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domenica 10 agosto 2014

Il ciclo del fungo

Tanto per fare un esempio


Insalata di porcini crudi
Come tutti i vegetali, anche i funghi hanno il loro ciclo, ovvero la bicicletta del boleto, nel senso, l'hai voluta, allora pedala. Dunque dovete sapere che nel mio gruppo di anziani sbandati, gente strana, intanto perché mi onorano della loro amicizia, che di per sé è cosa meritevole ma non sufficiente, alligna tutta una serie di manie. Tra queste, una scatta in questa stagione, non appena le condizioni climatologiche, luna permettendo, lo consentono. Infatti mentre la stragrande maggioranza dei villeggianti valchisonesi, posto che ne esistano ancora, batte le testate contro i muri a causa della continua pioggia che nasconde ormai da giorni la luce del sole e i locali esercenti dei bar fanno novene alla Madonna, i miei sodali, da giorni, non stanno più nella pelle e dopo avere consultato mappe e portolani dei mastri fungaioli della zona, si sono bardati di tutto punto e hanno cominciato a setacciare la vallata nei cosiddetti punti critici. Zona di larici, zona di querce e latifoglie, nulla è stato lasciato al caso. Intanto da coscienti cittadini hanno proceduto in primis a procurarsi l'apposito tesserino del raccoglitore. Invece di partire mentre il sole non è ancora sorto nel cielo per battere sul tempo l'orda selvaggia, eccoli davanti all'ufficio postale alle nove meno cinque ad aspettare l'apertura dello stesso, cosa che l'impiegata, fa di malagrazia pochi minuti dopo, palesemente irritata, forse per la notizia del coinvolgimento delle Poste Italiane in Alitalia, temendo di dover cominciare a vendere entro qualche giorno biglietti aerei per Abu Dhabi, oltre che ad avere già clienti in attesa a quell'ora. 

Sugo di porcini
Per palese vendetta dichiara subito di non avere bollettini intestati per il pagamento in oggetto. Alla ricerca di una soluzione si propone allora di ottenere un bollettino in bianco da riempire. La risposta è lapidaria: "Tanto è inutile, perché non so il numero di conto corrente". Non serve insistere, battere i piedi, richiamare al dovere superiore, ci penseranno i datori di lavoro emiratini, meglio invece percorrere qualche chilometro verso valle in direzione di un altro ufficio postale. Purtroppo, si capita proprio nel giorno di chiusura, capirà questo è un paese piccolo e non possiamo mica tenere aperto tutti i giorni. Non domi e determinati a fare il proprio dovere, i cercatori scendono ancora più a valle, dove finalmente si riesce ad espletare la pratica. Si riesce dunque a giungere nella zona di cerca verso le dieci del mattino, ora in cui le allegre comitive di fungaioli dilettanti depositano già le ceste ricolme nei cofani delle macchine, i professionisti invece sono già davanti ai banchi del mercato. Ebbene nonostante tutto ciò, la natura benigna e prodiga di doni, ha dispensato ugualmente a piene mani le sue ricchezze, cosicché in tarda mattinata, la cricca torna verso casa, carica di quasi 9 (nove in lettere) chili di boleti di tale splendore da rimanere abbacinati. Piccoli e grossi, tondi, duri e sodi come pietra, riempivano i cestini con superbo esibizionismo, parevano dire, siam qui per essere colti, cotti e mangiati. Perché cari amici, questo è il ciclo del fungo. 

Tajarìn ai porcini
Qualcuno li va a cercare, qualcuno li trova, qualcuno li raccoglie, qualcuno li cucina e infine si deve assolutamente trovare qualcuno che faccia il lavoro sporco e se li mangi. Ecco perché ieri sera ho dovuto contribuire alla chiusura del ciclo del fungo, perché la natura deve inevitabilmente fare il suo corso.  Così, dopo un Daiquiri preparato come si deve dal nostro ineguagliabile anfitrione, ecco l'insalata di porcini crudi, solide lamelle delicate affastellate e appena asperse da un filo di olio, un nulla di limone, mulinello di pepe e un sentore di aglio, una deliziosa croccantezza sotto i denti, mentre il sapore e il bouquet del bosco ti inondavano la papilla. Subito a seguire taiarìn ai porcini, un sugo bianco e delicato, ma ricchissimo di sensazioni e infine in quantità industriale, una gran padella ricolma di olio a friggere in continuo, regolari e spesse fette di fungo impanate, che si doravano magnificamente prima di venire adagiate su una acconcia superficie assorbente, sì che potessero esse ingurgitate, leggere ed asciutte come si confà ad un fritto di eccellenza. Ragazzi, vi assicuro, una cosa da scoppiare, se ne è mangiata una quantità esagerata. Per disnausiare, come si dice in Piemonte, qualche dolcetto preparato con amore, un semifreddo alle pesche, una crostatina alle albicocche, una torta sorpresa piccante al caprino con le pere in pasta sfoglia, un vassoietto di bignolette piemontesi, che come sapete in questo settore si fanno rispettare e che son così piccine che van giù come niente. Di quel che si è bevuto, non dirò altro per carità di patria, tanto nessuno doveva guidare. Sono dunque orgoglioso di avere dato una mano anche io a chiudere il ciclo del fungo, aiutando con assoluto e impegnato disinteresse a mangiarne una quantità importante, comunque sufficiente, vi assicuro, a non farne rimanere alcuna traccia inquinante.

