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venerdì 25 gennaio 2013

Taste of Laos 16.

Sulla strada.

Tre palle rosse.
Non cadono più bombe.
Bimbo felice.

venerdì 2 marzo 2012

Lettere dal Laos 14 : La piana delle giare.

Phonsavang - Il bar Craters.


Phonsavang - Museo degli UXO.
A molti ragazzi  non dice assolutamente nulla, ma per quelli della mia età che ancora conservano la memoria dei fatti, questo nome ha un suono duro, che ricorda marce, capelli lunghi, slogan ripetuti, voglia di dire qualche cosa. E' un luogo strano, questo, assolutamente particolare, nella sua apparente tranquillità. A partire dalla città, Phonsavang, innaturalmente distesa sulla piana, con strade larghissime, enormi, sproporzionate ad un paesotto di poche decine di migliaia di abitanti. Tutte le costruzioni sono recenti, ma la cittadina è come strozzata in una crescita prevista ed invece abortita sotto le nubi basse dell'altopiano. Su tutto, una cappa difficile da interpretare, e non è soltanto il clima, innaturalmente freddo e gelido per un paese tropicale, ma è come fosse un sentimento indistinto, un vago e lontano sapore di morte che aleggia nell'aria come una maledizione lanciata da un Dio antico e destinata a durare millenni. Qui la morte si è presentata spesso e con facce diverse. Oltre quarant'anni fa, in questa e altre aree del paese, venivano sganciate una quantità di bombe che non ha avuto uguali in nessuna altra parte del mondo; oltre 4 milioni di tonnellate, più di una tonnellata per abitante, un bel record pro-capite. Eppure il paese non era neppure in guerra con gli Stati Uniti. Ma di qui partiva il famoso sentiero di Ho Chi Min e per gli incolpevoli abitanti di questa provincia, completamente rasa la suolo, cominciarono anni di vita da topi, in caverne profonde, in attesa che i destini del mondo cambiassero e la morte cercasse altri luoghi. Finita la guerra non-guerra, si pensava di poter ripartire, ma non fu così. 

Make spoons not war.
La mente contorta dell'uomo aveva studiato trucchi insidiosi per poter far durare a lungo l'orrore. Le cluster bombs sono uno di questi regalini, che vengono lasciati alle generazioni future. Sono bombe enormi che si aprono nell'aria liberando oltre 500 piccole bombe rotonde come le bocce della petanque che si spargono su un'area di almeno 5000 metri, infestandolo irrimediabilmente. Ognuna di queste appena toccata esplode e si frammenta in minuscoli pezzi di metallo che maciullano corpi, moncano arti, accecano chi le raccoglie, e rimangono lì per decenni ad aspettare la loro vittima inconsapevole, neanche nata quando quel piccolo dono è stato seminato a contaminare quella terra. Gli UXO (ordigni inesplosi) sono ancora presenti a milioni in questo territorio e attualmente colpiscono una media di una vittima al giorno, circa 300 all'anno. Così, da queste parti, è davvero difficile fare il contadino, dissodare una risaia, per una donna fare un piccolo orto o per un bambino giocare dietro casa dopo la scuola. Pochi giorni fa tre ragazzini sono morti nel bosco vicino a casa. Glielo avevamo detto a scuola di non toccare nessun pezzo di metallo che avessero trovato sotto terra, hanno detto le maestre, ma uno di quei bambini veniva dalla città e non aveva mai visto i manifesti appesi dappertutto nelle piccole scuole di paese, che mostrano la forma di questi ordigni e così quando ha visto quella piccola boccia lucente l'ha subito presa in mano. Qualche organizzazione internazionale aiuta un poco nell'opera di di bonifica, ma è un lavoro costoso e a questo ritmo si calcola che ce ne sarà ancora per almeno un secolo. Intanto tutta la zona si è inventata un lavoro di riciclaggio di residuati bellici. Passeggiando per Phonsavang, davanti ad ogni ingresso, siano negozi che ristoranti, troverete enormi involucri di bombe a far da steccato. 

