Visualizzazione post con etichetta amicizia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta amicizia. Mostra tutti i post

lunedì 9 maggio 2016

La consueta grigliata



E anche quest'anno è venuta l'ora della famosa grigliata di primavera. L'occasione ormai tradizionale per la compagnia di ritrovarsi dopo un inverno uggioso e solitario e programmare la voglia di estate, raccontarsi le mille magagne sopraggiunte, rallegrarsi vicendevolmente di aver passato l'inverno, insomma constatare di essere ancora vivi. Magari alla fine la scusa è quella, ma poi si tratta sempre di fare la solita famigerata abbuffata in compagnia, sotto le mura severe del forte che sta sempre lì, come la fortezza Bastiani a guardia del nulla, custode muto dei ricordi di una vita. Alla fine, come capita ormai da un certo periodo a questa parte complice una climatologia avversa, ma cosa vuoi che faccia ai primi di maggio, se non nebbietta leggera e pioggerellina gelida, invece di fare come gli uomini veri che affrontano il monte bardati di tutto il necessario, ci si rintana nella piccola Versailles dell'amico anfitrione che la apre alla folla numerosa e ingorda, carica di pacchetti e quanto necessario alle nostre anziane ma sempre fameliche bocche. 

Ma state tranquilli, non starò a raccontarvi della serie infinita di salumi, torte salate, frittate di ogni tipo, insalate e verdure alla griglia, né della varietà di carni, bistecche e capocolli, luganighe preziose, tomini e scamorze sapientemente affumicate, che hanno onorato la griglia dell'antico caminetto. Troppe ne ha viste quel luogo per meravigliarsi ancora. Inutile anche fare l'elenco stucchevole dei dolci che hanno aggiustato la bocca a quegli stomaci mai esausti ed alle pance mai dome. Dosi robuste di Nebbiolo, Barbaresco e di Sauternes, hanno aiutato certamente, molto ben aiutato direi. Ma forse quel calore così presente nell'aria, accresciuto dalla note illanguidite di un pianoforte prosseneta, non derivava solo dalla fiamma viva e dall'odore di resina e di bosco dei camini, ma dall'amicizia antica che impregna da tempo quei muri. Adesso non ci resta che aspettare l'estate.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

venerdì 22 aprile 2016

Una grande quercia



Quando cade a terra una grande quercia è un momento di grande tristezza per chi le sta attorno e solitamente, abituato da anni alla sua presenza, la considerava parte immutabile del paesaggio. Magari era da tempo che il parassita maligno ne aveva attaccato la forza e la prestanza, ma tutto continuava così senza che tu pensassi che prima o poi sarebbe potuta arrivare la fine. Il giorno che il tronco non resiste più e il grande albero si piega per sempre e cede infine perché non è più possibile lottare, allora tutto appare evidente e capisci come tutti gli altri che la grande quercia non ci sarà più. Nasceranno e cresceranno altre piante, altri fili d'erba, altri alberi imponenti, ma il paesaggio attorno non sarà mai più lo stesso. E anche se è una cosa naturale nel cerchio della vita, tutto questo è molto triste.




giovedì 17 settembre 2015

Amis

Dans une loine été
Nous a touché qu'un seul jour.
Une douce amitié.

Ci sono cose strane nella vita. Può capitarti che in giorni lontani, in terre lontanissime, sfiori soltanto per un attimo qualcuno. Un contatto casuale, di un momento, in fondo soltanto un giorno, con una coppia di veri grandi viaggiatori del mondo, trascorso in un tempio bianco ai margini di una foresta, lungo strade rosse di polvere, sulle rive di un lago incantato che contiene un palazzo magico. E' bastato questo per una calda amicizia che si protrae da trenta anni. È  molto curioso che in tutto questo tempo ci si sia rivisti di persona solo quattro o cinque volte. Questo non ha evidentemente la minima importanza. Quando ci si incontra finalmente, come ieri, è come fossero passati solo pochi giorni dall'ultima volta. Non servono tante parole, quando ti lega il filo forte di una bella amicizia. Merci Jackie et Jean, à toute à l'heure et à la prochaine! On vous attende.

domenica 14 dicembre 2014

Food post natalizio



Da quando questo mio blogghetto ha cambiato un po' pelle mutandosi come i pitoni birmani in un quasi travel blog, i miei lettori sono andati via via dileguandosi, in netta opposizione a quanto si legge e cioè che i blog generalisti incontrano meno dei blog specifici. Comunque tanto per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, oggi voglio sterzare un po' dalla road to Mandalay e relazionarvi di una nostra tradizione annuale, il ritrovo natalizio con gli amici più cari e soprattutto relativo menu.

Insomma passiamo decisamente al cibo, pur senza avere la presunzione di diventare un food blogger.

Allora cominciamo dagli aperitivi, daiquiri per i più arditi, pina colada per i nostalgici dell'estate e aperitivo della casa alla frutta per i morigerati, magnum di champagne per i puristi. 

Il tutto ad accompagnare: Rondelle al caprino condito con mela verde e salmone; Canapé dorati alla griglia di formaggio fresco con pera Abate e noci; Bruschette con pesto di pomodori secchi, basilico, olio e origano; Tartine al burro con radicchio e gamberi; Bicchierini di robiola condita e panna con gambo di sedano.

Antipasti caldi: Ciambella al prosciutto, scamorza affumicata e cipolla di tropea appassita; Torta salata alle melanzane; Flan di zucca alla fonduta.

Come primo abbiamo avuto Crespelle ripiene di speck e porri appassiti, ricoperte di crema di crescenza e parmigiano.

Secondo tradizionale: Bocconcini di cervo al civet con polenta gratinata e cipolline al wisky.

Infine i dolci: Torta di mandorle; Semifreddo al torrone con ganache di cioccolato amaro; Pesche ripiene al cacao e nocciole; Cioccolatini maison; Macedonia tropical.

