sabato 19 luglio 2014

Albania 7: Il lago di Okrit

Lago di Okrit



Attrezzature di divertimento sul lago
Non sono un appassionato di laghi, ma arrivare a tarda sera dalla lunga serpentina che scende dalla montagna fino a Pogradec, mentre la luce diventava sempre più fioca e la immensa superficie dell'acqua diventava via via più vicina, è stato comunque emozionante. E poi con questo lago avevo un appuntamento mancato da oltre venti anni. Già, era l'anno prima che scoppiasse la guerra, nell'agosto '90. Dall'altra parte era ancora Yugoslavia, ma i segnali di disintegrazione erano nell'aria, anche se era impossibile pensare ad una mattanza insensata come quella che la follia umana avrebbe prodotto di lì a poco. Ero a Ohrid, esattamente sulla riva opposta, adesso macedone, la bellissima cittadina col suo antico monastero che dà il nome al lago stesso. L'acqua aveva lo stesso colore e l'altra parte del lago, quello in cui mi trovo adesso, stava lì invitante e desiderabile, eppure esclusa da una barriera invalicabile, che aveva reso il paese delle aquile completamente isolato ed impenetrabile a chiunque. La voglia di attraversare quel confine era allora fortissima e dentro di me ci fu allora la certezza che prima o poi ci sarei arrivato dall'altra parte, per vedere cosa c'era oltre quello specchio d'acqua deserto, così diverso dagli altri, sempre solcati da navi e battelli di ogni dimensione, mentre lì tutto era solitario e spento, quasi lugubre. Il mondo fa in fretta a cambiare. Adesso il lungo lago è certamente diverso, sono scomparsi anche i bunker, sostituiti dalle tante costruzioni che hanno portato anche qui il turismo, locale per ora. Tanti alberghi nuovi grandi e piccoli, ancora certo in sovrannumero rispetto alla esile richiesta, ma bastanti a dare la sensazione della vacanza, di gente libera che cammina serenamente nei giardini della passeggiata del lungolago, tra bar e piccoli locali, da cui esce, neanche troppo a basso volume, lo scoppiettare  della musica balcanica, violini e clarinetti, mentre i fumi delle griglie riempiono l'aria di odori allegri e ti invogliano a sederti, rilassato a bere birra e mangiare spiedini e tzatziki. C'è tanta gente in giro. 

Quasi al tramonto
Fai fatica a pensare che due decenni fa, qui vigeva una specie di coprifuoco continuo e ognuno prima di parlare si guardava alle spalle, con la paura continua di sentire bussare alla porta, la mattina dopo, un drappello della polizia segreta. Qualcuno veniva qui con la speranza di farcela a scappare; entrava nell'acqua tra le canne nel buio, cercando di farcela a nuotare fino all'altra riva o con una barchetta, certo più sicura, ma così facilmente avvistabile dalle mitragliette delle guardie. Adesso che l'aria è diversa, l'unica cosa che può capitare è l'arrivo, sempre al mattino presto, della polizia edilizia, che, dopo avere però effettuati i tre avvisi regolamentari, giunga con la ruspa per buttare giù una, magari la tua, delle migliaia di case abusive che nel frattempo il benessere e la brama speculativa ha costruito a gran velocità lungo le tante coste bellissime di laghi e del mare. Comunque, la sera, passeggiare sul lungolago è davvero piacevole, mentre la luna ormai piena ne fa risplendere la superficie di argento vivo. La mattina si fa colazione davanti alla grande vetrata che guarda il lago, mentre i rilievi delle rive lontane si leggono appena in una infinita sfumatura di azzurri e di blu. Forse sarebbe anche divertente trascorrerci qualche giorno da queste parti, lasciarsi cullare su un barchetta, cercando di pescare una trota, senza spingersi troppo al largo, sul lago deserto e profondissimo, cercando di non udire le voci di quei tanti che cercavano di passarlo a nuoto, di notte, anche senza la speranza di farcela. Non so che dire, il lago mi lascia sempre sentori di tristezza, anche con la sua bellezza cupa, che non induce al riso. Meglio andarsene forse, percorrendo la bella strada che lo costeggia, tra bassi canneti e piccole anse ingentilite da paesi addormentati. Poi ancora una volta la strada prende la via del monte, un altro passo dove puoi dare l'ultimo sguardo a quella superficie di un azzurro metallico, che da questa altezza ti appare ancora più immobile. Ohrid, Okrit, due nomi diversi per lo stesso luogo, finalmente ti ho avuto, ma non per questo, adesso, sono più felice.

La lontana riva macedone azzurra vista dal passo

SURVIVAL KIT

Hotel 1 Maji - Pogradec - Lulishtja 1 Maji, 120 - In posizione centrale proprio sull'acqua del lungo lago. Nuovissimo con camere spaziose, molto silenzioso, Free Wifi. Stranamente colazione molto sovietica che ricorda gli Inturist di un tempo, con squash e caffè lunghissimi e biscottini alla segatura. Per il resto ottimo, sui 40/50 €. Potrete uscire la sera e passeggiare tra i bar e i locali che offrono musica, birra e ottime grigliate attorno ai 10 €.

Risulterebbe che è stata attivata una linea con un battello che fa il giro del lago, arrivando quindi anche in Macedonia, ma al momento non ho notizie più precise.

