martedì 14 gennaio 2014

Giuseppino in Africa



Gli allievi del 120° corso dell'Accademia militare e della scuola di applicazione di artiglieria e Genio "Pronti al cimento", saranno di certo stati preparati e decisi a battersi, come recita il motto dell'anno di corso, ma proprio fessi non erano e quindi anche se il 1942, non aveva ancora rivelato con chiarezza quale sarebbe stato l'esito della guerra, certamente avevano compreso che il conflitto, anche dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti da pochi mesi, sarebbe stato tutt'altro che una passeggiata. Erano i finiti i tempi dei tromboneggiamenti, degli spezzamenti delle reni alla Grecia e le altre esibizioni di regime, la guerra si stava rivelando per quello che era, una terrificante e lunga carneficina il cui esito era paurosamente in bilico. Ecco perché, come ho detto ieri, i neoufficiali pronti per essere mandati al fronte, cercavano di valutare bene dove fosse preferibile finire. Quasi tutti scelsero il fronte russo, che appariva sulla carta più debole, dove i tedeschi sembravano avanzare senza problemi nel sud verso il Caucaso, anche se l'Operazione Barbarossa era già fallita miseramente, con l'appena costituita 8° armata ARMIR che stava partendo verso il Don. Quantomeno si pensava, se le cose vanno male, saremo sempre sulla terraferma e si tornerà a casa in treno o al limite a piedi. Il nostro Giuseppino invece scelse l'Africa. Intanto neve e freddo gli erano sempre state di traverso e poi Rommel stava mietendo successi e aveva ricacciato in Egitto gli Inglesi. Ma nell'autunno del '42 la guerra subisce un rivolgimento di fronte e dopo la disfatta ad El Alamein, comincia una ritirata che attraversa tutto il Nord Africa. 

Giuseppino ci arrivò proprio in tempo. Deve essere stata una stagione davvero difficile. Lui non ne parlava affatto volentieri, come di solito fanno i reduci di tutte le guerre, magnificando fatti ed avvenimenti a cui hanno partecipato. Mesi di pericoli e di fatiche. Solo qualche volta, sollecitato, raccontava di giornate di trincea sotto continui bombardamenti. Notti insonni a controbattere le cannonate nemiche con altri cannoneggiamenti continui. Tre giorni senza dormire e poi crollare seduto appoggiato ai sacchi di sabbia che circondavano la batteria e risvegliarsi qualche ora dopo, perché un colpo aveva portato via di netto il sacco su cui si era buttato. Neanche un graffio. -Non era la mia ora- Certamente, neanche quell'altra volta, quando un altro proiettile di artiglieria, mentre alzava le braccia al cielo per segnalare una posizione, gli squarciò di netto la sahariana con le tasche imbottite di bombe a mano che caddero a terra senza esplodere. Forse dopo queste cose diventi più fatalista. A poco a poco la ritirata percorse tutta la Libia, abbandonata definitivamente nel gennaio 1943. Chissenefrega proclamavano i comandanti, tanto è solo uno scatolone di sabbia senza nulla che valga qualche cosa. Mio padre c'era stato quasi dieci anni prima per quasi due anni, unica sua uscita dall'Italia in tutta la vita, ma allora c'era tutta la prosopopea dell'Impero e i soldati stavano lì in posa da conquistatori, come si vede dalla foto, in sahariana e casco coloniale (di cartone perché l'autarchia imponeva certi aggiustamenti, accanto all'italo orbace). Anche a lui però era sembrato che oltre a datteri e dromedari non ci fosse altro, neanche le faccette nere della canzone per la verità erano poi così appetibili. 

1935? - Mio padre in Cirenaica
Ma nel '43 l'aria era molto diversa. Gli alleati erano sbarcati in Marocco e i fronti erano diventati due. Durante tutto l'inverno fu un susseguirsi di battaglie sanguinosissime e la Tunisia fu il teatro predominante, mentre la tenaglia degli alleati si stringeva sempre di più. A marzo anche Rommel abbandonò l'Africa mentre le poche decimante truppe rimaste si ritiravano quasi al confine algerino. Giuseppino si trovò in quel maggio terribile con il suo gruppo a ripiegare dietro il Chot el Jerid, il grande lago salato nel sud tunisino. Sembrava una postazione sicura, le guide locali avevano assicurato che il lago non si poteva attraversare. Una barriera larga quasi ottanta chilometri. C'era di che stare tranquilli per qualche giorno. La mattina dopo i carri armati alleati erano lì davanti che cannoneggiavano. In quella stagione l'acqua del lago è alta pochi centimetri e una pista sicura lo attraversa tutto. Dopo un ultimo furioso combattimento attorno a Mazzel si arresero l'11 maggio. Il 13 il comando alleato si arrese senza condizioni dopo la sconfitta di Enfidaville. I prigionieri furono avviati in Marocco per la loro definitiva dislocazione. Per Giuseppino e gli altri superstiti, la guerra era finita. Tanti anni dopo alla fine degli anni '70, l'ho attraversato anch'io il Chot, con una piccola utilitaria, un paio d'ore a fendere le acque che si aprono davanti a te come fosse la prua di un motoscafo. Ti fidi che l'acqua sia sempre profonda pochi centimetri e segui le balises che la segnalano. In fondo, lontano, nel tremolio del calore che rende l'orizzonte difficile da interpretare, dopo l'infinito specchio bianco di sale, qualche bassa altura, dove forse Giuseppino e i suoi stavano là tranquilli ad aspettare i carri che non sarebbero mai dovuti arrivare.

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