lunedì 13 aprile 2009

Salerno - Reggio Calabria


Eravamo stati promossi! La temibile maturità, scoglio epocale di ogni studente era superata. In un luglio bollente in cui studiavo con i pieni immersi nell’acqua fresca del bagno, me la ero tolta abbastanza bene, tra lo stupore della prof di lettere che non mi aveva in grande stima. Comunque, usciti i risultati, prendemmo la grande decisione. Andrea aveva avuto l’idea, Barni, non solo aveva già la patente, ma il padre avrebbe messo a disposizione la mitica 600 beige. Sì, partire, tour della Sicilia, simbologia epifanica della scoperta del mondo! Arrivare a Salerno, fu facile. Ma da lì in poi si apriva un mondo nuovo. Cristo era arrivato un po’ più in giù di Eboli, ma mica tanto. Ci volevano un paio di giorni per arrivare da Salerno fino allo stretto e la stradina per superare la parte montuosa tra Campania e Calabria era tortuosa e obbligava a lunghi giri per superare le valli infossate, dove ogni tanto comparivano gli spuntoni dei viadotti in costruzione della A3, la famosa Salerno-Reggio Calabria. Che invidia, di lì a pochissimo, un anno o due al massimo, in poche ore si sarebbe potuto percorrere quel tratto così tormentato e difficile. Nel 65 vedevamo dinnanzi a noi un futuro di rapido sviluppo. Strade, case, cemento, ci sembrava un naturale ed augurabile radioso futuro. Però, che meraviglia il lento arrancare del nostro mezzo, su per quelle lunghe salite tutte curve per risalire ed attraversare tutto il Cilento. I profumi di Mediterraneo erano forti, le cicale frinivano fino a stordirci mentre il sole del mezzogiorno scioglieva l’asfalto delle strade deserte. Poche auto giravano allora ed anche i paesi, grandi e bianchi di quel sud sconosciuto erano lontani dalla strada, accoccolati su colline più lontane. Solamente, di tanto in tanto, ai lati della strada, quando un piccolo slargo lo permetteva, sotto un piccolo telo di frasche, la plastica era ancora semisconosciuta a quel tempo, dei ragazzini, con un cestello intrecciato tra i piedi. Quando vedevano arrivare, da lontano, la macchina, avevano tutto il tempo di alzarsi, prendere uno o due cestini, arrivare sul bordo della strada e sporgere, mostrandolo, l’oggetto del loro commercio. Mentre la macchina si avvicinava, mostravano il cestino, la macchina sfilava di fianco lentamente, data la salita, e loro invariabilmente gridavano:-Fichi, fichi, fichi- scoprendo il loro piccolo tesoro. Dopo una decina di quegli incontri in pochi kilometri, cominciammo un lungo rettilineo ascendente che portava fino alla cima di un colle, prima di iniziare la tortuosa discesa per giungere a Ponza. Dall'alto già si intravedeva l'azzurro forte del golfo di Policastro. In fondo alla strada, avvistammo una delle capannucce di frasche col bimbo, che al rumore del motore, già si era alzato e si apprestava a sporgere il cestino. Senza neanche metterci d’accordo, ci sporgemmo tutti e tre dai finestrini aperti e mentre gli passavamo di fianco, urlammo ad una voce. –Fichi, fichi , fichi.- Ci guardò con aria stupita, lo avevamo certamente sorpreso, battendolo sul tempo, ma, mentre lo stavamo superando, sentimmo l’eco della vocina non doma che ci gridava : - Pire, pire, pire!- Comprammo le pere, poi scendemmo verso l’afa della pianura. La diversificazione dell’offerta cominciava ad essere il segreto dello sviluppo economico.