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venerdì 18 luglio 2014

Albania 6: Bunker e laghi

Pagliai di montagna



Il ponte romano
Le piccole catene di monti che corrono parallele al mare si susseguono una dopo l'altra in una serie intricata di forre e precipizi, salite improvvise che ti conducono a passi tra le nuvole e susseguenti zig zag in discese mozzafiato in mezzo a boschi intricati. E' una vera pacchia per chi ama il fuoristrada, seguire queste carrarecce sassose che paiono seguite solo da muli imbardati e greggi di capre. Ogni tanto un piccolo guado in fondo alla valle per passare un pigro rivolo di acqua che, dal greto che lo circonda, indovini invece, violento e prepotente in altre stagioni e poi via a risalire il costone, senza incontrare mai nessuno. Ti sembra quasi un mondo deserto e primordiale, forse abbandonato dai suoi abitanti che un tempo lo popolavano. Il problema si presenta quando è ora di mettere qualche cosa sotto i denti, perché anche il fuoristradista non vive di sola polvere e pietrisco, dell'adrenalina dei guadi e della guida ai limiti del ribaltamento. Su un costone, libero dal bosco, quattro case circondate da orti stentati, due campi di mais e qualche prato già sfalciato, circondato da grandi pagliai. In una di queste, la stanza che dà sulla strada, un po' più grande, funge da solito negozio tuttofare e quindi ci sono anche i due tavoli e qualche sedia che lo qualificherebbero come bar. Il ragazzo rimane perplesso alla nostra richiesta di cibo, non so se per la dimensione dei richiedenti o per una oggettiva ed inusuale stranezza della richiesta. Chiediamo di conferire con la mamma, che arriva dall'orto tutta trafelata, anche lei però incerta sul da farsi, poi, convinta dalla pressione esercitata dai famelici stranieri, forse per non farci rimanere male, corre in cucina a preparare quello che ha nel suo frigo. 

Alcuni bunker
Così, dopo poco, compaiono assieme alle birre fresche, qualche piatto di tzatziki, delle belle insalatone alla greca, che qui comunque è bene chiamare insalate miste, salsicce arrostite e un fenomenale piatto di ricotta tiepida e striscioline di peperoni sott'olio, che viene sbarazzata in un attimo, sotto gli occhi sbarrati della gioventù del paese che si è radunata davanti al negozio a prendere parte all'unico avvenimento della giornata. Finale con caffè turco, corposo, sapido, forte, che come si sa premia chi sa accontentarsi e punisce l'ingordo lasciandogli sabbietta fine di caffè in bocca per tutto il giorno. E' un problema anche pagare, la signora vorrebbe solo i soldi delle birre, in quanto secondo lei non ci ha fornito un vero e proprio pasto. Alla fine si riesce a farle accettare un euro e mezzo a persona. Poi la strada prosegue per fondo valle, lungo un fiumicello un poco più pretenzioso che ha scavato una bella gola scura e silenziosa. Attraversi il bosco per arrivare ad una spiaggetta dove l'acqua prende più forza prima di buttarsi nella profondità di una forra più oscura e arrivi davanti ad uno dei tanti gioiellini sconosciuti e completamente occultati dal segreto della foresta. Appena le piante si aprono un poco ecco, un grande ponte di epoca romana, perfettamente conservato che scavalca l'acqua con una curva elegante e slanciata. Pilastri robusti adatti a durare per millenni, archetti precisi che ne alleggeriscono la forma sinuosa, il selciato ancora solido ad aspettare i passi delle legioni che vanno a presidiare lontani confini, zoccoli di muli, ruote di carri pieni di derrate da portare in ogni parte dell'impero, la ricchezza del commercio e della commistione di popoli e di idee, la grande forza della soluzione romana, forse la spiegazione vera della durata del suo dominio. 

Una granata
In alcuni punti seminascosto ancora dalla vegetazione ricca e rigogliosa per l'umidità costante, che ne fa ricoprire la pietra di muschi, mentre giganteschi salici e altri arbusti lo assalgono alle spalle per tentare di vincere senza riuscirci, l'opera dell'uomo. Così lo vuoi percorrere ancora per intero, perché solo in questo modo ti par di sentire i passi cadenzati della marcia di quei lontani invasori; lo ammiri dal basso per chiederti se queste cose possono rappresentare nel tempo la grandezza dell'umanità, dell'uomo faber intendo e non del guerriero distruttore. Chissà, comunque il paese è pieno di questi  resti millenari, ben conservati, ci vuole solo la voglia di scoprirli e di andarseli a vedere. Magari di metterli a paragone con le opere più moderne e recenti, gli infiniti bunker di cemento di cui vi ho già parlato, che però già cominciano a sgretolarsi sotto il giudizio della storia. Al fianco nel costone della montagna ce ne sono di grandissimi, forse servivano a riparare carri armati e sono tutti comunicanti tra loro. Butti  un'occhiata dentro e per terra tra il fango ecco che spunta una granata, piccola, verde, maligna, ancora pericolosissima, a testimonianza che non bisogna fare gli stupidi. Questo ritrovamento getta una certa ansietà e fa riflettere sul fatto che se chi ti accompagna ti dice che in certi posti non bisogna entrare, ci sarà pure un motivo. L'ultimo passo della giornata, poi compare in un varco tra le nubi, la piatta superficie del lago di Okrit. E' uno dei tre grandi laghi albanesi, enorme e chiuso tra le montagne, ai confini di Macedonia e Montenegro. Visto dall'alto mentre il sole è già sceso, ha il colore plumbeo dei laghi glaciali alla sera, solo a tratti imporporato dagli ultimi barbagli di un tramonto ormai consumato, sotto nubi che si preparano a vestire il velluto grigio scuro per il galà notturno, che le mille piccole luci promettono sulla linea curva della riva lontana. La pista precipita a valle in una serpentina angosciata di curve. Pogradec, la capitale del turismo locale lacustre, aspetta laggiù in fondo. 


SURVIVAL KIT

Le fuoristrada al ponte romano
Ponte romano - Lasciare la strada principale che da Elbasan va a Pogradec, più o meno a Oukes e prendere la pista destra che va verso il fiume, dopo poco a destra, una piccola pista laterale porta, con un centinaio di metri, fino al torrente dove, tra gli alberi rimane un po' nascosto il ponte. Eventualmente chiedere a qualche passante. Proseguendo poi la stessa pista nella gola che porta al passo per Pogradec, sulla sinistra a fianco alla strada, molto visibili, l'ingresso di 3 bunker , magazzini per materiali pesanti. NON ENTRARE. E' molto pericoloso a causa della possibilità di calpestare al buio, residuati bellici ancora attivi e mettereste anche in difficoltà chi vi accompagna, Accontentatevi di dare un'occhiata attraverso le grandi entrate.

