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mercoledì 29 settembre 2010

Bulli e pupe.

Allora, come promesso, seconda puntata sul bullismo d'altri tempi, più tenero però, direi. I due odierni valenti e stimatissimi, oltre che bravi professionisti, erano due ragazzotti di belle speranze che ancora non sapevano cosa la vita avrebbe loro riservato. Il terzo amico, anche lui giovane e bello, alle prese con i più tradizionali problemi adolescenziali, aveva un sommo desiderio, quello di possedere il suo primo paio di jeans. A quei tempi, come ricorderanno di certo i miei coetanei, avere un capo di vestiario con una specifica marca, diciamo una griffe, era cosa assolutamente sconosciuta ed anomala, ma i jeans rappresentavano un oggetto ancora poco comune e desideratissimo dai ragazzi che lo vedevano come un simbolo libertario presessantottesco.

Il mito assoluto era costituito dai Levi's, vietati ai più anche come semplice desiderio; un sogno che rimaneva nelle periferie del cervello senza avere il coraggio di emergere nella sfera cosciente. Come ovvio era soprattutto una questione di costi, anche perchè i budget familiari dedicati a questa tipologia di spese erano limitatissimi ed anche le famiglie abbienti, li consideravano sfizi da non incoraggiare. Questo, tanto per sottolineare che i desideri dei ragazzi sono sempre stati uguali nella sostanza, cambia solo l'entità dei valori commerciali dovuta alla differente capacità di spesa. Il desiderio di possesso, di cose materiali, la prevalenza dell'avere sull'essere, è forse insito nella nostra povera specie animale, una delle tante spiegazioni del nostro successo evolutivo.

Ma torniamo al nostro amico, che, non si sa come e perchè, forse in seguito a qualche meritorio successo scolastico, un bel giorno viene premiato dalla famiglia con l'inatteso acquisto. Eccoli lì, i famosi Levi's che occhieggiano dal pacchetto regalo consegnato allo stupito e raggiante fanciullo, che lo scartoccia frenetico sotto gli occhi amorosi della genitrice, per una volta meno severa. Immediatamente calzati e fatto il risvolto (sì, orrore, allora ai jeans in Italia si faceva un orrendo risvolto) ecco il nostro piccolo eroe che, tronfio, corre ad esibire agli amici il suo trofeo, la sua patente di esclusività. Essendo quello il periodo estivo, la compagnia villeggiava (vi piace questo termine desueto eh?) in montagna ed i due bricconi attendevano il beneficiato dalla sorte come di solito, vicino al torrente, teatro dei ritrovi della compagnia. Il nostro galletto, esibisce il pantalone con noncuranza, ma senza mancare di sottolinearne l'esclusivo possesso e la sua appartenenza ormai conclamata al gruppo dei giovani alla moda.

I due si scambiarono un'occhiata furtiva, poi senza neanche bisogno di accordi, (cosa vuol dire l'intesa tra i grandi amici!), lo squadrarono con occhio critico, manifestando subito dubbi di opportunità di natura tecnica e psicologica. Il jeans appariva troppo nuovo, quasi come fosse appena uscito dal negozio, non aveva quell'aspetto vissuto che avrebbe dato all'insieme, uomo/pantalone quell'aria matura e dannata che tanto sembrava attirare le ragazze, inumidendone immancabilmente l'occhio (altro oggetto misterioso dell'epoca, ma su cui non voglio fare approfondimento oggi). Doveva avere un aspetto leggermente consunto, come se, essendo normale materiale d'uso quotidiano, facesse parte appieno della vita psicologica del personaggio, giovane moderno e dannato, roso da battaglie interiori, e parte integrante di quei ragazzi dall'occhio triste e affascinate che aveva in James Dean in Gioventù bruciata. Il giovane in questione, che aveva totale fiducia nei due furfanti, più vecchi e scafati, comprese che c'era del vero nelle loro affermazioni e subito si dispose ad aderire ai consigli che gli giungevano dall'esperienza. Bisognava dare una "consumata" artificiale ai pantaloni per renderli più "giusti". A tale scopo fu subito individuato per la bisogna un grande masso di roccia ruvida e grossolana al lato del torrente su cui, appoggiate le mani, il nostro cominciò a sfregare ritmicamente e con forza il suo lato B. Di tanto in tanto, non potendo egli stesso controllare lo stato dell'arte, mostrava il lavoro agli amici che, perfidi, continuavano a incitarlo: "Ancora, ancora, così non è sufficiente".

In capo ad una mezz'oretta, in corrispondenza delle magre chiappe (allora i ragazzi erano tutti magri, tranne me naturalmente) si erano formati due buchi clamorosi, che si palesarono, al tocco delle sue mani prima e subito dopo esserseli precipitosamente tolti, anche ai suoi occhi inorriditi, solo quando ormai erano due spaventosi crateri non più recuperabili in alcun modo. Tralascio il seguito della vicenda all'arrivo a casa, ma ancora oggi quando ce la raccontiamo tra di noi e capita immancabilmente quando, amici come allora, ci si ritrova, un velo di allegra malinconia ci prende tutti, moderando automaticamente le sghignazzate. E' la gioventù perduta che i bulli e le pupe di allora, come natura chiede, ingiustamente rimpiangono. Magari domani ve ne racconto un'altra.


