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martedì 20 gennaio 2015

Storia di Ko Kyan

Il monastero Shwe Yaunghwe Kyaung 


Dalla finestra
Ko Kyan ha dodici anni. Se ne sta seduto sul caldo pavimento di tek, con le gambe allungate in avanti ed un braccio appoggiato al grande ovale dell'apertura che dà sul cortile davanti alla sala delle ordinazioni. Giocherella distrattamente con il gatto giallo che rizza la lunga coda verso il soffitto e ronfa di soddisfazione. E' grassoccio il gatto gallo, segno che il cibo non manca qui intorno. Ko Kyan ha lo sguardo tranquillo, anche se un po' perso nel vuoto. E' stato ordinato qualche mese fa. Una gran bella cerimonia in cui lui, con un gruppetto di altri ragazzini, sono stati accettati come novizi. C'erano stati canti e benedizioni, la sua mamma piangeva di commozione, mentre i suoi fratellini più piccoli invece non se ne davano per inteso e facevano un chiasso del diavolo. L'anziano monaco a capo del tempio aveva pregato a lungo e poi aveva benedetto tutti quanti, dopo aver pronunciato un sacco di belle parole che lui non ricordava neppure. Proprio in quel momento si era distratto completamente, un po' perché gli facevano male le ginocchia e un po' perché seguiva con gli occhi quel grasso gatto giallo che si muoveva ciondolando sulle zampotte corte, avanti e indietro sui gradini bianchi dello zedi che spuntava proprio dietro la sala delle ordinazioni. Niente di strano, per tutti i ragazzini questo periodo passato al tempio è un passaggio obbligatorio della vita. Il padre gli aveva detto, prima di uscire dalla capanna palafitta sul lago dove viveca la sua famiglia, che questo è un momento formativo della sua vita futura e che gli sarà utile per affrontare meglio le difficoltà. 

La sala delle ordinazioni
Lui non ci ha capito molto, ma quel giorno era contento, con lui ci sarebbero stati anche Ei Ei e Moe Pwint, i suoi due amici del cuore, quindi non si sarebbe sentito del tutto solo, lontano per la prima volta dalla famiglia. Poi, quando ha cominciato ad uscire la mattina, in fila con gli altri novizi per la questua e ha notato la deferenza con cui la gente metteva il cibo offerto, i pugnetti di riso o i bastoncini dolci, nel vaso che gli aveva donato la nonna, si era sentito a suo modo importante e aveva cominciato a camminare diritto con lo sguardo serio in avanti senza badare a chi porgeva le offerte come si conviene ad un monaco vero, distaccato dalle passioni del mondo. Il pomeriggio, la lettura dei libri sacri, col monaco maestro che legge un versetto alla volta e tutta la classe che ripete a voce alta e scandita in un coro monocorde a cui  a poco a poco l'orecchio si abitua e poi liberi tutti in cortile a giocare e correre dietro ad un pallone, oppure a nascondersi tra i muraccioli bianchi tra gli stupa dorati, fingendo di spararsi a vicenda con i fuciletti di bambù che fanno rattattatà. In fondo una vita non tanto diversa da quando stava al villaggio e andava alla scuola del paese spingendo sul remo corto della sua barca. Però a dire il vero, una emozione forte l'aveva provata il secondo giorno in cui era arrivato al monastero. Proprio dietro il grande cortile, attraversata la porta dei pilastri bianchi si entra nel tempio, una costruzione massiccia i cui gradoni circondano, nascondendone la base, un grande zedi dalla punta acuminata rivolta verso il cielo, sulla cui superficie l'oro vivo brilla quasi a ferirti gli occhi quando i raggi del sole la sfiorano. 

