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martedì 5 luglio 2011

Un destino segnato.

Quando passi la giornata con un vecchio amico è inevitabile che si crei la nota sindrome del commilitone, così dopo un po' è tutto un "Ti ricordi di quella volta che..." con risate e lazzi alle spalle di vecchi conoscenti. Basta che il discorso non scivoli su quelli morti e la giornata può finire in gloria. Tuttavia in qualche caso è davvero l'occasione per ritirare fuori qualche fatto divertente pescato tra le storie personali che ognuno di noi ha maturato. Siccome a me piace proprio raccontare le storie, eccovene qua una, bella, cotta e mangiata. Tanto per cambiare erano i soliti anni della morte dell'URSS e Mosca manteneva il suo fascino tenebroso di fioche luci e di sospettosa inefficienza. In ufficio si era deciso il colpo di testa, Dopo anni di onorato servizio la Zhigulì blu (la versione russa della Fiat 124 che si faceva a Togliatti) doveva essere accompagnata da una compagna di prestigio che mostrasse al volgo la potenza aziendale. La scelta cadde su una lussuosa Tempra (Italia über alles) che si ordinò direttamente in Finlandia. Quando ne fu annunciato l'arrivo, l'inverno russo era ormai nel suo pieno vigore, anche se la temperatura, forse grazie all'aiuto di Cernobil, vagolava attorno allo zero. Nel crepuscolo fané del primo pomeriggio, si trattava di tentarne lo sdoganamento. E qui veniva buona la fida Zhigulì che caricata la pattuglia di prodi determinati a tornare vivi o morti con la nuova macchina, partì sbuffando alla volta dello scalo ferroviario in cui, amici di amici (questa era la sola via per avere informazioni concrete) avevano assicurato stazionare i vagoni in arrivo dalla Scandinavia.

Gli schizzi di fanghiglia e di neve nera coprivano buona parte del blu elettrico del mezzo rendendola particolarmente mimetizzata, cosa che consentì senza blocchi o incidenti di guadagnare l'immenso scalo merci moscovita di una delle stazioni del Nord. Era ormai buio e i fiochi lampioni male illuminavano gli spazi deserti tra l'infinita sequenza di binari, popolati solo da ammassi di materiali di epoche incerte, coperti di neve che giacevano in un sonno eterno. In seguito a notizie credibili, si cercava una casa rossa popolata di doganieri, presso la quale forse, stazionava il nostro vagone. Comparve infine in lontananza, dietro una infinita sequenza di treni morti, cadaveri arrugginiti che ricoprivano l'impero agonizzante, ma ancora letargicamente attaccato alla vita. Un lungo rettilineo vi conduceva tra grandi pozzanghere che occupavano per intero la carreggiata e fumi corrosivi che ammorbavano l'aria, nascondendola a tratti alla vista. La macchina sballonzolava molto seguendo le irregolarità del terreno, così si decise di seguire per vie centrali, tagliando gli strati sottili di neve e le fragili croste di ghiaccio che coprivano gli avvallamenti, per non rischiare di finire in qualche fosso. Zhenija, profondo conoscitore della dimensione sovietica si era assunto il ruolo di capo comitiva e con grandi gesti indicava la rotta da seguire, di qua, di là, attenzione a quel mucchio di terra. Infine, davanti ad una enorme lago nero, traguardò la sagoma della casa rossa che pareva scomparire tra i vapori e decise d'istinto, sempre diritti fino alla meta.

Dopo pochi metri la piatta superficie che crepitava sotto gli pneumatici invernali, ebbe come un rigurgito e la voragine si aprì inattesa come le profondità dell'Averno. Una colossale buca, profonda almeno un metro, protese le braccia a ghermire la preda che inabissò la prora gorgogliando, com'altrui piacque. Ferox riuscì ad aprire la portiera, ma fu salvo anche Zhenija che pure aveva spaccato il parabrezza con la testa e sanguinava copiosamente, mentre continuava a ripetere chioccio: "Prego la scusa, prego la scusa". Più o meno zuppo, l'equipaggio constò che una delle traversine con cui maldestramente era stato riempita la trappola vietcong, era entrata nel motore. Ma altro di più importante incombeva, ed erano già le quattro, quindi Zhenija, ferito certo, ma comunque colpevole confesso, venne lasciato a guardia del relitto al fine di evitare che qualcuno, invocando la legge del mare, si approppriasse quantomeno di parti di esso per trarne i preziosi e ricercatissimi ricambi. La compagnia stazzonata ma decisa, guadagnò la ridotta dei doganieri. Nel gelido stanzone, vegetavano forse già da tempo come nella barzellette, un americano, tipico red neck dall'occhio bovide, in evidente rassegnazione ed un giapponese, dall'aria impenetrabile che rimaneva seduto sulla pancaccia sbilenca, senza appoggiare la schiena al muro che aveva visto l'ultima mano di pittura in epoca zarista. Il doganiere, un rubizzo milite dallo sguardo svogliato, continuava probabilmente da ore a riempire moduli, che timbrava di tanto in tanto con gesto meccanico. Non una parola fu pronunciata. Ognuno sapeva bene il gioco delle parti che lo attendava e lo svolgeva senza accidia. Fu aperto il vagone, purtroppo la Tempra, lucido gioiello svavillante, era la terza. Fu liquidata prima la CIA, che scomparì nella notte ormai scura, a celare i misteri da cui era venuto, poi venne data soddisfazione al Sol Levante.

Una black rain sottile e malevola lo accompagnò sulla Toyota bianco già sporco uniformandolo subito allo sfondo. Il diamante tecnologico, la perla di design italico, l'oggetto del desiderio scese lentamente e con attenzione la linea di scarico. Il doganiere, distrutto dalla giornata di lavoro, si accasciò sulla panca, alzò lo sguardo stanco alla parete dove troneggiava un grande orologio e una scintilla di piacere percorse le sue membra corpulente. Con un leggero sorriso si girò e disse: "Sono le sei, tornate domani". Un fremito di scoramento attraversò la truppa, sconvolta non già dall'incidente e dagli eventi, ma dall'impossibilità di abbandonare, motorizzati, il campo di battaglia. Ferox cominciò un lungo lavoro ai fianchi; l'esperienza e tutte le tecniche acquisite in lunghi anni di lotte nei meandri della burocrazia sovietica lo avevano rotto a tutte le situazioni. Infine il fortilizio nemico crollò e si dichiarò disposto a sdoganare il mezzo a patto di essere accompagnato a casa. Detto fatto, in pochi minuti le carte saltarono fuori debitamente coperte di bolli rossi tondi, quelli che contano e finalmente con grande cura e seguendo stavolta le indicazioni della guida sicura del prigioniero, la Tempra, debitamente alimentata con la tanichetta di benza portata al seguito e salvata dal bagagliaio della Zhigulì, lasciò lo scalo nella notte buia e tempestosa, dopo aver prelevato anche Zhenija che si era deciso, magnanimamente, di non lasciare, anche se colpevole, tutta la notte a guardia del bidone.