Una mezza porzione di porcini fritti

SURVIVAL KIT

Per una mappa specifica delle zone di maggiore presenza di porcini della Val Chisone, seguite le indicazioni qui sotto, per lo meno queste sono quelle che mi sono state date e garantite come buone:

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infine seguire per 
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venerdì 26 luglio 2013

Tajarin cun le garitule.

Vi avevo già parlato qui  di questo ristorantino adatto a chi risale la Val Chisone, Ai Cacciatori di Roure, in cui si torna volentieri. Quindi non starò di nuovo a raccontarvi la solita favola del lupo del rapporto qualità prezzo.Volevo invece portare la vostra attenzione su un piatto molto interessante, i tajarìn cun le garìtule, che capita di rado di assaggiare, causa la ormai non facilissima reperibilità di questo delizioso fungo. Il finferlo come si sa è una vera squisitezza per amatori, profumato e delicato al tempo stesso, che il ristoratore medio,  in generale, lesina in quantità a causa del prezzo, che lievita come il pane fatto con le giuste farine. Qui invece ne avrete un bel piattone generoso in cui i deliziosi miceti si mescolano con la fine pasta fatta in casa in proporzioni più che dignitose. Appena colti nel sottobosco dei vicini castagneti, mantengono tutta la loro consistenza e profumo, quindi sconsigliata l'aggiunta di parmigiano che ammazzerebbe il delicato equilibrio  del piatto. Naturalmente li troverete solo per un breve periodo, quando i raccoglitori della zona forniscono il ristorante con quel che hanno trovato la mattina, ma se sarete raccomandati, come me, ve li terranno da parte. Non serve dunque oltre parlare del flan di zucchini e menta alla fonduta, del filetto di trota in carpione o dell'assaggio gentile di un fegato alla veneziana in forma assolutamente delicata, preparato su ordinazione da altri, ma di cui non abbiamo voluto privarci. Né del coniglio alla ligure o del roast beef morbidissimo e neppure dei classici persi pièn di cui vi ho già parlato altrove. Non mancate, se non ha già finito la quantità che produce in casa, il digestivo liquorino all'alloro di un verde mirabile che appaga l'occhio, oltre che la papilla. Niente foto stavolta che ho lasciato a casa la macchina fotografica. Bisognerà ritornare.

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venerdì 16 novembre 2012

Un giorno a Mondovì.

Langa.

Verdure in bagna cauda
Una piccola gemma occhieggia muta ai margini della pianura, punta estrema in cui si consuma la Langa, circondata più in là dalla presenza di montagne vere. Mondovì ti aspetta per offrirti regali diversi, oltre al piacere che ti concederà lasciandosi visitare, come una dama piemontese che ti ammette al suo salotto un po' provinciale, un po' esclusivo. Già l'arrivarci ti riempirà di gioia gli occhi, in una giornata autunnale dove il sole dona colori che solo gli artifizi complessi di Photoshop riescono a ripetere. Le vigne ormai spoglie paion tavolozze dove l'artista ha appena sparso gocce di paste diverse, prima di mescolarle  e decidere quale tinta stendere sulla tela. Verdi, gialli, rossi vivi e primari, si accalcano intorno ai paesi messi a cavalcapoggio sui crinali dolci e continui. Dietro, fa da barriera al pastello del cielo, la catena ormai candida dei picchi alpini. Eccola la cittadina divisa in due dal bosco carico di foglie morenti che si schiude appena passato il fiume, lasciandoti camminare sugli acciottolati che man mano conducono alle vie più nascoste, alle piazzette intime e schive con i loro negozi dalle insegne antiche, dalle facciate dei palazzi che bene ricordano che questa è città dall'importanza passata notevole e che ancora  resiste a non sfiorire. Fai un balzo con la funicolare fino   al quartiere Piazza, rinserrato sul piccolo pianoro alto e subito il Belvedere, con  la sua torre unica, ti sbatte in faccia un visuale mozzafiato di piana e colline che invoglierebbe qualunque condottiero all'insediamento e al possesso di questa terra, figuriamoci ai turisti nordeuropei adusi ai vantaggi che concede lo spread