Lo zedi del tempio
Era entrato per la prima volta nello stretto corridoio scoperto che girava intorno, con la deferenza ed il rispetto che quel luogo sembravano incutere. Massicci archi scandivano il percorso in quadro, che appariva come obbligato, mentre ai suoi fianchi una teoria apparentemente infinita di piccole nicchie si aprivano nelle pareti. In ognuna di esse, un piccolo Buddha bianco o nero o dorato, i più rivestiti di un minuscolo drappo di stoffa rossa, quasi a proteggerli dal freddo e dall'umidità della sera; una attenzione di certo inutile, in fondo il Buddha non si accorge delle intemperie, è così lontano dalle sensazioni fisiche e dai dolori del mondo che vento e pioggia lo sfiorano senza che lui dia a vedere di accorgersene, forse neppure pensa, la sua mente sta così come immobile, in un torpore senza tempo. Sarà questa l'illuminazione? Se lo è chiesto ogni tanto Ko Kyan, quando gli viene chiesto di provare a starsene qualche tempo seduto ed immobile, senza essere distratto da quanto lo circonda, ma è troppo difficile, gli viene sempre da pensare alla partita della sera prima quando con un bellissimo calcio ha gettato la palla al di là dei picchetti piantati nella terra a segnare le porte. Oppure quando proprio riesce a concentrarsi con gli occhi chiusi ed i muscoli delle fronte stretti stretti che quasi gli fanno male, all'improvviso gli viene in mente quel gatto giallo che gli si struscia vicino e fa le fusa. Invece qui all'interno della pagoda la sensazione è diversa, c'è un'aria di antico e di mistero. 

Corridoio interno
Appena attraversati gli archi bianchi che danno sui corridoi interni tutto cambia ed alla luce delle aperture d'improvviso appaiono le pareti delle gallerie interne tutte dipinte di un rosso carminio forte che pare sangue e tra le nicchie infinite una serie di figure fatte di piccoli pezzi di vetro multicolore che raccontano storie. Ecco principi dai cappelli importanti che lottano con belve feroci, mostri dell'inferno che sputano fiamme, drappelli di fedeli adoranti e animali e piante che brillano e sembrano prendere vita al tremolio delle fiammelle delle offerte che con la loro luce fioca sembrano far muovere la parete intera, come se gli spiriti del racconto la animassero per renderlo più reale. All'inizio ci stava ore lì dentro, mai sazio di quello spettacolo sempre diverso, ad immaginare storie indovinandone i finali più fantasiosi, con le fate del lago che venivano ad aiutare l'eroe a vincere i malvagi. Quando ne usciva per andare al refettorio era sempre un po' confuso e silenzioso e neanche rispondeva agli amici che gli ridacchiavano alle spalle, dandogli ogni tanto una spintarella per farlo inciampare nella tunica che striscia un po' a terra. Così anche questa sera, Ko Kyan se ne sta lì da solo davanti alla grande finestra ovale della sala delle ordinazioni, con lo sguardo perso nel vuoto a sognare, mentre il gatto giallo, a cui ha dato un nome, Gatto, si struscia contro il suo mantello rosso mattone di monaco novizio.

Studiando


SURVIVAL KIT


Monastero Shwe Yaunghwe Kyaung - Questo è uno dei templi più affascinanti della Birmania, a soli tre chilometri a nord di Nyaung Shwe sulla strada verso Taunggyi. Il monastero in legno di tek ha circa 200 anni ed è l'unico con curiosi finestroni ovali. Il tempio a fianco molto più antico ha lo zedi dorato centrale a pianta quadrata con una serie di gallerie e di corridoi interni completamente traforati di nicchie contenenti statuette di Buddha. Le pareti rosse, sono ricoperte di mosaici a tessere di vetro colorato che raccontano storie della vita di Buddha, di grande suggestione. Il complesso è pieno di ragazzini novizi. 



