martedì 12 agosto 2014

Albania 22: Ultimo giorno


La costa verso il parco del Karaburun

Affreschi della chiesa di Santa Maria
E', come sempre prima o poi accade, l'ultimo giorno. La signora degli appartamenti col marito, hanno esagerato nella colazione, con le uova arrivano formaggio, miele e una specie di gnocco fritto, poi le marmellate di casa, ciliege ed albicocche e un caffè forte e profumato. Poi bisogna risalire la costa fino a Durrès. C'è ancora tutto il giorno e tante cose da vedere, comprese le tante piccole insenature in basso che puoi guardare solo da lontano lasciandoti la voglia di scendere a buttarsi nel blu. Un blu intenso che quasi nasconde la sagoma ingombrante di Corfù, corpo inerte onnipresente in questo sud fascinoso ed intrigante. In alto uno dei tanti piccoli paesi, lontani dal mare, quasi volessero tenersene in disparte, paesi di pastori, disinteressati a quella grande superficie, estranea anche se sempre presente. Alla sommità a dominare i tetti delle case, una chiesetta dove puoi vedere gli affreschi meglio conservati del paese. Visi antichi sugli archi e nelle absidi, un giudizio universale dove si affastellano una reiterata serie di diavoli che infliggono terribili pene ai peccatori; immagini per educare i fedeli più delle parole e dei sermoni, che adesso ti guardano con occhi ipnotici, nella penombra dell'abbandono. 

Un altro affresco
Un piccolo cimitero circonda l'edificio, con le lastre di marmo grigio, le fotografie sbiadite che da anni, da qui, osservano il mare. Il mare che ti sembra di poter toccare con la mano e invece siamo ai quasi mille metri del passo di Logaraja, nel parco costiero della penisola di Karaburun, ad abbracciare con lo sguardo uno spazio infinito, ad assaggiare lo yogurt con miele e noci tritate, senza lasciare un momento la vista della linea dell'orizzonte, che tenta di separare due azzurri troppo simili per essere distinti. Il monte è ricoperto di pini d'Aleppo, un verde grigio che ne dipinge il versante in tante sfumature diverse. Subito dopo una discesa vertiginosa verso una grande laguna. Qui Antonio, vittorioso, inseguiva Pompeo in fuga disperata verso l'Egitto. Nel fitto dei canneti, non senti più passi ritmati di legioni romane, clangore di daghe contro scudi. Anche il mare si è allontanato, ora c'è solo la quiete degli stagni, delle folaghe e delle egrette, minuscole e candide sulle loro zampe sottili a muoversi a piccoli scatti puntando i becchi aguzzi sotto la superficie fangosa. Anche l'aria è ferma ed immobile nel calore del giorno pieno. Valona è vicina. Il lungomare appare tutto sottosopra. 

Laguna
E' tutto un fervore di rifacimenti, di sistemazioni, appena al di là del viale lungo la costa, le macerie continue delle costruzioni abbattute dalla polizia edilizia. Già, da una parte sembra che qui ognuno costruisca come gli pare in barba a leggi e regolamenti, strano, eh? Dall'altra, di tanto in tanto recapitano un avviso a lasciare l'edificio entro e non oltre, poi un mattino arriva una ruspa e butta giù tutto, senza mezze misure, vedete un po' voi. Poi, perché non di sola cultura vive l'uomo (e anche la donna naturalmente), un sontuoso pranzo con una decina di antipasti di pesce freddi e caldi, crudi e fritti vari, prima di ripartire ancora verso nord. Oggi siamo sulla Land Rover di Bashkim, un ragazzo che organizza tour in Albania appassionato di off road. Prima un isolotto in mezzo ad una laguna. Una lunga passerella di legno un po' malandata che porta fino al monastero di Fjetja, una costruzione ancora ben conservata, tetti rossi, i sei archi del portico, il cilindro di pietra della cupola. C'è solo un vecchio guardiano che finge di non vedere se fai qualche foto qua e là. Una atmosfera di tranquillo abbandono. 

