tanto vedi qualcuno che casca o si tiene per un pelo a stipiti ed a braccia amiche. Cammini con attenzione facendo caso a dove poggi il piede, anche il colore delle piastrelle che calpesti è indice di diversa scivolosità, le più scure sono trappole mortali, se vuoi alzare gli occhi verso le guglie più alte, conviene fermarsi e cercare stabilità. Rintocchi di campane, di gong, folla che scorre ordinata. Perdi l'occhio nelle decorazioni barocche alternate a quelle più severe, antiche o nuove, affiancate le une alle altre, chè la sacralità non vuol distinzione di valore storico. L'insieme ha più di mille anni, ma la consistenza attuale, devastata da innumerevoli terremoti, incendi e predazioni varie ne ha poco più di duecento. Così non devi cercare qui, come in tutti gli altri luoghi di devozione del paese, il fascino archeologico dell'antico, ma l'insieme della commistione di una religiosità vissuta e attiva, in continuo divenire. La senti pulsante in questa folla che cammina, prega, adora, chiede grazie, vive insomma. Quando finalmente, ebbro di sensazioni, di colori e di suoni, ti decidi a scendere, mentre sta per calare la sera, la grande madre comincia a risplendere nel suo luminoso manto notturno. Le caviglie sono ancora sane, pronte ad affrontare la lunga serie di scivolosi gradini. Forse meglio optare per le scale mobili.




SURVIVAL KIT

In molti dei templi e pagode più impotanti e visitati dai turisti, in tutto il paese, si paga un ticket per la macchina fotografica che va dai 2/300K fino ai 1000K nei più importanti. Un cartellino viene applicato alla cinghia dell'apparecchio. Il controllo non è ossessivo e se dichiarate che non volete fare foto, non viene applicato.(Poi però non fatele davvero).

Botataung Paya - ingresso 3.000K - In un bel giardino sul fiume Yangon, potete anche girare intorno senza pagare. Bella atmosfera, meno frequentata e chiassosa della Shwedagon. Ricostruita dopo la guerra in quanto bombardata.

Shwedagon Paya - Ingresso 8.000K - E' il monumento più importante del paese, merita una sosta approfondita. Molto fotogenica. Attenzione a non scivolare se piove o a non scottarvi i piedi sul marmo rovente se c'è pieno sole di pomeriggio. Passando sulla guida verde di plastica che circonda lo zedi, non vi scottate né scivolate, ma probabilmente avrete alla fine i piedi piagati causa la puntuta ruvidezza dello stesso. Ammiratene le diverse sfumature di colore dell'oro nelle diverse ore della giornata. La pagoda si vede da quasi ogni punto della città. 


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domenica 7 dicembre 2014

Yangon downtown


Yangon - Dopo la pioggia



Il lago kandawgyi
Quando il monsone, mi sembra il caso di denominarlo così, dà un po' di tregua, l'aria diventa subito lucida e pulita; il cielo rimane grigio piombo, ma una specie di luminosità diffusa si spande sulle facciate delle case, sulle superfici più chiare, nelle pozzanghere che diventano improvvisamente specchi dove perdi di vista la fangosità e cominci a ad avere la sensazione di pulizia che dà l'acqua. Sembra quasi che ci sia un raggio di sole ad illuminare il tutto. E' il momento speciale per le fotografie, quando tutto risplende e ti sembra di vedere lontano, quasi ti fosse migliorata la vista. Sul bordo frastagliato del lago Kandawgyi, il verde dei canneti è ancora più vivo, indovini le costruzioni lontane sull'altra sponda, le dita d'oro delle mille piccole pagode sparse nel verde e i boschetti di bamboo dei giardini dove passeggiano le coppiette, che non possono sedersi sulle panchine, tutte bagnate. Qua e là i tanti chioschetti offrono specialità fusion, gelati, sushi, patatine, fritti, un luogo dove passare il tempo lontano dal traffico insomma. Fai due passi lungo la riva ed è tutta una serie di scorci panoramici suggestivi. In fondo, la grande pagoda sta lì, come una enorme madre a proteggere nel suo abbraccio caldo l'intera città. E' pur vero che con la sua imponenza, la vedi un po' da qualunque parte della città, ma questo è il punto dove te la puoi accarezzare meglio, mentre riflette i suoi colori nello specchio lucido del lago, mescolando le sfumature sulla tavolozza dei pastelli, il verde, l'oro, l'azzurro. 

City Hall e Sule paya
Anche l'enorme palazzo fatto a forma di chiatta reale sul bordo del lato orientale, non disturba più di tanto, fa il gioco del gusto cinese prevalente, un po' una firma per distinguere il luogo. Se vuoi contrasto, passa subito alla zona centrale di Downtown, dopo Chinatown, il quartiere islamico con le sue moschee poco frequentate e la zona indiana. Qui è tutta una commistione di marker religiosi a segnare il territorio, chiese con la croce in testa, pagode dorate, moschee bianche dai minareti aguzzi, gopuram ricoperti di statue indù, la grande sinagoga, non ci si fa mancare proprio nulla, tutti seminascosti tra le case e mescolati nei quartieri, un disperato tentativo di tranquilla accettazione reciproca o voglia non nascosta di occupare spazi, caselle, posizioni. Chissà, intanto passeggiare tra vicoli e stradine circondati da cadenti costruzioni coloniali che costituirono il nucleo iniziale di Yangon, è forse il modo più corretto per assorbire lo spirito della città. La Sule Paya è l'ombelico centrale dell'area dove convergono tutte le strade del reticolo progettuale inglese, un po' simile, in chiave minore, concettualmente alla Connaugh Place di Dheli. Una voglia inespressa di esportare la loro cultura, di "normalizzare" i territori occupati con tante Piccadilly Circus. Anche questo un tentativo di marcare un territorio. Ma il tempio stava già lì da 2200 anni, così la piazza gli è cresciuta attorno, facendone una strana rotonda spartitraffico assediato da autobus strombettanti e camionette cariche di umanità varia che si sposta ogni giorno, in una transumanza continua ed inarrestabile. 