Ne fu riconoscente per anni. Il milite però aveva gabbato tutti, in realtà stava a Ostankino o altra località desolata fuori Mosca. La compagnia comunque vincitrice, guadagnò le brande nel casermaggio verso l'una di notte. Il giorno dopo fu recuperata la Zhigulì e rimessa amorevolmente in ordine. Lo stesso Zhenija per premio chiese il permesso di usarla per andare alla domenica al matrimonio di un suo lontano cugino. Il prestigio di presentarsi con la macchina aziendale, non aveva pari a quel tempo. Appena fuori Mosca sbagliò strada, fece un разворот, la vietatissima inversione ad U e il misto tra imperizia e fondo scivoloso condusse la bella e fedele auto blu a schiantarsi con la fiancata contro un palo della luce fino ad abbracciarlo completamente. Così essa, il cui destino era evidentemente segnato, anche senza tentare di fuggire a Samarcanda, terminò i suoi giorni malinconicamente, ritirata dall'Ingostrakh, l'assicuratrice sovietica che tra l'altro la strapagò. A Zhenija da quel momento fu inibito di toccare anche solo per sbaglio, il volante della Tempra.


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sabato 5 dicembre 2009

Rosa salmone.

Lasciammo Riga che era già buio pesto e si arrivò subito alla frontiera creata da pochi giorni. Erano le due di notte. Qui capitò l'avventura più preoccupante dell'intero viaggio, ma avendone già parlato qui, ricordo solo che si corse il rischio di rimanere per sempre nei due kilometri di terra di nessuno, in mezzo alla neve, in pigiama, a meno venti. Lo scampato pericolo, provocò una sorta di choc termico al povero Eugenio che prima di prendere sonno, mi fece vincere due partite a scacchi di seguito, cosa mai più accaduta in seguito. E finalmente fummo a Mosca, dopo quasi un mese in cui avevamo percorso tutta la parte occidentale dell'Unione Sovietica. Ne eravamo partiti quando era capitale dell'URSS e ne ritornavamo che era diventata capitale della Russia. In quelle tre settimane si era sfaldato un impero, sulla carta, seconda potenza del mondo, ma corroso nelle fondamenta da una marcescenza a lungo nascosta sotto il tappeto e sulle sue ceneri erano nati 15 stati, economicamente sull'orlo del baratro, nel quale precipiteranno rapidamente i più deboli tra questi e dal quale i più ricchi di materie prime (Russia e Kazakistan) vedranno il fondo prima di preparare una lentissima risalita decennale, colma di situazioni terribili per la gente comune, che in fondo aspirava soltanto a trovare dei negozi dove comprare un paio di jeans. Non fu loro risparmiato nulla nel decennio successivo, iperinflazione che distrusse tutti i risparmi e annullò i redditi di pensionati e poveracci, chiusura della maggior parte delle attività economiche, crescita esponenziale delle malavite, con una insicurezza impensabile fino a pochi anni prima, finanziarie piramidali che spolparono i pochi soldi rimasti, la crescita e la presa di potere dei furbi e di molti malandrini e soprattutto una depressione psicologica senza pari, derivata dalla presa di coscienza dei fatti, quella di essere precipitati dall'essere il secondo impero del modo (in lotta per diventare primo) alla constatazione di essere al fondo della classifica del benessere. Capitali occidentali arrivarono, ma per entrare e salvare le fabbriche che facevano missili, le riciclavano in linee di riempimento della Cola; gente di tutto il mondo, interessata e volpina, giunsero a spiegare loro come erano sciocchi e incapaci, pifferai che indicavano la giusta strada, gatti e volpi che conducevano i neofiti del mercato ai nuovi e promettenti campi degli zecchini. Una gigantesca frittata si rivoltò in un paio di mesi e chi non aveva la forza, la capacità di adeguarsi subito e di seguire il carro Tespi della nuova era, fu travolto senza pietà. Lacrime senza sangue, si direbbe e più che un crollo fu come un afflosciarsi su sè stessi ad esasperare la vena malinconica ed autocommiserativa del comune sentire. Dappertutto si avvertiva il timore del nuovo, perchè era ormai chiaro che non sarebbe stato il paradiso sognato e fatto credere da Gorby, ma la nuova terra di nessuno, nata dal golpe di Elzin e della sua ghenga di furbacchioni. Un far west selvaggio dove sarebbe partita una fase di primo stadio del capitalismo, con una accumulazione primaria di nuove colossali fortune. Questo spiega molto bene il fatto che Gorby non goda di alcuna simpatia in Russia, contrariamente a quanto si crede da noi e non ho dubbi che sarà ricordato laggiù come colui che ha distrutto la potenza sovietica in cambio di nulla e forse per questo è così popolare in Occidente. Con tali vibrazioni ritornavo sulla Piazza Rossa, il cuore di tutto questo, dove al posto della bandiera rossa, sventolava ormai il nuovo tricolore ed proprio lì che appariva evidente il cambiamento epocale. Di fronte alle mura antiche del Cremlino, i marmi severi e scuri del mausoleo in cui riposa tuttora il cosiddetto salmone (dal colore incredibilmente rosato che gli imbalsamatori hanno voluto dare alla salma) che, fino a poco prima era perennemente assediato da una lunghissima fila di persone che passavano ore in silenzio, battendo appena i piedi al gelo per poter passare per pochi minuti davanti al cadavere mummificato di Lenin, dominavano uno spazio completamente deserto. Solo i due militari scandivano col passo cadenzato il rito del cambio della guardia. Lo stesso silenzio di prima, dove il vuoto assoluto aveva però sostituito il tronfio orgoglio di un fallimento annunciato. Passeggiai a lungo sulla piazza deserta, la stella rosso rubino brillava sempre sulla torre Spaskaija, ma la neve che scricchiolava sotto le suole aveva un suono cupo e le basse luci della Tvierskaija lontana, non riuscivano ad alleggerire il buio della notte incombente.

sabato 3 ottobre 2009

La mortella.

