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lunedì 5 settembre 2011

La scacchiera di balsa.


Mi è venuta tra le mani proprio qualche giorno prima di partire. Cercavo una scacchiera di piccole dimensioni, tanto per non occupare ulteriore spazio, essendo la macchina ormai come quella della famiglia Brambilla in vacanza. Ed eccola che salta fuori da uno si quegli spazi dimenticati, uno di quegli inghiottitoi dove le cose vanno a finire per decenni e nessuno riesce a capire dove siano sparite, fino a che non saltano fuori, così inaspettatamente a dire: non sono morto, eccomi qua, ti ricordi? Certo che me la ricordo quella mattina di 60 anni fa, quando per mano al mio papà risalivamo il cavalcavia che portava al Dopolavoro. Era il giorno della Befana dei ferrovieri, che toccava a tutti quei bambini che avessero compiuto i 5 anni e io li avevo compiuti proprio quell’anno, ma non avevo capito bene  di cosa si trattasse. Nel grande salone del cinema, proprio le stesso in cui lo scorso anno ho tenuto un paio di conferenze per l’UNITRE (pensa un po’ che emozione), il palcoscenico era completamente coperto di pacchi colorati e luccicanti; nessun dubbio, erano tutti giocattoli nuovi di zecca in attesa di essere distribuiti; il regno dei balocchi, il paese del Bengodi. Realizzai, dietro indicazione paterna (ero già molto intelligente sebbene piccino) che qualcosa sarebbe toccato a tutti, anche se il salone era pieno zeppo di ragazzini vocianti che si accalcavano per mettersi in prima fila. Non so come ma ad un certo punto toccò a me, accompagnato poiché timidissimo (come fui sempre anche in seguito) dal protettivo genitore che mi spinse a reclamare il mio. Qui sorgeva il problema. E’ un po’ come l’informazione sul web, quando ce n’è troppa, finisci per confonderti e non capire più nulla. Evidentemente avrei voluto prendere tutto, ma sapevo che si imponeva una scelta, una scelta difficile, perché ad ogni bambino toccava un regalo, uno solo. Non mi ricordo assolutamente cosa ci fosse, di certo giocattoli belli e desiderabilissimi, tra cui sicuramente  anche il famigerato Meccano n.5, oggetto inespresso del desiderio di ogni bambino che si rispettasse, che qualcuno diceva esistesse solo nei sogni più arditi, ma io sapevo che c’era, perché lo avevo visto a casa di un mio compagno di scuola dato per ricchissimo, che lo aveva esibito con la nonchalance di chi può. Però, non so cosa sia scattato in quel momento, fatto sta che ad un tratto comparve davanti a me quella scacchiera magica, scacchi da una parte e tela dall’altra, con annesso un cassettino con le pedine e una scatoletta con i pezzi completi. Ne fui come ipnotizzato. Anche se non sapevo giocare, forse ne avevo sentito parlare, ma non seppi più staccarmene e tesi le mani frementi per il desiderio di possesso, una avidità evidentemente insita nell’uomo fin dalla sua nascita. Ebbi il dono che veniva fornito assieme ad un libro (mica poi tanto scemi ‘sti ferrovieri). Scelsi le Tigri di Mompracem, che mi procurò un’altra dipendenza fatale e che forse diede il via al mio interesse per la lettura. Ed eccola qui, quella piccola scacchiera, davvero povera, di legno di balsa, che il tempo ha leggermente incurvato, sbiadendone il colore. I pezzi torniti alla meglio ci sono ancora tutti, un po’ troppo alti, un po’ sbilenchi che si coprono l’un l’altro sui quadretti troppo piccoli. Eppure lì sopra ho imparato, mi sono appassionato al meccanismo del gioco; forse proprio di lì è nato il mio interesse per capire i meccanismi di uno schema, la voglia di penetrare i segreti delle strategie, la sensazione di come sia bello giocare mettendo alla prova le proprie capacità. Beh dopo 60 anni, funziona ancora egregiamente, il meccanismo che la regola non ha i contatti ossidati, non si è inceppato, per lo meno fino a quando non si incepperà il mio di meccanismo e dà soluzioni sempre nuove e sempre diverse. Avevo fatto una buona scelta. Ricordo che comunque, mi ero detto che il Meccano n. 5 lo avrei arraffato l’anno successivo. Il 6 gennaio dell’anno dopo ero pronto, ma non ci fu più la Befana dei ferrovieri. Credo avessero finito i soldi e si cominciò da lì a tagliare il superfluo. Era già crisi e da qualche parte bisogna pur cominciare con i sacrifici.

domenica 6 febbraio 2011

Italia ovale!