Le nicchie dei Buddha

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Le nicchie
Templi di Mrauk U

sabato 20 dicembre 2014

Il regno perduto


I tassisti del mercato di Mrauk U

Monaco al Palazzo reale
Che delizia passeggiare tra le case di questa cittadina un po' ferma nel tempo, apparentemente un po' fuori della frenesia dello sviluppo economico galoppante che sembra aver investito il paese. Certo qui siamo in una provincia periferica e quanto mai isolata, ma la sensazione è proprio quella di una calma di campagna, forse quella che avvolge i paesi dopo la decadenza che segue un passato importante e glorioso. Se cammini su quel che rimane della cinta muraria dell'immenso palazzo reale, ti rendi conto di come le sue dimensioni siano completamente incongrue rispetto a questo paesotto di capanne, eppure quel regno fu ricco e potente e seppe costruire le centinaia di templi che dopo secoli sono rimasti lì in piedi, a dispetto di terremoti, acqua e guerre a testimoniare un passato di grandezza, che forse più neppure interessa i discendenti di quelle dinastie. La frenesia dell'Asia di oggi è lontana, senti piuttosto la tranquilla calma dei campi di riso laotiani o dei villaggi di palafitte della Cambogia. Un po' di animazione la ritrovi solo nel mercato, il punto di aggregazione che concentra tutte le attività economiche della zona. Frutta, verdura, carne e pesce suddivisi nei consueti spazi e poi le povere cose che arrivano col traghetto, tra le quali la provenienza cinese rappresenta addirittura un lusso. 

I 90.000 Buddha della Kotaung Paya
Ai suoi confini, moto e ciclorikshò in attesa di clienti, i cui conducenti dormicchiano all'ombra masticando betel. I larghi sputazzi rossi che caratterizzano questa abitudine, variegano la polvere della strada; bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi, anche se basta un po' di fanghiglia pestata a cancellare il tutto. Bastano pochi passi fuori dal centro e subito quella parvenza sconnessa e tutta buche di un'asfalto steso molti decenni fa, scompare, rimangono solo viottoli si campagna e stradine sterrate che portano in giro per la foresta e tra le colline. Oggi c'è un sole forte e da questo momento non vedremo più pioggia, il clima si è normalizzato. Lungo i sentieri gruppi di donne che vanno al mercato cariche di ortaggi da vendere, qualche sparuto gregge e magre vacche sparse a brucare nelle radure tra i templi più vicini. E' come girare in una campagna selvatica, ma dove la presenza dell'uomo è costante e in un certo senso rassicurante, senza il senso di mondo perduto nella giungla dei templi cambogiani. Saluti un gruppo di donne che fuori della loro capanna intrecciano cestini e ventagli, mentre torna il loro uomo con il carretto carico di giunchi che ha appena raccolto in uno specchio d'acqua vicino; poi subito dietro incontri la nera pietra del grande zedi di Ko Thaung, il più grande di Mrauk U con le sue 90.000 immagini di Buddha, in gran parte in rovina, ed è bello perdersi tra gli infiniti corridoi circondati da immagini, un labirinto sconfinato a cielo aperto, con i soffitti crollati e le pietre smosse che si disfano sotto l'azione dell'umidità e del muschio. 

Il Buddha della Siti Paya
Pare che dopo il grande terremoto di 250 anni fa che ne minò la struttura, la ricostruzione, sotto la spinta del malcontento popolare, sia stata affrettata e forse segnata dalla corruzione che fece usare pietra scadente ed effettuare lavori di ripristino approssimativi. Forse gli impresari del tempo si mandavano messaggeri per rallegrarsi degli appalti auspicati, chissà, fatto sta che camminare tra le pareti corrose e le statue senza testa, dà un senso di reiterazione continua delle pulsioni umane. Il Buddha sorride e comprende, è difficile estraniarsi dalle passioni e dai desideri, certo ci aspetta ancora un numero esagerato di reincarnazioni. Su una collinetta poco lontano fatichi a distinguere il tempio scoperchiato dalla cima da cui emergono le grandi statue di pietra nera sedute a guardia dei quattro punti cardinali. Ancora più in là, una lunga scalinata piena di bambini che giocano nella polvere, dove gli 85 metri della Sakyaman Aung Paya, svettano sulla valle. Qui ti puoi riposare ed abbracciare con lo sguardo il lago con le rive punteggiate di stupa dorati. Non ti sazieresti mai di vagare in questo bosco di fate e di uomini, dove il sacro è così ben amalgamato al profano, da farlo sentire come un unico aspetto possibile di un modo di vita, che forse appare immutabile, ma difficilmente potrà resistere a lungo alla spinta dei tempi. Tutto cambia e in fretta. Forse qui non c'è niente da prendere, da sfruttare, da "valorizzare" e quindi le strade non si fanno, ancora, per il momento e tutto rimane come sospeso come in un limbo, mentre la vita corre, al di là della catena azzurrina di montagne ad est. 