Errata Corrige.
I diretti interessati, mi hanno immediatamente contattato per sottolineare lo svarione. Preso da furia letteraria, tra l'altro discordante con i tempi, ho confuso i Levi's di cui allora (primi anni'60) non conoscevamo forse neanche l'esistenza, con i mitici ed autarchici Roy Rogers, italica risposta al fashion d'oltreoceano di quando eravamo noi i cinesi.

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domenica 28 giugno 2009

Notti bianche

Il post di ieri mi ha messo nostalgia del topone grigio che mi faceva girare l'Europa 25 anni fa. Così ho ripescato questa diapo del cornuto davanti alla Moschea dell'allora Leningrado. Certo, perchè c'è una moschea a San Peterburg; un tempo il mondo era molto più tollerante di oggi, forse. Quindi vi tocca il seguito del post di ieri. Era l'ultimo decennio del regime e si sentiva nell'aria uno sfacelo incombente, uno sfascio di un sistema che, da quando aveva cessato di basarsi sui metodi forti ed era scivolato a poco a poco nella gerontocrazia bresnieviana, perdeva a poco a poco autorità e funzionalità. C'era nell'aria una voglia di lasciar andare le cose come andavano, tanto non ci si poteva fare niente. Dei temuti controlli neanche l'ombra e anche se l'amico che era con noi, prevenutissimo, continuava a guardarsi intorno convinto di essere seguito dagli agenti del KGB, non c'erano limitazioni evidenti e nonostante l'obbligo di pernottare in campeggi prepagati (unica cosa che interessava, il versamento delle svanziche), si capiva che avremmo potuto tranquillamente dormire davanti all'Ermitage senza che nessuno ci dicesse qualcosa. Proprio sotto l'arco della grande piazza, mentre sistemavamo le cose prima di partire per il giro, un paio di ragazzotti ci avvicinò chiedendoci cosa avevamo da vendere. Parto sempre preparato, quindi estrassi dall'apposito contenitore il pacco di musicassette che tenevo pronte. Gli occhi dei tipi si arrotondarono e il sorriso arrivò alle orecchie alla vista degli ultimi successi di Celentano, Matia Bazar, Ricchi e poveri et similia. Dopo aver controllato nel mangiacassette di ordinanza del mio mezzo, il buon funzionamento del materiale (fidarsi è bene, ma con gli stranieri....) completammo la transazione e mentre l'amico friggeva, timoroso di essere internato in un gulag per commercio illegale, aggiunsi al patto anche un paio di mie vecchie e sdrucite sportosky (così chiamavano le scarpe di gomma ) non resistendo agli occhi bramosi e al filo di bava alla bocca che illustravano il desiderio inestinguibile di materiale occidentale di uno dei compratori. I jeans vecchi li avevamo purtroppo già piazzati il giorno prima. Con le tasche gonfie di rubli che avemmo poi grosse difficoltà a spendere, non essendoci quasi nulla da comprare (il diavolo fa le pentole ma non i coperchi), ce ne tornammo al camping per organizzare la serata. Pioveva forte e dovemmo fermarci a tirare fuori i tergicristalli da sotti i sedili per metterli sulle asticelle, sotto un cavalcavia intasato di zhigulì ferme che facevano la stessa operazione. Era merce ambita il tergicristallo e di quei tempi nessuno osava lasciarlo incustodito sul vetro della macchina. Così quando arrivammo al campeggio era già un po' tardi, anche se le notti bianche lo facevano sembrare pomeriggio pieno. Per concludere la serata eravamo interessati ad uno spettacolo di danze folkloristiche, che si rivelò poi bellissimo. Mi infilo quindi nell'office per cercare info precise e vengo subito accalappiato da una biondina tutta sorriso e moine, con cui cominciamo a chiacchierare. La prendo alla larga per rompere il ghiaccio e quella morde subito, partiamo con i soliti luoghi comuni che vanno sempre bene, Italia, spaghetti, pizza, come mi piacerebbe vedere Venezia, ecc. un repertorio conosciuto. Sfruttando il suo inglese oxfordiano si chiacchiera un bel po', e come mai siete in Russia, e come vi trovate e compagnia bella. Quando capisco che ormai sarà gentile anche se chiedo solo informazioni, sparo le mie richieste, dove, a che ora, che strada è meglio fare per arrivare al teatro, come avere i biglietti. Come pronuncio le domande scatta un clic, cala una maschera, il sorriso si azzera. " Per le domande di lavoro, deve rivolgersi alla mia collega, io sono l'interprete incaricata del tedesco", dichiara come un terminator e non c'è stato più niente da fare. Mi sono rivolto alla collega. Lo spettacolo fu fantastico, ma c'era nell'aria un senso di disfacimento incombente.

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