Monastero di Fjetja
Al di là delle barene la spiaggia infinita e deserta, sulla cui sabbia lanciare le macchine e guardare le righe degli pneumatici che ti seguono docili. Un canale dagli alti bordi di pietra sbarra la strada verso un'altra spiaggia senza fine. Bashkim lancia la macchina a capofitto nel mare, sembra una follia, ma evidentemente lui conosce il passaggio, le ruote masticano sabbia, l'acqua si alza ai fianchi, entra dalle portiere, sembra difficile uscire da questa situazione, anzi la direzione sembra opposta a quella più logica e si allontana ancora dalla riva, poi a poco a poco, la profondità del mare decresce, l'acqua si abbassa e si arriva sulla battigia, all'asciutto finalmente. Una botta di adrenalina. Dopo Fier, una sosta per rimettere in sesto i mezzi, togliere il sale ed asciugare un po' tutto, centraline comprese, poi un ultimo balzo ed ecco Durrès, per godere l'ultimo tramonto dall'alto della collina, per trattenere fino all'ultimo la luce, per poter prolungare ancora un po' se possibile gli istanti, dilatare fino all'ultimo il tempo, salutare meglio i nuovi amici già da lasciare, fissare meglio l'album dei ricordi per non farli sbiadire troppo presto.


SURVIVAL KIT

Off road sulle spiagge
Albania - Cultura e Avventura -di Bashkim Hyka - http://www.bashkim-hyka.al/ -Organizza viaggi culturali e off road. Grande esperienza essendosi occupato di turismo in Italia per quasi 20 anni. Parla un italiano perfetto e conosce i posti migliori (e i ristoranti anche).

Restorant Pulbardha - Perballe Pallatit te Sportit - Skele - Valona - Ristorante di pesce al primo piano, un po' difficile da trovare. Direi notevole. Abbiamo avuto un menù fisso con vino bianco di : involtini di pesce, palline di pesce, crudo di salmone marinato, filetti di pesce, altro crudo di pesce, polipo e melanzane, ostriche, gamberetti, spaghetti di mare, capesante gratinate e per finire zuppa di pesce. Totale 11 € a persona. Vedete voi.

Tramonto a Durrès

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lunedì 11 agosto 2014

Albania 21: L'occhio blu

Siri i Kalter - L'Occhio Blu

Tuffi nell'occhio blu
Con ancora negli occhi la bellezza di Butrinto, risaliamo nell'interno per vedere un'altra curiosità di questa magnifica Albania meridionale. La strada riguadagna quota tra i campi coltivati, poi, dopo pochi chilometri percorsi lungo un canale dalla portata violenta e dalle acque azzurre, una stradina laterale porta a Syri i Kalter, l'Occhio Blu. Appena ci arrivi capisci subito la ragione del nome. Da una profonda sorgente che è stata esplorata fino a cento metri, ma di cui non si conosce ancora la reale profondità, emerge con una violenza inaudita, un fiotto di almeno sei metri cubi al secondo che crea un piccolo lago da cui si diparte un torrente. Il centro è di un blu profondissimo, accentuato dal bianco della roccia calcarea che la circonda, colore che si stempera poi attorno in diverse tonalità di azzurro e di verde. Uno dei divertimenti dei visitatori consiste nello scagliare pietre nel getto per vederle scagliare fuori oppure gettarsi da un ponticello al centro della forra e venire spinti fuori con forza dalla potenza dell'acqua, che essendo di temperatura inferiore ai 10°C, impone poi ai tuffatori di uscire immediatamente. Peccato non avere il costume, sono sicuro che state pensando che mi sarei di certo buttato per provare l'emozione. Diciamo un'altra volta. Il posto è comunque idilliaco, circondato, data la forte umidità, da una ricca vegetazione di felci giganti, alberi e prati fittissimi. 