venerdì 10 aprile 2009

Emergenza referendum

In questi giorni tristi, bisogna dare atto che tutto il meccanismo dell'emergenza ha funzionato bene, all'altezza di un paese civile. Adesso però, bisogna pensare in solido a chi ha perso tutto e siccome di soldi ce ne sono pochi, la prego, signor Capo dell'Italia, non sprechiamo anche quei pochi. Io non so niente di politica e non ho capito nemmeno bene Lei, a quale partito appartenga, ma so che è completamente dalla parte del Popolo che tanto la ama e la adora. Allora, la prego, non butti via quei 500 milioni per il referendum, che servirebbero così tanto. Mi sembra che qualcuno abbia detto che bisogna comunque gettarli nel cesso per far fallire il referendum stesso. Ma perchè? Non bisogna avere timore del risultato. Lei che tutto può, lo lasci fare nell'election day, intanto, poi, con un apposito provvedimento si potra fare come per il finanziamento dei partiti o come per il nucleare, ed eliminarne facilmente gli effetti.

giovedì 9 aprile 2009

La stagione secca.


Ventidue anni fa; come passa in fretta il tempo. Faceva un caldo becco in quel paesino vicino al mare a pochi kilometri da Mangalore, nel profondo Sud del Karnataka. Un paesino, Ullal, dove l'India più dura, quella degli slum delle megalopoli sembrava lontana, di un altro mondo. Ci eravamo lasciati alle spalle la confusione di Bombay, il caos del suo traffico di taxi Fiat e di Apecar puzzolenti, dove avevamo risolto, ma con fatica, alcune pratiche di ordinaria buracrazia al consolato italiano e che ci avevano obbligato a prolungare la sosta in città per un paio di giorni. La stagione secca era alle porte. Il cielo, sempre sgombro di nubi, era riempito da un sole feroce che picchiava in testa senza tentennamenti, per farti capire che se sei uno di quelli che non ha disponibilità di acqua, comincia una stagione difficile. Dove non si parla in termini di PIL, di reddito, dove non circolano soldi, ma solo prodotti strappati alla terra, l'acqua vuol dire vivere o sopravvivere. Senza l'acqua in India, la terra diventa secca e arida, non si mangia, si beve roba fangosa che bisogna andare a prendere qualche kilometro più in là. Lì, invece, sul mare, le sensazioni erano diverse. Il Summer Sun, un alberghetto di vacanze, spingeva i suoi bungalow spartani fin sulla spiaggia, circondati di palme e di buganville. Anche ad aprile era tutto un rigoglio di vegetazione, quella lussureggiante del sud indiano, dove poco più in là cominciano le backwaters del Kerala ed il susseguirsi di spiagge solitarie popolate solo dalle barche dei pescatori, piccoli gusci neri che scompaiono tra le onde dell'oceano per ricomparire sulle alte creste spumeggianti, mentre con fatica, cercano di riguadagnare la riva. Su quella spiaggia, seduti su qualche stuoia di fortuna, stavamo provando le emozioni più forti della nostra vita, previste certo, ma così potenti e decise da rendere ogni angolo, ogni pianta, ogni pietra, ogni persona presente in quel luogo unica e indimenticabile, per sempre. Separato da un basso muretto di pietra, proprio di fianco ai bungalow del Summer Sun, il rigoglioso giardino, pieno di palme e di ibiscus fioriti, del Nirmala Social Centre. Così, scombussolati e quasi storditi, trascorremmo una settimana, tra la spiaggia e le piccole casette, con al collo appesa la nostra bambina, che appena arrivati, Suor Maria Grazia, una delle persone più straordinarie che abbiamo mai conosciuto, ci aveva messo in braccio, in quell'incontro che ha segnato il nostro futuro. Certo, mentre passavano i giorni in attesa di definire le pratiche col tribunale, abbiamo visto il paese e le sue botteghe, l'azienda agricola, dove i lebbrosi guariti, altrimenti emarginati, hanno una vita normale e vivono dignitosamente del loro lavoro, l'ospedalino della missione, così efficiente da attirare le partorienti ricche dal paese vicino, l'orfanotrofio con la fila dei bimbi schierati e concentrati, seduti sul vasino o la scuola del centro con le ragazzine per terra, una di fianco all'altra nel giardino con la divisa pulita, gonna blu e camiciola bianca, a studiare silenziose. Ma è stato un po' come un sogno, mentre la nostra realtà diventava sempre più concreta. La nostra bambina, si sentiva sempre più parte di noi, anche se piangeva tanto di notte, ma rideva allegra di giorno, gattonando sulla spiaggia o tra le piante di papaya davanti alla casetta dove dormivamo, già mostrando con decisione il peperino che sarebbe diventata. Ancora un giorno di viaggio e poi saremmo stati a casa, ad imparare a fare gli errori che tutti i genitori devono fare.

mercoledì 8 aprile 2009

La premiazione.