C'è stato un periodo all'inizio degli anni novanta in cui in URSS non girava un soldo, o meglio non girava un dollaro, perchè di pezzi di carta senza valore ne giravano un sacco e non era semplice portare a casa la pagnotta nella nostra attività di trading, così si pensò di tornare all'antico, recuperando il sistema più vecchio del mondo, quello che precedette l'invenzione del denaro, il barter per dirla in maniera moderna, ovverossia il baratto. Si cercarono i prodotti più classici della santa madre, dal legno, ai concimi, ai rottami di alluminio o al compensato, per arrivare alle pellicce. Niente fare, già tutto in mano a giri di antica data, in cui era meglio non andare a cercare di infilarsi e te lo si faceva capire subito con chiarezza. Così cominciarono a venire fuori le cose più strane e arrivavano in ufficio telex che proponevano materiali di cui prima si doveva capire l'uso e successivamente se quella roba era vendibile da qualche parte. Arrivavano anche campioni ineccepibili per dimostrare la qualità della merce, che per un po' fecero bella mostra di sé nelle nostre bacheche come ad esempio le corna di cervo giovane, disponibili in grande quantità in Čita e in Yakuzjia, che arrivavano già affettate in sottilissime slides (forse con uno strumento tipo mandolina), già pronte per il ricco mercato farmaceutico tradizionale cinese oppure il veleno d'api offerto a grammi, di cui le repubbliche caucasiche sembravano avere grossa produzione. Una volta ci proposero, da una zona siberiana, una bile d'orso in cambio di tre Toyota (veniva assicurato che quella era la quotazione regolare del mercato), ma anche qui, a mio parere latitavano i compratori. Un tizio a cui avevamo proposto una macchina imbustatrice di sementi da orto (il mio passato di esperto sementiero, mi attraeva morbosamente verso questo mondo), ci offrì in cambio un vagone di semi di zucca. Non parliamo dei girasoli ukraini, con i cui campioni andammo avanti mesi a sgranocchiare in ufficio. L'unico affare che andò in porto in effetti furono un po' di TIR di semi di erba medica e trifoglio di pessima qualità per altro, che ritirammo in cambio di una fornitura di caffé. Però il tarlo più grosso che rimase in testa per parecchio tempo riguardava una offerta che si ripeteva di tanto in tanto per grosse quantità di "клюква" di cui il dizionario (invero un po' datato ma preciso) dava il lemma: "mortella di palude". Ce n'erano a disposizione tonnellate e tonnellate. Solo che nessuno sapeva a cosa servisse. Doveva essere una specie di bacca che pullulava tra i sarmati e i siberiani e di cui queste genti evidentemente andavano ghiotti, se ne raccoglievano queste quantità. Qualcuno per caso l'ha vista o assaggiata? Datemene eventualmente conto, per favore. Chissà se l'amico Xesco che fa il cuoco da quelle parti, l'ha mai utilizzata nella sua cucina che mi dice, unisce tradizione e sperimentazione. Rimase un buco nero nelle nostre conoscenze ed ancora oggi, ogni tanto, ritorna alla mente questa, forse, grande occasione perduta. Poi tornò a girare il dollaro e queste cose a poco a poco svanirono nei ricordi. Ogni insuccesso è una opportunità che non si è saputa cogliere e questa dovrebbe essere la riflessione di oggi, cari Michelle e Obama.

mercoledì 30 settembre 2009

Proposta indecente.

Il Kazakistan è un paese strano, fatto di vaste aree semidesertiche e di grandi spazi contaminati da innumerevoli nefandezze compiute qualche decennio fa. Adesso risulterebbe anche un paese assai ricco e deciso a spendere a più non posso per lasciare il tranquillo medioevo centroasiatico in cui versa da secoli e transitare a pieno titolo nel terzo millennio, come si vede dallo sviluppo di Astana, la nuova capitale sorta dal nulla nel deserto, ma nel momento del disfacimento dell'URSS di soldi ne giravano pochi, in contrasto con la buona volontà di fare che sembrava assolutamente apprezzabile. A dispetto delle decine di etnie che popolano il paese, ad un primo sguardo, senza problemi di convivenza, ma da sempre attendiste alle decisioni del potere centrale assoluto, fin dai tempi di Tamerlano, gli affari, allora si facevano esclusivamente con i ministeri. E, assolutamente in linea con le sane decisioni di un paese che mira alla modernizzazione, appena liberato dal giogo delle decisioni moscovite, ci era giunta una richiesta dal Ministero della salute per un piccolo impianto di produzione di latte in polvere per i bambini, che finalmente godevano delle attenzioni dell'esecutivo dopo anni di dimenticatoio. Ci lavorammo un po' e poi presentammo la nostra proposta, interessante perchè permetteva, con una spesa ragionevole di attrezzare una linea modulare, eventualmente moltiplicabile in futuro, quando le condizioni economiche lo avessero permesso. Ritenevamo la cosa quasi fatta e io mi trovavo a Mosca proprio mentre si attendeva la decisione in merito. Come ben si può immaginare le pratiche ministeriali hanno tempi uguali in tutto il mondo, figuriamoci dove si deve scegliere tra cavallo e cammello. In quel tempo non era ancora entrato in uso il telefonino, le linee telefoniche fisse internazionali, funzionavano in quella parte del mondo con prenotazioni al giorno successivo, così la comunicazione standard era il telex, un imponente ambaradan che faceva bella mostra di sè quasi al centro dell'ufficio, dove ancora non si vedevano monitor di computer. Di tanto in tanto la macchina si svegliava, come un robot dormiente di un romanzo di Asimov e cominciava un ticchettio allegro ed autonomo che risuonava lungo i corridoi e predisponeva all'attesa della novità in arrivo. Così quel giorno al termine della trasmissione, ecco arrivare Anja sulla porta dell'ufficio con la strisciata del telex appena arrivato da Alma Ata tra le mani. Era rossa come un peperone di Cuneo e pareva che il foglio di carta le bruciasse tra le mani. Quasi balbettando disse a voce bassa:" Ministero dice che soldi per latte di bambini non c'è. Ma fa altra richiesta, ma io non posso tradurre. Troppo mi vergogna. Prego scusa, ma non traduco questo." e se ne va lasciandoci interdetti con il foglio di discreta lunghezza sul tavolo. La pruderie delle signore russe è ben nota, perciò fu con molta curiosità che ci accingemmo a leggere il messaggio, che era comunque chiaro nel suo dipanarsi. Il Ministero della salute, ci comunicava infatti, che lo stanziamento previsto per la linea era stato annullato a causa di una mancanza di fondi e si scusava per questo inconveniente, ma richiedeva comunque un'offerta urgente. Si trattava di attrezzare completamente a partire dal knowhow per l'allestimento e proseguendo con tutti i materiali necessari, un pornoshop di medie dimensioni. seguiva un lungo e dettagliatissimo elenco di materiali che spaziavano dalle bambole gonfiabili a differenti attitudini, ad una lunga serie di vibratori di ogni foggia, colore, uso e dimensione (dettagliata in cm, diametri e lunghezze), un congruo numero di cassette VHS (non esisteva ancora il DVD) suddivise per generi e un fornito guardaroba di biancheria particolare. Largo spazio era dato alle attrezzature sadomaso e così via cantando. Per questo progetto il ministero avrebbe reperito senza dubbio il finanziamento. Rispondemmo che la proposta esulava dal nostro business usuale e che pur ringraziando per la preferenza non avremmo potuto presentare un'offerta. Dopo qualche giorno Anja si licenziò per andare a fare la traduttrice presso un ufficio di religiosi in contatto con la Santa Sede.

domenica 13 settembre 2009

Ricami rossi.