Abitante del luogo
Attorno, tutta una serie di ruscelletti e cascatelle che emanano frescura e invitano al picnic, nelle radure che circondano il torrente. Non rimane che approfittare dei servizi di uno dei due ristoranti posti su un isolotto al centro della corrente. Piatti tipici della montagna, agnello e trota. I fumi delle griglie si alzano tra gli alberi. Non si sta male qui con un bel boccale di birra Tirana davanti al naso. Poi, attraversati boschi di querce e di corbezzolo, si torna sul mare, la strada è tutta curve ed a picco sulle piccole baie semideserte. La macchia è fittissima e al solo passare vieni inondato da un continuo effluvio di profumi di origano, salvia, timo, citronella. Un paesino con una lunga spiaggia sassosa. Tettoie di frasche sotto cui difendersi da un sole incattivito e poi una lunga passeggiata tra gli ulivi per tornare a casa, tra i tetti piatti coperti di salvia selvatica raccolta in montagna e lasciata lì a seccare, quasi quasi forse solo per riempire l'aria di profumi. Ti viene la voglia di fermarti al baretto sulla strada a prendere un caffè turco, mentre Christo, l'elettricista un po' matto, sta arringando ai quattro clienti le sue teorie per salvare il mondo o chissà, forse solo il modo per cucinare l'agnello. Non rimane che concludere la giornata a Himare, c'è solo l'imbarazzo di scegliere il ristorante e poi fritto misto e orate come se piovesse. Il problema vero è che ormai la vacanza è quasi finita.

Il ristorante a monte dell'Occhio blu

SURVIVAL KIT

Syri i Kalter - L'occhio blu. Sulla strada tra Saranda e Gjirokastro, poco prima di Rusan, segnalata da un cartello, 400 leke a macchina. Parcheggio e ristorante; se volete provare l'ebbrezza del tuffo nei 10°C portatevi il costume, c'è sempre parecchia gente. Mangiare in uno dei due ristoranti a monte della sorgente, si arriva a piedi.

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L'uliveto prima della spiaggia

domenica 10 agosto 2014

Il ciclo del fungo

Tanto per fare un esempio


Insalata di porcini crudi
Come tutti i vegetali, anche i funghi hanno il loro ciclo, ovvero la bicicletta del boleto, nel senso, l'hai voluta, allora pedala. Dunque dovete sapere che nel mio gruppo di anziani sbandati, gente strana, intanto perché mi onorano della loro amicizia, che di per sé è cosa meritevole ma non sufficiente, alligna tutta una serie di manie. Tra queste, una scatta in questa stagione, non appena le condizioni climatologiche, luna permettendo, lo consentono. Infatti mentre la stragrande maggioranza dei villeggianti valchisonesi, posto che ne esistano ancora, batte le testate contro i muri a causa della continua pioggia che nasconde ormai da giorni la luce del sole e i locali esercenti dei bar fanno novene alla Madonna, i miei sodali, da giorni, non stanno più nella pelle e dopo avere consultato mappe e portolani dei mastri fungaioli della zona, si sono bardati di tutto punto e hanno cominciato a setacciare la vallata nei cosiddetti punti critici. Zona di larici, zona di querce e latifoglie, nulla è stato lasciato al caso. Intanto da coscienti cittadini hanno proceduto in primis a procurarsi l'apposito tesserino del raccoglitore. Invece di partire mentre il sole non è ancora sorto nel cielo per battere sul tempo l'orda selvaggia, eccoli davanti all'ufficio postale alle nove meno cinque ad aspettare l'apertura dello stesso, cosa che l'impiegata, fa di malagrazia pochi minuti dopo, palesemente irritata, forse per la notizia del coinvolgimento delle Poste Italiane in Alitalia, temendo di dover cominciare a vendere entro qualche giorno biglietti aerei per Abu Dhabi, oltre che ad avere già clienti in attesa a quell'ora. 

Sugo di porcini
Per palese vendetta dichiara subito di non avere bollettini intestati per il pagamento in oggetto. Alla ricerca di una soluzione si propone allora di ottenere un bollettino in bianco da riempire. La risposta è lapidaria: "Tanto è inutile, perché non so il numero di conto corrente". Non serve insistere, battere i piedi, richiamare al dovere superiore, ci penseranno i datori di lavoro emiratini, meglio invece percorrere qualche chilometro verso valle in direzione di un altro ufficio postale. Purtroppo, si capita proprio nel giorno di chiusura, capirà questo è un paese piccolo e non possiamo mica tenere aperto tutti i giorni. Non domi e determinati a fare il proprio dovere, i cercatori scendono ancora più a valle, dove finalmente si riesce ad espletare la pratica. Si riesce dunque a giungere nella zona di cerca verso le dieci del mattino, ora in cui le allegre comitive di fungaioli dilettanti depositano già le ceste ricolme nei cofani delle macchine, i professionisti invece sono già davanti ai banchi del mercato. Ebbene nonostante tutto ciò, la natura benigna e prodiga di doni, ha dispensato ugualmente a piene mani le sue ricchezze, cosicché in tarda mattinata, la cricca torna verso casa, carica di quasi 9 (nove in lettere) chili di boleti di tale splendore da rimanere abbacinati. Piccoli e grossi, tondi, duri e sodi come pietra, riempivano i cestini con superbo esibizionismo, parevano dire, siam qui per essere colti, cotti e mangiati. Perché cari amici, questo è il ciclo del fungo. 