Ecco qua, come promesso siamo arrivati al termine del grande concorso internazionale "Togliti lo sfizio di svelare l'indizio", riferito al post del 1 aprile. Come segnalato per facilitare la ricerca anche a coloro che mi vedevano già in saio conventuale, ecco l'elenco dei 22 indizi:

1 - La data 1 aprile
2 - Il titolo, anagramma di: -Occhio al pesce d'aprile
3 - Il mosaico coi pesci
4 - Citazione della Moltiplicazione di pani (e pesci)
5 - Il pescatore di tiberiade
6 - Il pescatore di anime
7 - Per primo apri le porte ...
8 - Luca (1. 04)
9/10/11/12/13 - Amo (ripetuto 5 volte)
14 - Una pesca
15 - Le canne
16 - Il manto argenteo di Menaksi (la Dea indiana dal corpo di pesce).
17 - Pesca(sseroli)
18 - Fischer
19 - P.Oisson
20 - El estudio sobre la mosca (inteso come pesca)
21 - P.E. Scadò. (pescado è pesce in spagnolo)
22 - Ribov (De Pesci in russo)
23 - La pesca sul lago col buco
24 - Sì Yuè Yú (pesce d'aprile in cinese)
Come vedete, non fidandomi troppo ne avevo messo due in più per i più acuti e questo era il 25° e più complesso pesce (a parte forse quello di Menaksi che ritenevo alla portata di Niki e Tutto qua). Comunque proclamo insindacabilmente vincitore Silvia, che ne ha segnalati 14 e non venitela a menare che li avevate visti tutti, dovevate comunicarlo in tempo. Adesso è tardi ed a Silvia va il primo ed unico premio in palio, che come si vede dall'immagine consiste in un mastello da 5 Kg di Nutella. Come avevo chiarito a suo tempo il premio è del tutto virtuale. Io mi sono già abbondantemente smazzato a farmelo comprare con la scusa del mio imminente compleanno, a fotografarlo e adesso dovrò anche dopo averlo virtualmente condiviso con voi (ma sì ce n'è anche un po' per tutti gli altri lettori, Silvia non se ne avrà a male), cucchiaiata dopo cucchiaiata mangiarmelo tutto. Vi prego apprezzate almeno gli sforzi che faccio per voi.

martedì 7 aprile 2009

Lastra tombale.