La discesa dal passo a Pogradec sul lago di Okrit

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giovedì 17 luglio 2014

Albania 5: Sul monte Dajti

Tirana - La moschea Ethem Beu
 
Gli affreschi all'interno della moschea
La grande piazza Skenderberg, al centro di Tirana, al mattino presto mostra un traffico non troppo confuso e caotico, ma quello di una tranquilla città di provincia. Ti puoi fermare con calma e trovare un comodo parcheggio per dare un'occhiata intorno. I palazzi dei ministeri gialli e rossi che la circondano, mostrano un inconfondibile stile littorio coloniale. Su un angolo, la Moschea Ethem Beu, si erge tranquilla e minuscola, senza la consueta pomposità degli edifici religiosi. Non aspettatevi niente di straordinario, tipo Moschea Blu o Moschea di Cordoba, si tratta solo di un piccolo edificio, miracolosamente sfuggito alle distruzioni iconoclaste del regime, che aveva, con una famosa legge, abbattuto ogni costruzione che concernesse attività religiose di qualunque tipo. Ci fu qualcuno che mise il dubbio che, in fondo, si trattava di materiale culturale e storico che sarebbe andato perduto a detrimento della grandezza del paese stesso, così fu compilata una lista di edifici da salvare, dai quali, siccome parevano troppi, fu stralciato successivamente un più contenuto elenco, un po' come la storia dei nostri Enti inutili, solo che da noi non si riesce ad abbatterne nessuno, mentre lì, diciamo che ci hanno dato dentro pesantemente e quello che è rimasto non è davvero molto. La Moschea di Tirana è un piccolo edificio, ma con i soffitti ancora ricoperti di affreschi floreali molto belli, che un simpatico custode ti apre a richiesta. Per la verità sono disponibili anche degli opportuni foulard per le signore visitatrici, con i quali le nostre ragazze vorrebbero affrettarsi a coprire le loro troppo esibite bellezze, ma il custode fa un cenno eloquente con la mano, che non si prendessero troppo fastidio, che non è poi una cosa così importante. 

Gruppo di osservanti
Puoi rimanere seduto tra i tappeti a guardare il soffitto e il piccolo mirhab sul fondo con tutta calma. Rimane così sempre il fascino discreto di tutti gli edifici religiosi quando li puoi osservare in quasi solitudine al loro interno. Appena al di fuori la torre dell'orologio. Già perché, per una sorta di political correct ante litteram, si era previsto anche la costruzione di una chiesa a fianco, un po' per uno non fa male a nessuno, poi, si sa come vanno le cose, sono finiti i soldi ed è rimasto solo il campanile. Un giro rapido attraverso i quartieri più vecchi della città, dove puoi ancora vedere la sfilata delle fatiscenti costruzione del regime, che si stanno sbriciolando sotto il sole estivo, la calce degli intonaci già consunta da tempo, i mattoni che le vanno dietro. La zona di Biloku che invece era off limit alla popolazione normale, guardata a vista dai poliziotti a protezione dell'establishment, appena al di là del fiume Lana che divide in due la città, adesso è diventata un seguito di giardini aperti, negozi di lusso e pub, dove la nuova Tirana che può, passa le sue giornate cercando di imitare la way of life che passa in televisione, nelle tante telenovelas che arrivano dalle varie parti del mondo, anzi adesso ce n'è una turca che va per la maggiore con un certo Billu, uno strappamutande dall'occhio morbido e fascinoso che fa impazzire le fanciulle locali come nessun altro mai prima. Usciamo alle spalle della città traversando i quartieri periferici, una sfilata di palazzi nuovi coloratissimi, per la maggior parte vuoti e non abitati. 

Le sorgenti del monte Dajti
La crisi immobiliare ha colpito duro anche qua e gli investitori stranieri piangono, chi ha dato a larghe mani i permessi di costruzione, un po' meno. La strada si inerpica subito verso il monte Dajti, che domina la città. Di tanto in tanto tra la macchia mediterranea che con i suoi forti profumi la fa da padrona, spuntano sorgenti impetuose e getti d'acqua dove gruppi di macchine cariche di taniche e bottiglie fanno scorta. L'acqua è una delle caratteristiche fondamentali di questo paese, dovunque presente, impetuosa e violenta, oppure frusciante e fresca, al solo vederla, ricchezza storica che ha reso sempre il paese vivibile senza troppi affanni anche nelle sue zone più remote. La strada diventa pista e si inerpica verso l'alto dove i bassi boschi di corbezzolo, lentisco e giuggiolo e i bassi cespi di erica, mirto e ginestra, lasciano spazio alle faggete e alle querce e poi in ultimo ai pini. La gente diviene sempre più rara anzi a poco a poco scompare. E da queste parti a pensarci bene di gente ne è scomparsa molta. Li portavano quassù, quelli che venivano definiti dissidenti, ma bastava la denuncia di un vicino invidioso o il giuramento al partito fatto in modo incongruo per catalogarti tale e verso le quattro di mattina, bussavano a casa tua, ti buttavano giù dal letto e dopo una specie di giudizio sommario finivi qui, dove, in mezzo ai boschi, nelle radure tra i lecci, si aprono voragini, doline, foibe profonde.