Il futuro è alle porte
Certamente per chi come me viene a vedere e ad assaporare questa immobilità temporale, tutto questo è davvero piacevole e unico; forse per chi ci vive e deve andare al pozzo a prendere l'acqua o deve morire perché non c'è un ospedale, un po' meno; forse baratterebbe volentieri, un po' di tranquillità con un medico e un dispensario. Ma le paraboliche della televisione e le antenne dei cellulari già svettano verso il cielo. Ormai anche qui si vede tutto quello che accade nel mondo. Forse l'ansia di mettersi al pari ha già fatto perdere parte di quella tranquillità. Tutti questi ragazzi che digitano spasmodicamente appoggiati alle selle dei motorini, già smaniano per la voglia di andarsene a respirare fumi di scarico e odore di asfalto. Sempre meno fedeli salgono la lunga scala che porta al monastero di Bandoola per vedere le polverose antiche statuette nascoste nella penombra delle teche del tempio. Il grande Buddha di metallo splendente, salvato dalla voracità inglese ricoprendolo di cemento, riceve ormai poche offerte. Qualche misero bastoncino di incenso e quattro banane. Nella grande sala dove un vecchio monaco ti accompagna elencando con voce stanca reliquie e oggetti sacri, rimane solo più una grande lastra di rame, l'ultima rimasta delle migliaia di tegole che ricoprivano il tetto del palazzo reale, quando Mrauk U era un regno potente che metteva paura a tutto il golfo del Bengala. Adesso serve come piano di appoggio per una scrivania.

Dukkanthein Paya - Tornando dal pozzo

SURVIVAL KIT

I bimbi della Sakyamaung Paya
Un giro di 5/6 ore in auto con guida costa attorno ai 20.000K. Si possono affittare biciclette, ma se fa caldo o piove, sui sentieri di terra tra le colline son dolori. I carrettini tonga sono ormai oggetti d'affezione come le carrozzelle a Roma.

Dukkanthein Paya - Nel gruppo nord. Sembra un po' un basso bunker di pietra nera circondato di minuscoli stupa. All'interno una serie di corridoi con bassorilievi, anche di vita comune, forse i più interessanti della zona, fino alla statua centrale.

Ko Thaung Paya - Gruppo orientale- Un enorme quadrato circondato da centinaia di piccoli stupa neri. I corridoi senza soffitto sono invasi dalla vegetazione e dal muschio e circondati da 90.000 statue di Buddha, alcune molto rovinate dalle intemperie. Attenzione perché camminando a piedi nudi ci si può fare male, molte schegge di mattone e pietra sui pavimenti.

Siti - Quattro statue di Buddha di pietra nera, scoperti da cui si vede una bella vista della zona e del vicino Ko Thaung. Punto molto suggestivo.

Sakya Man Aung Paya - Gigantesca pagoda alta 85 metri, molto decorata, del tardo periodo Mon con pianta ottogonale a più livelli.  Statue giganti all'ingresso. Belle vedute anche dalla vicina pagoda Ratanama Naung.

Ko Taung Paya
Monastero Bandoola - Zona sud - In cima ad una collina raggiungibile con una scala coperta. Ha un piccolo museo di reperti storici,  foto e reliquie sacre. Mantiene una grande statua di Buddha di metallo e l'ultima tegola rimasta del palazzo reale. Vista sui dintorni.