Agnolotti al Castelmagno 
Cinghiale.
Le facciate attorno all'Agorà centrale digradante, raccontano di ricchezza antica e di stratificazioni successive; le chiese ti parlano di una comunità grande e vigorosa e quando sali le scalette anguste della vecchia casa che fu il ghetto degli ebrei monregalesi, arrivi alla piccola e nascosta Sinagoga che solo l'ultimo tetto separa dal cielo, con i suoi antichi banchi di legno e gli spazi angusti se pur sufficienti a quella piccola comunità ormai scomparsa, così lontana dalla ricchezza e fasto di quella di Casale o di Alessandria, anche se più accogliente all'apparenza, di quella quasi spoglia di Cherasco, un poco ti stringono il cuore. Quasi ti spiace scendere in basso, ma al nutrimento della mente e degli occhi, bisogna unire quello indispensabile del corpo, che l'uno senza l'altro male si compiono e questa è una terra che sa davvero darti molto anche sotto questo aspetto, oggi più che mai. Dunque se vi capiterà di passare da queste parti, viandanti che necessitano di un boccone in via, potete sostare un poco al Ristorante Tre Limoni d'Oro, proprio sulla piazza Battisti, che vi accoglie dopo il ponte. Questo ristorante appagherà in particolare gli amanti della vera tradizione piemontese a partire dal locale di classico stampo ottocentesco. Quindi come ovvio una serie di antipasti del passato, timballo di trippa, tortino di melanzane e frittatina calda alle erbette, verdure di stagione con bagnacauda gentile e saporosa e battuta di fassone al coltello che piacerà soprattutto a chi la ricorda come piatto del passato, molto ben condita e macerata a lungo in olio, limone, senape, aglio, pepe e sale, quando si amavano i gusti decisi eppure armonici, non per seguaci di una cucina moderna e un po' più fighetta, che la lascia quasi scondita per puntare soprattutto al gusto della carne (scelta assolutamente non disprezzabile ma diversa). 

L'inferno
Per il primo vi consiglio dei sontuosi agnolotti di Castelmagno al tartufo nero, decisamente il piatto top del pranzo, seguiti da un buon civet di cinghiale con polenta fritta, anche questo pensato per i palati decisi dei commercianti di bestiame che concludevano qui la loro mattinata di lavoro. In alternativa per le signore, rollata di coniglio e verdure decisamente più soft  e di accattivante aspetto. Ovviamente se vi capita non perdete il bollito misto ricco e diversificato come ci si aspetta in questa landa, paradiso dei ghiottoni. Al dolce cullatevi nei più classici bunet, panna cotta e pera al vino. Un pasto dai sapori decisi che richiede un adeguato dolcetto di Dogliani dal corpo ricco e dalle tante sfumature che bene amalgamano questa cucina langarola, con un conto finale al di sotto dei 30 euro, con un rapporto qualità/prezzo decisamente favorevole. Se ce la fate a staccarvi da questa zona di piaceri, sulla strada del ritorno fermatevi un'oretta a Bastia, sulla antica via del sale (forse lastricata di acciughe) per rimanere a bocca aperta appena superata la porticina delle anonime e bianche mura esterne di San Fiorenzo. Una lunga navata completamente ricoperta  di affreschi del quattrocento piemontese dai colori così vivi e dall'incredibile stato di conservazione, che vi assaliranno con le descrizioni puntuali dei supplizi infernali, le gioie del paradiso, teorie di martiri e santi e storie bibliche e medioevali, così ricche di particolari e spunti, da renderle specchio ed epitome impagabile della vita del tempo. Una visita da non mancare che vi concilierà la digestione, facendo trascorrere un po' del tempo necessario a non incorrere nelle procelle dell'etilometro.



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Piccoli piaceri.

martedì 6 novembre 2012

La bagna cauda.


Direi che è ora di lasciare da parte le suggestioni foscoliane degli ultimi giorni che, pur essendo di stagione, inducono ad uno stato d'animo melanconico e poco incline alla compagnia. Nunc est bibendum dicevano i latini, cosa da non disprezzare e da praticare quando possibile. Infatti è pur vero che le brume novembrine sono tutt'uno con sensazioni legate alla morte, tanto che in molti paesi si tenta in ogni modo di esorcizzarla estremizzando alcuni comportamenti, che la globalizzazione ci ha ribaltato pari pari, anche se estranei alla nostra cultura e subito accolti a braccia aperte dalla macchina del consumo, ma lo stesso clima grigio impone altre e ben più gradevoli incombenze e pensieri. Novembre infatti è il mese più idoneo per diversi piatti tradizionali della nostra terra che si impongono per la loro straordinaria unicità e per il loro spessore culinario. Tra tutti eligerei a regina assoluta la bagna cauda (secondo alcune trascrizioni con la o circonflessa al posto della u, che ritengo però pronuncia torinese), la più piemontese delle salse di accompagnamento che si trasforma in piatto unico e completo da tutto pasto. Io vi parlo qui della versione a me gradita, una variante pur tradizionale, ma gentile e non aggressiva, consona anche a stomaci più delicati. Il piatto nasce dal tradizionale consumo delle acciughe salate che è comune a tutto l'habitat che sta alle spalle della Liguria, dove sono arrivate col contrabbando del sale. Infatti per evitare la pesante tassa sul medesimo, si importavano le acciughe conservate sotto enormi quantità di sale. Non volendole poi buttare via, sono diventate parte integrante della cucina piemontese. Veniamo agli ingredienti.

Acciughe salate   1 hg a persona.
Una testa d'aglio ogni 4 persone
Un pacchettino di panna da cucina.
Olio d'oliva extravergine q.b.
Verdure di stagione.
Pane da tagliare a fette.