Un bunker
Una fucilazione rapida e poi si finiva lì in fondo senza neppure bisogno di scavare una buca per terra. Si fa fatica ad immaginare da queste parti,  un futuro immediato fatto di localini graziosi e piccoli ristoranti, bambini che giocano e danno da mangiare ai daini. E' un luogo che come tanti altri nel mondo, conserva memorie pesanti da metabolizzare. Meglio fermarsi di tanto in tanto e lasciarsi invece vincere da questo paesaggio esagerato, con i piccoli specchi d'acqua blu scuro, zaffiri puri negli angoli in fondo alla valle, a far da contraltare alle tante tonalità di verde. Se ti sforzi riesci a dimenticare tutto il resto e aspiri soltanto il profumo forte del bosco e quasi neanche più vedi qua e là tra i cespugli i piccoli funghi di cemento delle migliaia di bunker che il dittatore faceva continuamente costruire in ogni spazio libero, tutti rivolti ad occidente, un po' per tenere occupata la gente, un po' per creare l'idea di un nemico, ancor più temibile in quanto sconosciuto e mai visto, per fare del paese intero una fortezza Bastiani in perenne attesa del peggio, che poteva arrivare ogni giorno, anzi che un giorno sarebbe certamente arrivato. 

Laghi di montagna
SURVIVAL KIT

Moschea Ethem Beu - Andateci al mattino, se non è aperta chiedete a chi sta lì intorno, Arriva il guardiano che vi apre. Vestiti decenti, ma non ci sono esagerazioni fanatiche anzi, l'atmosfera è molto rilassata. Lasciare una piccola offerta. Non si paga l'ingresso. Attorno potrete vedere la Piazza Skenderberg con i palazzi dei ministeri e visitare il Museo Storico Nazionale, proprio di fronte.

Tirana si visita a piedi nel centro, ma per avere un'occhiata d'insieme si può tranquillamente girare con la macchina per avere un'idea dell'architettura Fascista del centro, di quella delle case del regime e della nuova Tirana che sorge sulla precedente con case di 4/8 piani molto colorate.


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mercoledì 16 luglio 2014

Albania 4: Da Kruje a Tirana

Il lago a Baltore


Valli attorno a Tirana
Piste di montagna, impervie, sassose, difficili. Le percorri a fatica e lentamente, ma che spettacolo ai tuoi lati, tra l'altro poi, non sei neanche tu a guidare, quindi... Ogni tanto ti fermi a fare un paio di foto, quando non ti basta più incamerare immagini di boschi e di cime, di forre profonde e torrenti che gorgogliano lontani. Devi portarti a casa qualche cosa di tangibile, è la maledizione dell'uomo moderno. Byron, quando percorreva questi cammini, forse aveva in mente solo parole alate, di poesia irraggiungibile, noi dobbiamo scattare, scattare, perché almeno qualche cosa rimanga, pixel e megabytes non sono mai abbastanza, anche se il colore di quel lago non sarà mai uguale all'originale, azzurro, blu, verde smeraldo, non riesci neanche a definirlo, altro che trovare la saturazione del colore corretta. Di tanto in tanto piccole cascate si buttano a valle segnando una curva dolce e raffinata. Poi, quando esci dal bosco, sul fianco di un monte ecco una sfilata di case di pietra bianche, l'antica città di Kruje, patria di Skanderbeg, l'eroe nazionale dell'Albania. Il nome della città significa "sorgente" perché questa zona è ricchissima di acque anche se curiosamente la fornitura ristretta è un problema per gli abitanti. Passeggiare per questi selciati antichi ti dà un senso di smarrimento. Battaglie, lotte senza fine tra gli ottomani invasori e questi pastori combattenti a resistere, forse proprio qui, tra i vicoli ormai invasi dall'erba, mentre il bazar è ormai soffocato dai nuovi invasori, grandi palazzi con un numero abnorme e sproporzionato di piani, bloccati sul nascere e ora fermi ad aspettare l'arrivo della polizia edilizia, con le ruspe, chissà, anche oggi la lotta continua. 

Kruje - Il mausoleo dei dervisci
I piccoli negozi del bazar offrono kilim, ricami e pizzi che le ragazze preparavano per i corredi, oggi desueti. Per sposarsi si va ora in uno dei tanti negozi di vestiti da sposa della città, se ne cambiano magari due durante la cerimonia. I venditori non sono assillanti, anche se il passeggio è davvero scarso. Appena fuori dal paese, un minuscolo mausoleo di santi dervisci, con le tombe allineate coperte da un drappo verde, affacciate su un balcone, di fronte a Tirana, laggiù in fondo, tante piccole case lontane di un Lego da decifrare. E' uno dei luoghi della fede islamica in questo paese, un Islam estremamente liberale e tollerante, quello dei Bektashi, in forte contrasto con le ideologie estremiste e salafite, che qui non riescono fortunatamente ad attecchire. Non si vedono veli e si beve tranquillamente vino e rakhi, la grappa locale, addirittura qualcuno nei paesi alleva il maiale. In realtà i Bektashi sono molto diffidenti verso il mondo mussulmano integralista, sono una setta di tipo panteistico, in contrasto con il potere ottomano sunnita e predicano la tolleranza verso tutte le religioni non islamiche. In un piccolo paese delle vicinanze, ad esempio, la comunità Bektashi, per venire incontro al gruppo di cattolici del paese, attorno al dieci per cento, che non avevano mezzi, ha promosso una colletta per poter costruire una piccola chiesa in modo che anche questa minoranza avesse un suo luogo di culto. In pratica sono piuttosto poco osservanti e alla moschea vanno solo in occasione delle feste principali, mentre quasi nessuno rispetta il ramadan. 