Tuttavia il piatto forte è stato come sempre l'amicizia più che cinquantennale. Arrivederci al prossimo anno.




martedì 4 giugno 2013

Ad un amico che se ne è andato.

Quando un amico se ne va, ti sembra che ti manchino le parole. Hai in mente una sedia vuota a cui, in fondo non facevi caso, anche se inconsciamente provavi una sorta di inquietudine, ma che solo adesso capisci non si riempirà più. Un senso triste di mancanza, di vuoto. Quando un amico se ne va, ti lascia qualche frammento lontano a cui ripensare quasi con un sorriso; una sera di novembre sulla Piazza Rossa a guardare la stella color rubino della torre Spaskaja, mentre cadevano fiocchi larghi  e leggeri; un giorno di fine febbraio sulla Tvjerskaja a mangiare un gelato al latte dalle babuske, che battevano i piedi all'angolo del Kalzò. Così non riesci neanche a pensare a quello che rappresentava, a quello che è stato capace di costruire dal nulla, a quello di cui gli eri, assieme a tanti, debitore. Quando un amico se ne va, ti lascia così, solo con un ricordo.

domenica 6 gennaio 2013

A cena tra amici.



Una serata tra amici. Il calore di una fiamma viva. Seduti attorno a un tavolo a godersi lo stare insieme. Il piacere di ricevere attenzioni e anche la soddisfazione di prestarle. La chiacchiera che si dipana lieve come un gomitolo di mille colori. I cento ricordi di cose passate appena ieri, che a poco a poco rinvengono alla luce, rese importanti dal tempo trascorso, improvvisamente divertenti ed allegre. Figure quasi dimenticate che si affacciano per un attimo in mezzo ad una folla quasi anonima e che una dopo l'altra mostra facce conosciute. E il tale, che fine avrà fatto, accidenti che scherzo quella volta, e com'era carina quella ragazza, certo il tizio era davvero matto, e quello? ma sono anni che non lo vedo, che muscoli aveva Walter, e già si stava tutto il giorno seduti su quella panchina e quell'altro che chiamavano Avana? ma sì l'ho rivisto l'altro giorno. Assaggia questo amaretto fatto coi semi di mela, lo fa mia sorella. Accidenti  che meraviglia quella mousse al prosciutto. Grazie Paola.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

martedì 6 dicembre 2011

Non si vive di solo pane 2

A chi non piace stare con gli amici, preferibilmente con le gambe sotto il tavolo? A me particolarmente (specie la parte delle gambe, diranno i soliti maligni). E' la piacevolezza dell'atmosfera, il buonumore che si crea con la chiacchiera, il piacere di indulgere in confidenze, battute e progetti comuni, rinvangare ricordi e cose piacevole, anche se spesso sono ripetitive, e che importa, te le godi ancor di più. Certamente anche la tavola aiuta, vuoi mica stare lì a chiacchierare a becco asciutto, che poi ti viene la gola secca e non sai più cosa dire e uno comincia con: "Devo andare che si è fatto tardi" e in un attimo se ne van via tutti e tu rimani come un babbaleo con i bicchieri sporchi da mettere in lavastoviglie. Invece cibi sapientemente dosati e un congruo mix di bevande, prolungano il momento e alla gente dispiace andar via, lasciare la compagnia, così sui due piedi. Quindi bisogna approntare qualcosa che aiuti, diciamo così, che sia prodromico al buon stare assieme, che funga da catalizzatore. L'amica Annalena mi ha insegnato che un buon menù deve essere ben equilibrato, vario per dare luogo anche a qualche chiacchiera gastronomica e ad attizzare curiosità, meglio ancora se ha un fondo tematico. Così, con la mano d'opera delle Tiziana (nel senso che io ho pensato alla denominazione delle portate e lei a tutto il resto) ho approntato questo menù che definirei:  Menù Natalizio Multiculturale del Sesquicentenario, perchè per il ritrovo prenatalizio degli amici bisognerà pur ricordare l'anno in corso e fare un cenno alla necessità di apertura che metta finalmente nell'angolo che si sono scelti, i ditomedisti del momento. 

Partiamo dunque dall'aperitivo che deve ricordare i colori della nostra bandiera, ça va sans dire. Tre scelte quindi si impongono a diversi tassi alcoolici:
Verde fresco alla mela/kiwi renforcé  (1/3 kiwi frullati ben maturi-1/3 succo di mela verde - 1/3 vodka)
Bianco di pesca cremant (1/2 succo di pesca bianca - 1/2 spumante brut)
Rosso vedetta lombarda tropicalizzata (1/2 bitter rosso - 1/2 succo di ananas )


A coté, per aprire lo stomaco si è proposto in sequenza di mordente, con un trittico di pani maison (bianco, nero ai cereali, giallo alla curcuma, che è una mano santa per l'Alzheimer):
Baci salati-Oh quanto sa di sale... (Fare le valve dei baci di dama con mandorle, parmigiano e sale al posto dello zucchero ed eccedere col burro, mi raccomando, quindi riempire con mousse di formaggio morbido, meglio crème de brie)
Bianca e nera a chicchi sparsi (Stendere uno strato di robiola su una base secca tipo craker e aggiungere un acino d'uva bianca e nera tagliato)
Bigné nordisti e siciliani lombardizzati ripieni di balzero mediterraneo (Riempite bigné e piccoli cannoli siciliani di una crema al tonno e robiola)
Piccantini dimagriti dalla manovra (riempire peperoncini ciliegina, dopo averli ben svuotati, di acciughe, capperi, olive e poco tonno)
Ballottine multirazziali del berger ( su quadretti di pan carré appena tostato deporre una pallina di un impasto di gorgonzola e formaggio cremoso, rotolata, qualcuna in semi di papavero, qualcuna in erba cipollina tritata, qualcuna in noci tritate, qualcuna in paprika, poca mi raccomando)
Hummus della concordia libano/israeliano (scegliete una delle tante ricette sul web, tanto è facilissimo da fare e viene sempre bene)
Clandestini messicani in salsa piccante (banale sacchetto di nachos con salsa rossa messicana standard, io ho aggiunto un po' di tabasco)
Per mandare giù ho proposto uno champagne Guillome.