Piatto dunque di una semplicità francescana, ma che se scevro da errori riesce a dare sensazioni ineguagliabili. Dunque metterete in una terrina sul fuoco le acciughe ben mondate e lavate, ricoprendole di buon olio extravergine. A queste aggiungete gli spicchi di aglio puliti e, a fuoco lentissimo continuate a girare, senza mai raggiungere il bollore, finché l'acciuga si scioglie completamente emulsionandosi appieno con l'olio. Aggiungete la panna mescolando fino a che si sia formata una crema perfetta vellutata e densa. Mettete la terrina in tavola sull'apposito fornellino avendo cura che la fiamma non faccia bollire mai il contenuto della terrina.

I punti fondamentali dell'operazione sono dati dalla necessità che il calore non sia così elevato da dare il senso di troppo cotto o addirittura di bruciato all'acciuga o all'aglio, cosa che renderebbe davvero sgradevole il piatto oltre che indigeribile, essendo già di per sé impegnativo sotto questo punto di vista. La scelta di lasciare gli spicchi interi permette di utilizzarne tutto il profumo senza l'obbligo di mangiarli, cosa che alcuni puristi contestano, volendo imporre questa dura prova al commensale indipendentemente dalle sue preferenze. Anche la panna è aborrita da alcuni, mentre io la trovo invece deliziosamente indispensabile ad ammorbidire il piatto, rendendolo ancor più vellutato e goloso. A questo punto entra in gioco il trionfo delle verdure che devono contemplare tutte le possibili varietà disponibili sul mercato, tagliate in fette o frammenti idonei ad essere immersi di volta in volta nella bagna da cui emergeranno riscaldati e ricoperti dalla grigia e succulenta salsa. Ecco dunque il cavolo bianchissimo e croccante, il finocchio le cui spesse valve crocchieranno sotto i denti come il primo ghiaccio dei torrenti alpini, il cardo gobbo lievemente amarognolo, le spesse valve di peperone Quadrato d'Asti o Corno di bue dai commoventi gialli e rossi così in linea con la stagione. Anche le più tenere gambe di sedano interne, con la loro scanalatura che par studiata apposta raccoglieranno il denso nettare al meglio. Ecco poi le fettine di topinambour dal gusto così caratteristico e venendo alle verdure cotte si apre quindi la strada alle cipolle, alle fettine di patate bollite (preferire quelle a pasta gialla e soda come la Bintje o la Desirée) e agli stessi peperoni al forno. Alcuni prediligono le rape bianche o le biete rosse. 


Tutto deve essere un trionfo di colore per confermare la supremazia della cultura sul grigio che ci circonda. Diciamo che solo il mercato limiterà la vostra scelta. Infine il pane, componente non secondaria della festa, in quanto fornirà almeno il 40% dell'ingurgitato. Deve essere in forme grosse da tagliare a fette e fornito di una certa sua propria croccantezza  per non ammosciare il boccone. La tecnica manducatoria è conosciuta, ma la riassumo ugualmente. Scelto il pezzo di verdura e infilzatolo nella forchetta si rimesta nella terrina centrale comune facendolo emergere ricoperto di sugo, poi, tenendogli sotto la fetta di pane con l'altra mano al fine di non sgocciolare l'olio, lo si porta alla bocca. Ah sapido furore caldo che la riempie di una sinfonia ricca di sapori e gusti forti, anche estremi, ma così ben fusi e amalgamati! Scomparso quasi è il salato, moderato e confuso tra il profumo dell'aglio e la carezza della panna, mentre sotto domina, ma senza prepotenza il gusto dell'acciuga, forse antico ricordo del garum romano, ormai inciso nel nostro antico DNA, mentre il pane fresco scrocchia e unisce, letto fatale ai pronubi ansiosi di consumare questa orgia felice di sapori. Sei pieno zeppo, ma ancora non sai resistere a quella piccola fisca di finocchio che ti guarda ammiccante, a quel gambetto tenero di sedano che par ti dica mangiami, al rosso e ritorto peperone che insiste, non lasciarmi qui soletto. E mangi e mangi ancora, anche se il buon senso ti dice basta, fino a che devi cedere e abbandonarti gonfio e satollo ma felice di tanta povera ricchezza. Ma non dimenticate il vino rosso, obbligatorio anche per l'astemio, per questo piatto supremo. Deve essere, a mio parere,  di buona gradazione, ben strutturato e di corpo consistente, senza troppi spigoli per un piatto già di per sé aggressivo. Io mi sono concesso un Cote de Luberon 2007 di 14,5 gradi, di un domaine di notevole qualità. Una tantum alla faccia di chi mi vuol male.


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lunedì 15 ottobre 2012

Piccoli piaceri.


 

Volete un posto dove condurre la fanciulla dei vostri sogni che stenta a cedere e stupirla con effetti speciali e che contemporaneamente non vi spiumi, ma abbia ancora un costo ragionevole, anche se proporzionato a quanto vi offre? Non dite che non sono un amico, ma questa segnalazione è d'obbligo. Segnate dunque e andate a vedervi il sito, elegante almeno quanto troverete in questo bel ristorantino a due passi dalla nebbiosa Alessandria. Ristorante Donatella - Via Umberto I 1 - Oviglio (AL) - 0131.776907. Lo stile e l'eleganza, non sono contorno secondario, quando la cucina vuole essere anche un piacere e quindi, una tantum, concedetevi un piccolo lusso che vi aiuterà a stare un po' meglio, se siete un poco intristiti. Verrete accolti in una sala ben arredata nella pace di una casa che affaccia sulla piazzetta al centro del paese. 