Tajarìn ai porcini
Qualcuno li va a cercare, qualcuno li trova, qualcuno li raccoglie, qualcuno li cucina e infine si deve assolutamente trovare qualcuno che faccia il lavoro sporco e se li mangi. Ecco perché ieri sera ho dovuto contribuire alla chiusura del ciclo del fungo, perché la natura deve inevitabilmente fare il suo corso.  Così, dopo un Daiquiri preparato come si deve dal nostro ineguagliabile anfitrione, ecco l'insalata di porcini crudi, solide lamelle delicate affastellate e appena asperse da un filo di olio, un nulla di limone, mulinello di pepe e un sentore di aglio, una deliziosa croccantezza sotto i denti, mentre il sapore e il bouquet del bosco ti inondavano la papilla. Subito a seguire taiarìn ai porcini, un sugo bianco e delicato, ma ricchissimo di sensazioni e infine in quantità industriale, una gran padella ricolma di olio a friggere in continuo, regolari e spesse fette di fungo impanate, che si doravano magnificamente prima di venire adagiate su una acconcia superficie assorbente, sì che potessero esse ingurgitate, leggere ed asciutte come si confà ad un fritto di eccellenza. Ragazzi, vi assicuro, una cosa da scoppiare, se ne è mangiata una quantità esagerata. Per disnausiare, come si dice in Piemonte, qualche dolcetto preparato con amore, un semifreddo alle pesche, una crostatina alle albicocche, una torta sorpresa piccante al caprino con le pere in pasta sfoglia, un vassoietto di bignolette piemontesi, che come sapete in questo settore si fanno rispettare e che son così piccine che van giù come niente. Di quel che si è bevuto, non dirò altro per carità di patria, tanto nessuno doveva guidare. Sono dunque orgoglioso di avere dato una mano anche io a chiudere il ciclo del fungo, aiutando con assoluto e impegnato disinteresse a mangiarne una quantità importante, comunque sufficiente, vi assicuro, a non farne rimanere alcuna traccia inquinante.

Una mezza porzione di porcini fritti

SURVIVAL KIT

Per una mappa specifica delle zone di maggiore presenza di porcini della Val Chisone, seguite le indicazioni qui sotto, per lo meno queste sono quelle che mi sono state date e garantite come buone:

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infine seguire per 
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sabato 9 agosto 2014

La pierrade!

Foto A. Ripandelli


Foto A. Ripandelli
Ogni tanto bisogna tirare il fiato. Quindi si prescrive di unirsi ad un bel gruppo di cari amici e andare a mettere le gambe sotto al tavolo in un luogo dove sei sicuro e tranquillo di non avere sorprese, anzi hai la garanzia di trovare il piacere di essere accolto come un amico più che come un cliente e che ti verrà servito qualche cosa che darà un senso alla tua serata. Dunque di questo posto credo di avervi già parlato una volta, ma repetita juvant e quindi vorrei ribadire che il ristorante I cacciatori di Sabina e Cristiano, 41, Regione Castel Del Bosco - 10060 Roure (TO) - tel: 0121 809841, è forse il migliore in cui potrete fare sosta in Val Chisone e penso di non sbagliarmi affatto. Inutile confermare l'ambiente cordiale, l'ottima qualità dei cibi, la loro curata presentazione e last but don't least i prezzi molto morigerati e di questo ho già parlato, ma questa volta vorrei sottolineare anche la possibilità di avere, dietro prenotazione, serate con piatti specifici. Data la presenza nel nostro gruppetto di trimalcionici mangiatori, di un congruo numero di amanti della buona carne, abbiamo gradito la proposta di una serata con protagonista la cosiddetta pierrade, piatto presente in tutta l'area del Delfinato. 