Che soddisfazione sciorinare parole proprie di settori specifici, perfettamente conosciute dagli addetti ai lavori, ma misteriose, quando non fuorvianti per gli estranei. Parole come imbutire, soffiaggio della preforma, lardone, il crodo, vibratori (e non pensate subito male!). Qualche volta le esamineremo con calma. Pensate piuttosto alla lingua cinese, in cui i caratteri specifici delle varie professioni non sono quindi conosciuti se non dagli addetti ai lavori. Qui almeno le possiamo leggere queste parole (anche se non sappiamo cosa vogliono dire, però, magari possiamo intuirne il significato). Ad esempio, molta ilarità suscitò nel nostro ufficio, la fornitura di una bisellatrice, assieme ad altre macchine (incluse due spaccatrici) di una linea completa che fornimmo a Sverdlosk 44, una piccola città sovietica sugli Urali non segnata sulle carte, perchè era una città segreta, di quelle circondate dal filo spinato, da cui nessuno poteva entrare od uscire senza uno specifico permesso speciale. Non abbiamo mai saputo, perchè quella fosse una città chiusa (come le chiamavano allora), forse roba nucleare o missilistica, fatto sta, che superare i reticolati per entrarvi fu piuttosto emozionante, anche se il Sindaco ed il Presidente della fabbrica furono molto cortesi e cercarono di metterci a nostro agio il più possibile, senza lesinare sulla vodka e gli shashliky, anzi ci assicurarono che gli abitanti erano contentissimi di essere, per così dire protetti con quella barriera, dai pericoli del mondo esterno. Sostenuto nel morale anche da Ste. che tra l'altro mi fu di fondamentle sostegno per risolvere alcune situazioni imbarazzanti che non sto qui ad approfondire, ci godevamo la città, che era sul bordo di un lago con le foreste di betulle bianche che si confondevano col bianco della superficie ghiacciata in gennaio, dove pochi pescatori solitari passavano il loro pomeriggio a guardare il loro buco nel ghaccio in attesa di qualche pesce. In fabbrica ci furono grandi festeggiamenti quando, qualche mese dopo la firma del contratto arrivarono le grandi casse di legno che contenevano le macchine, tra cui appunto le spaccatrici e la modernissima bisellatrice, quella più ambita. Queste furono subito collocate all'interno del capannone, dove il tecnico appositamente giunto dall'Italia cominciò il montaggio, occupandosi sia della parte elettrica che di quella meccanica e pneumatica, tra lo stupore di tutte le maestranze locali, abituate ad una ferrea suddivisione dei compiti e meritandosi anche un articolo di elogi sul giornale locale. Grandi feste con conseguenti sbronze colossali all'inaugurazione, quando finalmente la linea sfornò i primi prodotti. C'era commozione ed il Sindaco ci abbracciò più volte calorosamente. C'era gratitudine, c'era affetto in quegli abbracci, c'era amicizia. Guardate che vendere qualcosa in Russia, non è come farlo da altre parti, c'è un coinvolgimento speciale, da parte di tutti (forse anche per la quantità di vodka che si utilizza). Ho capito, volete sapere cosa è questa cavolo di bisellatrice e a cosa serve il bisello. Calma, adesso vi accontento. Come avevano tenuto a dirci al momento della richiesta, quella zona degli Urali produceva una quantità di marmo di varietà e colori tali che a quello di Carrara gliene facevano un baffo e di conseguenza, per aderire alle richieste che dalla nuova Russia si sarebbero manifestate prepotenti, assieme col nuovo benessere, era necessario rimodernare la fabbrica per produrre dai marmi stessi, piastrelle, lastre, gradini, davanzali di ogni tipo e soprattutto tombe. Ma ogni pezzo finito di questi, prima di passare alle lucidatrici per la messa a punto finale, necessita di un leggero smusso agli spigoli, che, lasciati tal quali, facilmente sarebbero intaccati dal più leggero urto o colpo ricevuto. Ecco quindi il leggero smusso a 45° che dicesi bisello, da cui la bisellatrrice, macchina di alta tecnologia, in cui tanto per cambiare, noi italiani siamo maestri, fondamentale per la perfetta qualità finale delle piastrelle. Ecco dunque nell'immagine, la piastrella in un meraviglioso Dorato degli Urali, un marmo dalle venature delicate, recante la scritta: A Enrico Bo primo Italiano giunto a Nova Uralsk (perchè allora c'era il vezzo di cambiare nome alle città, visto che era cambiato il regime). La prima piastrella ottenuta dalla linea e relativa data. Adesso avete imparato una cosa nuova. Quello era il mio primo contratto nella Santa Madre e anch'io lì, ho imparato un sacco di cose.