Siamo arrivati ad un soffio. Per un pelo non ce l'abbiamo fatta. Ma che grande partita quella di ieri dell'Italrugby contro la tosta Irlanda! E che sport il rugby! Certo sapete tutti che sono un grande sportivo, ma è pur vero che lo sport fa male e fa soprattutto ingrassare, di certo ieri, affondato per un'ora e mezza in poltrona, per il nervosismo avrò trangugiato un vagone tra dolcini e frappe di carnevale che da noi si chiamano bugie o chiacchiere (ne parlerò prossimamente) e sarò ingrassato almeno di un chilo. Il rugby è il vero archetipo dell'antico sport maschile, rude ma intelligente, muscoloso e veloce, tanto è vero che piace un sacco anche alle donne, al contrario del lezioso calcio da fighette e da furbetti, tipico dell'italianità. Solo apparentemente rozzo, è in realtà lo sport che più si avvicina al gioco degli scacchi o al Go giapponese.


Un insieme di tattica, preparazione, strategia e fisicità da esercitare in un continuum spaziotemporale per arrivare alla partita perfetta. Grandi emozioni dunque per noi sportivi da divano. Attenzione, accusatemi pure di essere un modaiolo, ma io sono vicino a questo mondo da tempi non sospetti e come mi impone la tuttologia ho dovuto pormi di fronte anche a questa esperienza diretta. Provare e mettersi in gioco per capire. Facevo la terza media e la mia fisicità era prossima a quella di un budino alla vaniglia, quando non ricordo chi, trascinò me e un gruppetto di compagni di scuola al campo dei ferrovieri, detti i Feroci, dove già allora ci si dedicava alla palla ovale. Alessandria è sempre stata antesignana nelle novità, salvo poi lasciarle andare, perchè nessuno ci crede fino in fondo. Comunque sia, un volenteroso istruttore ci spiegò alla meglio le regole e poi ci dispose in fila sul campo, dove, essendo fine marzo c'era più fango che erba. Eravamo attrezzati come durante l'ora di ginnastica a scuola, scarpa Superga, pantaloncini blu con l'elastico e maglietta bianca come il latte, per il resto mi ricordo solo un freddo cane.


Ci passammo l'un l'altro quello strano oggetto ovale tra le mani tanto per familiarizzare, poi il tipo ce lo lanciò una volta per uno per capire se eravamo in grado di afferrarlo, infine decise di introdurci direttamente nella mischia. Appunto. Capimmo solo che lo spirito era quello di tenere ben stretto l'oggetto e di correre il più velocemente possibile verso la meta, mai parola era stata più significativa, mentre gli altri dovevano cercare di fermarti. Così ci muovemmo un po' qua e là inzaccherandoci per bene di mota. Sembrava divertente, ma se devo dire la verità io ero già distrutto dalla fatica. Ad certo punto, non so come mi ritrovai l'ovale in mano e sentii qualcuno che mi gridava "corri". Correre per me è sempre stata una parola grossa, ma deciso, chiusi gli occhi e mi avviai lemme lemme nella giusta direzione. Non mi accorsi di nulla, ma dopo un istante fui come investito da un treno in corsa (eravamo appunto ai Ferrovieri) che si era schiantato contro il mio stomaco in modo inusuale e violento. Precipitai verso il suolo al rallentatore, come un baobab stroncato dalle seghe.

L'accetta di uno o più boscaioli mi avevano abbattuto con una spietatezza a me sconosciuta. Precipitai senza un grido come un tronco morto, scivolando nell'umida palude a braccia avanti, la faccia piena di fango. Neppure il tempo di alzare un lamento, incapace al tempo stesso di sputare il misto di terra e di erba fangosa, che di liberarmi della montagna di corpi che mi seppelliva. Ero ormai una maschera sporca quando cercai di alzarmi, senza neppure udire poco lontano il mister che spiegava al gruppo di ragazzini eccitati i segreti del placcaggio. Mi faceva male da tutte le parti. Lasciai il campo dolente e intristito, così coperto di schifezza dalla testa ai piedi che quando arrivai a casa, la mia mamma non riusciva a capire dove fossi caduto. La domenica successiva non mi chiesero neanche più se volevo andare al campo. Io feci finta di niente, intanto imparai a giocare a scacchi.


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venerdì 17 aprile 2009

Gambitto di re.