Cartelli di avviso.
Gruppi di ragazzi americani, chiedevano ieri al proprietario del bar, chi mai le avesse sganciate tutte quelle bombe, rimanendo straniti al vedere le scritte Made in USA sui pezzi di metallo contorti e slabbrati che vengono loro indicate sorridendo. Ma non eravamo in guerra con il Vietnam? si domanda qualcuno. Eppure anche nei cartelli del piccolo museo, non si calca troppo la mano contro l'antico nemico, che viene citato di rado, facendo più spesso riferimento genericamente ai "nostri nemici di quel tempo", quasi si volesse chiudere in qualche modo con il passato, se non ci fossero ancora tanti motivi per ricordarlo. In tutte le campagne intorno alle case gli steccati sono fatti di residuati bellici e un paese.si è addirittura inventato una attività. Gli abitanti hanno formato una cooperativa e producono esclusivamente cucchiai e braccialetti ed altri piccoli ornamenti, con il metallo delle bombe recuperate nei dintorni. Materia prima ce n'è a volontà e i turisti le comprano volentieri anche solo per onorare la scritta : "Make spoons not war " che campeggia all'inizio del paese. Ma la morte doveva essere una maledizione antica per questi luoghi. Infatti tutta l'area era già giustamente famosa per una misteriosa civiltà megalitica risalente all'età del ferro che ha costellato il territorio di numerosi siti costellati di migliaia di gigantesche pietre scavate al loro interno in forma tondeggiante di giare colossali. Almeno tre sono rimasti abbastanza integri, nonostante i crateri delle bombe che ancora fanno mostra di sé qua e là. 

Piana delle giare - Sito 1
Nel primo, su una collinetta, almeno 400 giare di diametro tra uno e tre metri porgono la loro bocca al cielo, gridando mute il loro mistero. I coperchi quasi tutti spezzati, anche se ne indovini ancora gli ornamenti circolari e giacciono spezzati al loro fianco. Il secondo sito è il più suggestivo in un boschetto quasi nascosto con le giare tra cui sono cresciuti gli alberi, uno addirittura dentro, spezzandola con la forza del suo tronco che crescendo l'ha aperta come neppure le bombe hanno saputo fare.

Il Buddha di Muang Khoun.
Il terzo tra le risaie, in un ambiente bucolico che solo i segni a terra che delimitano il terreno bonificato rendono inquietante, invitandoti a non essere imprudente, con tante giare più piccole, molte delle quali rovesciate a mostrare le bocche che urlano il loro interrogativo. Si tratta forse di antichissime necropoli, città di morti e le giare erano le tombe di quegli uomini antichi che marcarono indelebilmente per millenni un territorio, lasciandogli un segno, un destino legato alla morte da cui non si è più riuscito a liberare. C'è sempre un silenzio quasi innaturale, attorno ai megaliti, lungo le stradine sterrate che conducono ai siti, tra le risaie coltivate a prezzo della vita. Non si sente rumore di uccelli nell'aria e nella vicina Muang Khoun, il capoluogo della zona durante la dominazione francese, ridotto a poche capanne ora, è rimasto silenzioso un grande Buddha sbrecciato dalle bombe e due grandi stupa in rovina, anch'essi monumenti funebri, tombe senza morti, costruite anch'esse secoli fa soltanto per ricordare.

Piana delle giare - Sito 2

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giovedì 1 marzo 2012

Lettere dal Laos 13: Una strada tra i monti. Da Vang Vieng a Phonsavang.

Verso il passo.
 

Liquori Kamu.
Lasciare Vang Vieng è davvero difficile. Vorresti rimanere, lasciarti andare alla pigrizia delle amache lungo il fiume, camminare nei boschi dei dintorni, godere di un paesaggio unico e grandioso, ma il viandante deve riprendere la strada che sale tortuosa lungo i fianchi corrosi di montagne spettacolari, una strada tutta curve, dal manto disastrato, che mette a dura prova mezzi e stomaci dei viaggiatori. Ad ogni svolta vuoi fermati almeno un attimo per fare una foto, per cercare di portare con te le immagini uniche di queste valli contorte, continuamente diverse e mutevoli che ti presentano ad ogni svolta un nuovo panorama, un differente punto di vista ancora più bello. Di quando in quando piccoli gruppi di capanne, paesini dove si raggruppano i tanti gruppi etnici che popolano la montagna, Hmong e Kamu, che vivono delle risorse della foresta e di una agricoltura primordiale e di sussistenza. Davanti alle case di legno o di frasche, qualche bancarella che vende i frutti della foresta, piccoli animali di ogni tipo, uccelli all'apparenza esotica, già cucinati e pronti per l'uso. Da sotto una cesta spuntano due lunghe code pelose piuttosto misteriose, forse gatti selvatici, che l'uomo di casa si affretta a nascondere; più in là radici ed erbe medicamentose e liquori fai da te in bottiglie riciclate che contengono innominabili forme di vita. 

