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lunedì 22 dicembre 2014

I villaggi Chin



Lavori di aratura lungo il fiume 




Ragazze al bagno
Se lo stato di Rakhine è davvero poco frequentato dal turismo regolare e si incrociano soltanto pochi viaggiatori fai da te, il confinante stato Chin, è ancora più isolato. Fino allo scorso anno ne era addirittura vietato l'accesso, se non attraverso la richiesta di permessi speciali che la burocrazia governativa rendeva di fatto non ottenibili. Ora pare che tutto sia libero e nulla è più soggetto a particolari restrizioni, qualcuno ha capito alla fine che turismo vuol dire grano per tutti e quindi la nuova proposta è: basta che paghi. Il baracchino che deve fare la ventina di chilometri per andare fino alla riva del fiume Lemro è puntualissimo e alle 7 in punto è già lì fuori dell'albergo che aspetta. Il tipo alla guida, essendo il mezzo abbastanza nuovo, sembra avere una sola preoccupazione, quella di non distruggere le balestre messe a dura prova dalle colossali buche che si aprono su quello che rimane dell'asfalto della strada. Forse è quello il motivo per cui bisogna partire presto. Ogni tanto devi fermarti e uscire dalla carreggiata e procedere su di un ondulato percorso parallelo, sollevando nuvole di polvere gialla. La via è occupata da mucchi di pietre che gruppi di ragazze dal volto coperto, raccolgono in ceste di vimini, facendone mucchi più piccoli, dove altre donne le spaccano una ad una fino a renderle minuta ghiaietta. Più avanti, in un gran pentolone sopra un fuoco di legna, sta bollendo il bitume. Uomini magri con braghette e camicie sdrucite lo prendono sciolto in pentolini più piccoli e vanno a spargerlo con scope di saggina sul pietrisco che un minuscolo schiacciasassi, l'unico mezzo meccanico visibile, ha malamente livellato.

Ragazza Chin 
Dopo pochi metri riprende il purgatorio delle buche. Nei campi è un'andirivieni di gente che falcia, stende covoni a seccare o li sbatte a terra ritmicamente per sgranare il risone, prima di ammucchiarlo e spargerlo al sole sulla strada. Le donne sono velate e gli uomini magri e macilenti. Quasi tutti ostentano una barbetta spelacchiata su una pelle scura e rugosa. Sono mussulmani bengalesi, dice con una velatura appena percettibile di disprezzo, chi ci accompagna, vivono isolati nei loro villaggi, i contatti tra le comunità sono pochi, ma assolutamente pacifici, ci assicura, tranne un paio di anni fa quando c'è stata un po' di tensione, ma li abbiamo subito messi al loro posto e sogghigna il mite buddhista, sgranando il suo rosario da polso. Adesso non ci sono problemi. E' curioso il mondo e la facilità con cui si passa da emarginato ad emarginante e da torturato a torturatore, è spesso confine labile che si oltrepassa solo con un piccolo passo, quasi inavvertibile. Ma il fiume è vicino. L'imbarcadero son quattro assi mal messe dopo montagne di pietre che vengono scaricate qui dopo essere state pescate ad una ad una a forza di braccia nel fiume. Una barchetta ci aspetta per risalire la corrente.E' uno dei tanti fiumi che scivolano verso sud dai monti dello stato Chin, dopo essersi precipitati in forre e dirupi, scavando valli profonde e che trovano finalmente, qui nella pianura tra le basse colline, la pace di una lenta corrente che li porterà fino al mare.

Donna Chin
Le rive intorno sono di terra gialla fine, fertile ed umido materiale alluvionale. Sui bordi digradanti nell'acqua vedi gruppi di capanne isolate e intorno campi dove pariglie di magri buoi bianchi titano aratri di legno per dissodare questo terreno tenero. Più in là già vedi spuntare i fili verdi di campi di cipolle o già ben formate schiere di verdi cavoli, con file di donne che sarchiano con foga, a colpi di zappa sotto i cappelli a cono. Incroci barche di pescatori che procedono lente raccogliendo le reti, mentre sulle rive, ragazze giovani si immergono vestite per la toeletta mattutina ed i bambini sguazzano nudi lanciando grida e saluti al tuo passare. Risalire il fiume con le sua acque a volte gialle, a volte verde pallido, è come guardare un film della vita di campagna che scorre, sempre uguale da millenni. Il tempo è fermo, appare assolutamente statico secondo i tuoi parametri, senza rumori forti, sciabordii, qualche grido lontano, l'acqua che scivola via piano. I contadini hanno i ritmi antichi e lenti dell'autosufficienza. Dopo qualche ora i primi villaggi Chin compaiono negli anfratti laterali della riva. Il fiume qui si è ristretto un po', forse abbiamo preso un affluente laterale che risale una lunga valle affiancata da colline coperte di boschi fitti. Scendiamo sulla riva e risalendo la ripa lungo un sentiero che evidentemente le piene del fiume rimodellano ogni anno, incrociamo ragazze che scendono a riva con fasci di canna da zucchero in precario equilibrio sulla testa. La necessità del trasporto rende il camminare in questo modo, elegante e apparentemente facile, bello da vedere.

