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mercoledì 27 aprile 2016

Krapfen dorati

Foto Rosa Berruti
Questa foto di una amica pescata su FB, mi ha richiamato un flusso di sentimenti mandandomi subito fuori controllo. Sono gli ultimi giorni ad Alessandria per i baracconi, il parco divertimenti itineranti che da noi arriva in aprile e se ne va subito dopo S. Giorgio, che cade guarda caso il 23 aprile , coincidendo col mio genetliaco, anzi oggi devono aver già smontato tutto e se ne sono ripartiti per qualche lido lontano. Per gli alessandrini è sempre stato un evento e per me rimangono inevitabilmente legati agli anni dei calzoni corti, anche se il luogo dove sono collocati adesso, diverso dalla magnifica piazza Garibaldi di allora, mi toglie quel tanto di poesia che i luoghi non mantengono più, quando vengono modificati i tag del ricordo (vecchio ma tecnologico, eh!). Però, la permanenza immutata ed immutabile di questa icona, vedo che permane e tanto basta. Il solo guardarla mi smuove dentro. Sento immediatamente un profluvio di odori ed altri stimoli ineguagliabili che percuotono oggi come allora ogni manifestazione sensoriale. Di certo adesso molto più amplificati dalla cassa di risonanza del tempo. Mi basta guardare la foto e subito sono travolto dall'onda del passato. 

Stavi lì, davanti al personaggio grasso e bisunto che armeggiava davanti ad un gran pentolone cilindrico di alluminio che un fuoco nascosto nelle sue viscere scaldava, facendo sobbollire un padellone ampio e pieno di chissà quale porcheria di olio che fumava un poco, altro che controllo del punto di fumo! Sentivi nell'aria e vedevi negli occhi del piccolo assembramento di ragazzini che gli stava intorno, un profumo di fritto ineguagliabile. L'omaccione prendeva le palline di pasta che teneva nascoste sotto un lurido panno quasi bianco e le allargava tirandole da una parte e dall'altra, grossolanamente, poi le gettava come per disprezzo nell'olio, che lanciava uno sfrigolare più intenso. La pasta affondava nella massa oleosa mandando in superficie una schiuma di bollicine e subito la superficie di irrigidiva gonfiandosi in una serie di bolle irregolari, poi, poco a poco imbiondiva sotto gli sguardi golosi del bambino acquirente. Il tizio, quando lo vedeva già un poco inscurito sulla superficie, lo ripescava con un mestolo a rete di fili di ferro sottili che ne ne facevano scolare l'eccedente e lo metteva in una cartaccia ruvida e gialla che pero, assorbendo meglio l'unto, assolveva egregiamente al suo compito. 

Ogni tanto rabboccava il liquido che la pasta via via assorbiva, versando da una latta misteriosa, piena di chissà quale cancerogenica materia. Il cartoccio veniva subito preso dalle mani bramose del giovane cliente che preventivamente aveva porto il biglietto da 50 lire alle manone unte che se le ficcavano in una tasca davanti di una parannanza che era nata bianca e che era ormai solo un unico damasco di chiazze di varie sfumature di giallo a seconda delle epoche di rilascio. Non appena avuto il cartoccio contenete il krapfen tra le mani, tenendolo per di sotto, te lo guardavi un attimo sfiorandolo con le dita attraverso la carta, godendone la morbida consistenza ed il calore violento ma delizioso e riscaldatorio, dato che in quei giorni ad Alessandria piove e fa sempre piuttosto freddo. Ma non si può resistere a lungo, subito devi infergere la prima ferita, dare il primo morso, nella bolla più carnosa. Allora senti subito lo scrocchiare leggero di quella deliziosa croccantezza che si frange sotto i denti mentre questi penetrano subito sotto la superficie nel morbido e voluttuoso impasto, cotto, ma ancora delicato e fragrante. 