Tirato per i capelli da Skakkina, riemerge in me prepotente l'ombra cupa del giocatore di scacchi, certo il gioco più affascinante che l'uomo abbia pensato. Equilibrato e privo di momenti morti, ha una spietatezza che si adatta perfettamente alla torbida mentalità umana. Devi distruggere il tuo avversario senza alcuna pietà, senza dargli tregua, senza un attimo di respiro, basta un minimo vantaggio per prevaricare la sua resistenza fino all'epilogo finale, la sua distruzione fisica e mentale. I pezzi sulla scacchiera sono solo un tramite, una raffigurazione epifanica, è il tuo avversario che deve essere annientato nella realtà. Non si può giocare con la moglie a scacchi, chiaro Ska? Grandi campioni non si sono mai ripresi dopo cocenti sconfitte finendo pazzi o tra i deliri dell'alcool. Mi è sempre piaciuto questo gioco perchè non mente mai, vince sempre e invariabilmente chi è più bravo, senza scuse, senza possibilità di dare la colpa all'arbitro od al tiro di un dado o all'uscita della carta sfortunata. Non c'è quartiere, chi è meno capace viene sterminato. Ed il modo di giocare illustra perfettamente il tipo psicologico che hai davanti; riconosci subito chi è aggressivo, chi ama il rischio, chi preferisce difendersi sempre, attaccando solo quando scorge una piccola falla nelle forze nemiche, chi è timido, chi valuta tutte le possibilità lasciandosi sempre una via di uscita, chi si getta nella mischia senza badare ai pericoli. Non ho avuto la possibilità di misurarmi con molti avversari, quindi non so bene il mio valore scacchistico, ma la Russia era un posto interessante per questo aspetto. Saputo che il buon Zhenjia, giocava a scacchi, approfittavo delle lunghe ore che spesso trascorrevamo in treno traversando i boschi di betulle bianche della Grande Madre. Lui aveva sempre con sè, come tutti i giocatori, una scacchiera portatile, che estraeva con destrezza disponendola sul tavolinetto dello scompartimento coupé. Aduso ad una vita mimetizzata, lui, ebreo, che aveva trascorso una vita sotto un regime duro abituato a colpire chi alzava la testa fuori dal coro, timoroso del potere come non mai e quindi a questo ossequioso al massimo, anche in me, che pure gli ostentavo grande affetto ed amicizia, vedeva comunque il lontano pericolo che giunge dalla posizione gerarchica. Ma gli scacchi sono la verità, non ti puoi nascondere, lì scatta ed esce prorompente la tua vera natura. Avevo scoperto per vie traverse che era molto bravo, un 1° categoria sul limite per diventare Maestro; infatti con una furia ed una rapidità sconvolgente mi stroncava dopo poche mosse approfittando delle mie più piccole distrazioni ed errori. Subito dopo l'apertura, mi trovavo invariabilmente in difficoltà con i pezzi mal disposti e chiusi, mentre lui mi sferrava attacchi micidiali. Quando tentavo qualche maldestro affondo, giungevo subito sfiancato alla meta e con le retrovie scoperte ed rapidamente mi arrivava la stoccata finale. Un sorrisetto trattenuto e poi zac, sheck matt, il re è morto. Ogni tanto però anche lui lasciava il fianco esposto a qualche mio assalto e anche se raramente, ogni tanto riuscivo ad avere la soddisfazione di pareggiare o addirittura vincere. Questo faceva salire di molto la mia autostima, senonchè una volta in cui stavo avendo ragione di lui, grazie ad una sua disattenzione, in una partita bellissima in cui mi aveva circondato quasi completamente, capii tutto. Di tanto in tanto il malefico, sbagliava apposta, timoroso di umiliarmi troppo, per darmi la soddisfazione tronfia del capo che bastona il suo sottopancia. Ero proprio dipiaciuto di vincere anche quella partita così immeritatamente, quando, ad un tratto, mentre stavo per cogliere di malavoglia il frutto rubato, gli salta fuori una bellissima combinazione, di cui naturalmente io non mi ero avveduto ed ecco che il timoroso omino alla costante ricerca di qualcuno da responsabilizzare, sempre in attesa di sentire bussare alla porta il KGB, non seppe resistere e dopo un lungo sospiro, il drago nascosto nelle sue viscere emerse con prepotenza ed in poche mosse annichilì lo schiocco che pensava di avere già in tasca la vittoria. Comprese subito di essersi tradito, ma era stato più forte di lui, gli scacchi non mentono, mettono a nudo la tua psiche senza pietà. Subito si rannicchiò tra le spalle, quasi scusandosi, ma ormai era troppo tardi per nascondersi. Dopo quella volta giocò malvolentieri con me e solo se lo sollecitavo a lungo.

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