Solo pochi tavoli ben spaziati per non essere infastiditi dai vicini, elegantemente apparecchiati per offrire su grandi piatti una serie di squisitezze in cui, anche la curata presentazione fa parte della soddisfazione finale. Intanto, assieme ad un vassoio di molte varietà di pane fatto in casa da sbocconcellare nell'attesa,  aprirete le danze con una croccante triglietta impanata su salsa di porro delicatissima, gentilmente offerta come pre-antipasto. Poi, io ho avuto un trionfale uovo poché con fonduta di Roccaverano e porcini. Che delizia quando la forchetta affonda la bianca superficie e il rosso sembra scoppiar fuori effondendosi sulla sapida crema avvolta dal profumo di sottobosco! Un'emozione, che chi vi accompagna, apprezzerà sicuramente predisponendolo/a a pensieri positivi verso di voi. 

Al primo non ho voluto staccarmi dalla tradizione del tipico agnolotto alessandrino ai tre stufati, armonioso e completo connubio di  sapori (lasciando con dispiacere le tagliatelle ai porcini, come la stagione avrebbe consigliato). Per il secondo mi sono fatto tentare dalla assoluta morbidezza dello stinco di fassone piemontese, in teneri blocchetti che si scioglievano al contatto col palato ingordo che a fatica poteva trattenerli un poco per assaporarne il gusto pieno e senza asperità. Chi era con me ha optato per  una succulenta pancetta di maialino da latte dalla pelle croccantissima e golosa accompagnata da una giusta purée di mele e confettura di cipolla di Tropea. Un calice di un'ottima barbera in omaggio a questa terra, non ci è stata male. 

Come resistere poi al trionfo dei dolci la cui sola presentazione vale l'ordinazione. Scelta difficile tra il semifreddo al cioccolato con rum e vaniglia o tra una bavarese ai marroni con crema di caki a cui ho ceduto definitivamente. Abbiamo invece dovuto abbandonare sul campo con dispiacere il cannolo ripieno al gianduia e mascarpone o i molti gelati fatti in casa che invitano al ritorno, magari per provare l'interessante menù di mare. Anche il vassoio finale di piccola pasticceria si distacca dalla consuetudine, accompagnando ai mini dolcetti, bicchierini di crema al frutto della passione, palline di sorbetto alla menta con l'anice e altre squisitezze che vi faranno chiudere in bellezza la giornata. Suvvia uno strappo si può fare, soprattutto se volete festeggiare qualcosa di importante a cui tenete molto. La stella Michelin che Donatella può vantare da qualche anno, non conterà molto, ma vorrà pure dire qualcosa.




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domenica 5 agosto 2012

Agnolotti al barbera!


Un post di servizio, perché quando ce vo' ce vo'. Dunque se state risalendo le valli olimpiche ormai dimenticate, con gli impianti desolantemente e colpevolmente in rovina nel disinteresse generale a partire dai trampolini di Pragelato, dopo aver superato Perosa, mentre state affrontando la strada verso Sestriere, assai prima di avvistare la grande muraglia piemontese del forte di Fenestrelle, arriverete a Castel del Bosco, frazioncina ai lati della strada poco prima di Roure. Alla vostra sinistra un piccolo pergolato preceduto da un comodo parcheggio, al centro del paese, vi inviterà alla sosta a questo ristorante Ai Cacciatori (C. del Bosco 41/43 Roure -TO - tel. 0121-809841), che vi darà una certa soddisfazione, con un rapporto qualità/prezzo di tutto rispetto. Che poi intendiamoci è quello che conta, perché son tutti capaci di stupirvi con effetti speciali a 150 euro a coperto. 

Qui invece, se la stagione lo consente, seduti nello spazio esterno, sarete coccolati da un menù della tradizione piemontese, non disgiunto da una notevole cura nella presentazione. Ecco dunque i classici antipasti, i salumi, le acciughe "barice" in un mordente bagnetto verde su crostone ben tostato, il battuto di carne cruda di piemontese, il ricco e morbidissimo vitello tonnato, il delicato flan ricoperto di fonduta. Ampia scelta di primi con i porcini che la fan da padrone nei sughi delle tagliatelle, gnocchi alla bava succulenti, ma soprattutto non mi perderei, anzi ve la impongo assolutamente, la scodellona di agnolottini del plin alla toma, che il calore del piatto scioglie in delicate gocce di piacere, irrorati da un generoso barbera, piatto molto tradizionale ma decisamente imperdibile. 

A seguire, abbondanti porzioni di coniglio o bocconi sapidi di cinghiale nella spessa salsa scura o la classica tagliata di sottofiletto, che la carne è una delle forze del Piemonte. Non fatevi mancare un dolcino scelto tra bunet e panna cotta o meglio ancora dei formidabili "persi pién", le due grandi valve di pesche gialle ripiene di un impasto di cioccolata e amaretti sbriciolati che il calore del forno amalgama in maniera mirabile a deliziare le vostre ormai esauste papille. Un buon bicchiere di vino a prezzi onesti (tanto per gradire un grignolino Prunotto a 14 euro) e prima farvi portare un conto attorno ai 30 euro (ma anche meno), non perdetevi la cortese offerta di un liquorino all'alloro fatto in casa, assolutamente squisito, ma solo per i clienti più simpatici (dite che vi mando io). 