E subito una ondata di piacere olfattivo ti coglie in pieno, una serie di profumi che non riesci neppure a definire, di mela o vaniglia o di chissà cosa, ti sazia il naso mentre le papille vengono ricoperte, se hai saputo resistere almeno un attimo e non sono state subito ustionate dalla fretta ingorda, da un sapore pieno e dolce, unico in assoluto. Lo divori in un attimo, gli astanti non ti badano, intenti come sono ad aspettare il turno per ripercorrere la tua stessa storia e tu, a lato, mordi e mastichi senza soluzione di continuità, con una voracità belluina, solo in questa onanistica voluttà solitaria, che nel giro di un attimo finisce lasciandoti felice per il godimento completato. Che meraviglia quel tondo e sicuramente cancerogeno krapfen dorato, sempre desiderato con brama e quasi con cattiveria invidiosa, dato che io potevo permettermi sempre solo quello più piccolo a losanga da 30 Lire, che provenivano dal sacrificio di un risparmio oculato, avendo precedentemente rinunciato ad un giro sugli autoscontri. Ma, Rosa, davvero li fanno ancora i krapfen ai baracconi?


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sabato 30 aprile 2011

Calcinculo.

Immagine dal web
Non fatevi fuorviare dal titolo  ingannatore. Quello di oggi non è un post politico, non si può più parlare di questo argomento in questo paese. Subito ti assale una tristezza sconfinata che ingrigisce gli arcobaleni più smaglianti. Così la pioggia di ieri si è portata via i baracconi. Che anomalia per questa città. Come vi ho già raccontato una volta, la pioggia era una caratteristica fissa che accompagnava, forte o debole, tutto il mese delle giostre e la masnada di ragazzotti che si aggiravano negli interspazi ghiaiosi per dare la baia (vi piace questo indulgere a forme desuete, tanto per spandere? d'altronde è naturale se si vuole tornare indietro nel tempo con la memoria) alle compagne di scuola in calzine bianche che emettevano urletti sui primi ottovolantini, doveva saltabeccare tra le pozzanghere o riparasi alla meglio sotto le pensiline dell'autoscontro.

Però negli squarci di luce tra i nuvoloni grigi, c'era un punto più affollato degli altri, sempre gremito di spettatori che facevano cerchio attorno all'attrazione che, per sua natura abbisognava di uno spazio libero circolare più vasto, se pur transennato. Era la regina di tutte le giostre, divertissement per ragazzi già grandi, la favolosa calcinculo. Molto più alta ed imponente, nella sua semplicità a confronto delle altre giostrine da bimbi, stava lì, gigantesca con il suo gran piantone centrale e la schiera dei seggiolini penzolanti dalle catenelle deboli all'apparenza, quasi misera, quando era ferma. Ma quando cominciava a vorticare e la forza centrifuga sollevava a poco a poco i seggiolini carichi di ragazzine con gonne e capelli che svolazzavano fuori controllo e di ribaldi che tentavano di afferrarle, fintamente nolenti e spingerle con la leva delle gambe per scagliarle ancora più in alto, ancora più velocemente, ah, che sensazione di velocità, di pericolo incombente, di sfida futurista alle leggi della fisica!

Poi c'era la sfida per acchiappare il fiocco, posto là in alto, apparentemente irraggiungibile a quelle braccia che si allungavano nel cuore e nella mente senza poter avvicinare il nirvana, fosse esso la primazia della conquista del giro successivo o delle forme ammiccanti che stavano raccolte nel seggiolino davanti. Nel gruppo degli amici di Valle, c'era un giovin focoso e ancorché rozzo, ammirato dalle fanciulle, che aveva ideato una sua tecnica al riguardo. Invece di farsi parte passiva, prendendosi l'incarico di spingere con un forte calcione il passeggero avanti a lui, che generalmente veniva scelto per il suo scarso peso e quindi farlo volare più alto per raggiungere il fiocco, essendo lui stesso leggerino, utilizzava un metodo inverso. Si sceglieva, avanti a lui una figura bene inquartata, poi quando la giostra aveva raggiunto la corretta velocità, in posizione opposta al bersaglio, dava apparentemente contro ogni logica, la grande spinta  verso l'esterno, cosa che proiettava inutilmente il seggiolino anteriore completamente fuori tempo, ma la spinta contraria che lui più leggero riceveva, lo faceva sprofondare verso l'interno del vortice, lanciandolo subito dopo, per naturale sinusoide, all'esterno e molto più in alto, proprio nel momento in cui passava davanti al premio che invariabilmente acchiappava tra l'ooooh estatico delle sue ammiratrici.