domenica 5 aprile 2009

Semi di trifoglio

Com'è dolce e suadente il dialetto veneto, così morbido da scivolare via leggermente, arretrando, quasi facendo un piccolo inchino, senza gridare, quasi a volersi scusare. Mi ricordo quando, tanto tempo fa, quasi in un altra vita, ero un tecnico sementiero. Si frequentava allora, per acquistare o vendere la produzione, o anche semplicemente per essere aggiornati sui prezzi, il mercato di Milano che si teneva ogni mercoledì pomeriggio in Piazza degli Affari, oggi credo piazzetta Cuccia, ma un po' defialto a sinistra e fuori del palazzo della Borsa, quasi come un fratello minore che si vergogna a fronte del maggiore, ricco ed importante. Così verso l'una e mezza arrivavano i primi, a passo lento, intabarrati in inverno, più sciolti in estate, ma sempre con giacca e cravatta di rigore, mentre gli ultimi lasciavano l'angolo verso le cinque e mezza, quasi svogliatamente dopo aver sentito l'ufficialità del listino prezzi, che la commissione aveva appena stilato all'interno di uno stanzone, anch'esso laterale al palazzo. Gli importanti operatori che uscivano dalle grandi porte centrali dopo aver trattato pacchetti di Generali, Fiat ed Alleanza, invece, non poggiavano neppure lo sguardo su questa, all'apparenza, dimessa umanità, ma se ne filavano via dritti nel primo pomeriggio. Si ritrovava qui, dunque, un po' tutto il mondo economico-agricolo padano che con fare un po' schivo, si scambiava derrate per miliardi con una stretta di mano. Operatori, come me, dei Consorzi Agrari, a comprare o vendere sementi, cereali o altre materie utili all'agricoltura (indicate con apposita sigla: MUA), mulini e mangimisti, acquirenti, commercianti, ammassatori di sementi e cerealie e oltre a qualche raro grande agricoltore, che veniva soprattutto ad informarsi dei prezzi, molti mediatori. Era questa un po' la figura fondamentale del mercato, che si aggirava qua e là tra gli altri operatori, che stavano tendenzialmente fermi in un loro posto fisso, consolidato nei lunghi anni di militanza, con passo lento i più anziani e famosi, di gran carriera e frenetici gli altri, quasi a voler conquistare spazio, marcare il territorio. Avevano tutti un calepino nero in mano ed una matita piccola con cui annotavano vorticosamente affari nelle paginette stazzonate, quintali, camionate, prezzi, tutti accettati con un piccolo cenno del capo. I contratti scritti arrivavano nei giorni successivi, magari dopo la consegna della merce e nessuno poteva venir meno a quegli accordi, bastava una volta ed eri messo fuori dal giro, come un appestato, nessuno avrebbe più fatto niente con una persona non "seria". Serietà, era la qualità che definiva positivamente chi si presentava sul mercato; senza quella patente, inutile presentarsi, non ti dicevano neanche qual era il prezzo del granone quel giorno, mentre intorno giravano vorticosi gli affari. "Guardi che sale, diceva un grasso mediatore al dubbioso , ne prenda almeno due mezzi treni". Non ho mai capito questa unità di misura, perchè non si potesse dire un treno di orzo, ma tutti trattassero uno o due mezzi treni. Ma non si pensi