Sedati i primi morsi della fame, ho dato un po' di spazio a un antipasto d'effetto, appena messo agli atti:
Salade senegalaise mare e agrumi (code di gambero appena sbollentate con spicchi spezzati e ben ripuliti della pelle, di pompelmo rosa e pomelo (citrus maxima); per la salsa di condimento: olio, sale, pepe, un bel cucchiaio di senape di Dijon, schizzo di lime, abbondante (almeno il 40% della massa) cipolla tritata finissima, quasi una pappetta) a cui ho abbinato un sapido Sauvignon Pittaro 2008.

E' quindi l'ora degli antipasti caldi con il seguente trittico in appoggio politico al governo:
Falso strudel della lega svizzera del gruyère (fa balà i rat); (al gruyère, carciofini e prosciutto cotto)
Falsa crostata mediterranea (torta salata in pasta brisé con melanzane, pasta di melanzane, origano, parmigiano, yogourth e pomodorini)
Falsa quiche autroungarica (porri, ricotta e speck) 
Per oliare ho servito un Lussac Saint Emilion 2007

Poi per un'idea di primo:
Tunisino vegetariano della sponda sud (un couscous in bicchierini con verdure miste)
Per disnausiare come si dice in Piemonte e dare un attimo di tregua:
Gelido di mela (sorbetto alla mela verde e spumante brut)

Infine un secondo più corposo come piatto forte:
Civet di grand cocou del sole delle alpi con polenta non OGM (mi scuso ma non sono riuscito a trovarla OGM, speriamo non ci fossero troppe aflatossine) (Un Civet di cervo al nebbiolo dalla lunghissima e lenta cottura, in piccoli bocconcini da adagiare su un letto di fettine di polenta fritta). Imperativo un Nobile di Montepulciano 2003.

Per pulire la bocca:
Misto di caribici ubriachi (ananas e banana al gin)

Dulcis in fundo un trittico di semifreddi pour gouter:
La smarronata (ai marrons glacés)
Menare il torrone  (al torrone Sebaste con cuore di cioccolata calda)
Double chocolat (al cioccolato amaro e al latte al 50% tipo bavarese semifredda)
Qui è andato il residuato di champagne e la compagnia ha rifiutato sdegnata il Moscato Rosa Pittaro 2008 che pur avevo predisposto con tanto amore.
Per tener le bocche impegnate e non parlare tutti assieme:
Petit chocolaterie maison (tartufini e altre varianti cioccolatose con datteri e marzapane, preparati dalle sapienti mani di Tiziana)

A disposizione:
Centroamericano caldo e robusto (io propendo per Illy) e
Spiriti liberi (tra cui il nostro classico genepy maison)

Però l'ingrediente magico che ha davvero insaporito il tutto è stato il calore ineguagliabile degli amici, se non li avete come i nostri, mi spiace ma non il pranzo non verrà così bene. Comunque stamattina sono andato a fare l'analisi del sangue. Vi terrò informati. 




Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Cucina senegalese.





lunedì 10 ottobre 2011

Banchetto per il ritorno di Marco Polo.

Crostate de caso graso.

Biscoti co' semi.
Tutti ormai sanno che il web è strumento quanto mai pericoloso. Mi raccomando quindi anch'io, dovete stare molto attenti alle conoscenza che si maturano in questa area virtuale ed accattivante. I pericoli si annidano tra i bytes e quando vi lasciate acchiappare è finita. Potreste esserne travolti e soccombervi, prigionieri per sempre. L'ho presa come al solito alla larga, ma la premessa era d'obbligo alla riunione di congiurati che si è coordinata ieri, maturata dietro motivazioni cresciute a poco a poco in questo spazio. Chi mi segue, conosce e forse apprezza il filone marcopoliano che porto avanti da oltre un anno e che sta volgendo al termine, ancora tre puntate ed il nostro veneziano sarà tornato definitivamente a casa e lo metteremo a riposo con soddisfazione di tutti. Ma credo che molti avranno apprezzato soprattutto il connubio che è nato in queste pagine proprio con quella straordinaria studiosa della cucina che è Acquaviva e che con il suo blog filosofico-culinario ha voluto duettare con me seguendo a mo' di vivandiera la carovana che attraversava l'Asia al passo lento dei cammelli. Ebbene, lei stessa, che oltre ad essere una profonda conoscitrice delle cucine del mondo e della loro storia, è anche strepitosa cuoca reale, ha voluto accoglierci, questa volta non virtualmente, nella sua casa e, splendida ospite, coronare il viaggio del veneziano con una merenda sinoira trecentesca (in onor dei piemontesi) a tema. 

Polastro en salsa de pago co' bolets 'n salsa e radicio con fortagia.
Non voglio dilungarmi nell'osanna alla nostra anfitriona che parrebbe troppa piaggeria, ma mi limiterò a raccontarvi la ciccia come si dice, prelevando a man bassa dalla dispensa cartacea che ci è stata fornita a corona del tutto. Bando alle ciance dunque e sedetevi (virtualmente purtroppo per voi) a questa tavola veneziana a cui berrete Aqua mellata, un idromele lievemente aromatizzato con miele e salvia (andava cancellato il certo gusto di fango che aveva l'acqua veneziana all'epoca) e Hyppocras, il vino abboccato che un tempo era povero di profumi e quindi impreziosito con aromi di cannella, galanga, cardamomo e pepe nero. Le danze si aprono quindi con Crostate de caso graso (deliziosi crostini di pane, caldi con miele o cannella, imburrati e ricoperti di una fetta di formaggio "et como lo caso sia squagliato, manda presto in tavola") seguite da Ravanei al butiro di cui è facile la comprensione, ricordando che "el ciufetin de fogie, saria ben de lasarghelo, parché el fa più bela aparensa e ne'l steso tempo el serve da manego" a dimostrare che anche gli antichi badavano alla forma. A corona Biscoti co' semi (ciambelline salate mordide e friabili al tempo stesso con anice, finocchio e cumino). Sul primo non mi dilungherò in quanto l'abbiamo portato noi, per avere una contaminazione alessandrina con i Rabatòn (piatto comunque medioevaleggiante costituito da gnoccoloni morbidi di ricotta, erbette, uova e parmigiano, cacio già citato dal Boccaccio, passati al forno). 