Kruje - Il bazar
Un poco più a valle, Fushe Kruje, con la via centrale che a sera viene sbarrata per consentire lo struscio, i bar pieni di gente seduta e al centro della piazza, la statua di bronzo in onore di Bush, che alza un braccio verso il cielo, ma la manica che scende mostra il polso senza orologio e all'epoca della inaugurazione vi fu un grande scandalo, in quanto si vociferava che era stato fatto così perché l'orologio gli era stato rubato. Dicerie di paese, scambiate al bar dove i vecchi giocano a backgammon o a domino, bevendo un bicchierino di grappa, mentre scende la sera. Rimane il tempo di arrivare a Tirana, piccola capitale in crescita, che da un lato tenta di arginare la crescita inarrestabile delle periferie e dall'altro di conservare il suo centro, misto di architetture dell'epoca fascista che danno alla piazza centrale un aspetto d'antan, ma con una sua personalità marcata, in mezzo a grandi giardini e alle più recenti costruzioni del realismo sovietico del Museo col suo immenso mosaico della facciata e il teatro. Una città tutto sommato sonnacchiosa dove puoi girare tranquillamente, fermarti in un bar o fare un salto al mercato, dove puoi considerare il costo irrisorio di crostacei magnifici, che qui non sono cibo di tradizione e quindi vengono mangiati solo dai turisti. Rimane quindi l'opportunità di sceglierti un bel ristorante dove farteli servire per accogliere nel giusto modo la pace della sera, in questa tranquilla Albania, che mi sta piacendo sempre di più.

Ecomostri in attesa di abbattimento a Kruje


SURVIVAL KIT

Hotel Albatros - Reshit Collaku, Nr. 40, Tirana,- Molto carino, Un 3 stelle che ne meriterebbe almeno una mezza in più - Free Wifi, nuovissimo in centro, pulito e silenzioso. Dovrebbe essere sui 40 € , ma occhio che sul loro sito scrivono 120, quindi chiedete prima o prenotate coi soli siti che fanno le offerte. Colazione abbondante.

Ristorante Mercata Pescu - proprio sulla piazzetta del mercato del pesce. Tutta roba eccezionale, cucina a vista, sceglietevi il pesce al bancone e loro ve lo fanno come volete. Cuoco con esperienza di cucina italiana. menù ricchi sui 15 €, ma qualità eccellente, da provare.

Tirana - Museo in piazza Skanderberg


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martedì 15 luglio 2014

Albania 3: La via dei monti

Una valle ad est di Tirana


Un paese
Il modo di viaggiare dei fuoristradisti ha un ché di mistica esoterica. Bisogna in qualche modo lasciarsi alle spalle al più presto possibile i segni della civiltà moderna ed invasiva. Innanzitutto come è ovvio, le strade, ma anche le nuove costruzioni, i centri commerciali, quello che, insomma, da un lato rappresenta il moderno della civiltà, ma che spesso, allo stesso tempo è accompagnato dalla speculazione, dall'avida presenza della corruttela, morbo inevitabile forse, che è sempre unito al migliorare delle condizioni economiche e noi ne siamo valido e corposo esempio. Anche in questo paese, come è naturale, con l'apertura di un mondo nuovo, si è scoperchiato il vaso di Pandora, comune a tanti altri paesi dell'est dopo la caduta del comunismo, lo scatenarsi degli appetiti con tutto il corollario di attività edilizie e commerciali, con la definitiva beatificazione della dea protettrice di questi settori: la Corruzione.  Per esemplificare con un aneddoto, certo di fantasia ma esplicativo, pare che un operatore abbia contattato un politico locale per ottenere permessi di costruzione, promettendo una mazzetta da 200.000 euro con la garanzia che nessuno ne avrebbe saputo mai nulla. La risposta è stata: "Dammene 400.000 e dillo pure a tutti". Dunque ci allontaniamo a gran carriera da questi cattivi pensieri, dalla periferia di Durres e da quella ancora più affollata di Tirana, gremita di costruzioni nuovissime, che comunque non danno poi per nulla una cattiva impressione, si sa, il nuovo è comunque pulito e ordinato, in un certo senso, e sempre migliore di scheletri semidiroccati e vecchie case erose dal disfacimento del tempo. A Kamez, prenderemo una pista per le montagne. 

Attrezzature
Lo cito, questo piccolo paese per il resto senza importanza, in quanto ha una particolarità unica al mondo. Un suo Sindaco, persona  di certo attenta alle relazioni internazionali, ha voluto dedicare una importante via del paese a tale Silvio Berlusconi e credo che questo debba essere reso noto e chiusa lì. Non appena, però, le ultime case del paese rimangono alle nostre spalle e la pista penetra tra le colline, facendosi via via più scoscesa, il fuoristradista dimentica le brutture del mondo civilizzato e si vuole confondere con la natura. Boschi di latifoglie circondano fitti la strada. Querce e lecci dal fogliame spesso ricoprono di ombra nera un sottobosco già tormentato e ricco di cespugli spinosi, lasciando liberi solo brevi spazi, piccole radure verdi, mentre la montagna diventa via via più selvatica e solitaria. L'Albania è terra di pastori che la percorrono in lungo e in largo da millenni con i loro greggi di pecore piccole e scure, dalle grandi code fioccolose, dal belato uniforme, lamentoso, quasi a chiedere aiuto. Oppure di capre nere, più grandi e dall'apparenza riottosa e più ricca di pretese. Il maschio guida rimane al bordo della strada su un montarozzo di terra e ti guarda passare con degnazione, sottolineando che è lui il capo, non certo il povero ragazzo dal cappellino di feltro bianco che segue il gregge in fondo e che ti saluta con la mano, lo sguardo un po' basso, vinto dall'inedia di questa vita di solitudine. Le vacche invece generalmente se ne vanno da sole, piccole Jersey dal mantello marrone chiaro, la razza più idonea a vivere la difficile vita di questo monte aspro e ingeneroso; loro sanno dove andare anche senza essere accompagnate, dove tornare a sera per essere munte, in uno stazzo nascosto tra le piante o in un punto scoperto di una valletta solitaria. 