Donna Chin
Le prime case del villaggio cominciano poco più in su. A prima vista non sono molto dissimili da quelle del vicino Rakhine. Fatte di stuoie e bambù su palafitte, sono costituite generalmente da una grande stanza comune, con qualche spazio separato da stuoie per dare privacy ai genitori e ricoperte di un tetto di foglie di palma. I cortili sono recintati da graticci più o meno fitti con la cucina e le relative stoviglie in un angolo e gli animali che razzolano liberi qua e là. Qualcuno in un angolo scoperto tra gli alberi, espone un pannello solare. Lo smartphone bisogna pure ricaricarlo ogni tanto. Sotto la palafitta alta un paio di metri, al riparo, quasi ogni capanna ha un telaio per tessere larghe strisce di stoffa dai colori smaglianti. Donne e uomini sono quasi tutti a lavorare nei campi e tra le capanne rimangono solo donne anziane e bambini. Un gruppetto di tre nonne è fermo in un cortile, sono sedute a chiacchierare su una panca di legno. Non si sono messe lì a caso, certo, ma le grida dei ragazzini lungo la riva hanno fatto loro capire che qualcuno stava arrivando e si sono subito piazzate in posizione di lavoro. Hanno orecchie ornate di fiori o di grandi anelli di legno a dilatare il lobo tagliato da bimbe, ma è il viso soprattutto, che esibiscono con orgoglioso e interessato movimento del collo. Ogni più minuta parte della pelle è ricoperta da una fittissima rete di tatuaggi blu, una tela di ragno che le avvolge anche su palpebre e sopracciglia senza lasciare spazi liberi.

Donna Chin
Ognuna ha il suo particolare disegno, così come le era stato studiato quando, bambina, era  stata sottoposta alle cura della sciamana del suo villaggio d'origine; ma questa abitudine è ormai finita. Da anni ormai le pratiche dei tatuaggi si sono interrotte, le ragazze non vogliono più usare questa forma di ornamento per aumentare la loro bellezza o desiderabilità e anche le donne di mezza età ormai ne sono prive, mentre rimangono bene attente a ricoprirsi le guance con la crema di tanakha, per evitare rughe e abbronzatura. Queste anziane sono dunque le ultime di un'epoca e hanno velocemente capito che questa loro particolarità assolutamente unica, può diventare una fonte insperata per incrementare un poco del loro reddito. Qualche turista comincia ad arrivare, ben contento di pagare una tariffa fissa per mitragliare un po' di foto da portarsi a casa. Non fate i puristi scandalizzati. In fondo questi pochi soldi servono anche per mantenere in piedi la scuola in fondo al villaggio, una capanna di frasche, quattro panche di legno, un paio di lavagne e soprattutto la possibilità di dare un magro, ma comunque necessario stipendio a due insegnanti che arrivano da Mrauk U e alla fine non è poi così poco. Più in su nella valle, un altro villaggio. Qui si sta preparando una festa, tutti sono attorno all'albero secolare che segna il centro del paese. Le donne a preparare cibi, grandi recipienti di thè, due vasconi di riso bollito e tante pentole con sughi di vari colori che continuano a sobbollire.

Nel villaggio Chin
Gli uomini sono accoccolati in fondo al cortile a guardare. I bambini corrono tutto intorno sentendo più degli altri il clima della festa. Le anziane tatuate sono anche loro impegnatissime, chi a badare ai nipoti più piccoli, chi ad aiutare nelle faccende e sono meno disponibili, con le loro retinature blu scuro sul volto, alla sfilata per il fotografo, ma l'atmosfera è molto gioiosa comunque e c'è una gran confusione tutto attorno, anzi direi che così sei meno notato. Altra gente arriva dalle capanne vicine, qualcuno suona dei cembali, i grigi maiali setolosi scappano grufolando sotto le capanne a mettersi al riparo e la festa comincia con la distribuzione del cibo. Una vecchia ride mentre si fuma un gigantesco cheerot, una sorta di sigarone fatto di foglie succedanee del tabacco, in gran voga da queste parti, altre battono ritmicamente i pestelli nei mortai di legno per sminuzzare chili di chilly rosso sangue. Se stai lì vicino subito ti pizzicano gli occhi, tanto è potente. Comminiamo attraverso il villaggio fino al suo bordo estremo, una letamaia che dà su un rivo asciutto che ha scavato una scarpata prima di gettarsi nel fiume vicino. Al di là, un altro villaggio di capanne uguali, solo all'apparenza un po' più povero e meno popoloso. Non ci sono maiali in giro. E' un villaggio islamico di etnia bengali. La separazione è netta. Pochi metri e i due mondi non si parlano, isolati e distanti come se fossero chilometri. Eppure i bambini sembrano uguali, corrono seminudi qua e là e prendono le caramelle ridendo se gliele porgi. Loro non hanno ancora capito che il mondo è fatto di etichette. Poi la barca ridiscende lungo il grande fiume, lasciandosi andare alla corrente prima che il sole scenda dietro le colline.

Zattera di Bambù lungo il fiume


SURVIVAL KIT

Donna Chin
Villaggi Chin - Escursioni da Mruak U organizzabili facilmente dall'albergo, con circa 20.000K, macchina, guida e barca per tutto il giorno. Nei villaggi si preveda 500 K, tariffa fissa per ogni donna da fotografare ad libitum. I soldi rimangono comunque nel villaggio. Si possono organizzare giri di una settimana nello stato Chin che prevedono fuoristrada (ci sono solo piste), escludendo la stagione delle piogge, guide, vitto e alloggio attorno ai 100$ al giorno.

L'agenzia a cui mi sono rivolto io e che consiglio caldamente (anche dopo aver confrontato prezzi e servizi ) è: Mutu Suresh -Myanmar Expert Travel & Tours.
www.myanmarexperttours.com
    009 59 431 68 442
Disponibile a fare tour su richiesta e su misura, si è dimostrato estremamente efficiente, affidabile e onesto, risolvendomi anche un problema di biglietto aereo che richiedeva una certa attenzione. Organizza tour in qualunque parte del Myanmar. 