Chomposta de state de pere.
Ed eccoci al piatto forte con El polasto en salsa de pago, un morbidissimo pollo lessato in brodo aromatico (che ha riposato una notte nel brodo con sedano, alloro e anice stellata) accompagnato da una morbida e saporosa salsa di fegatini di papera e mandorle, densa e ghiottissima dai sentori di arancia e cannella ma equilibratissima, come consiglia Mestre Robert: "emperò aquesta salsa no sia massa fort de agror, ni d'espècies, ni de dolcor sinò de bon modo". A contornare tanta delizia, Bolets 'n salsa (costituita da cipolle, prezzemolo, coriandolo con spezie e aceto da colare leggera sui funghi bolliti e soffritti) e Radicio de Chiogia con fortagia de gambareti, dove il rosso del'insalata si mescola magnifico alle screziature di questa frittata dal sapore di mare, il cui condimento sarà il tradizionale lardo fuso, pepe e aceto in luogo dell'olio che all'epoca era acidissimo e di deprimente qualità. Che trionfo di sapori antichi e intriganti al tempo stesso! 

Noce chonfetate.
Ma non è finita ecco in arrivo La chomposta de state de pere, amorosamente sbucciate e cotte in vino aromatico accompagnate da una salsa grossolana di datteri, prugne, carote, sedano e prezzemolo, mescolata con senape dolce e vino, seguite da Noce chonfetate, in cui i docili gherigli con mandorle sono affogati in miele speziato da garofano, zenzero e cannella e  Semini coverti (i semini aromatici confettati della tradizione indiana di fine pasto). Per finire al posto del caffé Brodo ligiéro de polastro profumato di spezie in linea col tempo. Tutto la cena è stata accompagnata dal delizioso pane Noon o Lepijoska dell'Asia centrale, cotto amorevolmente nel forno di casa da Stefano (altro adepto, vittima del web). La merenda si è così protratta come i banchetti medioevali fino a notte per il piacere di conversare e stare assieme a nuovi amici. La tavola di Annalena è un luogo semantico in cui puoi capire che la gastronomia è davvero arte, cultura, storia, poesia e soprattutto amore. Certamente lei (con cui mi scuso per aver saccheggiato senza vergogna le informazioni consegnateci a corredo) è davvero persona che va al di là della studiosa di cucina, perché anche la cultura e la ricerca, poco sarebbero se non li condisse con l'amore che vi infonde come ingrediente fondamentale e che rende speciale la sua casa. Sono stato davvero fortunato ad incrociarla nel web. Capite adesso cosa significa lasciarsi attrarre morbosamente dalle lusinghe della rete? 


Lepijoske e ravanej
Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

I gradini di Palitana.
Un indovino
Tibet misterioso.
L'IVA della porcellana.


giovedì 13 gennaio 2011

Péng yǒu.

Siamo ancora in Cina per esaminare una parola moderna, esempio della evoluzione della lingua. Nato come monosillabico, il cinese mandarino, va aggiungendo al vocabolario sempre un maggior numero di vocaboli formati da due o più sillabe. Questo per arricchire meglio i concetti e per superare il problema della confusione creata dai troppi bisensi, provocati dal basso numero di sillabe utilizzate. Tutto questo aumenta la ricchezza di sfumature della lingua unendo concetti diversi nello stesso pensiero. Un esempio di questo è la parola che vediamo oggi e che significa semplicemente "amico". Anche i due ideogrammi che anticamente si usavano separatamente avevano lo stesso significato ma illustrava aspetti diversi. Il primo, rappresentato da due deliziosi spicchi di luna, vede nell'amicizia il momento della confidenza, dell'aprirsi a raccontare le cose più intime, come possono fare gli amici davanti alla porta di casa, in una bella sera rischiarata dai raggi lunari. L'amicizia viene qui interpretata soprattutto come sentimento.


Nel secondo, invece dove si vede bene la stilizzazione più semplice della mano, rappresentata solo attraverso il pollice e l'indice, si privilegia l'aspetto dell'aiuto che puoi aspettarti di avere da un vero amico. Che deve essere presente nel momento del bisogno, appoggiandoti una mano sulla spalla per dirti, stai tranquillo, io sono qui e non ti lascio cadere, perchè se un tuo amico sta bene, se riesce a risollevarsi dopo una scivolata, anche tu stai meglio. Così nella parola sono evidenziati tutti i significati che deve avere l'amicizia. Però attenzione che gli affari sono affari e se la Cina si mette a comprare i bond europei dei PIIGS, non lo fa solo per il concetto di péng yǒu. Intanto il 7% è un buon affare, poi se sprofondiamo noi a chi andranno a vendere i loro prodotti? Conviene in qualche modo tenerci in piedi. In ogni caso così rafforzano notevolmente la loro posizione geopolitica e infine se la inettitudine dei nostri politici ci farà sprofondare definitivamente, basterà allargare il pollice e l'indice della manina con cui ci tengono sollevati per la collottola e lasciarci sprofondare nel baratro. Vuol dire che per un po' avranno lavorato gratis e le merci andranno a venderle in Africa.








Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:
Gamberoni e rambutan.
Ai.

mercoledì 29 settembre 2010

Bulli e pupe.