Sono molti anni che non vedo più Zhenjia. Quando l'ho conosciuto cominciava l'inverno russo, con le sue poche ore di luce, il colore giallo delle lampadine e dei lampioni sovietici così fiochi, l'odore di benzina scadente per le strade quasi deserte di auto, con la neve sporca che si accumulava prima di ghiacciare fino a primavera. Mi guardava con sospetto malcelato all'inizio, timoroso come sempre delle cose nuove. Glielo aveva insegnato una vecchia zia nata a San Peterburg prima della rivoluzione, che era stata allo Smolnji da ragazza, che ogni cambiamento porta disgrazie e dolori. E ne aveva viste parecchie la vecchietta prima di morire, ma per lo meno le era stata risparmiato lo sfacelo dell'URSS con tutto quel che stava capitando alla maggioranza debole della gente. Zhenjia temeva sempre che ci fosse sotto qualcosa e quindi cercava di mettersi di lato, diremmo contro il muro, avendo imparato a lasciar passare la furia della corrente per non farsi portare via. Mi divenne amico affettuoso o forse fedele, temendo chissà cosa come sempre, cercando di mostrarsi servizievole, apprezzando che fossi interessato ai suoi racconti del passato. Di quando lo zio che raccontava barzellette sul regime, non era più tornato a casa, una komunalka nelle vie della vecchia Mosca; di quando poco più che adolescente visse con sgomento la morte di Stalin, delle sirene che per quindici minuti lacerarono l'aria per annunciarla in un silenzio tombale, di come si sentì orfano in quel momento; di come si sentiva felice e padrone del mondo, quando ebbe il primo stipendio di trecento rubli come traduttore. Parlava un italiano forbito, con lentezza, scegliendo con cura le espressioni e usando parole ricercate come "corpulento", che gli piaceva molto, anche se non ruscì mai a correggere il forte accento, per cui lo prendevamo un po' in giro. Non corresse mai la sua espressione proverbiale con cui cominciava tutti i discorsi. "Prego la scusa" iniziava sottovoce ed in tono dimesso, sempre timoroso di disturbare e quindi di subire chissà quali punizioni. E dire che la sua famiglia aveva visto grandi fasti un tempo; si favoleggiava delle sette gioiellerie che il nonno possedeva a San Peterburg prima della rivoluzione. Grande giocatore di scacchi, anche nella vita, cercava sempre di avere una seconda ed una terza soluzione ai problemi, una via di fuga, se andava male la prima scelta; questo aveva insegnato la vita a lui, ebreo, in un paese che gli ebrei non ha mai amato, nel migliore dei casi ha disprezzato, come qualche trombone di cliente che ci apostrofava: "Ma com'è che vi tenete quel giudeo?" mentre lui si ritirava nell'ombra. Una vita a prepararsi vie d'uscita, a declinare responsabilità, a scegliere il profilo più basso per non farsi notare, per tenersi nella penombra, eventualmente, se c'era bisogno per dare la pugnalata fatale. Non voleva il thé, ma si accontentava di un po' di "calda acqua" e a all'Hotel Kimik di Cerkiesk aveva rifiutato la camera Liux che per i cittadini sovietici costava un dollaro in cambio di quella Standàrd che costava mezzo dollaro a notte, per non fare spendere troppo alla ditta. Aveva voluto per sé un ufficetto misero, un vero bugigattolo, però situato strategicamente in fondo al corridoio, in modo che si avvertissero nitidamente i passi di chi arrivava e che lo sorprendeva sempre alacremente al lavoro. Quando era venuto a Roma ad accompagnare dei clienti era stato derubato dei pochi soldi che aveva da alcuni zingarelli davanti al Colosseo e non si dava pace. - Devo essere punito, assolutamente per la mia sbadataggine, nonostante tu mi avessi avvertito.- dichiarava come un mantra in una continua flagellazione, in perfetto stile da autodenuncia alla Lubjianka. Eppure era felice della sua vita, felice di lavorare per una azienda italiana, mai per i tedeschi che odiava senza fraintendimenti. La relativa agiatezza che questo gli dava, lo rendeva sereno anche se continuamente timoroso che tutto avesse fine prima o poi. Era felice a modo suo, pago delle piccole cose che amava. - Sai Enrico - mi diceva, quando ormai si era maturata una certa confidenza - non c'è piacere più grande di quando arrivo a casa, mi metto le pantofole d'orso che ho preso ad Irkutsk e mi sdraio nella mia vecchia poltrona con un bicchiere da 50 grammi di vodka (la vodka va a grammi in Russia) a pensare ai tempi felici. - Non so cosa intedesse per tempi felici; è un'espressione che dipinge bene la melanconia russa che leggevo spesso nei suoi occhi acquosi e gentili. Chissà come se la passa adesso, ma lo spero con quel bicchierino appoggiato sul vecchio bracciolo ed il bicchiere di thé fumante col manico di alpacca, sul vecchio tavolino di Kiev con la tovaglietta dai ricami ukraini rossi. Na sdarovjie Zenjia!

mercoledì 15 luglio 2009

Bianco di betulla

L'inventiva è dono raro, se poi si unisce all'immedia-tezza ed alla capacità di utilizzo dell'idea folgorante nell'occasio-ne propizia, allora diventa arte ed è di pochi. Quanti si rammaricano, terminato l'evento, di come avrebbero potuto intervenire con arguzia, aggiungere un'osservazione intelligente, dire una cosa memorabile. Troppo tardi, tutti se ne sono già andati e l'idea rimane lì, sterile, ormai inutile a frullare nella testa per tutta la notte. Ancora inverno con babbo gelo che copre la foresta infinita di betulle dell'immensità siberiana di neve vergine. Irkutsk pigra ed immobile sul Bajkal, dorme tranquilla tra Jakutsia, Buriatja e Chita, terrae incognitae, note solo ai giocatori di Risiko. Eravamo stanchi dopo una giornata trascorsa all'accettazione definitiva di un piccolo impianto per produrre casse portabottiglie e dopo una cena anonima nel salone dell'unico albergo, ci preparavamo al sonno del giusto per recuperare le forze alle battaglie del giorno successivo. Blinj con sevruga, balik, una saljanha un po' oleosa e carne grigliata anonima. Mentre attendevamo il dessjert, ecco dal fondo della sala, avvistata la preda, avvicinarsi la tipica fauna degli alberghi russi, due gentili signorine che con uno smagliante sorriso di circostanza pongono le domande di rito e che la cortesia impone di far accomodare. Per fortuna la cena era ormai finita e ci si salva con un bicchierino di classico Amarjietto, il più amato dalle russe. Caso anomalo per la femmina russa media e la siberiana in particolare, le due erano piuttosto anonime, Anja una biondina magra e slavatella e Zvjeta, una burjata bruna e grassoccia che, in corrispondenza alla sua etnia, sembrava avesse sbattuto la faccia contro un camion. Cominciarono subito con il panegirico sull'italianità, mentre noi cercavamo una via per lo sganciamento educato. E' qui che la genialità trova la sua corretta applicazione. Alla domanda legittima su cosa ci facevano tre simpatici italiani nelle profondità delle Russie, il più abile slavofono tra di noi, l'amico Ferox, che di tanto in tanto compare qui con sagaci commenti, cominciò a raccontare la nostra storia. Eravamo alti funzionari di una ditta italo-australiana arrivati ad Irkutsk per creare una grande Joint-venture con la municipalità. Infatti eravamo venuti a conoscenza di un fatto assolutamente rivoluzionario e segreto. Nelle vicinanze del lago e solo lì, luogo unico al mondo, spirara per quasi 250 giorni all'anno il vento da nord, sempre uguale, teso e gelido e sempre nella stessa direzione. Questa particolarità aveva prodotto intere immense foreste di betulle i cui fusti piegavano tutte nello stesso modo con un angolo quasi perfetto di 121 gradi. Esattamente la curvatura del boomerang di cui la nostra azienda era leader mondiale per fabbricazione e commercializzazione. Così era nata l'intenzione di costruire una grande fabbrica di boomerag, ecologicamente compatibile, sulle rive del lago, che ottenendo con facilità un boomerang perfetto da ogni betulla abbattuta, avrebbe dato lavoro ad almeno tremila persone della zona. Le ragazze, che non avevano mai sentito la storia del troncio e dello stuzzicadenti, anche se adattata al luogo, assentivano col capo e con la bocca appena aperta per la meraviglia. Una chiese se il fratello avrebbe potuto fare domanda di assunzione. La mattina prestissimo era prevista l'inspeczia alla foresta più vicina e la firma del kantract. Per questo le lasciammo a consolarsi con la bottiglia dell'Amarjietto, ma mentre ce ne andavamo all'ascensore vedemmo che si dirigevano verso un tavolo di Coreani in cerca di miglior fortuna. La lunga notte siberiana aveva vinto ormai da ore la fioca luce del giorno.