Ristorante Happy garden - Sulla via centrale, Cucina burma e cinese, piatti molto buoni ed economici, direi meglio del suo concorrente Moe, anche se un po' più ruspante. Piatti tra 2000 e 3000K. Ottimo il pollo agli anacardi. Giardino. Portarsi la pila alla sera per ritrovare la strada di casa. Aperto a tutte le ore. Direi la migliore ed economica soluzione a Mrauk U
Villaggio Rakhaing

sabato 20 dicembre 2014

Il regno perduto


I tassisti del mercato di Mrauk U

Monaco al Palazzo reale
Che delizia passeggiare tra le case di questa cittadina un po' ferma nel tempo, apparentemente un po' fuori della frenesia dello sviluppo economico galoppante che sembra aver investito il paese. Certo qui siamo in una provincia periferica e quanto mai isolata, ma la sensazione è proprio quella di una calma di campagna, forse quella che avvolge i paesi dopo la decadenza che segue un passato importante e glorioso. Se cammini su quel che rimane della cinta muraria dell'immenso palazzo reale, ti rendi conto di come le sue dimensioni siano completamente incongrue rispetto a questo paesotto di capanne, eppure quel regno fu ricco e potente e seppe costruire le centinaia di templi che dopo secoli sono rimasti lì in piedi, a dispetto di terremoti, acqua e guerre a testimoniare un passato di grandezza, che forse più neppure interessa i discendenti di quelle dinastie. La frenesia dell'Asia di oggi è lontana, senti piuttosto la tranquilla calma dei campi di riso laotiani o dei villaggi di palafitte della Cambogia. Un po' di animazione la ritrovi solo nel mercato, il punto di aggregazione che concentra tutte le attività economiche della zona. Frutta, verdura, carne e pesce suddivisi nei consueti spazi e poi le povere cose che arrivano col traghetto, tra le quali la provenienza cinese rappresenta addirittura un lusso. 

I 90.000 Buddha della Kotaung Paya
Ai suoi confini, moto e ciclorikshò in attesa di clienti, i cui conducenti dormicchiano all'ombra masticando betel. I larghi sputazzi rossi che caratterizzano questa abitudine, variegano la polvere della strada; bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi, anche se basta un po' di fanghiglia pestata a cancellare il tutto. Bastano pochi passi fuori dal centro e subito quella parvenza sconnessa e tutta buche di un'asfalto steso molti decenni fa, scompare, rimangono solo viottoli si campagna e stradine sterrate che portano in giro per la foresta e tra le colline. Oggi c'è un sole forte e da questo momento non vedremo più pioggia, il clima si è normalizzato. Lungo i sentieri gruppi di donne che vanno al mercato cariche di ortaggi da vendere, qualche sparuto gregge e magre vacche sparse a brucare nelle radure tra i templi più vicini. E' come girare in una campagna selvatica, ma dove la presenza dell'uomo è costante e in un certo senso rassicurante, senza il senso di mondo perduto nella giungla dei templi cambogiani. Saluti un gruppo di donne che fuori della loro capanna intrecciano cestini e ventagli, mentre torna il loro uomo con il carretto carico di giunchi che ha appena raccolto in uno specchio d'acqua vicino; poi subito dietro incontri la nera pietra del grande zedi di Ko Thaung, il più grande di Mrauk U con le sue 90.000 immagini di Buddha, in gran parte in rovina, ed è bello perdersi tra gli infiniti corridoi circondati da immagini, un labirinto sconfinato a cielo aperto, con i soffitti crollati e le pietre smosse che si disfano sotto l'azione dell'umidità e del muschio. 

Il Buddha della Siti Paya
Pare che dopo il grande terremoto di 250 anni fa che ne minò la struttura, la ricostruzione, sotto la spinta del malcontento popolare, sia stata affrettata e forse segnata dalla corruzione che fece usare pietra scadente ed effettuare lavori di ripristino approssimativi. Forse gli impresari del tempo si mandavano messaggeri per rallegrarsi degli appalti auspicati, chissà, fatto sta che camminare tra le pareti corrose e le statue senza testa, dà un senso di reiterazione continua delle pulsioni umane. Il Buddha sorride e comprende, è difficile estraniarsi dalle passioni e dai desideri, certo ci aspetta ancora un numero esagerato di reincarnazioni. Su una collinetta poco lontano fatichi a distinguere il tempio scoperchiato dalla cima da cui emergono le grandi statue di pietra nera sedute a guardia dei quattro punti cardinali. Ancora più in là, una lunga scalinata piena di bambini che giocano nella polvere, dove gli 85 metri della Sakyaman Aung Paya, svettano sulla valle. Qui ti puoi riposare ed abbracciare con lo sguardo il lago con le rive punteggiate di stupa dorati. Non ti sazieresti mai di vagare in questo bosco di fate e di uomini, dove il sacro è così ben amalgamato al profano, da farlo sentire come un unico aspetto possibile di un modo di vita, che forse appare immutabile, ma difficilmente potrà resistere a lungo alla spinta dei tempi. Tutto cambia e in fretta. Forse qui non c'è niente da prendere, da sfruttare, da "valorizzare" e quindi le strade non si fanno, ancora, per il momento e tutto rimane come sospeso come in un limbo, mentre la vita corre, al di là della catena azzurrina di montagne ad est. 