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domenica 11 dicembre 2011

Civet di coniglio.

Il problema è trovare una via d'uscita. Il problema è che magari tutti sanno qual è, ma è una strada difficile e impopolare di cui nessuno vuole assumersi la paternità. Allora si gira attorno al problema, con scuse e bizantinismi, tanto è facile trovarle e l'arte dialettica insegna a scovarne mille, tutte valide sulla carta e tutte utili a mettere sabbia nell'ingranaggio. Ma la via d'uscita va trovata comunque se non si vuole morire prigionieri di una gabbia costruita nel tempo. Ecco perché sono giorni che il coniglio nano di mia figlia gratta disperatamente un angolo del fondo della sua gabbietta di plastica.

Continuo a dargli carote, bucce di mela e anche croccantini che hanno un aspetto davvero invitante, eppure niente, lui, anzi lei, perché è una femmina, testa in basso e chiappette in alto (che non è comunque una bella posizione), gratta disperata il fondo di plastica spessa e praticamente indistruttibile, nel tentativo, credo e spero assolutamente vano, di aprire un varco, formare un tunnel che la porti alla salvezza e alla libertà. Non vorrei trovarmela una mattina in giro per la casa a mangiare fili elettrici, come peraltro ha già fatto. L'ho anche minacciata di mangiarla a Natale, mostrandole la teglia in cui entrerebbe di misura, ma lei sa di essere magrolina e niente affatto invitante sotto questo aspetto, anche se opportunamente marinata e cosparsa di olive taggiasche, e prosegue in questa opera indefessa, forse inutile e in cui profonde tutte le sue energie forse altrimenti utilizzabili. Oltretutto agitandosi nello sforzo, mi butta fuori della gabbia una quantità costante di segatura impregnata dei suoi micidiali residui corporei. Forse vuol farmi capire che se bisogna stare nella merda deve essere un mal comune. Quando si agitano gli schiavi, si alza sempre un po' di polvere, ma basta aspettare e poi tutto si posa, un colpo di scopa e torna tutto come prima.


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martedì 6 dicembre 2011

Non si vive di solo pane 2

A chi non piace stare con gli amici, preferibilmente con le gambe sotto il tavolo? A me particolarmente (specie la parte delle gambe, diranno i soliti maligni). E' la piacevolezza dell'atmosfera, il buonumore che si crea con la chiacchiera, il piacere di indulgere in confidenze, battute e progetti comuni, rinvangare ricordi e cose piacevole, anche se spesso sono ripetitive, e che importa, te le godi ancor di più. Certamente anche la tavola aiuta, vuoi mica stare lì a chiacchierare a becco asciutto, che poi ti viene la gola secca e non sai più cosa dire e uno comincia con: "Devo andare che si è fatto tardi" e in un attimo se ne van via tutti e tu rimani come un babbaleo con i bicchieri sporchi da mettere in lavastoviglie. Invece cibi sapientemente dosati e un congruo mix di bevande, prolungano il momento e alla gente dispiace andar via, lasciare la compagnia, così sui due piedi. Quindi bisogna approntare qualcosa che aiuti, diciamo così, che sia prodromico al buon stare assieme, che funga da catalizzatore. L'amica Annalena mi ha insegnato che un buon menù deve essere ben equilibrato, vario per dare luogo anche a qualche chiacchiera gastronomica e ad attizzare curiosità, meglio ancora se ha un fondo tematico. Così, con la mano d'opera delle Tiziana (nel senso che io ho pensato alla denominazione delle portate e lei a tutto il resto) ho approntato questo menù che definirei:  Menù Natalizio Multiculturale del Sesquicentenario, perchè per il ritrovo prenatalizio degli amici bisognerà pur ricordare l'anno in corso e fare un cenno alla necessità di apertura che metta finalmente nell'angolo che si sono scelti, i ditomedisti del momento. 

Partiamo dunque dall'aperitivo che deve ricordare i colori della nostra bandiera, ça va sans dire. Tre scelte quindi si impongono a diversi tassi alcoolici:
Verde fresco alla mela/kiwi renforcé  (1/3 kiwi frullati ben maturi-1/3 succo di mela verde - 1/3 vodka)
Bianco di pesca cremant (1/2 succo di pesca bianca - 1/2 spumante brut)
Rosso vedetta lombarda tropicalizzata (1/2 bitter rosso - 1/2 succo di ananas )