Una cosa in fondo semplice semplice, trattasi di null'altro che di una lastra di pietra appositamente arroventata su cui vengono messi a sfrigolare ed a cuocersi con calma le più diverse parti che la fantasia propone. Si comincia con la serie delle vivande grasse, che hanno anche il compito di ricoprire la pietra di un corretto strato di untume saporoso che darà aiuto anche a quanto seguirà. Fette di pancetta tagliate piuttosto spesse, si alternano a salsicce, wurstel e capocollo, seguite a distanza da larghe fette di petti di pollo e bistecche di manzo di giusta consistenza. Una serie di salse, dal gaspacho alla senape di Dijon, accompagna ed arricchisce di sapore la parte carnivora. A questo si aggiunge un congruo numero di uova sode, che divise a metà giacciono sulla pietra a raccogliere i sentori di quello che li ha preceduti, per poi essere annegate in una deliziosa salsa tonnata. 

Foto A. Ripandelli
Parte poi in alternanza, il trionfo delle verdure, radicchio rosso, fette sottili di cipolle di Tropea e poi melanzane, rosse ciocche di peperoni, sottili strisce di zucchina dolcissima. Infine su appositi sostegni di stagnole, robuste fette di stagionata toma di montagna da sciogliere al calore intenso per arricchire ancora di più quanto ha preceduto. Il materiale si sussegue sulla pietra rovente, continuamente rabboccato in caso di bisogno. Quando pare che nessuno riesca ad ingurgitare ulteriore quantità di pietanze, la pietra, libera ormai di gusti salati, viene asportata, prontamente ripulita e rimessa in opera per un ultimo e ormai meno gravoso compito. Ecco arrivare infatti vassoi ricolmi di fette di mela, di arance e banane, da scottare spietatamente, quindi ricoprire di zucchero di canna e infine aspergere di abbondante Grand Marnier. Vino a fiumi e a suggellare il tutto un buon caffè, per un conto di 26 € cadauno; direi di cominciare a prendere nota per prenotare.


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venerdì 8 agosto 2014

Albania 20: Butrint

Butrint - Mosaici della basilica



Ingresso delle rovine
Colazione ricca, la signora, non sa più cosa portare, uova, marmellate deliziose albicocca e citronella, burro, miele, formaggio, tutto fatto in casa, l'apoteosi del chilometro zero. Poi la strada, che adesso corre lungo il mare. Paesaggi solitari che ti fanno pensare a certe coste della Croazia di quaranta anni fa. Di tanto in tanto spunta qualche gruppo di case nuove che risponde certamente a tentativi di "valorizzazione", che la crisi ha stoppato. Rimangono così solo le occhiaie vuote delle finestre mute e invendute. Appena al di là del blu, tre isolette greche deserte e la grande sagoma di Corfù che si perde nell'orizzonte lontano, due mondi ancora molto lontani tra di loro, troppo distanti nel sentire, per poter creare delle sinergie utili. Anche Saranda, la città della costa sud e Simil, il paesino successivo sono un seguito di palazzi nuovi, naturalmente quasi tutti da vendere. Si respira però già l'atmosfera dei paesi di mare e di vacanza, coi negozi che vendono i gadget da mare e i materassini da spiaggia. I paesaggi dell'interno sono tutto un seguito di terrazze ed ulivi, con stagni e lagune interne dovi si cominciano ad allevare i frutti di mare, segno che i tempi nuovi sono già arrivati. La strada scende ancora verso sud, siamo ormai quasi al confine greco e su una grande laguna interna sorge uno dei più importanti siti storici e archeologici albanesi, la città di Butrinto. 