Il futuro è alle porte
Certamente per chi come me viene a vedere e ad assaporare questa immobilità temporale, tutto questo è davvero piacevole e unico; forse per chi ci vive e deve andare al pozzo a prendere l'acqua o deve morire perché non c'è un ospedale, un po' meno; forse baratterebbe volentieri, un po' di tranquillità con un medico e un dispensario. Ma le paraboliche della televisione e le antenne dei cellulari già svettano verso il cielo. Ormai anche qui si vede tutto quello che accade nel mondo. Forse l'ansia di mettersi al pari ha già fatto perdere parte di quella tranquillità. Tutti questi ragazzi che digitano spasmodicamente appoggiati alle selle dei motorini, già smaniano per la voglia di andarsene a respirare fumi di scarico e odore di asfalto. Sempre meno fedeli salgono la lunga scala che porta al monastero di Bandoola per vedere le polverose antiche statuette nascoste nella penombra delle teche del tempio. Il grande Buddha di metallo splendente, salvato dalla voracità inglese ricoprendolo di cemento, riceve ormai poche offerte. Qualche misero bastoncino di incenso e quattro banane. Nella grande sala dove un vecchio monaco ti accompagna elencando con voce stanca reliquie e oggetti sacri, rimane solo più una grande lastra di rame, l'ultima rimasta delle migliaia di tegole che ricoprivano il tetto del palazzo reale, quando Mrauk U era un regno potente che metteva paura a tutto il golfo del Bengala. Adesso serve come piano di appoggio per una scrivania.

Dukkanthein Paya - Tornando dal pozzo

SURVIVAL KIT

I bimbi della Sakyamaung Paya
Un giro di 5/6 ore in auto con guida costa attorno ai 20.000K. Si possono affittare biciclette, ma se fa caldo o piove, sui sentieri di terra tra le colline son dolori. I carrettini tonga sono ormai oggetti d'affezione come le carrozzelle a Roma.

Dukkanthein Paya - Nel gruppo nord. Sembra un po' un basso bunker di pietra nera circondato di minuscoli stupa. All'interno una serie di corridoi con bassorilievi, anche di vita comune, forse i più interessanti della zona, fino alla statua centrale.

Ko Thaung Paya - Gruppo orientale- Un enorme quadrato circondato da centinaia di piccoli stupa neri. I corridoi senza soffitto sono invasi dalla vegetazione e dal muschio e circondati da 90.000 statue di Buddha, alcune molto rovinate dalle intemperie. Attenzione perché camminando a piedi nudi ci si può fare male, molte schegge di mattone e pietra sui pavimenti.

Siti - Quattro statue di Buddha di pietra nera, scoperti da cui si vede una bella vista della zona e del vicino Ko Thaung. Punto molto suggestivo.

Sakya Man Aung Paya - Gigantesca pagoda alta 85 metri, molto decorata, del tardo periodo Mon con pianta ottogonale a più livelli.  Statue giganti all'ingresso. Belle vedute anche dalla vicina pagoda Ratanama Naung.

Ko Taung Paya
Monastero Bandoola - Zona sud - In cima ad una collina raggiungibile con una scala coperta. Ha un piccolo museo di reperti storici,  foto e reliquie sacre. Mantiene una grande statua di Buddha di metallo e l'ultima tegola rimasta del palazzo reale. Vista sui dintorni.

Lago Laksaykan - A sud della città vicino al monastero, con graziosi tempietti gazebo dove guardare il panorama e le pagode che ornano le punte delle colline vicine. tutto il lago è circondato da sentieri che offrono gradevoli possibilità di trekking nella natura. Come perdersi nel bosco a due passi dalla città.

Rovine Palazzo reale - Vicinissimo al centro, rimane solo il grande recinto delle mura in mattoni da cui si possono indovinare le dimensioni e la zona centrale dove sorgeva il palazzo vero e proprio, circondato da grandi alberi. Di fianco il museo archeologico (ingresso 5000 K esagerati, io li eviterei), dove sono affastellati un po' di ruderi, statuette, bassorilievi, qualche vecchio quadro e plastici polverosi di scarso interesse.

Mercato - E' la zona più vivace della città, simile a tanti altri mercati birmani, suddiviso per categorie, Luogo dove rifornirsi di frutta per affrontare le passeggiate nei dintorni. Per avere un'idea 1 pomelo 500K, papaya grande 1000K, 3 kg di banane rosse giganti, da provare , sono eccezionali, 2000 K.

Ragazze in visita alla Sakyamanaung Paya

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venerdì 19 dicembre 2014

Tramonto a Mrauk U


Per le vie di Mrauk U



Sulle colline
La collina è una tra le tante dietro il paese, ma un po' discosta, la più alta e solitaria. La vegetazione è fitta, alberelli di foglie larghe e spesse, erba alta, arbusti e canne. Mya Than è avanti e, dopo aver lasciato la stradina che porta ad un gruppo di capanne isolate, prende un piccolo sentiero che sale deciso verso l'alto. Mi ha promesso un posto unico, di quelli da non dimenticare. Non piove più, ma il verde è ancora coperto di goccioline che scivolano a terra quando sfiori i rami più bassi. Bisogna farsi largo anche con le braccia, Dopo poco non vedi più niente intorno, tutto è sovrastato dal rigoglio della natura. Soprattutto stai attento a non prendere qualche spina e a non scivolare, mentre la salita diventa sempre più faticosa e la luce a poco a poco si affievolisce. La via però non è così lunga come sembrava, dopo una mezz'oretta di zig zag nel bosco, la guglia dorata di una piccola pagoda spunta già tra le frasche, ancora un piccolo sforzo poi, solo gradini antichi e sbrecciati, mattoni rossi corrosi dall'acqua e dal tempo su cui devi appoggiare il piede con cura per non smuoverli troppo. L'ultima parte della scalinata è più larga, ti fa intravedere come doveva essere stata pensata dal suo costruttore. Forse un tempo tutta la parte terminale del rilievo era ricoperta di mattoni e di scalinate per accedervi. Due grandi parapetti a foggia di serpente ne seguono ancora  l'ultima rampa, poi un largo spiazzo orizzontale che taglia di netto la cima della collina. Al centro lo zedi della pagoda, alto una decina di metri, presenza aliena nel bosco, con la sua liscia superficie dorata e il h'ti terminale, l'ombrello di metallo da cui pendono decine di campanelle. 