Gruppo di fuoristradisti al bar
Man mano che ti inoltri, scavalcando colletti e risalendo su erti crinali, il paesaggio attorno diventa sempre più grandioso e selvatico. Come sono lontane le brutture della città, la confusione, l'ansia di guadagno e di nuove opportunità. Qui domina un mondo uguale a se stesso da millenni; valli segnate da torrenti impetuosi in primavera ed esangui in estate; fianchi di monti ricoperti di bosco ed alle spalle altre cime ancora più elevate e corrose di roccia grigia e nuda, con pochi pascoli quasi inaccessibili. Di tanto in tanto, in posizione riparata a solatìo, una casa isolata, che in qualche caso trova compagne vicine, a formare uno specie di paesetto, circondate da minuscoli appezzamenti, orti vicini con quattro file di pomodori e cetrioli, campetti di mais stentato, segale, il cereale del monte e i più grandi a prato, in cui qualche donna vestita di nero, chissà perché sono sempre le donne la chiave produttiva di tutte le agricoltura di sussistenza del mondo, che rastrella sinuose andane di fieno. Ai limitare, tanti pagliai conici attorno a lungi bastoni appuntiti a garantire l'inverno che deve essere lungo da queste parti. Nel paese più grande, una ventina di case, dove vedi subito le rimesse degli emigranti. Quasi tutte le costruzioni infatti, hanno un piano nuovo nuovo, un po' di sacchi calce sotto il portico, promessa di ampliamento, qualche colonnina quadrata di cemento che alza al cielo i ferri contorti che aspettano di crescere, quando arriveranno altri soldi, spesso già arrugginiti, segnale disperante di una opportunità perduta, di un benessere che forse ha preso pieghe diverse. In mezzo, il dito bianco sottile del minareto di una minuscola moschea, l'unione solo teorica tra terra e cielo.

Una tazza di salep
Tra questi scheletri della speranza, passa un mulo, il basto sovraccaricato di fieno profumato; un vecchio lo segue con passo sicuro. Le certezze del passato a confronto dell'imprevedibilità del futuro. Come abbandonate, nei cortiletti, vecchie Mercedes, con qualche lamiera posticcia, che non capisci come abbiano potuto arrivare fin qui. Al centro del paese una casa addirittura a tre piani, ma il primo è ancora da fare e ha un solo ambiente attivo, il classico negozio che offre tutto quello che può richiedere una piccola comunità, l'ultimo ancora da costruire, ci sono solo tegole e piastrelle ammassate in un angolo, le colonne di cemento a vista e il tetto, perché qui si comincia a costruire proprio dall'alto. Due tavoli e le sedie di plastica, così intanto serve come bar del paese. E poi c'è la parabola satellitare, ma accanto ad una specie di spaventapasseri che protegge anche dal malocchio che non si sa mai, l'Albania è un paese molto superstizioso. Intorno non ci sono ancora le pareti e ti puoi godere la vista spettacolare sulla valle, in fondo il serpente sinuoso del torrentello che l'ha creata, mentre precipizi e burroni coperti di verde scuro ne rivestono i fianchi. Ti puoi bere una birra o un salep, una specie di budino tiepido fatto con un fiore di montagna e una spolverata di cannella, un po' dolce, un po' aromatico che ti fa partecipe di questo mondo isolato, mentre occhi curiosi, che certo hanno conosciuto altri orizzonti, consapevoli di una fatica di vivere diversa e lontana, forse si chiedono cosa ci sei venuto a fare quassù.

Trasporto di fieno


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lunedì 14 luglio 2014

Albania 2: Lo sbarco

La scia


Durres - Una turista allo sbarco
Mi sono svegliato nel mio letto stamattina. Il treno è arrivato dunque e posso quindi cominciare il flash back obbligatorio. Dovuto, voluto direi, per assaporare meglio il gusto di questa breve toccata e fuga albanese. Lo so, molti amici, alla partenza, mi avevano accusato di voler semplicemente aggiungere una stellina sul carnet di viaggio, la novantatreesima figurina della stolido collezionista. Non è stato così. Questa curiosità di Albania ce l'avevo dentro da tempo. Se ci pensate, un paese così vicino, anzi il più vicino tra quelli non confinanti, eppure così sconosciuto. Come fa a non venirti la voglia di andare a verificare sul posto? Da un paio d'anni cercavo l'occasione giusta e in fondo ho avuto ragione ad aspettare perché questo paese non si offre facilmente, come una volgare parvenue che ti invita ammiccandoti con false promesse, ma è una di quelle ragazze difficili che vogliono farsi apprezzare prima di mostrare la propria vera bellezza. Bisogna trovare il modo giusto per avvicinarsi e scoprirla a poco a poco. Forse se ci arrivi così a casaccio cercando di approfittare delle cose più belle, dei punti migliorie e famosi, come in altre parti del mondo, ne rimarresti deluso. Non vuole mostrarteli subito sfacciatamente, d'altra parte non possiede Colosseo o San Pietro e forse se metti assieme, come mi diceva Bashkim, tutte le chiesette e le moschee rimaste, ce le puoi fare stare tutte dentro Aghia Sofia di Istambul; ma non è questo il punto, qui non devi cercare il monumento famoso o il prodigio della natura, ma saperti avvicinare attraverso la strada giusta per vedere l'anima di una terra e di un popolo e saperne apprezzare la bellezza. 

Coda alla dogana
Penso che il modo che ho trovato casualmente sulla rete (ma allora a qualche cosa serve), sia proprio uno dei migliori. Dimensione avventura, al di là del nome, è un gruppo di amici con la passione del fuoristrada che si propone di vedere i diversi paesi che raggiunge attraverso percorsi inconsueti, dal di dentro insomma, penetrandoli per sentieri e stradine, per cercare di carpirne l'intimo segreto. Un off road non fine a se stesso insomma, quello lo puoi fare anche a casa tua se ti piace lo scricchiolio delle gomme sulla sabbia o sulle pietraie in pendenza, ma un modo per arrivare in luoghi non diversamente raggiungibili, entrandoci da una porta laterale e godendoli da un punto di vista diverso e più completo. E se la macchina non ce l'hai, fa lo stesso, Giuseppe ti fa sedere accanto a lui sulla sua e ti ci porta, stai tranquillo. Katarina ti dà una mano a caricare sul cassone la tua borsa e quasi quasi ti sembra di essere un ragazzo come loro, quando scendi dalla nave a Durazzo, con la voglia di vedere e di scoprire un mondo nuovo e di cui in verità, non hai neanche sentito bene parlare. In fondo non conosciamo proprio niente di questo paese delle aquile, dove di aquile non ce ne sono e non se ne vedono neppure. Sulla nave ci sono invece molte famigliole che tornano a casa in vacanza. Appena ti individuano come italiano, ecco subito un moto di simpatia e di contentezza per il fatto che tu abbia deciso di visitare il loro paese, come un senso di orgoglio. In un attimo rimedi subito diversi inviti a pranzo a o a prendere il caffè se il tuo itinerario prevede di passare dal loro paesetto. 