Animali della foresta.
Un mondo primitivo che si stempera nel sorriso delle venditrici che offrono le loro merci ai rari passanti. Su un piccolo passo, un villaggio Yao, offre mandarini dolci e succosi. Dietro ad ogni banco una ragazza impegnata a ricamare strisce di stoffa che ornerà i suoi costumi, ché nella foresta dove il verde cupo del sottobosco la fa da padrone, si sente forse un bisogno di colori per sottolineare la bellezza delle donne, per arricchire l'aspetto dei tanti bambini, con le grandi fasce per portare i neonati sulle spalle o nei graziosi cappellini di cui nessuno è privo. Tante faccette rotonde che ti guardano ridendo e che le giovani mamme esibiscono con orgoglio per farli fotografare, cosa che tu fai con piacere, così non ti rendi neppure conto che il chilo di mandarini, un po' mollicci, ti viene fatto pagare più caro che alla boutique della frutta della tua città. Te li mangi di gusto e li trovi buonissimi mentre arrivi al passo. Qui, da una grande balconata che si affaccia sulle valli che convergono, ti puoi sedere in un aria frizzantina a guardare in basso, dove gli orizzonti lontani si confondono, dove la foschia azzurra colora le cime più lontane e contorte. Un paesaggio immenso che disarma e stupisce.
Bimbo Yao.

Al passo si fermano tutti, un po' per la bellezza del sito, un po' per mettere sotto i denti qualcosa, una scodella di noodles o un'insalata di papaya, per calmare lo stomaco rivoltato dalle curve. Un enorme gruppo di giapponesi in gita aziendale, con fotografo ufficiale al seguito, si impadroniscono dell'area colonizzando panche e sfondo per le foto. Chiasso e movimento. Il gran capo anzianotto che si accompagna ad una giovane laotiana, dall'aria annoiata, viene servito con degnazione da una coorte di sottopancia che forniscono alla coppia viveri e altri generi di conforto. Lasciamo, quasi con dispiacere questo luogo naturalmente affollato, mentre la strada prosegue scendendo in continui saliscendi fino al bivio di Luang Prabang. Poi la strada per Phonsavang diventa davvero terribile. 120 chilometri in un paesaggio sempre più severo e deserto di abitanti e di vita. Tre ore di curve senza fine per arrivare all'altopiano. Quella piana delle Giare dove la storia ha giocato carte violente e tragiche. Il luogo è davvero particolare, senti brividi forti lungo la schiena, mentre calano le ombre della notte e forse non è soltanto la pioggerella gelida che scende dal cielo a freddarti le ossa.

La strada per Phonsavang.


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domenica 5 febbraio 2012

La piana delle giare.

L'aria sottile che ti fa capire che, anche se ai tropici, sei in montagna; la temperatura piu' frizzantina, le montagne intorno, inusuali e coperte di vegetazione fitta e rigogliosa. La strada tortuosa percorre a volte i crinali, altre si getta a capofitto verso il fondovalle, qualche capanna di legno col tetto di paglia, non appena un piccolo slargo permette le balze ordinate di una risaia. La piana delle Giare, un nome vecchio che molti avranno dimenticato, e' un luogo di memorie, un luogo ambiguo popolato di fantasmi, lontani e vicini. La presenza dell'uomo e' cosi' scarsa da rendere sospettosi. Poi su qualche dosso un po' pelato che attira l'occhio per la sua diversita' ecco apparire a centinaia, gruppi di grandi pietre rozzamente lavorate testimoni muti di un antico mistero. Solo mostrano al cielo le bocche aperte e scoperchiate, come a gridare l'orrore a cui questo luogo di pace e' legato, dove morti antichi volevano soltanto riposare ed invece sono state aperte e violate senza vergogna dalle esplosioni infinite, senza pieta', per anni da una grandine di bombe che hanno aggiunto morti ai morti e ancora adesso dopo quaranta anni, chiedono ancora vittime, quando qualche bambino meno accorto degli altri, dietro l'argine della risaia, trova una dei milioni di cluster bomb che giacciono sparse qua e la', sgraditi regali della bestialita' dell'uomo, in attesa che qualcuno le raccolga.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 122 (a seconda dei calcoli) su 250!