Templi di Mrauk U
Il luogo è deserto, nessuno arriva più quassù; attorno, tra i piccoli stupa che fanno corona alla costruzione centrale, non c'è più traccia di offerte, di incensi e dei piccoli lumi lasciati da fedeli premurosi. Le statue non sono avvolte da mantelli di stoffa, che mani osservanti pongono di solito a protezione della divinità  durante la stagione più fresca. Tutto appare abbandonato eppure ancor vivo, mentre giri attorno alla costruzione, poggiando i piedi nudi sulle piastrelle sconnesse. Il punto domina la vallata e ti puoi mettere tranquillo lungo la balaustra ad osservare lo spettacolo che sotto e di fronte a te si sta preparando. Una foresta verde scuro, fitta di alberi bassi, resa quasi lucida dalla pioggia recente, copre tutta la valle, punteggiata qua e là, su ogni piccolo rilievo o minima sporgenza, delle cupole nere di decine e decine templi, alcuni grandi e isolati, altri raccolti a gruppi come a farsi forza l'un l'altro, come piccole campane di pietra messe a segnare un territorio, a dimostrare presenza e fede. Qualcuno è circondato di bassa erba verde su cui indovini gruppetti di animali al pascolo, altri sono sul bordo di piccoli specchi d'acqua che gli avvallamenti del terreno hanno raccolto nel tempo, altri ancora rimangono avvolti dal verde, ne vedi spuntare solo le punte orgogliose, che pretendono attenzione. Le capanne di Mrauk U sono sepolte nel bosco e non vedi quasi traccia, tranne quelle affiancate alla strada principale, il centro ed il mercato sono fuori dalla vista, dietro una collina più alta. Indovini la presenza umana solo dai fumi che cominciano ad alzarsi tra le cime degli alberi. Sono i fuochi delle cucine che le donne, appena ritornate dai pozzi con i grandi contenitori di alluminio pieni di preziosa acqua pulita, hanno acceso in attesa di preparare la cena. 

Fuochi della sera
Intanto il sole scende tra le colline più lontane mentre tutto il cielo, variegato di nubi piatte, si incendia. La foresta è muta, senza rumori. Nell'aria, appena spira un refolo del vento della sera, senti il tintinnare del bronzo delle campanelle, l'unico fremito che non ti lascia solo di fronte a questo palcoscenico preparato solamente per te. Guardi il sole che scende dietro l'ultima collina, come ipnotizzato, fino a che l'ultimo barbaglio arancio non manda una residua lancia di luce, un rantolo di vita che sa di poter rinascere domani e quindi lascia questa scena con gioia. La luce scende di colpo, lasciando tinte rosa nel cielo che virano subito all'indaco e al viola. La foresta è già scura. Bisogna tornare in fretta, ripercorrendo i passi già fatti in discesa. Il percorso è breve, lo fai senza affanni, rimane anzi il tempo per fermarsi di tanto in tanto ancora un attimo a godere di quella vista grande, delle ondulazioni ormai nere del fondo, dell'orizzonte spezzato dalle guglie di pietra, dei ruderi abbandonati lungo la via. A metà strada, un antico tempietto in rovina, la cupola è crollata, rimane solo l'oscuro ingresso alla cappella, dove forse intravedi sul fondo il sorriso consapevole di una grande statua di pietra. Che fascino solitario quel cunicolo abbandonato tra le rocce coperte di muschio. Accendi la pila, basta superare la soglia e il piccolo corridoio segreto è lì col suo richiamo irresistibile. Da quanto tempo nessuno entra ad onorare il Buddha? Mya Than mi mette una mano sul braccio: "Meglio non entrare, tra le rocce solitarie fanno la tana i serpenti". Scendiamo in fretta, soprattutto guardando a dove si mettono i piedi.

Le colline di Mrauk U
SURVIVAL KIT

Gruppo dei templi meridionali
Nawarat Hotel - E-27, Yangon-Sittwe-Main Road | Nyaung Pin Zay QuarterMrauk UUna serie di bungalow, abbastanza moderni, dotati di tutto, ma dal prezzo esagerato da 50 a 80 $ secondo il momento. Free Wifi. Possibilità di organizzare dall'albergo ogni tipo di escursione e con ogni mezzo. Manca molto spesso l'elettricità. Silenzioso. Personale come sempre gentilissimo e premuroso. Comodo per andare a vedere il gruppo principale dei templi anche a piedi.

Moe Cherry restaurantAlayZay QuartierMrauk UE' il ristorante che va per la maggiore e che cerca di dare un tono internazionale per attirare la clientela dei pochi turisti in città. E' vicino all'albergo e ci potete arrivare a piedi. Piatti principali attorno ai 4000K, attenzione al cliente, l'ambiente rimane comunque molto familiare, apparentemente pulito, cucina cinese con qualche piatto internazionale. Buoni i gamberoni. Portarsi la pila, la sera, perché la strada intorno non è assolutamente illuminata anche se è la strada principale.
Tramonto a Mrauk U




