mercoledì 23 settembre 2009

Rosso betel.

Qui da noi ci si va a prendere un caffè. Così, per socializzare, per fare una pausa, per interrompere per un poco la tensione quotidiana, non per niente si parla di bevanda euforizzante. In India di caffè se ne beve poco, anche se a Mumbai c'è un negozietto a Colaba, che vende una miscela, a suo dire, la migliore dell'India. Però il bisogno rimane. Come una sera di qualche anno fa, mentre il monsone scemava di intensità e il cielo cominciava ad arrossarsi, tra le nuvole ancora grigio piombo, anche se meno cariche di pioggia. Si tornava in città da Surat, zona incentivata, dove sorgevano parecchie fabbriche che avevamo visto in relazione ad una fornitura di una linea per fare tappi. Il proprietario aveva attaccato un pippozzo su come erano alte le tasse, sulla difficoltà di avere buone maestranze e sul fatto che un sacco di farabutti aspettavano che le operaie uscissero la sera per tornare a casa in campagna per violentarsele e quindi molte famiglie non volevano più mandarle a lavorare (non bisogna pensare che tutti gli indiani siano come Ghandi). Così chiacchierando arriviamo ad un grande incrocio con parecchie baracche, banchetti di street food, un mercatino notturno. Da noi si sarebbe detto "dai prendiamoci un caffè". Scendiamo e il gruppetto si dirige verso un baraccotto con un tizio patibolare in attesa in camicia viola. L'ordinazione richiede un certo tempo, deve essere come da noi, chi lo vuole macchiato, chi con latte freddo o latte caldo ma ristretto, americano o al vetro, insomma tutte le varianti che fanno impazzire gli stranieri. Il tizio allora comincia a confezionare i pan; prende da un bacile una bella foglia verde, fresca e turgida, la netta con le dita, poi la dispone piatta sulla mano aperta, la spennella con un liquido di cui ha versato alcune gocce sulla superficie tesa, ci spalma con una apposita palettina una pasta morbida di caolino, poi vi depone qualche seme della noce di palma betel, piccoli e rossi come quelli del melograno, spolvera ancora con qualche spezia a seconda delle richieste specifiche (ecco le mille varianti), quindi ripiega i bordi della foglia a fornare un pacchettino di piccole dimensioni che consegna con deferenza al cliente che lo soppesa un attimo e sembra dire "Se non è buono non vengo più in questo bar" tra i dinieghi sdegnati del barista e se lo mette in bocca cominciando a masticare. I clienti vengono serviti a turno, quindi si continua a chiacchierare rilassati mentre il cavo della bocca si colora di rosso vivo che un poco fuoriesce dalle labbra. Il problema che il caffè va subito giù, mentre il pan si mastica per parecchio tempo e produce anche un sacco di salivazione rosso sangue, così di tanto in tanto, partono degli sputazzi generosi che ricoprono gli spazi antistanti di chiazze vermiglie che solo il monsone porta via col tempo. In fondo basta fare attenzione a non farsi centrare mentre si cammina per la strada, perchè anche gli schizzi macchiano parecchio. E comunque un caffè non si nega a nessuno.

1 commento:

astrofiammante ha detto...

fa un po' schifo però ehh, beaaati monsoni!!^_____^

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