Allora, come promesso, seconda puntata sul bullismo d'altri tempi, più tenero però, direi. I due odierni valenti e stimatissimi, oltre che bravi professionisti, erano due ragazzotti di belle speranze che ancora non sapevano cosa la vita avrebbe loro riservato. Il terzo amico, anche lui giovane e bello, alle prese con i più tradizionali problemi adolescenziali, aveva un sommo desiderio, quello di possedere il suo primo paio di jeans. A quei tempi, come ricorderanno di certo i miei coetanei, avere un capo di vestiario con una specifica marca, diciamo una griffe, era cosa assolutamente sconosciuta ed anomala, ma i jeans rappresentavano un oggetto ancora poco comune e desideratissimo dai ragazzi che lo vedevano come un simbolo libertario presessantottesco.

Il mito assoluto era costituito dai Levi's, vietati ai più anche come semplice desiderio; un sogno che rimaneva nelle periferie del cervello senza avere il coraggio di emergere nella sfera cosciente. Come ovvio era soprattutto una questione di costi, anche perchè i budget familiari dedicati a questa tipologia di spese erano limitatissimi ed anche le famiglie abbienti, li consideravano sfizi da non incoraggiare. Questo, tanto per sottolineare che i desideri dei ragazzi sono sempre stati uguali nella sostanza, cambia solo l'entità dei valori commerciali dovuta alla differente capacità di spesa. Il desiderio di possesso, di cose materiali, la prevalenza dell'avere sull'essere, è forse insito nella nostra povera specie animale, una delle tante spiegazioni del nostro successo evolutivo.

Ma torniamo al nostro amico, che, non si sa come e perchè, forse in seguito a qualche meritorio successo scolastico, un bel giorno viene premiato dalla famiglia con l'inatteso acquisto. Eccoli lì, i famosi Levi's che occhieggiano dal pacchetto regalo consegnato allo stupito e raggiante fanciullo, che lo scartoccia frenetico sotto gli occhi amorosi della genitrice, per una volta meno severa. Immediatamente calzati e fatto il risvolto (sì, orrore, allora ai jeans in Italia si faceva un orrendo risvolto) ecco il nostro piccolo eroe che, tronfio, corre ad esibire agli amici il suo trofeo, la sua patente di esclusività. Essendo quello il periodo estivo, la compagnia villeggiava (vi piace questo termine desueto eh?) in montagna ed i due bricconi attendevano il beneficiato dalla sorte come di solito, vicino al torrente, teatro dei ritrovi della compagnia. Il nostro galletto, esibisce il pantalone con noncuranza, ma senza mancare di sottolinearne l'esclusivo possesso e la sua appartenenza ormai conclamata al gruppo dei giovani alla moda.

I due si scambiarono un'occhiata furtiva, poi senza neanche bisogno di accordi, (cosa vuol dire l'intesa tra i grandi amici!), lo squadrarono con occhio critico, manifestando subito dubbi di opportunità di natura tecnica e psicologica. Il jeans appariva troppo nuovo, quasi come fosse appena uscito dal negozio, non aveva quell'aspetto vissuto che avrebbe dato all'insieme, uomo/pantalone quell'aria matura e dannata che tanto sembrava attirare le ragazze, inumidendone immancabilmente l'occhio (altro oggetto misterioso dell'epoca, ma su cui non voglio fare approfondimento oggi). Doveva avere un aspetto leggermente consunto, come se, essendo normale materiale d'uso quotidiano, facesse parte appieno della vita psicologica del personaggio, giovane moderno e dannato, roso da battaglie interiori, e parte integrante di quei ragazzi dall'occhio triste e affascinate che aveva in James Dean in Gioventù bruciata. Il giovane in questione, che aveva totale fiducia nei due furfanti, più vecchi e scafati, comprese che c'era del vero nelle loro affermazioni e subito si dispose ad aderire ai consigli che gli giungevano dall'esperienza. Bisognava dare una "consumata" artificiale ai pantaloni per renderli più "giusti". A tale scopo fu subito individuato per la bisogna un grande masso di roccia ruvida e grossolana al lato del torrente su cui, appoggiate le mani, il nostro cominciò a sfregare ritmicamente e con forza il suo lato B. Di tanto in tanto, non potendo egli stesso controllare lo stato dell'arte, mostrava il lavoro agli amici che, perfidi, continuavano a incitarlo: "Ancora, ancora, così non è sufficiente".

In capo ad una mezz'oretta, in corrispondenza delle magre chiappe (allora i ragazzi erano tutti magri, tranne me naturalmente) si erano formati due buchi clamorosi, che si palesarono, al tocco delle sue mani prima e subito dopo esserseli precipitosamente tolti, anche ai suoi occhi inorriditi, solo quando ormai erano due spaventosi crateri non più recuperabili in alcun modo. Tralascio il seguito della vicenda all'arrivo a casa, ma ancora oggi quando ce la raccontiamo tra di noi e capita immancabilmente quando, amici come allora, ci si ritrova, un velo di allegra malinconia ci prende tutti, moderando automaticamente le sghignazzate. E' la gioventù perduta che i bulli e le pupe di allora, come natura chiede, ingiustamente rimpiangono. Magari domani ve ne racconto un'altra.


Errata Corrige.
I diretti interessati, mi hanno immediatamente contattato per sottolineare lo svarione. Preso da furia letteraria, tra l'altro discordante con i tempi, ho confuso i Levi's di cui allora (primi anni'60) non conoscevamo forse neanche l'esistenza, con i mitici ed autarchici Roy Rogers, italica risposta al fashion d'oltreoceano di quando eravamo noi i cinesi.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Gioventù bruciata.
Due ruote.
Bullismo d'altri tempi.

martedì 13 aprile 2010

Val Chisone in giallo.

