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martedì 20 agosto 2013

Haiku dalle mura.



Rombo di tuoni.
La cascata di pietra
attende invano.


lunedì 20 agosto 2012

Usseaux. Un paese su cui meditare.


Altro post di servizio per chi risale la Val Chisone alla ricerca delle tracce di Re Cozio, che fermò i Romani (trattando si intende), lasciando via libera invece (così si dice) a quel vu' cumprà extracomunitario di Annibale, che allora facevano il giro di qua, che pare fosse più facile che venire in barcone dalla Tunisia. Se avete già visto il forte di Fenestrelle e volete salire fino a Sestrière, che peraltro d'estate non è 'sto gran ché, dovreste fare una piccola deviazione sulla destra, qualche chilometro dopo Fenestrelle, per risalire il fianco della montagna fino al piccolo borgo di Usseaux (date un'occhiata al sito). Una breve visita che oltre al piacere di trascorrere qualche ora in un luogo incantevole, può lasciare spazio anche a qualche piccolo ragionamento. Il paesino, Auxellum per i latini, sorge in una posizione magica a mezza costa, come su una balconata naturale che guarda la valle nelle due direzioni, complice l'ansa che il Chisone compie nel suo cammino verso il piano e gode di un soleggiamento perfetto durante tutto il giorno, anche quando le altre parti del monte e la serie dei piccoli abitati che fiancheggiano la strada, sono a poco a poco avvolti dall'ombra indotta dalle quinte naturali delle montagne circostanti. Lasciata la macchina nel parcheggio all'inizio del paese, vi inoltrerete per le stradine contorte e qui comincerà la vostra meraviglia al vedere l'esplosione di gerani rossi che traboccano da ogni finestra, da ogni davanzale e al limitare dei gradini di ogni porticina. 
Appena alzerete gli occhi ai vostri lati subito noterete che ogni casa ha la facciata ornata di uno o più, piccoli murales che raccontano la vita di questa valle; persino gli armadietti di metallo del gas sono occultati da disegni trompe-l'oeil che simulano finestrelle dietro le quali fa capolino un gattino o in cui si intravede una vecchia stalla popolata di caprette. Insegne di legno, balconi dai bordi intagliati con cura, case dipinte e tetti di lose antiche e pavimentazione ordinata. Davvero un piacere per gli occhi e nonostante si tratti di un paesino di piccole dimensioni, potrete trovare biblioteca, esposizioni, piccolo museo di vecchi strumenti, piccoli artigiani, per non parlare dell'antico forno in cui è ancora possibile per chi si mette in nota, cuocere il pane o in fondo al paese il vecchio mulino con la grande ruota di legno e le ciclopiche macine di pietra, all'inizio del sentiero "del pensiero" che vi consente un paio di ore di solitaria meditazione nel fitto bosco che circonda l'abitato. Certo, perché su certe cose bisogna anche meditarci un po' su, per capire che basta voler fare le cose, con un  intento comune, magari guidati da qualcuno che tira avanti il carretto e poi non è così difficile fare delle belle cose. Certamente qui si sono alternati un paio di sindaci lungimiranti che hanno dato il via per trasformare un vecchio abitato composto di casupole dal tetto sfondato e semiabbandonate in un piacere degli occhi che invita alla visita e anche a trascorrere qualche giorno in pace e tranquillità. 