Lago Laksaykan - A sud della città vicino al monastero, con graziosi tempietti gazebo dove guardare il panorama e le pagode che ornano le punte delle colline vicine. tutto il lago è circondato da sentieri che offrono gradevoli possibilità di trekking nella natura. Come perdersi nel bosco a due passi dalla città.

Rovine Palazzo reale - Vicinissimo al centro, rimane solo il grande recinto delle mura in mattoni da cui si possono indovinare le dimensioni e la zona centrale dove sorgeva il palazzo vero e proprio, circondato da grandi alberi. Di fianco il museo archeologico (ingresso 5000 K esagerati, io li eviterei), dove sono affastellati un po' di ruderi, statuette, bassorilievi, qualche vecchio quadro e plastici polverosi di scarso interesse.

Mercato - E' la zona più vivace della città, simile a tanti altri mercati birmani, suddiviso per categorie, Luogo dove rifornirsi di frutta per affrontare le passeggiate nei dintorni. Per avere un'idea 1 pomelo 500K, papaya grande 1000K, 3 kg di banane rosse giganti, da provare , sono eccezionali, 2000 K.

Ragazze in visita alla Sakyamanaung Paya

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lunedì 17 gennaio 2011

Casa Russia.

Era sulla trentina, faccia aperta, baffi e sorriso allegro, mi sembra si chiamasse Serghiey Odoevskiy, come lo scrittore. Faceva l'autista per noi in quegli anni difficili dove quando arrivavi a Mosca telefonavi dall'aeroporto all'ufficio per dire la targa del taxi che prendevi, dato che la leggenda metropolitana raccontava di stranieri appena arrivati e ritrovati nelle periferie, nudi dentro a un fosso. Chissà se era poi vero o se quei tali, sessantenni strapanzoni sudaticci, avevano pensato che qualche diciottenne con gli zigomi alti e gli occhi da gatta che fa le fusa, si fosse innamorata perdutamente di loro e l'avevano seguita a casa dalla mamma malata. Situazioni normali in cui molti amano credere quello che vorrebbero che fosse la realtà.

Noi, per stare tranquilli, avevamo Serghiey, con la sua Zhiguly malandata che però, lui, ingegnere e appassionato di meccanica automobilistica, manteneva in condizioni accettabili, riuscendo a procurarsi gli introvabili ricambi che la situazione consentiva. Parlava anche un discreto italiano e andando verso il centro raccontava sempre l'ultima barzelletta sui nuovi russi che cominciavano ad infestare gli ultimi brandelli dellUnione Sovietica che stava affondando. Ti rispondeva "Non ci è probliema" anche se gli chiedevi "Che ore sono?". Rideva sempre alla fine, mai sguaiato, con la stessa allegria triste che accompagna questo popolo che ama crogiuolarsi nelle sventure, ma che è fatto principalmente di gente buona. Quella volta che arrivavamo a Domodiedovo da Samara, io e Ste., come sempre stanchi ma curiosi, una coperta bianca ed infinita avvolgeva le foreste di betulle intorno alla strada. Un pallido sole lontano, la faceva risplendere come polvere di diamanti del diadema di una regina del nord. La strada attraversava un piccolo fiume ghiacciato, credo il Pakhra, che si allargava in una grande ansa piatta con qualche piccola formichina nera, pescatori seduti sulla lastra davanti al loro piccolo buco nel ghiaccio. Sulla ripa digradante del mantello bianco, le torri di un piccolo monastero, con un muro basso a protezione dei pochi edifici sparsi davanti al fiume. Un atmosfera resa magica dalla solitudine assoluta, dall'aria frizzante e dai baluginii dei raggi sui candelotti di ghiaccio che scendevano dai tetti.