Mosaici  scoperti
Città storica dell'Epiro, forse già attiva fin dal X sec. a.C., secondo la leggenda visitata da Enea durante la sua fuga da Troia, occupa un'isola che era nell'antichità collegata alla costa da un ponte di cui ancora si indovinano i resti sotto la superficie immobile dell'immenso stagno. Al di là del canale le mura severe della fortezza eretta da Alì Pascià, quando riconquistò la zona per gli Ottomani nel 1799. I resti della città antica sono imponenti e dispersi in una vasta superficie dove il bosco, che in lotta perenne con la pietra, aveva tentato di prendere il sopravvento, ma già gli scavi di epoca fascista e quelli successivi alla caduta del regime, hanno liberato le parti più importanti, rendendo godibili, il grande teatro e l'agorà, la basilica, il battistero e tante altre costruzioni dell'epoca romana e successiva. Rimane il fascino consueto che dà il muoversi tra gli alberi, scoprendo di tanto in tanto la radura dove si ergono muri sbrecciati, colonne smozzicate e resti di un mondo morto da millenni. Le mura mostrano la dimensione ciclopica ancora più antica con i grandi massi che ornano le porte con sculture di mano greca che portano subito la mente alle città micenee del Peloponneso. 

Il teatro
Come tutti gli altri siti archeologici, anche questo ben organizzato e ordinato, tenendo conto della situazione del paese, ti concede le medesime impressioni di doverti continuamente misurare col passato, con un mondo così lontano ma al tempo stesso tuo proprio, a cui senti comunque di appartenere come ascendenza diretta. Il paese è povero evidentemente e sa di non poter investire più di tanto nelle sue ricchezze storiche, tuttavia ci si preoccupa quantomeno di evitare una perdita o un deterioramento di quanto già venuto alla luce. Così non potendo disporre di un sistema efficace di protezione per i bei mosaici della basilica, questi vengono ricoperti di sabbia e portati alla luce solo di tanto intanto e parzialmente. Lasciarli liberi alle intemperie, probabilmente li perderebbe per sempre in poco tempo. Forse basta questo per dimostrare che si ha cura della propria storia. 


SURVIVAL KIT

Butrint - A pochi chilometri dal confine, ci si può arrivare facilmente anche con escursioni in partenza dalla Grecia. Infatti troverete molti turisti che arrivano da là in pullman. Ingresso 700 leke. Calcolate da un minimo di 2 ore a una mezza giornata, disponibilità di guide parlanti italiano. E' il più bel sito archeologico albanese, patrimonio dell'Unesco e direi che non si può trascurare.

Agorà

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Le porte Schee

giovedì 7 agosto 2014

Taste of Albania 2



Acqua che scava.
Unghiate di cristallo
nel verde monte.

mercoledì 6 agosto 2014

Albania 19: Spiagge e divise



Ogni tanto ti ferma la polizia. La vulgata degli esperti viaggiatori prevede che per paesi di questo tipo, sia tutto un magna magna, con tanto di strizzatine d'occhio e di: capirà, anche la nostra famiglia deve mangiare, con conseguente piccolo anche se fastidioso contributo, generato da qualche inesistente o discutibile infrazione. Invece a noi non è successo nulla di tutto questo, anzi ho potuto riscontrare una certa bonomia nei comunque frequenti tutori dell'ordine. Sia che fossero occupati a calmare i bollenti spiriti dei connazionali che protestavano animatamente per le supposte inefficienze del posto di frontiera, sia che stazionassero a curare le violazioni del codice della strada, anche se ben sistemati all'ombra di grandi alberi fronzuti ai lati della stessa. Nella maggior parte dei casi lo stop con apposita paletta è stato motivato dalla nostra dimenticanza di tenere i fari accesi durante la marcia. Un mi raccomando a mezza bocca e poi il segno stanco di procedere; alla fine, forse per sfinimento, e non era neanche la stessa pattuglia, ci hanno solo fatto il segno inequivocabile di accendere con un giro della mano chiusa a pugno verso destra, senza più fermarci. In un caso, invece, la cosa poteva dare luogo a una granetta, in quanto dopo che ci eravamo correttamente accostati al segnale di stop, il marcantonio in divisa ha fatto notare che eravamo privi della targa anteriore del veicolo. 