Perché tra le cose belle si sta bene, si ragiona meglio e si producono anche cose migliori. Naturalmente c'è voluta anche la collaborazione completa di tutti gli abitanti, che a poco a poco, perché il bello trascina anche lo svogliato e la volontà ammazza o trasforma il brutto, hanno messo a posto ognuno la propria casa; magari non erano tutti d'accordo ma si sono convinti a fare una cosa assieme che ha valorizzato il tutto. Qualcuno è passato, ha visto e si è innamorato e a sua volta ha rilevato un rudere e lo ha rimesso a posto in sintonia con gli altri fino ad arrivare al risultato attuale. Roba d'altri tempi direte voi. Mica tanto. Basta andare sulla piazzetta davanti al municipio dove vedete il cartello WiFi free e magari sulla panchina, ecco un ragazzo biondo, che forse arriva di lontano, col suo laptop sulle ginocchia che magari sta dicendo a qualcuno distante migliaia di chilometri quanto è bello questo posto e come è piacevole stare qui. Stai a vedere che magari un'altro anno ci viene anche quell'altro e porta qualche amico. Vedete, certe cose le possono fare tutti, non soltanto in Tirolo o in Austria o in Svizzera. Basta averne voglia e mettersi d'accordo, non vi sembra?




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martedì 2 agosto 2011

Il muro di pietra.

a gentile richiesta
Un vecchio muro a secco, forse si può quasi dire un muro  antico. Avrà di certo più di un secolo, forse due. Sta lì immobile a delimitare il terrazzino, a crogiolarsi al sole come una baigneuse sulla spiaggia. Le pietre irregolari manifestano la cura di chi lo ha eretto, inconsapevole forse che sarebbe durato così a lungo, al di là del tempo a cui arrivava il suo pianificare limitato. Di certo la sua visione non andava oltre il ristretto cerchio della valle, della riga netta del forte che incombeva, ma di certo produceva di che vivere, oggi si direbbe con l’indotto. Forse era qualcuno che aveva addirittura partecipato ad ingrandirlo, quel forte immenso, a renderlo maestoso ed imponente, quanto inutile agli scopi per cui era stato pensato, oppure era solo un contadino che voleva meglio segnare i confini della sua casa, separare nettamente il vicino al di là del muro con cui forse non amava parlare. Pietre spezzate, dure e diverse tra loro; scisti a formar tegole piane tra cui brillano come lampi le invisibili schegge di quarzo, vicino a neri blocchi quadrati, forse basalti regolari arrivati dal ventre del monte, alternati ad altre tondeggianti che tradiscono la loro provenienza dal greto del torrente dove per millenni hanno subito la carezza maligna dell’acqua che senza che se ne accorgessero le ha scavate, ingentilite e finalmente private della rudezza di un tempo.

 E’ alto il muretto, non si può vedere cosa cela al di là della sua protezione. In tanti anni non ho mai visto sopra quella barriera, cosa ci sia nascosto. Un giardino segreto da cui ogni tanto arriva qualche voce quasi misteriosa, una donna che ride, un uomo che le risponde, qualche frase spezzata in francese o in patois, ma il significato lo disperde il vento che arriva dall’Assietta, lui sì a raccontare storie di battaglie e di lotte tra i monti. Qualche albero spunta, un po’ selvatico, un po’ domestico appoggiato al muro come se faticasse a resistere. Un grande abete incombe un po’ più in là, forse nel mezzo del giardino, ma le sue alte fronde debordano prepotenti cercando di scavalcare, di guadagnare terreno. Ma tra tutti fa capolino e si sforza quasi di superare la barriera, un grande cespo di ortensie dai fiori enormi, il cui violetto tenue si ammorbidisce in un rosa antico delicato e suadente. Sta lì appoggiato a mostrare la sua bellezza nuda senza pudore, tanto chi guarda, non c’è nessuno tranne me al di qua del muro a cui offrire le sue grazie. Il campanile proprio dietro la mia testa suona le due. L’onda sonora del bronzo percosso, rimane a lungo nell’aria. Anche se l’aria è frizzante, il sole picchia forte sul muro e la pietra scura quasi  risplende, sembra abbagliare. In una fessura tra i massi, si è fermata un poco di terra e due fili d’erba sono cresciuti con un minuscolo fiorellino rosa in cima. Basta così poco quando c’è il desiderio di vivere. La campana ha ribattuto i due colpi. Forse oggi andrò a vedere cosa c’è al di là del muro.


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martedì 13 aprile 2010

Val Chisone in giallo.