che gli affari venissero in un bailamme caciarone e chiassoso come accadeva nel palazzo, intorno alla corbeille dei titoli, con gente assatanata a fare segni, gridando, compro, vendo. Tutt'affato, sulla strada regnava un rispettoso bisbiglio, i prezzi e le quantità venivano sussurrate avvicinandosi con le teste, con pudore, come per non volersi far udire dai vicini. Un gesto furtivo, una mano scivolava nella tasca del pastrano ed un pacchettino avvolto nella carta da zucchero blu, il "campione", cambiava di tasca e diventava la prova inviolabile della qualità della merce. Solo i saluti , approccio rituale in cui si parlava del tempo, che in campagna è di importanza globale, erano fatti a voce normale. Poi, il mediatore invariabilmente, se eri venditore, faceva una faccia un po' desolata sottolineando che il mercato era molto, molto debole, ma forse lui aveva un compratore disponibile e le proposte scivolavano così, con gli occhi bassi dei più astuti, con la testa dritta e l'occhio severo di chi voleva rimarcare "guarda che non mollo". Gli operatori più importanti e famosi, arrivavano sempre in ritardo e difficilemte si buttavano nel centro del gruppo, rimanendo ai lati, in posizione distinta, fermi in attesa di venre avvicinati, come ragni al centro della tela. Qualcuno si portava dietro il figlio o il nipote, che stava lì senza parlare, mai interpellato, in attesa, con gli anni, di capire il mercato e guadagnare autorevolezza. Era uno tra questi, forse il più importante commerciante di semi da prato italiano, che verso le tre arrivava con passo lento e si posizionava sull'altro lato del marciapiede (chissà perchè gli scalini dei marciapiedi sono così ambiti per segnalare, con quei quindici centimetri in più, l'importanza di chi ci sale) subito circondato da una coorte di clientes con i pacchettini in mano.Lui sembrara un satrapo che amministrasse la giustizia, questo prendeva, l'altro, dopo uno sguardo al campione, allontanava con un cenno della mano, altri non badava quasi sdegnoso, chè forse si erano mostrati poco "seri" in passato e pur si presentavano forse sperando in una dimenticanza o in una insperata o almeno provvisoria riammissione a corte. Era certo finanziariamente il più potente ed anche il più astuto e capace, sempre border line con le disposizioni legislative in materia sementiera, e sempre il più veloce a capire il vento dell'andamento dei prezzi per cogliere per primo le occasioni. Camion e treni (pardon mezzi treni) di semi di erba medica, trifoglio e loietti, non avevano misteri per lui e gli altri, invidiosi si accontentavano delle briciole. Così un certo suo concorrente veneto, detto dai maligni Busìa, per la sua tendenza a dissimulare la qualità della sua merce, guardandolo con malevolenza dall'altro lato della strada, mi sussurò un giorno all'orecchio questa frase indimenticabile:" 'l ga fatto tanto mal quel sior lì, che se il Signore se lo toésse...." , così, lasciando in sospeso, con le mani appena giunte e gli occhi volti al cielo in una preghiera accorata, da politico democristiano di seconda fila, che rubava, sì, ma poco e quasi chiedendo scusa.