Ci rimanemmo una mezz'ora, senza parlare, godendo di quell'atmosfera rarefatta, senza inseguire quel pope nero, lontano, che sgusciava da una porticina di un campanile sormontato da una grande cupola dorata a cipolla. La Zhiguly ci aspettava lontana al margine del bosco, ce l'ho ancora nitida nella mente e l'ho rivista l'altro giorno in un vecchio film, Casa Russia, girato proprio lì (non è male se vi capita dateci un'occhiata). Mi ci sono ritrovato di colpo, quasi spostato dalla macchina del tempo. Quando cominciammo a sentire la fitta al petto che segnala che la temperatura è davvero bassa e conviene andare al coperto, tornammo lentamente alla macchina; la bassa periferia di Mosca cominciò ad avvolgerci nel suo abbraccio suadente, mentre la neve fresca che tentava di scendere con fatica, a piccoli fiocchi gelati, crocchiava sotto i pneumatici consumati. Serghiey non parlava più, ma sorrideva. Dopo poche settimane se ne andò per seguire il suo sogno, un officina attrezzata di tutto punto per automobili, che immaginava come un Bengodi pieno zeppo degli introvabili e desideratissimi ricambi.







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sabato 21 novembre 2009

Cupole dorate.

Il termometro della stazione segnava -20° C e anche la notte era stata dura, sul tredo da Kharkhov non riscaldato, ma Kiev coperta di bianco spesso, mi apparve nel mattino ancora scuro, come uno di quei souvenir nella sfera trasparente. Bastava girare e scuotere un poco per vedere scendere la neve adagio, di tanto in tanto. Sembrava addormentata Kiev, intorpidita dalla mancanza di riscaldamento, con qualche tram che passava scivolando sulle rotaie anch'esse coperte di bianco, senza auto, senza passanti, con grandi parchi dagli alberi bassi coperti di galaverna, distesa sulle colline che scendevano verso il Dniepr ghiacciato, come un lago bianco senza neppure i puntini neri dei pescatori davanti al loro buco. Come un presepe, le cupole dorate del monastero di Santa Sofia popolavano il pendio. Uno spettacolo fiabesco appena offuscato dalla foschia azzurra. Man mano che ci si avvicinava, l'imponenza delle sue costruzioni coprivano la vista del fiume e passeggiando per i larghi spazi interni deserti, ti pareva di aggirarti per una antica città abbandonata per qualche cataclisma, una Cernobil del passato da cui gli abitanti erano scomparsi, vaporizzati o fuggiti, lasciando intatto il luogo, che respirava magia da ogni bagliore dorato dei campanili, dai portali socchiusi, dai chiostri segreti. Vidi solo un pope lontano, che subito scomparve dietro una porticina appena tentai di avvicinarmi. Una atmosfera ovattata ed irreale da cui non riuscivo a staccarmi e che mi impediva di sentire il freddo pungente sulle orecchie e sul naso. Sarei rimasto lì per ore; forse è questo il torpore che precede la morte bianca, anche se tutti i tuoi sensi sono accentuati ed ascolti anche le vibrazioni nascoste del luogo, non avverti le pulsioni più normali come i rumori, il caldo, il freddo. Così, perduto nella sindrome del luogo, quasi non mi accorsi dei richiami di Valery che mi spingeva a non ritardare il rientro. Valery era il nostro contatto di Kiev. Era un professore universitario che, non riuscendo più a quadrare il bilancio familiare con i 50 dollari dello stipendio, aveva pensato di mettersi nel business, assieme alla sua avvenente assistente con cui si accompagnava, come ci tenne subito a farci sapere, dopo aver mollato la moglie. Il monastero poteva aspettare, ci attendeva invece, dopo aver frettolosamente lasciato i bagagli in albergo, una importante riunione alla Camera di Commercio dove alcuni dei più importanti operatori economici stavano aspettando con ansia che portassimo loro il nostro evangelo. Raccogliemmo in fretta tutto quanto serviva per lo show della nostra presentazione ed arrivammo in tempo davanti al gran tavolo dove era schierato il fiore dell'economia ukraina del momento.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 122 (a seconda dei calcoli) su 250!