Certo la parte più difficile era il punto esatto da cui calibrare il lancio, essendo completamente sganciato dalla vista del traguardo, ma il birbo aveva raggiunto ormai tale perizia, che il giostraio, gli poneva il trofeo sempre più in alto o addirittura glielo faceva ballonzolare al passaggio, per mettere un po' di pepe nell'agone e dare infine qualche possibilità anche agli altri. Io non ci sono mai salito sulla calcinculo. Forse era il timore, di un pericolo inesistente, che mia mamma astutamente mi istigava, raccontandomi di schiere di bambini maciullati dopo il probabilissimo sganciamento fortuito di seggiolini che si erano schiantati irrimediabilmente contro le dure pareti del retrostante  Tunnel dell'amore, altra attrazione di cui si raccontavano cose turche, al centro dell'immaginario delle schiere di brufolosi; ma credo che me lo dicesse per sviare la mia attenzione da quella giostra che rimaneva comunque la più costosa di tutte ed era irrimediabilmente fuori dal mio budget. Ci sono passato l'altro giorno per curiosità dopo aver letto le considerazioni di Maaleesh al mio post precedente ed era proprio così anche se  c'era il sole tra gli spazi polverosi e deserti dei baracconi silenziosi, chiusi per metà. Nessun odore di krapfen nell'aria, tre autoscontri giravano lenti e senza colpirsi, l'aria quasi ferma e senza che, come allora, vibrassero forte le note di In ginocchio da te. In un angolo, ancor più solitaria e triste la calcinculo pareva uno scheletro abbandonato con i suoi seggiolini di plastica spelacchiata che pendevano immobili. Neppure più un alito di vento a dar loro  una scintilla di vita.


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martedì 19 aprile 2011

Pioggia ai baracconi.

Intanto non piove neanche oggi. Sembra strano, ma ad Alessandria è una cosa contro natura. Qui, nella Padagna depressa, quando comincia aprile, arrivano a braccetto i baracconi e la pioggia. Sono un po' un binomio inscindibile e nostrano, una coppia che, come quei vecchi coniugi che festeggiano le nozze di diamante, non riescono a stare lontani neppure per poco, perchè hanno costantemente bisogno l'uno dell'altra. Da tutte le parti le chiamano giostre o Luna park, se si fa ad essere fini, ma da noi li hanno sempre chiamati baracconi; un corpo unico un po' alieno che invade oggi la piazza d'armi, ma che quando ero piccolo io, si impadroniva per tutto il mese di Piazza Garibaldi, che era un po' la sala di rappresentanza della città con le sue omogenee quinte di palazzi ottocenteschi.

Come sugli altri ragazzini, i baracconi avevano su di me un'attrazione morbosa, forse iniziata come per tutti i bambini quando mi ci portò, la prima volta che mi ricordi, il mio papà per farmi salire su una giostra, che mi pareva grandissima, con tante buffe macchinine. Io volli a tutti costi la vespa, che rimase poi per sempre un desiderio inappagato, ma quando tutto iniziò a girare vorticosamente, ero talmente emozionato che mi dimenticai di suonare il clacson, come mi ero preposto, nonostante i grandi segni che mi faceva mio padre a cui avevo comunicato di stare ben attento ad ogni mio passaggio. Così il giro finì in fretta, troppo in fretta, ma se ne poteva fare solo uno, come era nei patti, così me ne tornai a casa con una lacrimuccia incipiente, mesto con il magone nel cuore e senza neanche la voglia di raccontare alla mia mamma la grande avventura. Poi, un po' più cresciuto, ci potevo andare da solo, appena finiti i compiti e mi piaceva passare un paio d'ore anche se ero quasi sempre da solo, riparandomi sotto le tettoie, perchè pioveva sempre come vi ho detto, a guardare le varie attrazioni, come venivano chiamate.