domenica 28 giugno 2009

Notti bianche

Il post di ieri mi ha messo nostalgia del topone grigio che mi faceva girare l'Europa 25 anni fa. Così ho ripescato questa diapo del cornuto davanti alla Moschea dell'allora Leningrado. Certo, perchè c'è una moschea a San Peterburg; un tempo il mondo era molto più tollerante di oggi, forse. Quindi vi tocca il seguito del post di ieri. Era l'ultimo decennio del regime e si sentiva nell'aria uno sfacelo incombente, uno sfascio di un sistema che, da quando aveva cessato di basarsi sui metodi forti ed era scivolato a poco a poco nella gerontocrazia bresnieviana, perdeva a poco a poco autorità e funzionalità. C'era nell'aria una voglia di lasciar andare le cose come andavano, tanto non ci si poteva fare niente. Dei temuti controlli neanche l'ombra e anche se l'amico che era con noi, prevenutissimo, continuava a guardarsi intorno convinto di essere seguito dagli agenti del KGB, non c'erano limitazioni evidenti e nonostante l'obbligo di pernottare in campeggi prepagati (unica cosa che interessava, il versamento delle svanziche), si capiva che avremmo potuto tranquillamente dormire davanti all'Ermitage senza che nessuno ci dicesse qualcosa. Proprio sotto l'arco della grande piazza, mentre sistemavamo le cose prima di partire per il giro, un paio di ragazzotti ci avvicinò chiedendoci cosa avevamo da vendere. Parto sempre preparato, quindi estrassi dall'apposito contenitore il pacco di musicassette che tenevo pronte. Gli occhi dei tipi si arrotondarono e il sorriso arrivò alle orecchie alla vista degli ultimi successi di Celentano, Matia Bazar, Ricchi e poveri et similia. Dopo aver controllato nel mangiacassette di ordinanza del mio mezzo, il buon funzionamento del materiale (fidarsi è bene, ma con gli stranieri....) completammo la transazione e mentre l'amico friggeva, timoroso di essere internato in un gulag per commercio illegale, aggiunsi al patto anche un paio di mie vecchie e sdrucite sportosky (così chiamavano le scarpe di gomma ) non resistendo agli occhi bramosi e al filo di bava alla bocca che illustravano il desiderio inestinguibile di materiale occidentale di uno dei compratori. I jeans vecchi li avevamo purtroppo già piazzati il giorno prima. Con le tasche gonfie di rubli che avemmo poi grosse difficoltà a spendere, non essendoci quasi nulla da comprare (il diavolo fa le pentole ma non i coperchi), ce ne tornammo al camping per organizzare la serata. Pioveva forte e dovemmo fermarci a tirare fuori i tergicristalli da sotti i sedili per metterli sulle asticelle, sotto un cavalcavia intasato di zhigulì ferme che facevano la stessa operazione. Era merce ambita il tergicristallo e di quei tempi nessuno osava lasciarlo incustodito sul vetro della macchina. Così quando arrivammo al campeggio era già un po' tardi, anche se le notti bianche lo facevano sembrare pomeriggio pieno. Per concludere la serata eravamo interessati ad uno spettacolo di danze folkloristiche, che si rivelò poi bellissimo. Mi infilo quindi nell'office per cercare info precise e vengo subito accalappiato da una biondina tutta sorriso e moine, con cui cominciamo a chiacchierare. La prendo alla larga per rompere il ghiaccio e quella morde subito, partiamo con i soliti luoghi comuni che vanno sempre bene, Italia, spaghetti, pizza, come mi piacerebbe vedere Venezia, ecc. un repertorio conosciuto. Sfruttando il suo inglese oxfordiano si chiacchiera un bel po', e come mai siete in Russia, e come vi trovate e compagnia bella. Quando capisco che ormai sarà gentile anche se chiedo solo informazioni, sparo le mie richieste, dove, a che ora, che strada è meglio fare per arrivare al teatro, come avere i biglietti. Come pronuncio le domande scatta un clic, cala una maschera, il sorriso si azzera. " Per le domande di lavoro, deve rivolgersi alla mia collega, io sono l'interprete incaricata del tedesco", dichiara come un terminator e non c'è stato più niente da fare. Mi sono rivolto alla collega. Lo spettacolo fu fantastico, ma c'era nell'aria un senso di disfacimento incombente.

martedì 26 maggio 2009

Notti bianche.