A coté, per aprire lo stomaco si è proposto in sequenza di mordente, con un trittico di pani maison (bianco, nero ai cereali, giallo alla curcuma, che è una mano santa per l'Alzheimer):
Baci salati-Oh quanto sa di sale... (Fare le valve dei baci di dama con mandorle, parmigiano e sale al posto dello zucchero ed eccedere col burro, mi raccomando, quindi riempire con mousse di formaggio morbido, meglio crème de brie)
Bianca e nera a chicchi sparsi (Stendere uno strato di robiola su una base secca tipo craker e aggiungere un acino d'uva bianca e nera tagliato)
Bigné nordisti e siciliani lombardizzati ripieni di balzero mediterraneo (Riempite bigné e piccoli cannoli siciliani di una crema al tonno e robiola)
Piccantini dimagriti dalla manovra (riempire peperoncini ciliegina, dopo averli ben svuotati, di acciughe, capperi, olive e poco tonno)
Ballottine multirazziali del berger ( su quadretti di pan carré appena tostato deporre una pallina di un impasto di gorgonzola e formaggio cremoso, rotolata, qualcuna in semi di papavero, qualcuna in erba cipollina tritata, qualcuna in noci tritate, qualcuna in paprika, poca mi raccomando)
Hummus della concordia libano/israeliano (scegliete una delle tante ricette sul web, tanto è facilissimo da fare e viene sempre bene)
Clandestini messicani in salsa piccante (banale sacchetto di nachos con salsa rossa messicana standard, io ho aggiunto un po' di tabasco)
Per mandare giù ho proposto uno champagne Guillome.

Sedati i primi morsi della fame, ho dato un po' di spazio a un antipasto d'effetto, appena messo agli atti:
Salade senegalaise mare e agrumi (code di gambero appena sbollentate con spicchi spezzati e ben ripuliti della pelle, di pompelmo rosa e pomelo (citrus maxima); per la salsa di condimento: olio, sale, pepe, un bel cucchiaio di senape di Dijon, schizzo di lime, abbondante (almeno il 40% della massa) cipolla tritata finissima, quasi una pappetta) a cui ho abbinato un sapido Sauvignon Pittaro 2008.

E' quindi l'ora degli antipasti caldi con il seguente trittico in appoggio politico al governo:
Falso strudel della lega svizzera del gruyère (fa balà i rat); (al gruyère, carciofini e prosciutto cotto)
Falsa crostata mediterranea (torta salata in pasta brisé con melanzane, pasta di melanzane, origano, parmigiano, yogourth e pomodorini)
Falsa quiche autroungarica (porri, ricotta e speck) 
Per oliare ho servito un Lussac Saint Emilion 2007

Poi per un'idea di primo:
Tunisino vegetariano della sponda sud (un couscous in bicchierini con verdure miste)
Per disnausiare come si dice in Piemonte e dare un attimo di tregua:
Gelido di mela (sorbetto alla mela verde e spumante brut)

Infine un secondo più corposo come piatto forte:
Civet di grand cocou del sole delle alpi con polenta non OGM (mi scuso ma non sono riuscito a trovarla OGM, speriamo non ci fossero troppe aflatossine) (Un Civet di cervo al nebbiolo dalla lunghissima e lenta cottura, in piccoli bocconcini da adagiare su un letto di fettine di polenta fritta). Imperativo un Nobile di Montepulciano 2003.

Per pulire la bocca:
Misto di caribici ubriachi (ananas e banana al gin)

Dulcis in fundo un trittico di semifreddi pour gouter:
La smarronata (ai marrons glacés)
Menare il torrone  (al torrone Sebaste con cuore di cioccolata calda)
Double chocolat (al cioccolato amaro e al latte al 50% tipo bavarese semifredda)
Qui è andato il residuato di champagne e la compagnia ha rifiutato sdegnata il Moscato Rosa Pittaro 2008 che pur avevo predisposto con tanto amore.
Per tener le bocche impegnate e non parlare tutti assieme:
Petit chocolaterie maison (tartufini e altre varianti cioccolatose con datteri e marzapane, preparati dalle sapienti mani di Tiziana)

A disposizione:
Centroamericano caldo e robusto (io propendo per Illy) e
Spiriti liberi (tra cui il nostro classico genepy maison)

Però l'ingrediente magico che ha davvero insaporito il tutto è stato il calore ineguagliabile degli amici, se non li avete come i nostri, mi spiace ma non il pranzo non verrà così bene. Comunque stamattina sono andato a fare l'analisi del sangue. Vi terrò informati. 




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domenica 9 ottobre 2011

Una bella giornata.

Colline del Monferrato

La chiesa cimiteriale di Bagnasco di Montafia.
Che giornate magnifiche ci regala questo autunno finalmente conclamato. Il vento che ha pulito l'aria, il sole ancora splendente, l'aria finalmente frizzante ed i colori così belli del ciclo della natura che vuole finalmente riposare. Un'occasione per godere di qualche chicca che ognuno di noi ha a due passi da casa e di cui rimanda sempre la vista, perché tanto è lì a portata di mano. Se poi tutto si accompagna ad un paesaggio così accattivante come quello del Monferrato, tutto è ancora più pieno e soddisfacente. Le auto sfilano adagio sull'ottovolante che corre tra i crinali delle colline ed i fondovalle dove sui prati ancora verdi è rimasta la prima brina ad impreziosirli. Così seminascosto dalle curve e ancora coperto dalla sagoma degli avvallamenti, il piccolissimo cimitero di Bagnasco fa da quinta alla chiesetta cimiteriale, un gioiellino del decimo secolo, assolutamente ignorato, minuscola, ma inconfondibile nella sua facciata romanica seminascosta tra le lapidi.