Mi piaceva guardare i bulletti che sparavano con le carabine dei tirassegni, rompendo i gessetti uno dopo l'altro o meglio quelli dei fuciletti a tappo con cui si vincevano sempre e solo dei grossi wafer rettangolari, o le gabbie che forzutissimi ragazzotti, tra l'ammirazione delle ragazze, facevano girare dondolandosi all'interno con la forza delle braccia, cosa che mi pareva assolutamente superiore alle mie forze, anche perché il mio rapporto peso/muscolatura era già leggermente sbilanciato. Guardavo ammirato da fuori la presentazione delle moto che facevano il giro della morte, miracolo della fisica o le macchine di una grande pista ad otto dove andavano solo i ragazzi più grandi. L'unica parte semiattiva me la prendevo sugli autoscontri dove facevo spesso il terzo trasportato non pagante, come da tradizione, di qualche mio amico che mi prendeva a bordo volentieri per aumentare il peso del mezzo e rendere così gli scontri con le macchine avversarie più devastanti. Mi aggiravo così quasi sempre solitario fino all'imbrunire, quando l'orologio della piazza segnava le sei e mezza, che mancando l'ora legale, segnava un po' il limite spartiacque prima dell'accensione delle luci colorate. Perchè mi ero ritagliato soltanto una posizione di guardone passivo, nonostante, nella maggior parte dei casi fossi dotato ogni volta di 30 lire, che credo corrispondessero al prezzo di una corsa, non so. In realtà me le baloccavo in tasca per tutto il pomeriggio come se fossi nel dubbio di cosa scegliere.

Poi verso la fine crollavo e (so che mi criticherete) mi fermavo invariabilmente davanti al banchetto dei Krapfen, di cui ho ben stampato in testa quell'odore netto di olio bruciato, ma con un delizioso fondo zuccherino che veniva spolverato sul tortello dorato mentre usciva unto e bollente dal pentolone nero. Non avevo mai la disponibilità per quello rotondo da 50 lire che gongolava enorme, ricco e desiderabile, ma ripiegavo deciso per quello da 30 fatto a losanga che che atteneva perfettamente al mio budget. Lo afferravo  attraverso la carta gialla e già unta al primo contatto, bello, caldo e gonfio e ci affondavo un morso ingordo che ne spezzava la dorata superficie croccante a rivelare il paradiso del morbido interno dove abitavano delicati sentori di mela. Indimenticabili.

Chi se ne frega se non avevo sparato coi tappi o fatto due giri sull'autoscontro. Così me ne tornavo a casa un po' riscaldato da quelle sensazioni, in fretta, rasente i muri per ripararmi naturalmente dalla pioggia implacabile, anche se, chissà perchè un po' mogio, ma si sa che post coitum omne animal triste est. Poi, cominciato il liceo, non ci andai più, non so perchè, anche se mi risulta fosse luogo in cui si scambiavano occhiate roventi con quell'altro sesso misterioso e distante. Li rividi solo una trentina di anni dopo, portandoci la bambina, ma era ormai l'ora del brucomela e anche la piazza era cambiata, non si sentiva più nell'aria il profumo dei krapfen anche se pioveva sempre. Ieri ci sono passato davanti e mi sembrava tutto deserto; forse sono cambiati gli orari e il sole batteva a picco. Sarà la radioattività giapponese.



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