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mercoledì 16 maggio 2012

I pappi dei pioppi.

I pappi dei pioppi volano leggeri nell'aria. Te li trovi dappertutto. Si alzano al tuo passaggio, si muovono al minimo soffiar di vento, si appoggiano più lievi dei batuffoli di neve, cotone aereo, inconsistenti e bianchi, sfuggenti come fantasime a stento vedute o solo semplicemente credute. Forse neppure esistono, anche se hai la sensazione che ti si infilino nel naso, nella bocca, sforandoti birichini come se non avessero altro scopo se non infastidirti, mentre in fondo vorrebbero solo ignorarti e andare, volare, viaggiare lontano a fare quello che è il loro compito, il loro ineludibile destino. Vogliono soltanto propagarsi spingendosi al limite estremo, fecondare nuovi suoli, nuove lande, sperma aereo con l'ansia di giungere al suo finis terrae, un compito difficile e di improbabile successo. Forse anche qui solo uno su milioni ce la fa, icona paradigmatica di una corsa a raggiungere una meta desiderata da tutti, perseguita dalla maggior, parte raggiunta quasi da nessuno. Precari ontologici a priori che non chiedono conferme. Che triste metafora questa lotta per la vita, che pure alla fine premia assieme il migliore ed il più fortunato, ma che non può prescindere da una determinazione dura e pura, senza condizioni. 

E' il sistema che funziona così, non è di utilità dire che è ingiusto, che ci vorrebbe più spazio per tutti, più democrazia fecondativa. La lotta è sotterranea, poco appariscente alla vista, ma è spietata e lascia le strade piene di cadaveri; teneri, soffici piccoli batuffoli indifesi, adagiati negli angoli morti, appesantiti dalle scorie raccolte che il neppure più il refolo del vento riesce a sollevare. Materia organica alla fine del suo ciclo, cibo utile soltanto più per i saprofiti in attesa vigile, pronti ad afferrare l'occasione per vivere a loro volta, per far ripartire il ciclo della vita attraverso la disgregazione, in una shivaitica alternanza di morti e rinascite, di distruzione per la successiva creazione. Chi non riesce a resistere, ad essere bravo o competitivo, viene soffocato, reciso, espulso, forse rimane in uno stato di coscienza depressa non potendo accettare il suo fallimento, il comclamarsi della sua non capacità a competere con gli altri, ad arrivare prima e meglio. E allora si lascia andare, cede, si ritira, abbandona il campo. Non c'è pietas filosofica, non c'è percorso ermeneutico per questi bianchi simulacri di vita, nessuno compiange il loro destino difficile. Così i pappi dei pioppi se ne vanno sfiorandoti il viso con il loro tocco lieve, quasi a scusarsi del disturbo che ti arrecano, verso il loro destino amorfo. Forse già domani non li vedremo più.


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lunedì 3 ottobre 2011

Webit

La competitività è sempre stata materia su cui ho avuto pochi dubbi. Mi è sempre apparsa come una delle maledizioni che accompagnano l'uomo in questa valle di lacrime. Se da un lato è certo che rappresenti uno dei motivi di successo della specie che, diventando sempre più aggressiva e feroce, conquista posizioni e a cascata la stessa cosa accade a popoli, paesi e gruppi sociali intesi come insiemi che grazie a questo metodo in cui il più bravo, il più dotato, il più determinato prende il sopravvento sul più debole, diventano dominanti e in un certo modo determinano una crescita di benessere in tutta la collettività, in realtà per il singolo, tutto questo è fonte di totale ed assoluta di infelicità. Si tratta di un motore perverso  che genera e alimenta sempre i peggiori istinti, dall'invidia alla cattiveria, unita al desiderio di prevaricare con ogni mezzo per raggiungere un fine quale che esso sia. I deboli, i meno dotati, gli ignoranti, vengono travolti da questo sistema, e mentre da un lato la società si rafforza, dall'altro si lascia alle spalle un cimitero di vittime incolpevole. Inoltre bisogna ragionare sul fatto che questo sistema generatore assoluto di infelicità e di ansia, agisce comunque su tutti gli appartenenti al gruppo. Infatti quello che risulta vincitore nella corsa è sempre uno solo e tutti gli altri, non solo gli ultimi che avrebbero ragione di dolersi, ma addirittura anche chi arriva secondo si roderà ancor di più per il successo che era quasi a portata di mano e che invece si è irrimediabilmente perduto. 