Il fatto è che sono troppo buono. Avevo una domenica programmatissima, dovevo accompagnare la mia gentile signora ad una importante manifestazione di Country Dance, preparare una serie di post a futura memoria, dato che tra qualche giorno non sarò più tra voi (eheheheeh, per non lasciarvi in crisi di astinenza) e sistemare le cose che mi seguiranno in questa pausa meditativa, in un altro spazio terreno, ma quando mi telefona un amico, anche lui proveniente da un altro pianeta e mi chiede di dargli una mano, come si fa a dirgli di no. Dice:- Ho sei cinesi da portare in giro, per favore. - e zac, tutti i programmi a pallino. Così è cominciata una domenica di tregenda, perchè i sei che col mio amico Ping erano ormai i magnifici sette, avevano già in mente un piano preciso, incuranti delle previsioni meteo che pure internet segnalava con precisione. Così, di primo mattino, il pulmino (Xiao Ba) prendeva la strada delle montagne sotto un cielo in cui si addensavano nuvole minacciose. Ho fatto appena in tempo a caricare tre ombrelli, gentilmente forniti dall'albergatore in una hall invasa da un pulmann di spagnoli in visita alla Sindone (gli alberghi a Torino sono ormai fully booked) e il nostro mezzo si è avviato verso l'autostrada mentre cadevano le prime gocce. Tre dei trasportati avevano un k-way leggero su una camiciola estiva. Io ho predetto loro la morte certa per assideramento, ma nessuno ferma la determinazione dei sudditi dell'impero di mezzo, per questo, presto, comanderanno il mondo. Prima tappa, il forte di Fenestrelle, la grande muraglia piemontese. Per carità di patria non ho voluto paragonare il suo kilometro di mura con i 4000 della loro, ma ho puntato su storie di prigionieri e di guerre. In mezzo al piazzale della fortezza, sotto una pioggia ormai battente, ho fatto la mia concione raccontando la storia della Maschera di ferro e del Cardinal Pacca. A causa della nebbia fitta non si vedevano neppure i due palazzi della piazzaforte, ma gli amici si credono sulla parola e forse anche per questo, la descrizione delle balze fortificate e dei 4000 gradini della scala coperta più lunga del mondo sarà apparsa ancor più affascinante. Così almeno era la sensazione dei 14 occhi sgranati che avevano perduto ormai il caratteristico taglio mandorlato o forse a causa dei -2°C, l'immobilità estatica era causata dai primi sintomi del congelamento. Abbiamo allora ripreso la marcia. Sullo sfondo le Alpi Cozie innevate si intravedevano nella tormenta di fiocchi bianchi leggeri che aveva ormai avvolto turbinando, il nostro mezzo che arrancava nelle strette curve verso Sestriere. Breve sosta davanti ai trampolini di Pragelato ed ai simboli olimpici, argomento molto sentito dai nostri e poi via velocissimi verso la Francia per raggiungere una Briançon su cui, il mutevole tempo alpino ci ha regalato una passeggiata all'interno dei bastioni della cità vecchia, sotto un livido raggio di sole. Classica raclette per regalare una emozione di tipicità locale e poi via verso il ritorno, nuovamente sotto una bufera di neve che avvolgeva il Colle. A Fenestrelle, ancora uno stop per mostrare la mia casetta, investigata in ogni suo più segreto angolo, con curiosità tipica dei cinesi alle fiere (vorranno copiarla come modello per un villaggio alpino da fare vicino a Pekino?) e poi discesa a valle nella nebbia fitta per crollare in serata, finalmente a casa, stanchi ma felici della bella giornata trascorsa. Le mie predizioni si sono mostrate molto reali, uno ha vomitato l'anima lungo le curva della Coupura, altri due doloranti per una probabile congestione da freddo. Una vera strage. Forse non compreranno la Val Chisone per farci fabbriche da scarpe e magliette e aprire una serie di Sushi bar finto-giapponesi. Il mio amico mi ha ringraziato con calore. Il fatto è che sono troppo buono.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Gamberoni e rambutan.
Febbre suina.
Rosso corallo.

giovedì 4 marzo 2010

Sapori d'India in salsa bretone.

Oggi voglio raccontarvi una storia curiosa. Era un altro agosto caldo e piovoso ed era un' altra Ambassador quella che ci portava attraverso i deserti del Rajastan, stupiti per la bellezza dei palazzi dei Maharaja, senza parole alla vista di città magiche dai colori pastello, con le case coperte delle immagini degli dei, con i templi dove si affollavano turbanti rossi e gialli, sopra visi scavati e sari variopinti su corpi minuti dalle braccia quasi nascoste da centinaia di braccialetti d'avorio. Avevamo passeggiato tutto il giorno per i mercati di Jodhpur, la città blu e cercavamo di schivare i piatti carichi di spezia forte che cuocevano la lingua, quando il nostro autista, un furbetto simpatico e anche un tantino troppo incline a tutto quello che si poteva distillare, ci disse che una coppia di francesi gli aveva chiesto, visto che avevamo posto in macchina, di portarli con noi fino a Udaipur. Partimmo così la mattina dopo, tutti contenti, loro che avevano risolto un problema di spostamento, noi, che avremmo potuto scambiare le nostre impressioni con qualcuno, il furbetto che sperava in una buona mancia non preventivata. Si parlò di tutto e man mano che passava il tempo, diventava sempre più gradevole quel contatto fortuito. Vedemmo villaggi e mercati. Passammo un mattino in uno straordinario tempio Jainista a Ranakpur, completamente deserto, perduti tra bianchi colonnati, popolati solo da scimmie. Un libro della jungla vissuto invece che letto. Erano viaggiatori veri, che sapevano assaporare il viaggio prendendosi i tempi giusti, senza la fretta dei turisti. Noi, che eravamo particolarmente su di giri a causa della vicina soluzione della nostra vicenda di adozione, trovammo in aggiunta, calore e simpatia. Ci lasciammo dopo tre o quattro giorni, dopo aver sorseggiato un thé nel bianco palazzo al centro del lago di Udaipur, una parentesi regale per capire cosa poteva essere stata l'India osservata da quel punto di vista esagerato. Loro si sarebbero fermati qualche giorno ad assaporare quelle sensazioni, noi saremmo scesi sempre più a sud, attraverso il Gugiarat verso altre emozioni, sempre in corsa contro il tempo. Rimase solo un recapito su un taccuino di viaggio come tante altre volte. Ma non fu così. Ci si scrisse (allora si mandavano le lettere, non avevano ancora inventato le mail), ci si sentì e qualche anno dopo passarono dalla nostra città e conobbero così anche la nostra bambina che aveva ormai cinque o sei anni. Poi per altri diciotto, solo altre lettere e promesse di rivederci, sempre andate a vuoto per le casualità che la vita ci prepara con sorprese continue. Ieri sera, rivederli è stato un piacere raro, dopo un tempo così lungo e forse proprio per questo così bello. Ancora così uguali ad allora, ancora così piacevoli. So già che voi, conoscendomi, maligni come sempre, direte che la serata è stata così gradevole anche per le qualità di cuoca sopraffina della nostra amica che, dopo aver attenuato la potenza alcoolica di un planter punch ricco di spezie e soprattutto di rum, con dei deliziosi hors-d'œuvre variatissimi, ci ha servito un sontuoso filet mignon de porc sweet & sour, che il miele aveva reso delicato e croccante assieme e la cipolla armoniosamente profumato, mentre la salsa densa sposava, abbracciandolo, il classico contorno di tagliatelle. Di seguito, allietato da un buon rosso spagnolo, su un letto di insalatine e rucola, le più deliziose rondelle di chèvre bianche e saporose, ricoperte di noci sbriciolate. Gran finale con la più tradizionale e morbida tarte aux pommes che io abbia gustato da tempo. Lo so che voi pensate solo a questo, ma la serata è stata molto di più, a sfogliare vecchie foto, a raccontarci le nostre vite. Penso che ci rivedremo ancora spesso, per continuare a scambiarci emozioni. Donc, merci encore, Jackie et Jean et à bientôt avec amitié!