Godendomi questa immagine di pane che ho preso a prestito dall'interessante blog di Bressanini, che si sta facendo alfiere di un movimento per abolire la parola naturale dal vocabolario agricolo-eno -gastronomico -alimentare di cui vorrei farmi parte attiva, non poteva tornarmi alla mente un particolare del mio passato legato al pane di cui passo a farvi menzione. Come ho già avuto modo di raccontare, in URSS abbiamo venduto un po' di tutto nei tempi eroici, così oggi mi punge la nostalgia di quando sono stato panettiere (o quanto meno ho dato il mio contributo laterale alla crescita dell'arte bianca, come si suol chiamare). Una importante fabbrica di vodka (tra le poche attività che erano cariche di cash in quel periodo, eheheheh) aveva deciso di differenziare la produzione, un sano principio economico incentivato dalla perestroika, che li aveva portati alla decisione di aprire un panificio da 30 quintali di pane al giorno. Come sempre ci prendemmo l'incarico di trovare tutte le macchine necessarie. Sì, il pane non si fa impastando amorevolmente la farina e l'acqua con le manone forti di un omone sporco di bianco, ma con tutta una serie di macchine in acciaio inox, setacci, impastatrici a pianeta, spezzatrici, filonatrici, e molte altre fino ai forni finali. Lo so che disturbo una visione bucolica, ma se volete mangiare in maniera decente e igienica, si fa così, anche se qualcuno sogna e descrive con rimpianto malghe boschive in cui ci si fa largo tra le cacche delle pecore. Mentre si montava l'impianto, come da contratto, arrivò in Italia l'atteso responsabile del futuro panificio di cui avevamo richiesto tassativamente la presenza per un training di una settimana presso un nostro panettiere, affinchè, sapendo cosa si dovesse fare praticamente, non mandasse subito tutto in vacca. Avevamo trovato un gentile signore che, coi due figli gestiva un panificio tra Verona e Vicenza. Così in un mezzodì autunnale, eccoci a Linate ad aspettare l'arrivo del tecnico, io e Stefi che l'avrebbe affiancato per superare lo scoglio russo-veneto, un gap insormontabile per la famigliola tecnicamente preparatissima, ma che si esprimeva solo in un veneto strettissimo. Aperte le sliding doors degli arrivi, dopo che tutti i passeggeri se ne erano andati, rimase, ultimo il nostro uomo. Come si dice di solito, perchè al nostro occhio pur abituato, comparve una sorta di Tamara Press completamete inguainata in strettissimi fuseau fosforescenti che accentuavano indecorosi rotoli, testimoni di una pervasiva dieta di votka, patate e burro, sormontata da una complessa incastellatura bionda, studiata con cura per le grandi occasioni. Stupiti ma non troppo, la accogliemmo con i consueti baci ed abbracci, anche se, avendo al seguito solo un piccolo beauty case altrettanto fosforescente, aveva risposto alla nostra meraviglia che vestiti, scarpe, mutande ed altro li avrebbe comprati direttamente in Italia, dove era d'altronde venuta apposta. Ignorata la minaccia latente nella dichiarazione di intenti, ci dirigemmo verso il luogo di lavoro, dove la famigliola ci attendeva festosa per iniziare l'addestramento, inclusi i figliuoli, particolarmente garruli, in quanto preavvertiti dell'arrivo di una Russa in carne ed ossa. Il fatto che il lavoro iniziasse verso mezzanotte proseguendo fino alle otto di mattina, ora in cui padre e i due figli crollavano di stanchezza per lasciare il posto alla mamma che, nel negozio, faceva fuori tutta la produzione notturna nel resto della giornata, per ricominciare la sera, lasciò interdetta la nostra Tamara, che si attendeva al più qualche ora di spiegone dei libri di istruzione, accuratamente tradotti dalla stessa Stefi, la quale, se pur intimorita dal pallore mortale dei due giovani figli che non vedevano la luce del sole da anni, si integrò subito nella situazione , dettando con cura i tempi di lavoro. Inizio alle 23:00 con studio delle macchine, preparazione del pane fino alle 5 di mattina , cottura e sfornamento, gestione del prodotto finito e infine meritato riposo per i previsti 7 gironi di contratto. L'occhio spaventato della nostra amica si aggirava qua e là, mentre il corpaccio si faceva largo tra l'acciaio impersonale del panificio e io li lasciai così, una povera matrioska basita e quasi avulsa, presa tra il pigolare veneto dei panificatori e l'allegria dinamica di Stefi che ormai sguazzava tra michette e grissini (sì c'era anche la grissinatrice tra le macchine fornite). Giocoforza dovevo andare verso altri importanti incarichi e sarei venuto a ritirarli terminata la settimana di duro training. Come prevedibile, Tamara scoppiò dopo la seconda notte e, lasciando nello sconforto i panificatori, disperati di non aver potuto trasmettere i loro segreti pastari, pretese di essere portata a Venezia, sogno imprescindibile di ogni Russa che si rispetti, dove si lasciò trascinare lungo i canali avvolti nella incipiente bruma autunnale, in una gondola in odore di affondamento ad ogni colpo del remo sullo scalmo, mentre a poco a poco l'occhio sognate e amoroso, scordava l'insulto delle notti bianche (per la farina e per la mancanza di riposo). Ripartì serena, carica di scarpe, vestiti, mutande e gondole da comò ma non la rivedemmo all'inaugurazione.

mercoledì 6 maggio 2009

Oro

Guardavo con attenzione questa foto inviatami da Diego, e in un lampo mi sono rivisto attorno a quel tavolo dalle parti di Taskent o giù di lì. La signora era tosta e serissima. La trattativa andava avanti da settimane e quell'incontro che avevo sperato fosse conclusivo, si stava arenando nelle panie dei dettagli. L'offerta dell'impianto era dettagliatissima, ma lei continuava ad esaminare con cura gli schemi ed i layout con la disposizione delle presse. Poi, quando sembrava conclusa la parte tecnica, ricominciava la estenuante battaglia dei prezzi. Gianni, maestro di trattativa, spalmava grasso virtuale sotto le ruote del contratto per farlo lentamente scivolare verso il porto sicuro della firma, ma come sempre tutto si rivelava più duro del previsto. La madama era una roccia, continuava a fare emergere dubbi, quando vedeva la nostra irremovibilità sulla cifra totale, ritornava sulla parte tecnica, chiedendo più uomini per l'avviamento. Verso le sei eravamo stremati; mentre fuori calava il rosso e polveroso tramonto uzbeko, la presidente, con gli occhi che erano ormai fessure tagliate nel cuoio, manteneva le pieghe della bocca girate verso il basso. Poi la svolta, il ricordo di Venezia, richiamato nel momento giusto da Gianni accompagnato da un congruo arricchimento della lista ricambi, ebbe ragione del carapace inattaccabile e la mano, fece scivolare la penna lentamente ma inesorabilmente verso la sigla del corposo fascicolo. Girata finalmente, l'ultima pagina della terza copia, con l'apposizione (conditio sine qua non) del famigerato timbro rosso rotondo, avvenne il miracolo. L'imperatrice baffuta sciolse la rigidità, le pieghe della bocca si girarono magicamente verso l'alto e le labbra si aprirono come il coperchio di uno scrigno fatato mostrando una splendida, completa, sfavillante ed orgogliosa chiosa di 32 o più zanne completamente ricoperte d'oro massiccio, che arricchivano la risata cristallina in modo solido e concreto. Oro, ricchezza esibita con orgoglio, eterna fonte di potere, distinzione dal volgo e solido investimento al riparo da derivati e subprimes. Un forte abbraccio, in cui sentii con un misto di timore e rispetto, le fauci digrignate e pericolosamente vicino al mio orecchio e poi gran finale al ristorante, dove la vodka contribuì solidamente a farci partecipare ai balli tradizionali di gruppo. L'oro baluginò a lungo per tutta la lunga serata di festa.

venerdì 17 aprile 2009

Gambitto di re.