I nostri mezzi
Qualcuno quasi si commuove e cerca di rassicurarti: "Vedrai Albania è bella, ti piacerà", come se si pensasse che l'immagine di questo paese fosse in qualche modo deteriorata. Si scende. Ci sono le solite formalità della dogana, ma mi sembra un po' all'acqua di rose, alla bonacciona. Così se si bloccano i computer e la fila delle auto che deve uscire dal porto si allunga, tutti gli emigranti di ritorno, con le loro grandi macchine targate Svizzera, Germania e Svezia, si arrabbiano e cominciano a suonare i clacson come dei matti, ma come, non è ammissibile una simile inefficienza, per chi è ormai abituato al mondo del nord Europa e torna a casa, per mostrare il proprio successo e per essere il primo a sottolineare autolesionisticamente i difetti del paese che ha lasciato. Macedoni e Kossovari, poi figuriamoci, il paese non è neppure il loro e quindi si può parlarne male anche con una certa soddisfazione. I gendarmi, che altrove sarebbero certo stati di ben altra severità, discutono, giustificano, allargano le braccia sotto i rimbrotti dei migranti di ritorno, cercano di spiegare agli stessi connazionali arrivati che non è colpa loro, ma è il sistema che non funziona, forse usando le stesse parole del vecchio padre di Bashkim: "Guarda che Albania non sarà mai Svizzera". Lui ha la saggezza dell'esperienza. Gli altri aspettano tranquilli, alla fine poi tutto funzionerà, il passaporto sarà timbrato, ci si potrà fermare a una delle tante baracchette di legno che offrono l'integrazione dell'assicurazione e potrai arrivare fino al primo megacentro commerciale, modernissimo e luccicante di lustrini e di negozi di abiti da sposa simili a torte di meringa, la cartolina di quello a cui aspira diventare il paese, per mettere qualcosa sotto i denti. Mirësevini në Shqipëri, benvenuti in Albania.


Comincia la strada
SURVIVAL KIT

Dimensione Avventura- Due ragazzi di Roma che portano la gente in giro per l'Europa e il Nord Africa off road, con o senza macchina propria. Deserti, montagne, torrenti e chi più ne ha più ne metta, dal Sahara all'Islanda. Date un'occhiata al sito e vi renderete conto. Più che altro un gruppo di amici, con cui condividere un viaggio. Se vi interessa il genere, sono le persone giuste.

Traghetto- Adria ferries da Ancona a Durres (20 ore circa). Parte un po' quando ne ha voglia e l'impressione è che se non è abbastanza carico annullano e spostano le partenze. Al ritorno infatti ci hanno mandati a Bari (9 ore). Navi ragionevolmente confortevoli.

Pratiche doganali semplici, basterebbe anche la Carta di identità, ma ricordatevi che se è scaduta dopo i 5 anni e rinnovata per altri 5 con il timbro del comune dietro NON è documento valido per l'espatrio!

Subito dopo l'uscita dalla dogana del porto di Durres e dal controllo passaporti a 1 Km circa c'è una serie di baracchini che fanno l'estensione obbligatoria della assicurazione per l'Albania per l'auto. Costa circa 40 /50 Euro (costo trattabile). Forse è meglio farlo in Italia. 


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domenica 13 luglio 2014

Albania 1: tornando a casa.

Eccoci qua, come sempre quando finisce un viaggio,  con l'occhio basso e mogio, a dispiacersi perché è già l'ora di tornare a casa.  Ancor di più se sei su un lungo treno che porta al confino. E non hai il posto a sedere e da Bari ad Alessandria è piuttosto lunga direi. Ho lasciato l'Albania nella notte, la nave aspettava in porto, mentre le auto arrivavano alla spicciolata con il loro carico di storie e di vite già scritte o ancora da scrivere. Hanno aspetto lugubre i traghetti, anche se sulla carta proclamano lusso e agiatezza. Ti passano sempre un'aria di partenze obbligate, di necessità non volute, di triste bisogno di vita migliore.  Gruppi di camionisti dalle facce stanche, segnate dalle rughe dei chilometri infiniti, seduti a bere birra libera per approfittare della vacanza di divieto alcoolico, che riprenderà non appena messe le ruote a terra. Breve tregua nella virtuosità obbligata da sfruttare in fretta. Tante famiglie che tornano a luoghi che forse non amano troppo, dove forse hanno sofferto, ma che hanno anche dato loro un'opportunità, assieme, magari ad una buona dose di umiliazioni.

Che han dato l'orgoglio di tornare in vacanza là da dove si era partiti,  o fuggiti, esibendo forse un poco ai rimasti il proprio successo,  con la sindrome tipica dell'emigrante, che si sente fuori posto dappertutto, qui a magnificare l'efficienza e l'organizzazione dela erra straniera,  dove tutto funziona, là a crogiolarsi nel rimpianto nostalgico della bellezza della tua terra, l'unico luogo al mondo dove ti puoi sentire davvero a casa. Sono facce segnate dalle necessità,  di gente che ha sofferto anche nel fisico e che adesso ha metabolizzato tutto o forse lo ha trasferito soltanto nella testa. Solo i bambini sembrano immuni da questa sindrome, giocano, gridano e fanno i capricci come tutti i loro colleghi del resto del mondo, ormai cittadini della lor nuova destinazione a tutti gli effetti.