Accidenti è vero, capirà, durante tutto quel tragitto fuori strada, le viti si erano smollate e ne avevamo perdute un paio, così per non correre il rischio di perdere la targa, e quello sì che sarebbe stata una cosa grave, abbiamo preferito ritirarla a bordo del veicolo, semplice prudenza; purtuttavia stavamo giusto andando in cerca di un qualche meccanico che potesse provvedere a reinstallarla al sua posto, le assicuriamo capo, che ci metteremo in regola quanto prima. Lo sceriffo ha guardato un po' da sotto gli occhiali, inclinando leggermente la testa di lato, poi ha fatto un giro intorno alla macchina e restituendo il documento ha sentenziato: "E' meglio che la riavvitiate al più presto, questa targa, altrimenti correte il rischio di non sembrare quelle brave persone che sicuramente siete" e se ne è andato facendo segno di proseguire. Direi che non ci si può lamentare più di tanto, diciamo gentili e comprensivi. E non carcherei la mano neanche sui vigili che in centro città, davanti ad una via bloccata per lavori, dove tutte le macchine si infilavano, non essendo esposta nessuna segnalazione e creando un ingorgo gigantesco, allargavano le braccia dicendo che non era loro compito né l'esporre segnalazioni, né segnalare il problema a chi arrivava per evitargli di finire imbottigliato. 

Pare che tanto gli automobilisti non si fidino e non stiano a sentire. La malalingua subito ha sentenziato: meglio andarsene al bar a bere raki, che tanto neanche glielo fanno pagare. Insomma direi una situazione piuttosto tranquilla e rilassante. Così puoi andarti a infognare in una carrareccia rocciosa che scende dalla costa verso  il mare fino ad una spiaggia assolutamente irraggiungibile e giustamente per questo solitaria. Alle spalle, barriere di roccia invalicabili, una spaccatura da cui nella stagione piovosa scenderà un torrente adesso scomparso, la risacca e il rumore delle onde, niente altro. Il luogo perfetto per la meditazione zen, gli esercizi di Qi Gong o quello che vi pare insomma. Potrebbe chiamarsi Gjipe o qualche cosa del genere (Enkli correggimi se puoi), ma non vi dico di più per malizia. Lei continua ad insistere che è la più bella spiaggia del Mediterraneo, cosa che mi sembra un tantinello esagerata, ma direi che comunque sta nel gruppo di testa, sicuramente non ci troverete i vicini di casa, tanto per capirci. Poi al ritorno vi potete fermare a Ceparo o in un altro paesino sul mare, che tanto un'orata, cozze e verdure grigliate  le trovate dappertutto e non ve le toglierà nessuno. Il premio per i giusti.


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martedì 5 agosto 2014

Albania 18: Il mare a Porto Palermo


Mare di Albania


La costa sud albanese
Eccolo il mare, finalmente vorresti dire; ma, allo stesso tempo, mentre stai scendendo a precipizio lungo la pista che in pochissimi chilometri ti porta sulle rive di baie azzurre e deserte, hai già la nostalgia delle montagne, delle valli segrete e selvatiche, delle cime dei monti spelati, dei boschi così fitti da sembrare oscuri. Già ti mancano i pastori dal volto apparentemente fisso e dall'espressione chiusa, che però appena passi, ti salutano con la mano e che se ti fermi, ti invitano a bere il loro yogurt freschissimo. Quella terra solitaria e nascosta che potresti credere abbandonata da sempre e che invece ha visto passare eserciti per duemila anni, a combattersi selvaggiamente, Illiri e Greci, Romani in lotta tra di loro, Turchi Ottomani con le loro schiere di giannizzeri, guerrieri spietati, assedi di anni a rocche che non volevano arrendersi. Come dimenticare Tamburi di guerra, un altro bel libro di Kadaré che racconta l'assedio di Kruja, la cittadella di Skanderberg, epico e tristissimo al tempo stesso. Infine il sangue italiano così inutilmente disperso su questi aspri gioghi. Sono monti bellissimi eppure così diversi tra loro anche visivamente. Come il monte Tomorri e il Shirapu, che la leggenda vuole nati dalla lotta di due fratelli che amavano la stessa donna, fino ad arrivare al punto di battersi a morte tra di loro, uno con una scimitarra e l'altro con la mazza, fino al punto di uccidersi. Ecco perché oggi uno è percorso da una serie di fenditure nella roccia, perfette come ferite di lama e l'altro e completamente coperto di buchi e avvallamenti, i colpi spietati della palla di ferro. 