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La pagoda della collina
Il traghetto

giovedì 18 dicembre 2014

Taste of Burma 1




Scende il monsone.
E' duro meditare,
monaco bimbo

martedì 16 dicembre 2014

I templi di Mrauk U


Mrauk U - Novizi in meditazione alla Shittaung Paya






Dukkanthein Paya
Anche il declino inarrestato e concluso ha un suo fascino. Non voglio fare certo paragoni o argomentare cattive previsioni per il futuro del nostro povero paese. Ci vuole ancora molto impegno e da parte di molti, per arrivare al fondo e anche se ci si mette di impegno, come potrebbe sembrare, certi finali tristi non sono poi tanto scontati. Certo però che tutto ha un apice ed un finale inevitabile di degrado. Rimangono le rovine, che per chi arriva da lontano, hanno comunque una fascinazione irresistibile. Come doveva essere la Roma del '700, un piccolo borgo di pastori costellato di muri cadenti e archi spezzati? C'era da rimanere incantati, certo, altro che sindrome di Stendhal. Anche Mrauk U era una grande capitale, difficile da indovinare oggi, dall'insieme di baracche che circondano il mercato e dalle capanne di stuoie e di frasche che si perdono nella boscaglia fitta tra le colline. Eppure i viaggiatori portoghesi che arrivavano qui nel '600 la paragonavano alle grandi capitali europee, forse il più importante regno del golfo del Bengala. Poi la decadenza e la regressione a villaggio isolato dal mondo. Rimane la pietra nera delle costruzioni orgogliose. Quelle non si cancellano in pochi secoli di oblio. Centinaia di templi giganteschi popolano le colline qui intorno, severi, scuri, massicci. Le mura, così spesse da farli credere fortezze, invece fatte proprio per resistere ali forti venti dell'ovest, alle piogge torrenziali, ai tanti terremoti che perseguitano questa terra, alla spietata opera del tempo. 

Templi della zona nord
Immersi in una natura che il monsone fa così rigogliosa da essere essa stessa una nemica aggressiva, che tutto vuole avvolgere, normalizzare, assimilare a sé, cancellando la regolarità degli spigoli, l'ardire delle guglie, la perfezione delle ampie corti che hanno visto processioni infinite di fedeli. La grande differenza tra l'area archeologica di Mrauk U e quella certamente più nota di Bagan, sta proprio nell'essere testimone della grandezza di un passato a fronte della povertà del presente, oltre al fatto che qui non troverete praticamente, ma di certo ancora per poco, nessun turista a disputarvi inquadrature isolate. Anche in piena stagione, durante le piogge il sito non è neppure raggiungibile, vi ritroverete sempre soli dentro le grandi costruzioni, con l'unica compagnia di qualche mucca o greggi di caprette miti. I bufali rimarranno a mollo negli stagni guardandovi passare lungo i sentieri tortuosi tra i cespugli. Nessun pullman air conditioned, ma solo gruppi di donne colorate dalle guance ricoperte di giallo, con i grandi recipienti cilindrici di alluminio che vanno a cercare acqua, la consueta maledizione della condizione femminile di tante parti del mondo. Il verde della boscaglia è così fitto che quasi si confonde con la pietra nera degli zedi. Noti d'impulso solo quelli più recenti, dipinti d'oro vivo, che completano le punte delle colline più alte, graffi di orgoglio che non cede. La poca terra libera dalla vegetazione è rosso vivo e bastano poche gocce d'umidità per farne fanghiglia scivolosa, poi il rigoglio di erba, alberi e arbusti costellato di fioriture dai colori violenti, prende il sopravvento, in un gigantismo consueto solo ai tropici. 

Mrauk U - Nel bosco
Segui un gruppo di monaci che in fila percorrono il sentiero e arrivi subito alla Shittaung Paya e al suo vicino monastero. Mescolati ai fedeli numerosi che ancora popolano questo tempio, il più grande della zona, sali la lunga scalinata che porta all'ingresso e perditi nei corridoi infiniti e labirintici, stretti passaggi scuri, popolati di statue. Oltre 80.000 reiterazioni continue dello stesso sguardo sereno, dello stesso mudra di mani appoggiate in grembo, per farti avvertire il senso della pietra umida, dell'oppressione dei sensi nei passaggi oscuri che conducono alla liberazione dalla passione. Cercherai invano di interpretare le scritte in sanscrito dell'antico pilastro all'ingresso, ti perderai scorrendo gli infiniti bassorilievi che corrono lungo i corridoi delle viscere del tempio, teorie di elefanti, processioni di animali, file interminabili di danzatrici e suonatori che accompagnano i fedeli nel giro attorno alla sala centrale scorrendo le centinaia di jataka, gli episodi tratti dalle oltre cinquecento vite precedenti del Buddha. Poco lontane la Andaw Paya e la Dukkanthein Paya, più piccole, ma sempre impressionanti per la loro massiccia presenza. Queste sono deserte anche di fedeli. Trovi solo qualche monaco isolato che medita o dorme. Dappertutto cani che ti scrutano da lontano, rimanendo immobili, guardie mute al fortino abbandonato. All'apparenza sono tozzi e massicci i templi di Mrauk U, caratteristica accentuata anche dal loro colore cupo reso quasi completamente nero dall'umidità impietosa, dalla loro solitudine assoluta. 