Qualcuno ha un altro piglio, si vede subito che ha una marcia differente, sceso da BMW o da Mercedes targate Svizzera. Qualche altro, giovane e con accessori griffati, ha sguardi un po' troppo duri e ragazze un po ' troppo vistose. I turisti li conti sulle dita di una mano. Il ritorno è sempre un viaggio triste. Devi salutare i nuovi amici con cui hai trovato così tanti punti in comune, con cui hai riso e hai provato emozioni. È un abbracciarsi forte con la promessa di rivedersi e poi sei qui sul tuo treno che porta al confine, in cerca di un posto che la strada è lunga, speranzoso di arrivare a casa in tempo per vedere la finale tanto per recriminare un po'. Ad elaborare il viaggio, le cose, gli scenari,  le emozioni,  ci penseremo domani. Seguitemi, se ne avete voglia. 

Recensione: F. Coppola – Un'altra giovinezza

Un film curioso e interessante. Tratto da un racconto di Mircea Eliade, il noto studioso di mistica orientale, racconta la storia o  il sogno di un anziano professore rumeno  che, negli anni che precedono la seconda guerra mondiale, a causa di un fulmine riacquista la giovinezza perduta, oltre ad altri poteri mentali straordinari.  A parte le avventure che ne conseguono, tra Romania, Germania nazista, Francia e Svizzera, rimane centrale il tema dell’amore per una donna creduta perduta per sempre, che ritorna in un ciclo metempsicotico di rinascite che lo conducono in India alla ricerca delle origini del linguaggio dell’umanità. Una vicenda intricata che si dipana in spirali che si inseguono, fino a ritornare ad una fine-inizio che lascia la soluzione aperta alle interpretazioni  di chi crede e di chi no. Bravi e credibili gli attori e anche la sceneggiatura. Si può vedere.







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sabato 12 luglio 2014

Recensione: Stacy Schiff – Cleopatra, una vita

Cleopatra. Una vitaUna biografia attenta e puntuale di una delle donne più famose e discusse della storia, scritta con uno stile spigliato e stringato al tempo stesso, a volte ironico, ma documentatissimo tanto da essere corredato da quasi quaranta pagine di dettagliati rimandi bibliografici, da una storica americana che si è posta di fronte ad un’opera piuttosto difficile. Infatti la documentazione antica, pur molto ricca, non è mai diretta e nasce solo dai sentito dire, dai pettegolezzi e soprattutto da quanto di malevolo hanno scritto su Cleopatra, i suoi avversari e nemici, essendo inoltre i documenti contemporanei indipendenti, completamente assenti. Quindi è di particolare merito un lavoro che ha dovuto sfrondare, interpretare e cercare di scavare una verità storica di cui non si potranno mai avere prove certe, ma soltanto supposizioni. Qui la Schiff compie un’opera davvero interessante e credibile, un cui si avverte comunque una certa simpatia per la protagonista della storia, donna certamente di notevole spessore carismatico e culturale. Il libro si legge quasi come un romanzo e offre anche uno spaccato completo sulla vita del tempo in un Egitto che era davvero uno dei punti più avanzati e sofisticati del mondo di allora. Non solo la storia spicciola degli avvenimenti quindi, riprendendo i pettegolezzi dei media dell’epoca, come quelli di Cicerone o di Lucano, che oggi si qualificherebbe davvero come un qualunque giornalista gossiparo, ma anche dati di costume, di giustizia spicciola e di economia di stato  di grandissimo interesse.  Cleopatra, una delle donne più ricche della storia di tutti i tempi, si calcola che la sua fortuna ammontasse approssimativamente a oltre 90 miliardi di dollari attuali, dovette risolvere ad esempio problemi di debito pubblico enormi che l’Egitto aveva contratto con Roma. E’ molto interessante seguire i suoi movimenti come responsabile finanziario del paese. Di fronte alla possibilità di default dell’Egitto, pensate un po’, in una società quasi completamente statalizzata, quasi sovietica, innestò un andamento svalutativo di almeno un terzo, battendo moneta in bronzo a valore nominale superiore al valore del metallo e alzò le tasse che, udite udite arrivavano al 50% ad esempio sull’olio e ad oltre il 30 % su tutte le imprese private come le terme o gli spettacoli. Percentuali molto vicine a quello di un moderno stato nordico. Insomma un libro che è una vera chicca per gli amanti della storia, ricco di aneddoti, considerazioni e spunti critici su avvenimenti antichi  e soprattutto su una delle donne più chiacchierate degli ultimi duemila anni.


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venerdì 11 luglio 2014

Recensioni: Wargnier - Indocina (1991)

Un bellissimo film del 1991 con una splendida Catherine Deneuve, che deve tassativamente vedere chiunque programmi un viaggio in Vietnam. Infatti tutta la vicenda si svolge con lo sfondo magnifico dei paesaggi più belli di quel paese e ne percorre la storia della prima parte del secolo scorso. Amori tragici e impossibili, la morsa crudele di un colonialismo spietato, i prodromi di una lotta per l’indipendenza che proseguirà ancora successivamente quando altri invasori arriveranno a sostituire i francesi, insomma ci sono tutti gli ingredienti per il classico filmone hollywoodiano, riscattato dalla bravura degli interpreti e dalla scenografia di un paesaggio senza uguali. Ovviamente la vicenda ha una rilevanza ben diversa per un vietnamita e infatti mi risulta che ancora oggi le giovani spettatrici di quel paese versino fiumi di lacrime nel seguire gli amori disperati della giovane e bellissima protagonista della vicenda, oltre che parteggiando con orgoglio nazionalista alla storia della lotta contro l’impero gallico. Se dopo aver visto questo film non vi viene voglia di partire subito per la baia di Ha Long, avete davvero la pelle spessa. 




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