Un negozio religioso
Intorno potrete farvi un'idea dell'architettura coloniale rappresentata dai vari palazzi, quello della High Court di mattoni rossi, lo Strand Hotel che richiama il tempo passato dei grandi alberghi sparsi per il mondo, il palazzo dell'autorità portuale, l'edificio delle dogane, la chiesa battista e la City Hall appena ripitturata di un bianco abbagliante con tocchi di azzurro. Rimango un po' seduto nel giardino dell'indipendenza, proprio di fronte alla Sule Paya a goderne i riflessi luminosi dei raggi di un sole che cerca di farsi largo tra i nembi bassi. Che costruzione incongruente! Soffocata dal traffico, la pagoda ottagonale ha tutta la base formata da negozietti, bar, ferramenta, venditori di articoli religiosi e almeno questi ci azzeccano, materiali elettrici, un internet café, astrologi, alimentari, un negozio di chitarre. Forse proprio per questo il luogo è così suggestivo. La città, con la sua voglia di modernità, cerca invano di soffocarla, ma lei rimane lì, con il suo alto zedi dorato a puntare il cielo, a imporre la forza e la presenza della tradizione. A sera, quando la luce del tramonto ne accende i toni arancio, quando finisce il lavoro, la gente ci passa, porta un'offerta, si ferma per una preghiera, davanti alla parte centrale dove è custodito uno dei milioni di sacri capelli sparsi per il mondo. Nella confusione che regna all'interno, tra negozi e bancarelle delle offerte, statue colorate, luci violente, aureole al neon multicolori, Buddha appena arrivati accanto a quelli vecchi di secoli, tutti oggetto della stessa intensa e compunta venerazione. E' questa la commistione tipica che ritrovate in qualunque luogo di culto del paese e che all'occhio pretenzioso dell'occidentale stona e spesso spiace. 

L'astrologo
Noi rimaniamo indubitabilmente affascinati dalla patina di antico, gioiamo di fronte al monumento in rovina in cui si intravede, assieme all'abbandono, il segno inequivocabile del tempo, che scarnifica i muri, ingrigisce le superfici, le uniforma stendendovi sopra la patina dell'antico, che crea una situazione del tutto nuova rispetto alla realtà per cui la costruzione era nata ed usata. Qui invece il praticante, diciamo l'utilizzatore finale del tempio, non ne sopporta il senso di vecchio e di trascuratezza. Vuole che tutto risplenda come se fosse appena stato costruito, che ogni cosa sia lucida luminosa e soprattutto colorata. Quindi periodicamente, le antiche guglie, i muri millenari, le stesse statue oggetto da secoli della devozione popolare, devono essere ricoperte di nuovo colore, intenso e vivace, gialli dorati, rossi carminio violenti, blu e turchini accesi, che nascondano il senso di vecchio e di non vissuto. Pensate ai templi di Pestum o di Agrigento dipinti di bianco con metope e triglifi multicolori e statue coi vestiti dorati, le pupille degli occhi segnate su bianco. Eppure guardate che gli originali erano così. L'uniformità ocra che uniforma le nostre aree archeologiche è un falso, meraviglioso certo, ma irriconoscibile a chi tornasse dal passato. Dunque rassegnamoci ai neon rossi, bianchi e blu che lampeggiano incessantemente attorno alle teste dei Buddha, d'altra parte lui ha raggiunto l'illuminazione e dal suo occhio sereno si capisce che sopporterebbe tranquillamente ben altre cose. 


Traffico attorno alla moschea


SURVIVAL KIT

Downtown - Potete tranquillamente girarla a piedi in una mattinata o un pomeriggio, soffermandovi nei vari punti che vi ho segnalato o ricercando nei vicoli le tante costruzioni e templi anonimi ma suggestivi. Oltretutto è la parte più vivace della città e quindi assolutamente interessante.

Il palazzo Karaweik
Sule Paya - Ingresso 3000K - direi inutili, meglio restarci attorno ad osservarne la vita frenetica che ci scorre.

Lago Kandawgyi - Area di parco (ingresso 1000K) sempre in centro città, dove trascorrere un po' di tempo in tanquillità e ammirando il paesaggio. Molte possibilità di fare spuntini. Sulla sponda il palazzo fatto a barca reale Karaweik dove alle 18:30 e alle 20:30 a 34$ potete avere cena e spettacolo di danze tradizionali. Un po' trappola per turisti, ma se no le danze non le vedete (date un'occhiata al sito se vi interessa il genere).


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