Il bunker navale nei pressi di Porto Palermo
Ma, continua la leggenda, non finì bene neppure per la bella, che evidentemente faceva troppo la preziosa senza scegliere, infatti, rimasta sola, si sciolse in lacrime talmente copiose da dare luogo al fiume che abbraccia la cittadella di Berat, posta tra i due monti. Il Tomorri è comunque la vetta dell'Albania, con i suoi 2416 metri, sede di parco nazionali e tra le sue grotte si svolge ogni anno, da tempi immemorabili, un pellegrinaggio affollatissimo. Ma il blu assoluto del mare ti fa presto dimenticare quanto ti sei lasciato alle spalle. E' un mare all'apparenza così diverso da quelli a cui sei abituato e non solo per quel colore assoluto, quella superficie di lapislazulo puro che quasi ti ottunde la vista. La costa è un susseguirsi di piccole baie quasi deserte. Le case della devastazione predatrice edilizia, sono ammassate solo in alcune parti e neppure troppo offensive rispetto a quanto abbiamo già visto da altri luoghi, portatisi avanti con il lavoro da tempo. Bisogna tenere presente che, in generale l'Albania non ha una cultura marinara e per di più, durante il regime, si era creata una fascia costiera di rispetto ad uso esclusivo militare da cui i civili erano esclusi, quindi dovete considerare che queste coste, vedono i primi turisti da soli venti anni e anche questi sono ancora piuttosto radi. Per questo motivo, al di là del turismo locale, troverete ben poca gente sulle spiagge, che vi appariranno ancora grezze e da scoprire. Un'altra sensazione strana è quella data dalla quasi assoluta assenza di natanti. 

La costa albanese di fronte all'isola di Corfù
Piccoli porticcioli privi di barche e di pescherecci, senza quella caratteristica attività dei paesi di mare, col profumo di pesce, uomini a riva che riparano reti e così via. Una sensazione di mondo primordiale, antico, che nelle spiagge poco accessibili, diventa luogo deserto e misterioso, un approdo ambito per un Odisseo naufrago disperato e speranzoso di ritrovarsi in terra ospitale. E ospitalissima, subito la verifichi, questa terra, non appena sosti all'ambra degli ulivi, tra cespi di ginestre in fiore, nell'arco di zaffiro di Porto Palermo, curioso il nome, vero, poco distante da un bunker marino per navi militari e sommergibili, e siedi tra le frasche, su panche di legno, mentre una enorme griglia sfrigola, dorando lentamente un tappeto di orate, branzini, calamari e altro che questo mare poco sfruttato dà copiosamente. Crudi di pesce e frutti di mare, assolutamente al di fuori della tradizione locale, che chi è tornato dalla sponda opposta ha subito imparato ad offrire ai ghiottoni, che qui trovano così a prezzi incredibili, di ché soddisfare le proprie bramosie. Non so come, ma, almeno io, al mare respiro subito quell'aria vacanziera, fatta di sole, spiaggia, pigre soste all'ombra, tuffi nell'acqua calda e accogliente come un liquido amniotico, non c'è niente da fare, da qui viene la vita. Così è fatica tornare, quando il sole cala ormai laggiù sulla linea tra mare e cielo, percorrendo a piedi ciabattati, un immenso uliveto, verso casa, ma sì, casa, un appartamentino appena finito, la famigliola intanto ne sta approntando altri quattro per i turisti prossimi venturi, con l'unica preoccupazione di scegliere il ristorante per la sera.

Porto Palermo

SURVIVAL KIT

Una fila di pini di Aleppo sul mare
Lungo tutta la costa sud ci sono molte soluzioni di alloggio, sia in alberghi, alberghetti e pensioni che affittando un appartamentino privato, soluzione ottima per famiglie. Questi ultimi, sempre a prezzi molto interessanti per tutte le borse, forniscono anche la cucina, ma credo che, dati i costi minimi dei ristoranti, questo servizio verrà pochissimo usato. Potete prenotare un appartamento o altre soluzioni con Enkeleda Dalla  (v.vacanze.albania@g.mail ) che si occupa di affitti e turismo e vi tratterà bene. Date un'occhiata al suo sito: Viaggiare in Albania, denso di informazioni utili e notizie turistiche e storiche. E' bene passare per una di queste organizzazioni che vi garantiranno prezzi corretti, perché il contatto diretto o preso sul posto, agevola una certa tendenza, da parte dei locali a fornire prezzi, per così dire ballerini, a seconda del momento o della vostra faccia.


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