Colui che è arrivato primo e che è l'unico a gioire, in effetti sarà lo sconfitto di domani, quando un nuovo e più forte o solo più determinato avversario inevitabilmente lo supererà. La gioia del suo successo e quindi soltanto effimera e destinata a durare lo spazio di un mattino, gettandolo in una depressione ancor peggiore di coloro che aveva orgogliosamente vinto, perché non c'è peggiore sconfitta di quello che abituato alla vittoria, si trova improvvisamente superato da un nuovo entrato più forte o più giovane. Quanti grandissimi campioni hanno terminato la loro vita nella depressione più nera, le loro imprese ormai dimenticate da tutti, con ancora nelle orecchie l'urlo osannante della folla ormai perduto, a cercare pace nel fondo di un bicchiere o nelle tenebre della solitudine. Questa attitudine è decisamente condannata da alcune religioni orientali come il buddhismo o il taoismo che vedono proprio in questo competere la negazione dell'animo umano, ritenendo preferibile una perdita di benessere materiale e fisico a vantaggio di una gioia interiore e una serenità diffusa. Io abbraccio in toto questa visione e penso che non ci possa essere pace nel competere come categoria morale. Poi però dalla linea teorica si passa alla realtà e qui, vi assicuro che di fronte alla minima sfida a pari o dispari, a qualunque tipo di gioco o di gara, nel momento stesso in cui parte l'agone, vengo attratto in lizza morbosamente come un drogato completo, mi getto subito nella lotta e mi trasformo in un serpente disposto a tutto pur di arrivare primo. E' così, non ce la faccio proprio a resistere. 

Subito, se il gioco è nuovo per me, cerco di carpirne i meccanismi  che lo dominano, di indagare la psicologia dell'avversario, per prevalere senza pietà. La sfida mi inebria, voglio solo vincere, vincere, anzi diciamo la verità, sconfiggere tutti gli avversari. Tutti i giochi mi appassionano, ne ho praticati tanti e sempre in maniera ossessiva e maniacale, mettendoli sempre allo stesso pari, perché evidentemente non era quel gioco a prendermi, ma la voglia di arrivare il più avanti possibile in senso assoluto, di battere il nemico. Che cedimento morale e psicologico! Il trionfo dell'Es, la trasformazione accettata in Mister Hide, il sopravanzare dell'istinto sulla ragione. Così quando è scattata la gara di Webit, subito mi sono appassionato, vi ho chiesto di votarmi (cosa di cui vi ringrazio di cuore, perché lo avete fatto in maniera assolutamente generosa tanto che ho avuto 1000 voti) e ogni giorno ho consultato compulsivamente la mia posizione in classifica, esacerbato dalla delusione di essere stato superato da amici all'ultimo giorno, precipitando dal sesto all'ottavo posto. Bene, ci crederete se vi assicuro che non ho neanche ben capito che tipo di gara fosse e a che cosa servisse, so solo che non potevo vincere nulla. Non ho neanche avuto voglia di andare a leggere motivazioni e regolamenti che forse lo avrebbero spiegato. Niente, solo la cieca furia competitiva. Che vi devo dire, siamo fatti così, condannati all'infelicità. Bisogna meditare per cambiare, per migliorarci. Adesso vi saluto, non ho molto tempo neppure per la meditazione, devo rivedere alcuni sviluppi della apertura spagnola degli scacchi, perché ieri, mio suocero, mi ha battuto malamente e questo non posso proprio sopportarlo e questa sera ho la rivincita.


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