Il Sancta sanctorum del tempio  Htukkan 
Tuttavia la linea delle pagode, che non ha lo slancio iperbolico dello stile bamar, nascondono nelle viscere dei loro corpi tondeggianti  e apparentemente pesanti, infiniti passaggi di terra battuta, scivolosi e misterici, corridoi popolati di statue appena illuminate da aperture strette in cui la luce esterna penetra violenta dipingendo profili e riverberando su curve di pietra che appaiono morbide come carne viva. Senti solo l'eco dei tuoi passi fino a che non riemergi dalla stretta apertura frontale sulla spianata, facendo volgere verso di te il muso di una mucca che bruca l'erba grassa, mentre arrivi fino al bordo a gettare lo sguardo oltre la cinta dei piccoli stupa appuntiti, perdendolo nella boscaglia che ti circonda. Davvero un luogo magico, antico, solitario, dove perdersi tra i sentieri, rimanere incantati ad osservare la pietra senza preoccuparsi di cercare sulla guida nomi o storie, limitandosi ad assorbire la sensazione di un passato splendore, di un'orgoglio non spento, muto testimone di qualche cosa di grande. Passa una ragazza con un recipiente sulla testa che sfavilla al sole. Cammina senza sforzo, in un equilibrio perfetto che la fa apparire leggera e regale nel suo incedere, come se i venti litri d'acqua fossero immateriali e senza peso, come se anche le grandi pietre nere del tempio fossero arrivate fin qui trasportate da una forza divina e senza tempo.

Un corridoio della pagoda degli 80.000 Buddha - Shittaung Paya


SURVIVAL KIT

L'interno della Andaw Paya
Area archeologica di Mrauk U - Ingresso 10000K che vengono richiesti o all'arrivo del traghetto o all'ingresso del tempio Shittaung. Centinaia di costruzioni sparse su un territorio di una decina di chilometri quadrati raggiungibili attraverso sentieri e stradine sterra, Si può girare in bicicletta, 1000K al giorno, (un po' faticoso, per le tante salite e discese),  col calesse, ma ne ho visti solo un paio al mercato, oppure in macchina, che permette di fare un giro anche ai templi più lontani (15.000K tutto il giorno). Il sito è forse il più bello della Birmania, completamente privo di turisti e assolutamente imperdibile.

Shittaung Paya - Fa parte del gruppo dei templi nord, raggiungibili anche a piedi e raggruppati appena fuori dal paese. E' il più grande e ancora attivo con parecchi fedeli. Sculture e bassorilievi tra i più belli. Portatevi dietro le scarpe, perché se non non potete entrare da una parte e uscire dall'altra per passare alla Andaw Paya vicina.

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lunedì 15 dicembre 2014

Il traghetto per Mrauk U

Purtroppo il traghetto non era questo!



Alle sei di mattino è ancora buio a Sittwe. L'alba tarda ed il sole sembra pigro ad uscire dietro gli strati alti di nuvole oltre la fila di palme, tra questa infilata di isole formate da un delta immenso, in cui non riconosci più il fiume dal mare. Terra di acqua e di barche dove la strada è un ripiego, un'ultima opzione, dove la via regina è il fiume. L'aria è ancora quasi frizzante nonostante tutto e occorre ripararsi sul cassone del trickshò che ti porta tra buche e polvere fino al traghetto. Lo chiamano la barca del governo, i locali, anche con una certa aria di sufficienza, sottintendendo che tutto quanto è pubblico è malandato, cadente, in ritardo, da usare solo in mancanza di un'offerta privata, costosa, ma efficace. E' un po' l'illusione di tutti i regimi che escono a poco a poco dallo statalismo pieno e vedono il libero mercato assoluto, come l'eldorado che li libererà da fame e miseria, ancora troppo ingenui per capire che tutto si paga e che è proprio a loro che verrà fatto pagare il prezzo più alto. Comunque eccoci qui, quando ancora il cielo è scuro ad un braccio interno di acqua, che funge da porto fluviale. Qua, barconi di ogni forma e dimensioni stanno accalcati lungo una banchina fatta di legni marci e instabili. Il barcone di linea è affiancato in terza fila dopo due navi da carico in disarmo. E' un grande traghetto di lamiera contorta a due ponti, ricoperta di ruggine, per essere marcio, lo è decisamente. Sotto, già da un po', magri facchini stanno ammassando derrate, sacchi di riso, balle di cotone, casse ed altre masserizie. 

Bisogna salire a bordo, anche se non è facile percorrere i tre metri di passerella di legno larga un palmo che si piega sotto il mio peso, anomalo per la Birmania, gravato anche da zaino e valigia. La melma fangosa che ristagna tre metri più sotto tra molo e fiancate, non invita a perdere l'equilibrio, d'altronde in un altro caso come questo ho già dato e non mi sembra il caso di ripetere l'esperienza. Un vecchio marinaio che vede le mie titubanze esistenziali, mi allunga una mano sorridendo, ma come sono sempre gentili questi birmani! Anche Tiziana ce la fa. Riusciamo a salire sul ponte passeggeri del traghetto. Arrivati tra i primi è facile anche impadronirsi di due sdraio di misura orientale, su cui trascorrere le sei ore necessarie ad arrivare a Mrauk U, il capolinea del viaggio. E' questa una delle esperienze più belle questo giro. Qui incontri la vera realtà del paese senza mediazioni e fraintendimenti. Col passare dei minuti, la gente comincia ad affluire e ad occupare tutti gli spazi liberi con le loro masserizie. Dai un'occhiata distratta al mucchio di giubbotti ammassati a poppa, sono all'incirca un decimo del numero dei passeggeri, ma non bisogna subito drammatizzare. Ci sono ragazzi e studenti che tornano a casa, capelli sparati, ciuffi biondi e cuffiette nelle orecchie; gruppetti di ragazze con stretti loungjee colorati e le guance coperte da  spessi strati gialli di tanakha, ne parleremo magari più specificamente; buttano occhiate curiose a queste presenze incongrue e parlottano ridacchiando tra di loro. 