Il fatto è che sono troppo buono. Avevo una domenica programmatissima, dovevo accompagnare la mia gentile signora ad una importante manifestazione di Country Dance, preparare una serie di post a futura memoria, dato che tra qualche giorno non sarò più tra voi (eheheheeh, per non lasciarvi in crisi di astinenza) e sistemare le cose che mi seguiranno in questa pausa meditativa, in un altro spazio terreno, ma quando mi telefona un amico, anche lui proveniente da un altro pianeta e mi chiede di dargli una mano, come si fa a dirgli di no. Dice:- Ho sei cinesi da portare in giro, per favore. - e zac, tutti i programmi a pallino. Così è cominciata una domenica di tregenda, perchè i sei che col mio amico Ping erano ormai i magnifici sette, avevano già in mente un piano preciso, incuranti delle previsioni meteo che pure internet segnalava con precisione. Così, di primo mattino, il pulmino (Xiao Ba) prendeva la strada delle montagne sotto un cielo in cui si addensavano nuvole minacciose. Ho fatto appena in tempo a caricare tre ombrelli, gentilmente forniti dall'albergatore in una hall invasa da un pulmann di spagnoli in visita alla Sindone (gli alberghi a Torino sono ormai fully booked) e il nostro mezzo si è avviato verso l'autostrada mentre cadevano le prime gocce. Tre dei trasportati avevano un k-way leggero su una camiciola estiva. Io ho predetto loro la morte certa per assideramento, ma nessuno ferma la determinazione dei sudditi dell'impero di mezzo, per questo, presto, comanderanno il mondo. Prima tappa, il forte di Fenestrelle, la grande muraglia piemontese. Per carità di patria non ho voluto paragonare il suo kilometro di mura con i 4000 della loro, ma ho puntato su storie di prigionieri e di guerre. In mezzo al piazzale della fortezza, sotto una pioggia ormai battente, ho fatto la mia concione raccontando la storia della Maschera di ferro e del Cardinal Pacca. A causa della nebbia fitta non si vedevano neppure i due palazzi della piazzaforte, ma gli amici si credono sulla parola e forse anche per questo, la descrizione delle balze fortificate e dei 4000 gradini della scala coperta più lunga del mondo sarà apparsa ancor più affascinante. Così almeno era la sensazione dei 14 occhi sgranati che avevano perduto ormai il caratteristico taglio mandorlato o forse a causa dei -2°C, l'immobilità estatica era causata dai primi sintomi del congelamento. Abbiamo allora ripreso la marcia. Sullo sfondo le Alpi Cozie innevate si intravedevano nella tormenta di fiocchi bianchi leggeri che aveva ormai avvolto turbinando, il nostro mezzo che arrancava nelle strette curve verso Sestriere. Breve sosta davanti ai trampolini di Pragelato ed ai simboli olimpici, argomento molto sentito dai nostri e poi via velocissimi verso la Francia per raggiungere una Briançon su cui, il mutevole tempo alpino ci ha regalato una passeggiata all'interno dei bastioni della cità vecchia, sotto un livido raggio di sole. Classica raclette per regalare una emozione di tipicità locale e poi via verso il ritorno, nuovamente sotto una bufera di neve che avvolgeva il Colle. A Fenestrelle, ancora uno stop per mostrare la mia casetta, investigata in ogni suo più segreto angolo, con curiosità tipica dei cinesi alle fiere (vorranno copiarla come modello per un villaggio alpino da fare vicino a Pekino?) e poi discesa a valle nella nebbia fitta per crollare in serata, finalmente a casa, stanchi ma felici della bella giornata trascorsa. Le mie predizioni si sono mostrate molto reali, uno ha vomitato l'anima lungo le curva della Coupura, altri due doloranti per una probabile congestione da freddo. Una vera strage. Forse non compreranno la Val Chisone per farci fabbriche da scarpe e magliette e aprire una serie di Sushi bar finto-giapponesi. Il mio amico mi ha ringraziato con calore. Il fatto è che sono troppo buono.

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