Tirato per i capelli da Skakkina, riemerge in me prepotente l'ombra cupa del giocatore di scacchi, certo il gioco più affascinante che l'uomo abbia pensato. Equilibrato e privo di momenti morti, ha una spietatezza che si adatta perfettamente alla torbida mentalità umana. Devi distruggere il tuo avversario senza alcuna pietà, senza dargli tregua, senza un attimo di respiro, basta un minimo vantaggio per prevaricare la sua resistenza fino all'epilogo finale, la sua distruzione fisica e mentale. I pezzi sulla scacchiera sono solo un tramite, una raffigurazione epifanica, è il tuo avversario che deve essere annientato nella realtà. Non si può giocare con la moglie a scacchi, chiaro Ska? Grandi campioni non si sono mai ripresi dopo cocenti sconfitte finendo pazzi o tra i deliri dell'alcool. Mi è sempre piaciuto questo gioco perchè non mente mai, vince sempre e invariabilmente chi è più bravo, senza scuse, senza possibilità di dare la colpa all'arbitro od al tiro di un dado o all'uscita della carta sfortunata. Non c'è quartiere, chi è meno capace viene sterminato. Ed il modo di giocare illustra perfettamente il tipo psicologico che hai davanti; riconosci subito chi è aggressivo, chi ama il rischio, chi preferisce difendersi sempre, attaccando solo quando scorge una piccola falla nelle forze nemiche, chi è timido, chi valuta tutte le possibilità lasciandosi sempre una via di uscita, chi si getta nella mischia senza badare ai pericoli. Non ho avuto la possibilità di misurarmi con molti avversari, quindi non so bene il mio valore scacchistico, ma la Russia era un posto interessante per questo aspetto. Saputo che il buon Zhenjia, giocava a scacchi, approfittavo delle lunghe ore che spesso trascorrevamo in treno traversando i boschi di betulle bianche della Grande Madre. Lui aveva sempre con sè, come tutti i giocatori, una scacchiera portatile, che estraeva con destrezza disponendola sul tavolinetto dello scompartimento coupé. Aduso ad una vita mimetizzata, lui, ebreo, che aveva trascorso una vita sotto un regime duro abituato a colpire chi alzava la testa fuori dal coro, timoroso del potere come non mai e quindi a questo ossequioso al massimo, anche in me, che pure gli ostentavo grande affetto ed amicizia, vedeva comunque il lontano pericolo che giunge dalla posizione gerarchica. Ma gli scacchi sono la verità, non ti puoi nascondere, lì scatta ed esce prorompente la tua vera natura. Avevo scoperto per vie traverse che era molto bravo, un 1° categoria sul limite per diventare Maestro; infatti con una furia ed una rapidità sconvolgente mi stroncava dopo poche mosse approfittando delle mie più piccole distrazioni ed errori. Subito dopo l'apertura, mi trovavo invariabilmente in difficoltà con i pezzi mal disposti e chiusi, mentre lui mi sferrava attacchi micidiali. Quando tentavo qualche maldestro affondo, giungevo subito sfiancato alla meta e con le retrovie scoperte ed rapidamente mi arrivava la stoccata finale. Un sorrisetto trattenuto e poi zac, sheck matt, il re è morto. Ogni tanto però anche lui lasciava il fianco esposto a qualche mio assalto e anche se raramente, ogni tanto riuscivo ad avere la soddisfazione di pareggiare o addirittura vincere. Questo faceva salire di molto la mia autostima, senonchè una volta in cui stavo avendo ragione di lui, grazie ad una sua disattenzione, in una partita bellissima in cui mi aveva circondato quasi completamente, capii tutto. Di tanto in tanto il malefico, sbagliava apposta, timoroso di umiliarmi troppo, per darmi la soddisfazione tronfia del capo che bastona il suo sottopancia. Ero proprio dipiaciuto di vincere anche quella partita così immeritatamente, quando, ad un tratto, mentre stavo per cogliere di malavoglia il frutto rubato, gli salta fuori una bellissima combinazione, di cui naturalmente io non mi ero avveduto ed ecco che il timoroso omino alla costante ricerca di qualcuno da responsabilizzare, sempre in attesa di sentire bussare alla porta il KGB, non seppe resistere e dopo un lungo sospiro, il drago nascosto nelle sue viscere emerse con prepotenza ed in poche mosse annichilì lo schiocco che pensava di avere già in tasca la vittoria. Comprese subito di essersi tradito, ma era stato più forte di lui, gli scacchi non mentono, mettono a nudo la tua psiche senza pietà. Subito si rannicchiò tra le spalle, quasi scusandosi, ma ormai era troppo tardi per nascondersi. Dopo quella volta giocò malvolentieri con me e solo se lo sollecitavo a lungo.

domenica 22 febbraio 2009

Del maiale non si butta via niente

Un amico malizioso, mi ha mandato l'altro giorno una foto che interpreta con fantasia morbosa un particolare di una kalbasà moscovita, una sorta di salama mortadellica di grande appeal nella santa madre Russia nel periodo eltziniano. Ebbene il Miassakombinat che la produceva, era un nostro affezionato cliente, a cui avevamo fornito diverse cose, in settori assai distanti tra loro, come accadeva in quei periodi in cui alle poche ditte accreditate veniva richiesto di fare trading su un po' di tutto. La peculiarità della fabbrica, che occupandosi della trasformazione de maiali, di cui, notoriamente anche in Unione Sovietica, non si butta via nulla, era di avere molte attività collaterali alla produzione dei salami, al fine di utilizzare appunto ogni parte dei preziosi suini. Tra le altre cose, una sezione cosiddetta "artistica" trasformava le ossa in graziose spille traforate per capelli, mentre la parte non edibile del grasso meno nobile, veniva data in gestione alla sezione "cosmetica" per la produzione di creme per il corpo dalle caratteristiche miracolose. Purtroppo, in quel tempo, successivo a quello in cui i prodotti neanche si trovavano, uno dei problemi maggiori era quello di conferire ai prodotti stessi un confezionamento attrattivo a simiglianza di quelli, ambitissimi, occidentali. Eravamo stati quindi incaricati di fornire un vagone (questa era la tipica unità di misura delle forniture) di lucidissimi barattoli per una miracolosa crema da piedi, capace di ammorbidire qualunque sovietica callosità con le relative attraenti e colorate, etichette autoadesive. Eravamo naturalmente presenti mentre, nel grande laboratorio in cui, uno stuolo di donnoni paludati in camici antisettici, forse residuati provenienti da un centro di ricerche spaziali, apriva gli scatoloni dal vagone appena scaricato con gridolini da ammirazione per lo squisito design italiano. Esaminavano le etichette, lodando il gusto della grafica che avevamo commissionato con stile vagamente liberty e, dopo averle suddivise con cura accanto a pile di lucidi barattoli già posti sui banconi, si apprestarono al tentativo di applicarle. Fu l'inizio del dramma. Ogni etichetta staccata dal supporto autoadesivo, rimaneva leggermente arricciata nelle manone dell'operatrice che, mentre cercava di applicarla al vasetto cilindrico, lo faceva rotolare qua e là. Nel tentativo di inseguimento, le sfuggenti confezioni correvano sui tavoli cadendo poi rumorosamente a terra o venivano goffamente trattenuti dai gomiti delle operatrici che, con entrambe le mani impegnate riuscivano a malapena, nel migliore dei casi, ad applicare l'etichetta tutta storta. Il panico cominciava a diffondersi, mentre l'ingegnere capo, responsabile della divisione ci guardava con preoccupazione, non tanto per contestarci la tipologia della fornitura, quanto per constatare disarmato l'inadeguatezza delle strutture alla modernità che incombeva. Questo senso di inferiorità rispetto alla tecnologia occidentale assolutamente infondato, era però tipico del periodo del crollo dell'URSS e qualunque indicazione proveniente dall'occidente era presa come oro colato e produsse negli anni seguenti tragici disastri nella nascente economia russa a partire dalle truffe delle finanziarie piramidali, per arrivare allo smantellamento di industrie di alta tecnologia per sostituirle con imbottigliamenti di Coca Cola. In ogni caso il momento era critico. I resposabili ci guardavano ormai come la Madonna di Fatima, al fine di avere una soluzione che non decretasse il tragico errore nell'investimento. Utilizzammo una lavagna opportunamente presente nella sala riunioni per estrinsecare il nostro progetto. Si trattava di prendere un pezzo di legno, un'assicella, scavarvi un avvallamento della dimensione del barattolo, dove questo sarebbe stato deposto e quindi tenuto ben fermo. Sarebbe quindi stato un giochetto per le varie Tatiane e Natashe, applicare le desiate etichette. Fu subito convocato il disegnatore capo, che produsse al tecnigrafo il progetto del pezzo, inviato con un veloce messo all'officina aziendale e già nel primo pomeriggio, tutto il reparto era in grado di sfornare i primi barattoli di crema da piedi "La delizia delle estremità" e lanciarli sul mercato sottostante, come dicevano Cochi e Renato. Nella cena grandiosa che ne seguì, il presidente lodò molto il nostro fondamentale intervento, mentre il glavnij inghenier assentiva con il capo, sottolineando: "Italianskajia tecnologhia". Finì come sempre a vodka accompagnata però appunto dalla salama di cui sopra, la migliore del mondo, come precisava di tanto in tanto il Presidient, levando il bicchiere per il brindisi.