Esterno di S. Secondo a Cortazzone.
 All'interno le tre piccole navate oscure e gelide ti conducono fino alla piccola abside a scoprire le evanescenze degli antichi affreschi, illuminati dalle lame di luce che il sole, appena uscito tra i colli, fa penetrare dalle strette monofore. Un senso di antico e di silente in questo luogo così appartato. E subito dopo, scavallando pochi crinali, tra le vigne curate ed i boschi di nocciolo, su una piccola altura, ecco, isolata, la sagoma bassa di S. Secondo a Cortazzone. Sulle sue pareti segnali misteriosi da leggere con cura e da interpretare, che parlano di una religiosità, quella attorno all'anno mille, in fondo poco conosciuta e ricca di simboli strani, che richiamano alla natura, alla procreazione, alla commistione forte e sincretica, in quella cultura così periferica e popolaresca, da mescolare i segni della fede a quelli della vita di ogni giorno, così bene rappresentati, forse dal sentire dell'epoca, forse dalla fantasia e chi sa, dallo sberleffo dei mastri artigiani incaricati della costruzione. 

SS. Nazario e Celso.
Dunque ecco nei posti più nascosti ed impensati, far capolino animali di fantasia, seni femminili o altri riferimenti ad una sessualità più specifica, non tanto a magnificare l'istinto, ma forse a sottolineare il suo posto naturale nello svolgersi della vita; e ancora  fiori e tratti geometrici di grande eleganza, impensati in questo teatro così periferico dell' arte italiana. Ogni particolare da osservare con cura, da interpretare per quanto possibile, da scoprire con attenzione come il delizioso saltimbanco senza mutande nascosto in un archetto absidale. Anche l'interno severo è una continua sorpresa nella ricchezza fantasiosa dei suoi capitelli così ricchi di figure. Un inno continuo alla irregolarità ed alla asimmetria voluta e significante. Una chiesa che piacerebbe di certo a Dan Brown e su cui si potrebbe ricamare parecchio. Ancora pochi chilometri e, isolata sulla cima di un poggio a dominare un panorama emozionante, ecco SS. Nazario e Celso. Par fatto apposta questo altro gioiello romanico col suo campanile sproporzionatamente grande e le campiture bianche e rosse, in arenaria e laterizio, così in sintonia con l'ordine dei campi arati e perfettamente pettinati a righe precise che lo circondano.  

Il graffito del prevosto a Casorzo.
L'eleganza delle scansioni, seminascoste tra le fitte piante che la avvolgono in un abbraccio protettivo, splendono comunque sotto le carezze della luce ormai forte e la sfilata dei piccoli paesi che dominano ogni colle che avvolgono questo belvedere privilegiato, sono davvero un piacere della vista e ti invogliano ad avvicinarne qualcuno per penetrarlo nei segreti più intimi del suoi agglomerati di case addossate. Il piccolo centro storico di Moncalvo è l'occasione dunque per una passeggiata, dopo aver potuto apprezzare la collezione dei numerosi dipinti del Caccia detto appunto il Moncalvo all'interno della Cattedrale. Ma, mentre la luce del tardo pomeriggio comincia a colorare le vigne che dipingono il paesaggio tra Vignale, Montemagno e Rosignano, ecco un'ultima chicca preparata sulle pareti esterne della Madonna delle Grazie a Casorzo, un vero e proprio archivio di graffiti, curiosi ma ufficiali che evidenziano gli avvenimenti più importanti degli ultimi tre secoli. Evidentemente era abitudine segnalare in questo modo, una epidemia del bestiame, una nevicata epocale e fuori stagione, l'assedio di Torino oppure semplicemente il fatto che il prevosto fosse scappato senza lasciare traccia nell'agosto del 1899. 

Funghi trifolati.
Naturalmente tutto questo piacere è anche fatica e le fatiche vanno in qualche modo ritemprate per poterle sopportare, così vi segnalerei, come assolutamente da non perdere La Locanda dell'Angelo, a Scandeluzza di Montiglio, dove in un ambiente elegante ho potuto gustare: una insalatina al manzo affumicato, sfogliatine calde al radicchio e provola, flan al profumo di bagna cauda, risotto alle ortiche con crema di champagne, tagliatelle al ragù, filetto di maiale al forno, gran brasato al cioccolato fondente (qui vi suggerirei di misurare la quantità della salsa, al fine di non farla prevalere sulla sapidità della carne) per finire con i più classici bunet e panna cotta. I 25 euro del conto vi parranno piuttosto sottovalutativi del bagordo effettuato, soprattutto se avrete come me un tantino ecceduto nella eccellente barbera d'Asti di Braida. La foto a lato riguarda la cappella di porcino ricoperta di funghetto a cui ha dovuto sottostare l'amico al mio fianco. Siamo nati per soffrire. Se poi la giornata è condita dal piacere della compagnia degli amici e dalla competenza di una accompagnatrice puntuale e rigorosa nell'illustrazione di ogni particolare (date un'occhiata al suo sito se avete bisogno), davvero potrete dire che ne valeva la pena.


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