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

http://ilventodellest.blogspot.com/2009/05/febbre-suina.html

http://ilventodellest.blogspot.com/2009/02/zai-jian.html

http://ilventodellest.blogspot.com/2009/06/porceddu.html

giovedì 3 dicembre 2009

Ancora da Josephine.


Sarà una consuetudine, sarà una abitudine, ma io quando mi ritrovo con i miei vecchi compagni di scuola del Liceo, provo una sensazione di calore e di sottile piacere. Lo so, sono banalità, per alcuni anzi, in questi casi bisogna provare solo inquietudine e fastidio, però mi sembra che il mio sentimento corra anche tra quanti non insofferenti alle mie convocazioni, si presentano fedeli, per ritrovarci periodicamente o anche solo per farci gli auguri, come ieri sera. E non ditemi che se qualcuno si prende la briga, per passare un paio d'ore con dei vecchi barbagianni che alla fine si raccontano sempre le stesse cose, di venire da Roma, da Genova, da Milano, da Asti o anche solo dal quartiere Pista, non prova le stesse sensazioni che sento io. Ieri sera, nel confortevole ambiente di Josephine, in piazza Giovanni XXIII, che consiglio a tutti coloro che vogliono trovare una atmosfera gradevole ed elegante anche se del tutto informale (e di cui avevo già parlato qui) durante una apericena ricca di ogni ben di Dio, inclusi i tradizionali ed aerei rabaton alessandrini, di grande leggerezza e sapidità, ci siamo raccontati le solite cose, abbiamo riletto la lettera che il Prof. Angelino ci ha scritto pochi giorni prima di lasciarci ed abbiamo terminato la serata in una casa ospitale che ci ha accolto con il calore consueto. Io direi che possiamo andare avanti così, finchè ci sarà concesso, naturalmente.






