lunedì 28 ottobre 2013

L'orto di papà.

dal web

Mio padre aveva un orto. Piuttosto grande anche. Quasi tutti i giorni inforcava la bicicletta e si faceva i cinque chilometri per arrivare in Valle San Bartolomeo e coltivarselo. Non aveva nessun attrezzo se non vanga e zappa e anche per bagnare doveva ricorrere al trasporto dell'acqua coi secchi dal pozzo vicino, per cui faceva davvero una fatica boia. Poi, passata la mattinata se ne tornava a casa pedalando lentamente con le borse cariche. Spesso allungava il giro e passava da me per lasciare i pomodori più rossi, gli zucchini più belli, i fagiolini che apparivano subito come i più gustosi. Era la sua grande soddisfazione, far crescere cose, coglierle mature al punto giusto e portarle a casa. Siccome non voleva acquistare concimi, non avrebbe potuto portarseli in bicicletta fino all'orto, usufruiva solo di tanto in tanto di un po' di letame che gli faceva avere un vicino, ma la quantità era insufficiente e non bastava neppure come ammendante, così la produzione era piuttosto scarsa. Non usava neanche antiparassitari, non aveva neanche la macchia per distribuirli, salvo una vecchia pompa a spalla per il solfato di rame. Per il diserbo usava la zappa e le dorifere delle patate le raccoglieva con le mani schiacciandole poi dentro una latta con una pietra, con grande soddisfazione. Così possiamo dire che le sue erano coltivazioni assolutamente "biologiche". Naturalmente  il fatto che tutti e lui in particolare, trovassimo quei prodotti buonissimi, derivava, oltre al fatto psicologico del piacere con cui venivano fatti, soprattutto dal motivo che fossero raccolti al punto giusto di maturazione stagionale. Per il resto erano spesso mezzi marci e colpiti da ogni genere di malanno che colpisce le piante coltivate, "naturalmente" molto più deboli di quelle spontanee e soggette ad ogni genere di attacco parassitario. 

La cosa più valida erano le sementi che procuravo io, in quanto faceva parte allora del mio lavoro, tutta roba di prima qualità. Lui si lamentava molto per le patate che producevano poco e venivano sempre piccoline, un po' per la siccità, un po' per le dorifore che attaccavano sempre in massa durante l'estate, quando faceva più caldo ed era faticoso andarle a togliere a mano, un po' perché il terreno era piuttosto argilloso e non permetteva un buono sviluppo del tubero. Un po' di colpa però, era anche mia che gli portavo sempre il seme di Bintje, una varietà poco produttiva e poco adatta alla pianura, ma la cui pasta gialla è particolarmente soda e gustosa, le migliori per la frittura. In verità gli portavo anche un po' di Kennebec a pasta bianca, molto più adatte per purée e le dimensioni di quelle lo soddisfacevano. Andò avanti fin verso gli ottanta anni e quando smise, ne fece quasi una malattia, rimpiangendo continuamente i suoi bei pomodori rossi grossi, gonfi e maturi che erano la sua passione e con cui faceva, assieme alla mia mamma, bottiglie e bottiglie di conserva, imbottita di una famigerata polverina (credo salicicato) conservante, che comunque non ci ha mai ucciso, considerato che i conservanti sono comunque molto meno pericolosi dei composti che si generano quando non li si usano. Datemi retta, tenetivi alla larga da quelle etichette che recitano Non contiene conservanti, anche se purtroppo ormai trovate solo più quelle. Usava dei pomodori grossi, tipo cuore di bue, certo inadatti per la passata, ma già allora il San Marzano era praticamente scomparso per il virus del mosaico e il miglioramento OGM che lo avrebbe salvato, è stato subito impedito dalla idiozia della "saggezza" popolare ben manovrata. Possiamo concludere che il vero valore di quell'orto fosse la soddisfazione psicologica del coltivarlo ed il beneficio proveniente dall'attività fisica connessa, non ci sono dubbi. 

Col passare del tempo ci si è aggiunta la malinconia per l'affetto con cui mi erano date quelle verdure e la convinzione (certamente falsa) dei meravigliosi sapori e profumi perduti che avevano, frutto solo della fantasia e del rimpianto degli anni passati e che non possono tornare. Lo so, c'è una sacco di gente oggi che confonde tutto questo con l'agricoltura, quella attività economica che mantiene il mondo. Certo non sono agricoltori, ma impiegati o altro, lontanissimi dalla realtà produttiva, che sognano un'Arcadia che non è mai esistita, un mondo passato, dove regnava la cattiva qualità, la mancanza di igiene alimentare, la truffa estesissima e facile da fare non esistendo confezionamento e controlli, oggi assai accurati checché se ne pensi. Ma questo in fondo non è importante, c'è spazio per tutti, conta molto di più che la gente creda in qualche cosa, ancorché fasullo, soprattutto per chi su queste cose ci campa. Fa bene alla mente rimpiangere quei prodotti meravigliosi saporiti e profumatissimi (quando invece erano per metà marci e di varietà così scadenti che sono state quasi tutte abbandonate), stiamo meglio pensandoci e su questo si fonda tutta la fuffa del biologico e del c'era una volta, straordinaria operazione di marketing su cui si sono buttate proprio quelle multinazionali che le stesse folle osannanti, vituperano. Ma in fondo va benissimo così, è molto più importante appagare il cuore che l'intelletto e il mondo va avanti benissimo lo stesso. Certo che però, pensandoci bene, quei pomodori di mio papà erano davvero senza paragoni, altro che quelle porcherie del supermercato che chissà cosa c'è dentro. 


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7 commenti:

Juhan ha detto...

Le dorifore le raccoglievamo a mano anche noi (ragazzi) e poi le buttavamo nel barattolo (tulot) con la nafta (gasolio). E, essendo contadini, le patate non si mettevano nell'orto ma nei terreni meno argillosi (più saulin).
Adesso sono il responsabile della vangatura dell'orto, alle dirette dipendenze di Nonna (la mamma) che regola le attività con la Luna.

Enrico Bo ha detto...

@Juhan, che tempi meravigliosi col latte appena munto e conseguente tubercolosi e febbre maltese...

tentare, nuoce ha detto...

Che tubero stupendo ch'è l'amore

Anonimo ha detto...

Grazie per questi ricordi mossi da profondo affetto.La cosa migliore per i figli è quello che i genitori ti donano:qualsiasi cosa ,anche gli umili prodotti dell'orto ,si trasforma in amore e rimpianto per chi non c'è più ma resta accanto a noi in modo struggente.

Paola

Enrico Bo ha detto...

@tent -di tubero si vive, s'è dolce e sapido.

@Paola - in questi giorni poi, si accentuano le sensazioni1

Marco ha detto...

Per dire che, anche se io e l'orto abbiam ben poco in comune ed i miei interessi (ebbene si, l'ammetto) sono ben altri, questo post è scritto in modo stupendo: suona perfettamente.
Davvero complimenti

Enrico Bo ha detto...

@Marco - Grazie Marco. Anche io con l'orto ho poco da fare (eppure sono agronomo) ma la terra è bassa!

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 102 (a seconda dei calcoli) su 250!