Vecchie rugose coi nipotini al seguito, occupano spazi ridottissimi accucciandosi con le ginocchia in bocca, senza sprecare ulteriori soldi per l'affitto del sedile. Poi arriva un gruppo di militari, con un fare un po' smargiasso che posano i kakashnikov distrattamente tra le balle di cotone. I monaci invece si raggruppano assieme, in disparte, silenziosi, anche se non appaiono fruire di trattamenti preferenziali. Qualche uomo d'affari dai tratti somatici indiani mantiene un'aria occupata e telefona in continuazione. I visibilmente mussulmani, pochi, si isolano nella zona più sacrificata. Attorno ai passeggeri, un bailamme di venditrici di colazioni, arachidi tostate, samosa, dolciumi fritti, semi di loto e altri sacchetti di cianfrusaglie di conforto; sono le uniche a esibire un tono di voce leggermente più alto per mostrare la loro mercanzia. Per il resto, nonostante la confusione, i rumori di fondo sono sorprendentemente bassi. Qualche suora in rosa, si accoccola lungo la murata arrugginita, senza timore di sporcare il saio sul pavimento di aspetto provato e scivoloso. Puntualissimo alle 7 e 15, alla faccia della gestione statale, il barcone si stacca lentamente dagli ormeggi e risale il porto canale, prima di entrare nel braccio principale del fiume. Il tumtumtum regolare dei motori culla il movimento, la lamiera corrosa del tetto ripara dal sole che si sta alzando, mentre le rive scorrono lente al tuo fianco. Risaie infinite con contadini al lavoro. Ampie camere dove le piantine sono a diversi stadi di crescita. 

In quelli più avanzati già vedi le file dei mietitori che ammucchiano i covoni. Dove l'acqua è più invasiva, ampie zone umide riempiono gli anfratti, in piccoli stagni protetti da canneti, ricoperti dall'invadenza del giacinto d'acqua. Gruppi di egrette punteggiano di ciuffi bianchi le rive ricoperte d'erba, mentre piccoli cormorani neri isolati emergono dalla superficie più al largo per inghiottire le prede e continuare il lavoro immergendosi subito. Sulle rive minuscole barche di legno legate ai cespugli aspettano di prendere il largo. Le montagne dell'est, dietro le quali si è alzato il sole, sembrano così lontane, come avvolte da un nebbia azzurrina. Non ci sono strade, non vedi mezzi meccanici all'orizzonte. Una atmosfera d'antan, da colonia inglese d'ottocento, non fosse per i soffusi ritmi rap che arrivano dagli ipod di quattro ragazzi con le creste bionde ed arancioni affondati nelle loro sdraio con gli occhi semichiusi. Ogni tanto, gruppi di capanne di frasche sulla riva. Quando si fanno più numerose e si intravede l'apparenza di un molo provvisorio fatto di assi piantate nel fango, il traghetto si avvicina a terra, viene gettata una passerella ancora più precaria di quella iniziale e qualcuno scende, qualcuno sale, A riva, si è raggruppata un sacco di gente a seguire l'avvenimento della giornata. Scendono alcuni monaci, su una collinetta dietro il villaggio si intravede uno zedi dorato che interroga il cielo. Il più anziano deve essere aiutato, cammina a fatica e due monaci più giovani lo tengono, uno davanti, l'altro dietro in precario equilibrio sull'asse, finché arriva a terra. 

Poi riparandosi dal sole le pelate scoperte col ventaglio di ordinanza, si incamminano lentamente lungo il sentiero che conduce al tempio. In un paesino più grande salgono diverse venditrici di spiedini fritti, ognuno dei quali impala un grosso pesce dorato e sacchetti di lumachine d'acqua dolce, da cui le vecchiette, con l'aiuto di uno stecchino estraggono il mollusco e lo passano amorevolmente ai nipotini. Gli altri si staccano con le dita, grossi pezzi dal pesce sullo stecco, mangiandoselo di gusto. Tutto poi finisce nel fiume. La corrente lava lentamente tutto verso l'oceano misericordioso. Altre vendono uova sode e sale. Una con la bocca vermiglia di betel, ride soddisfatta, ha venduto il sacchetto intero di pesci, forse erano i più belli o chissà, i più convenienti, o forse lei è la ragazza più carina e di certo lo sa da come muove l'anca, con l'ondeggiamento elegante della camminata a piedi nudi. Scendono alla fermata successiva. Se te ne stai in disparte seminascosto tra i gruppetti di ragazzi, le valige sepolte tra i pacchi, nessuno ti nota e puoi rimanere a lungo ad goderti questo spaccato di vita della Birmania rurale, così reale, così tranquilla. Solo qualche ragazza, se ti sorprende distratto, ti fa una foto con l'iphone. Sei tu l'anomalia, l'inatteso. Questo viaggio è da fare assolutamente, se vuoi misurarti senza affanni, con la realtà del paese. Quando infine tutti cominciano a muoversi raccogliendo le loro cose, significa che il capolinea è vicino. Tutti si accalcano verso le scalette malferme. Una ragazza ti rassicura che la barca non va più in là di così. Tra la folla l'incaricato dell'albergo ti aspetta e sale addirittura ad aiutarti con le valige, per evitarti di finire a bagno. Si vede che è già successo. Sulle colline vicine il verde scuro dei boschi lussureggianti, fanno comparire solo le cime nere dei templi di pietra di Mrauk U.



SURVIVAL KIT

Da Sittwe a Mrauk U - L'unico modo di arrivare a Mruak U è via fiume. Il traghetto di linea, è assolutamente consigliato. Parte alle 7:00 di mattina e in 5 o 6 ore arriva. Biglietto 8000K, ci pensa l'albergo a comprarlo. Sdraio sul ponte 500K. Assolutamente da preferire alle barche private, più veloci, ma più costose e secondo me anche molto più pericolose, essendo chiuse come bare di ferro. Comunque esperienza bellissima e molto fotogenica.




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