venerdì 11 settembre 2009

Solo pasta e fagioli

E’ accaduto quello che tutti temevamo sarebbe successo e non avremmo mai voluto che succedesse. Si parte sempre così, due parole tra amici, ma certo, sicuro, ci vediamo solo così, tanto per stare assieme, facciamo solo una pasta e fagioli e poi via. La realtà è che i poveri B. e C. erano già ai fornelli dal mattino presto, coi fagioli messi a bagno nella notte, causa dimenticanza della sera precedente. Ubbidienti, ci siamo presentati alle otto con i nostri pacchettini di ordinanza in mano e subito abbiamo dato fuoco alle polveri. Un aperitivo, kyr di ribolla gialla di Cormons accompagnato da un’entrée di tartine di salmone e ricotta fresca insaporita all’origano, seguite da altre, ricoperte di salsine con diverse gradazioni di piccantezza. Ma non avevamo detto che si faceva solo la pasta e fagioli? Ma è tanto per rompere un attimo l’appetito; spazzate via in un istante. Il tempo di sederci a tavola, giusto per permettere lo stappo di un paio di bottiglie di Chambave Muscat valdostano che avevamo già precedentemente avvicinato e dal cui fascinoso bouquet eravamo già stati irrimediabilmente accalappiati e anche il delicato preantipasto di lardo dalla grande fascia rosata con marroni sciroppati e spennellati dell’ambrato miele di questa valle, ci ha lasciato orfani, ma per poco, perché il profumo che ci ha avvolto all’apertura del forno ci ha subito predisposti alla curiosità di investigare la natura dei fagottini dorati che lo hanno sostituito. E’ stato duro pazientare quanto bastasse a non subire l’offesa del calore nelle nostre gole ingorde, ma che piacere constatare l’equilibrio delicato che l’apertura della fragile e sottilissima pasta sfoglia ci ha regalato con il matrimonio tra un tenero radicchio rosso ed una morbida e vellutata crema di gorgonzola. Una vera delizia e anche se la previdente padrona di casa ne aveva forgiato un numero piuttosto elevato, conoscendo i suoi polli, anche qui, in poco tempo sono andati via tutti. D’altra parte pareva brutto avanzarne, come se non fossero stati graditi, nella maggior parte delle culture potrebbe apparire offesa e critica alla cuoca. Poi, e la colpa è stata data alla necessità di smaltire comunque la gran quantità di verdure di cui l’orto di L. ci ha deliziato per tutta l’estate, è giunta in tavola una splendida caponata tradizionale dal giusto mordente. Neanche il tempo di togliere da tavolo le bottiglie vuote ed ecco l’oggetto del desiderio per il quale avevamo affrontato la traversata del paese e che avrebbe dovuto essere l’unica attrice della piece che si stava rappresentando con così attenta partecipazione di pubblico e di critica, mai così concordi nell’entusiasmo: la regina della festa, una strepitosa, cremosa, densa, sapida e corposa pasta e fagioli. Un tocco di pepe e un filo di olio di fruttata fragranza di olive appena spremute quasi per decorare, se mai ce ne fosse stato bisogno quella perfezione. I maltagliati che il sapiente tocco della padrona di casa aveva prodotto nel pomeriggio complice il mattarello nuovo acquistato per l’occasione, si confondevano quasi con la presenza dei fagioli, parte dei quali ormai avevano perduto la loro forma originale, si potrebbe dire il loro eidolon fagiolifero, per formare un tutt’uno con la cremosità che avvolgeva il tutto, per cambiare la loro forma identificativa rendendo partecipe della loro essenza di fagiolità tutto il piatto nel suo insieme col fondersi completo di più strumenti in un unica indimenticabile sinfonia sonora, come ha da essere tra l’altro come conseguenza di questa preparazione. Qualcuno, non dirò chi per carità di patria, ha voluto un bis, complice il Morellino di Scansano, giusta morte di questo piatto sacro. Un assaggio, per chi ancora ne sentiva il bisogno da un principesco plateau de fromages che ospitava capra in tre differenti presentazioni, da un delicato fresco ad un gustoso stagionato, una toma profumata di fiori primaverili, un castemagno dalla bianca gessosità e un tradizionale gorgonzola per non omettere il posto dell'erbornato e infine delle patate al forno di René al profumo d’erbe; poi tutti abbiamo sentito la necessità di alzarci, di lasciare quella tavola imbandita che ci aveva regalato tante delizie, più che altro perché la torta veniva servita in salotto, giusta cornice a questa festa di fine estate. Una miscela di pere e sentori di cioccolato decorata con le insegne occitane che hanno fatto da cornice costante a questa vacanza, durante la quale il piacere più forte è stato quello di stare con gli amici più cari. Difficile è stato staccarci e riguadagnare le nostre case lentamente pensierosi, le gambe molli, forse per la sottile malinconia che precede la partenza, forse per le troppe bottiglie stappate. Ma non dovevamo fare solo una pasta e fagioli? E non ce l’abbiamo neanche più fatta a mangiare il gelato. Mi sa che toccherà vederci stasera per finirlo, vuoi mica portartelo giù in città!

domenica 14 dicembre 2008

La mandola

Un piacevole sabato passato con gli amici. Per il piacere che mi ha dato la loro compagnia voglio dedicare a loro queste parole di Li Po:

Ascoltando la mandola.

Ha una mandola il prete buddista di Chou:
Scende dalla montagna dei Sopraccigli
Verso Ponente, e la suona per me.
Suoni vibranti che somigliano al brusio
D’una foresta di pini mossa dal vento.
Come lavato dall’acqua del fiume
Il mio cuore si sente pulito.
Il dolce suono
S’unisce ai tocchi della campana lontana.
Insensibilmente scende la notte,
E i monti si smussano nella nebbia leggera.

lunedì 1 dicembre 2008

Davanti alle coppe piene

E' scesa ancora la neve. Cosa c'è di più piacevole che trascorrere la domenica con persone care che ti hanno preparato con affetto cibo e compagnia. Perchè l'età che avanza, alla maggioranza delle persone, invece della serenità della consapevolezza, induce tristi rimpianti di giovanilismo e splendori passati spesso sopravvalutati?

Dice ancora Li Po:

Davanti alle coppe piene

Lo zefiro in corsa verso levante ci visita;
Sfiora nei calici il vino che appena s’increspa.
I fiori aperti cadono dai rami;
Cullati dal vento amoroso abbracciano il suolo.
La bella s’inebria, il roseo volto s’arrossa;
Ahi, muore il fulgore del pesco e del pero!
Il tempo bugiardo nasconde le tracce e fugge;
Tu puoi danzare ma il sole s’inclina a Ponente.
Tu puoi serbare ancor la gaiezza dei giovani,
Ma i tuoi capelli sono già tutti bianchi
E ti lamenti invano!

Non so cosa avesse Li Po sul suo tavolo, ma io avevo:

Focaccia con crema di porri e sesamo, Belga con Fromage blanc
Insaccato di capocollo e salamella semipiccante di produzione familiare.
Lumache Bourghignonne
Sformatine di baccalà mantecato e riso Venere Nera
Plin alle erbette con ragù
Medaglioni di filetto ai carciofi e terrina di patate alle erbe fini
Semifreddo all'arancia maison
Kiwi del frutteto
Arneis 2007- Nebbiolo 2005 - Barbaresco 1977

Tutto il vegetale appena colto a Kilometri 0,015 essendo orto e frutteto a 15 metri (per soddisfare l'amico Merinos, anche se non era a km zero, mi scuserà, non si è potuto fare di meglio). Forse invece Li Po aveva soltanto vino di riso e involtini primavera in salsa di soia. Grazie ancora Dada!

domenica 14 settembre 2008

Una sera di fine estate




Citando Gianni, che mi ha introdotto agli ideogrammi cinesi.

Che bello, caro amico, in una sera di fine estate,
al fresco sotto la veranda di casa,
cenare bevendo birra di riso
e parlando di canapa e sorgo.

E ricordatevi di votare qui a fianco il sondaggio sull' esperimento in corso a Ginevra.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 122 (a seconda dei calcoli) su 250!