lunedì 16 febbraio 2009

Biglietti difficili

Era un inverno mite quell'anno a Mosca, con un piccolo sole anemico e basso nel cielo. Per le strade il consueto odore di cattiva benzina mal combusta dalle poche zhigulì che correvano sui viali, raschiava il fondo della gola e per questo, quel sabato pomeriggio, mi ero rifugiato a Novodievici, un oasi di bellezza e di pace quasi al centro di Mosca, aggirandomi nel piccolo cimitero e cercando tra le tombe coperte di neve, quelle dei personaggi famosi che vi hanno trovato la pace. Il volto severo di Mayakovsky e il semplice cippo di Bulgakov, e Chekhov, Gogol e la stele di Eisenstein; i grandi musicisti e l'ironia della tomba di Khrushchev, con il monumento scolpito da Neizvestny che in vita aveva sempre tacciato di arte degenerata. Avevo l'aereo l'indomani mattina e non volevo lasciare la città senza essere stato al Bolshoi, non importa a vedere cosa. Mi infilai quindi nella metro scendendo alla Teatral'naja, una delle più belle stazioni, coperta da marmi bianchi che le malelingue dicono sottratte da Stalin direttamente dall'abbattimento della cattedrale del Redentore (effettivamente le date coincidono) e dalle stupende maioliche in bassorilievo che ricoprono il soffitto. Emerso nella piazza del teatro, mi apprestai a risolvere il problema della ricerca del biglietto. Questa di procurarsi i biglietti, a Mosca, è una cosa curiosa. Per qualunque evento serva o per prendere un aereo o un treno, nessuno pensa di andare alla biglietteria, dove pare siano sempre esauriti, ma bisogna conoscere qualcuno che, tramite amici, conosca il posto dove ce ne si possono procurare. Zhenia, a cui mi ero rivolto il giorno prima, mi avea fatto un tortuoso giro di parole, parlandomi di amici degli amici che forse potevano procurarmi qualcosa, ma mi era parso troppo vago e sapevo che, in prima battuta, non voleva mai dire di no, quindi lasciai perdere. Speravo di trovare direttamente sulla piazza il consueto gruppo di bagarini in cerca di turisti spaiati. Così mi aggiravo davanti al frontone neoclassico del teatro, quando individuai un gruppetto di individui dalle facce interrogative che si guardavano intorno fiutando affari. Il primo a cui mi avvicinai, allargò contemporaneamente il sorriso e la tasca mostrandomi denti ricoperti d'acciaio e un pacco di carte. "Bil'eti?" propose cauto. "Karoshie miesta?" domandai speranzoso di attenere una buona posizione. "Prikrasnie!" magnifici, assicurò l'astuto mangiafuoco, addolcendo la voce per quanto possibile e, piantina del teatro alla mano, mi illustrò la buona disposizione dei suoi biglietti. Iniziammo la trattativa e mi stupii della rapidità con cui concludemmo sui 250 rubli, circa 8 dollari e col mio tagliando in mano salii per il magnifico scalone affascinato dagli stucchi e dalla bellezza delle sale senza preoccuparmi neppure di cosa andavo a vedere. Era il teatro in sè, con la sua carica di storia e di bellezza che mi interessava e mi stordiva, salendo le scale lentamente, a fianco di signore vestite con cura, che parlavano a bassa voce, come si faceva anche da noi, ma tanto tempo fa. Molte uscivano dale toilettes dove erano andate a cambiarsi gli scarponcini sporchi di neve e di ghiaccio con cui erano arrivate a piedi, per esibire scarpine leggere col tacco alto, eleganti, di finto taglio italiano, desiderio irrealizzato. Si lasciava poi il pacchetto al garderobe assieme ai cappottini con i colli di pelliccia e i bei colbacchi di visone, ricevendo in cambio da deliziose vecchie signore con camicette di pizzo, un bigliettino ed un piccolo binocolo d'avorio. Salire verso l'alto sempre di più, forse il mio posto non era poi così magnifico. Finite le scale sbucai nel loggione, dove una gentilissima maschera mi indicò un gruppo di sedie di legno ammassate sull'ultimo gradone. Alla faccia del bel posto! Avevo comunque una perfetta visione del bellissimo soffitto e del maestoso lampadario, essendovi per la verità, vicinissimo e comunque il palco si vede bene da tutte le posizioni. Mi accoccolai facendomi il più stretto possibile tra due balene bionde in camicetta semitrasparente che, strabordando dagli schienali mi tenevano diritto contro il duro schienale. Mi presero subito in simpatia, apprezzando lo straniero che si interessava tanto alla cultura russa, ma si sa, gli italianzy amano tanto la musica... Così scoprii, mentre il sipario si apriva, che mi sarei beccato il Boris Godunov, in versione integrale. Quattro atti, più il prologo, incluso il famigerato primo atto in cui nella segreta, il monaco Grigorij e Pimen si raccontano tragiche vicende in un dialogato di oltre mezz'ora, di norma elimininato anche nelle versioni più rigorose. Una lama nel costato, mortale, di oltre quattro ore, resa ancora più terribile dal formicolio che la mia posizione difficile mi procurava alle estremità. Solo la sala meravigliosa, le dorature, i velluti dei palchi, i visi estasiati delle mie vicine, edulcorarono il supplizio, intervallato, tra un atto e l'altro, dal rito dei butterbrodij con kalbasà e agurzy, tradizionali fette di pane e burro con salamaccio e cetrioli, distribuiti nei saloni antistanti i palchi, dove mi accompagnai di buon grado ai cetacei gongolanti. Uscii nella buia notte moscovita, con gli infrasuoni dei bassi profondi che ancora mi risuonavano nelle orecchie, in una atmosfera di altri tempi, in un passato presente in cui la periestrojka avanzava a fatica, distruggendo molte cose gradevoli e lasciando la maggior parte di quelle sgradevoli.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!