sabato 4 aprile 2009

Cronache di Surakhis- 12: Decisioni fatali.

L'evento era assolutamente eccezionale. Gli imperatori delle venti galassie più importanti dell'universo si riunivano questa settimana, proprio a Surakhis. I destini dell'universo e quelli delle mille razze pensanti e non, potevano dipendere in larga misura da questo incontro. Paularius, grazie alla sua posizione, poteva vedere il tutto da un punto di vista privilegiato, si era infatti autoappaltato il catering di tutto il meeting e in questo non aveva lesinato nelle spese, facendo arrivare persino dei rarissimi mobu vivi da Sirkis e ovuli appena fecondati di cui era ghiotto l'imperatore di Andromeda. L'aver dovuto sacrificare tremila femmine di Sol 3, gli era costato un occhio della testa, anche perchè la cosa non era molto legale e non tutti i mariti erano stati disposti a cedere le femmine per un contributo in crediti. Si erano dovuti quindi usare metodi un po' più coercitivi, ma questo non era affar suo, ma dei predatori di organi a cui aveva appaltato il lavoro. Pualarius pensava solo a tutti i crediti che aveva dovuto sborsare perchè il suo imperatore facesse buona figura. Il quale, tra l'altro era in splendida forma. Dopo l'ultima revisione fisica, era ormai il più alto ed imponente tra tutti i suoi colleghi ed i boccoli biondo platino che gli scendevano fin sulle spalle, incorniciavano il largo sorriso che era anche il suo logo ufficiale, anche se nessuno sapeva dei 4 denti soprannumerari che si era fatto impiantare per renderlo più smagliante. Negli ologrammi appariva sempre alle spalle degli altri, come a sovrastarli con la sua imponenza e la sua travolgente simpatia, come un buon padre severo ma giocoso, pronto a dimostrare di essere l'unico a cui si potevano affidare le sorti dell'universo intero. Il reggente di NCG351, timido e un po' burbero ne era quasi sopraffatto e tentava invano di scivolare via dall'abbraccio, approfittando della viscidezza dei suoi tentacoli, ma era bloccato dalla maschia stretta sorridente e in tutti gli ologrammi ufficiali appariva un po' triste e strizzato. Un malaugurato incidente al trasportatore psicotropico aveva fatto vaporizzare il principe di M42, così non ci sarebbero state opposizioni troppo forti, tipiche di quel piantagrane, e le decisioni sarebbero state prese collegialmente ed in completa armonia. I cortei di protesta dei fabulatori che, illegalmente, erano riusciti ad arrivare su Surakhis con i mezzi più vari , erano stati facilmente bloccati fuori della capitale, chiudendo subito dalla centrale i loro contatori di aria, con la scusa che non erano pervenuti i pagamenti delle ultime bollette. Da quando l'aria era stata privatizzata infatti, questo metodo, anche se paralegale, era usato con molta frequenza ed il loro capo, un certo Cricket, si sgolava a denunciarlo, ma da quando gli erano state resecate le corde vocali in un normale controllo di polizia, era meno ascoltato. Come dono di benvenuto il nostro, che conosceva i suoi polli, ben consigliato da Paularius, che ne traeva anche un piccolo profitto personale, aveva preparato ad ognuno un set di concubine specializzate nelle arti sessuali, in modo che tutte le razze dell' universo fossero rappresentate, dalle anfibie millebocche di Capella VI, alle fantasime di Horus che, con le loro estroflessioni dematerialzzate, agivano direttamente sui centri cerebrali del piacere. Così tra banchetti e piacevoli sedute di riposo, non rimase molto tempo per discutere i punti del programma di interventi per risolvere la terribile crisi che stava dilaniando il mondo intero ed il piano fu approvato rapidamente con tutti i punti fondanti che il nostro aveva inserito tra le righe. La sera stessa gli olografi di tutto l'universo mostravano il sorridente e glabro portavoce del governo che ufficializzava il risultato del vertice: il nuovo campionato di switchball avrebbe avuto nuove regole di ingaggio, senza moviola in campo e gli arbitri che avessero preso decisioni sbagliate, sarebbero stati sacrificati direttamente dopo ogni partita, prolungando così i palinsesti di almeno due ore con grande giubilo dei pubblicitari, la cui lobby aveva spinto molto su questo punto.

venerdì 3 aprile 2009

Lo zen e la pressa ad iniezione.

L'altro giorno, per trovare i vecchi amici che mi allietavano le ore lavorative un secolo fa, sono andato alla fiera delle macchine per la lavorazione della plastica. Un rutilante mondo fatto di presse, stampi, soffiatrici, estrusori e compagnia cantando, che voi umani non potete neanche immaginare. Giovani studenti e compratori da tutto il mondo si aggiravano tra gli stand ammirando con occhi incantati, gigantesche macchine che sfornavano pezzi come fossero cioccolatini. Forse non lo sapete, ma l'Italia se la lotta con la Germania per il primo posto al mondo nella tecnologia di questi balocchi e qua e là si sentivano parlare tutte le lingue, arabo, cinese, russo e chi più ne ha più ne metta. D'altra parte chi può non rimanere incantato davanti ad una pressa ad iniezione? La macchina che è, essa stessa, l'essenza zen della creazione, il tao fatto meccanica. Per chi non ne conoscesse il funzionamento, voglio qui riassumerlo in pochi tratti, per farvene meraviglia e stupore. Tutto ha inizio dall' alimentatore che con un leggero fruscio fornisce il granulo di polietilene alla vite, la cui coclea, con un lento ma costante girare lo fa avanzare dentro sè stessa, mentre le resistenze lo scaldano dolcemente, fino a che il granulo si fonde e si confonde con i suoi vicini in una comunione spirituale in cui i molti diventano uno solo, con un solo intento: avanzare come uno spermatozoo verso l'ovulo per creare nuova vita. Quando finalmente il punto critico è raggiunto, una perfetta e sempre uguale quantità di magma bollente esce dall'ugello per essere iniettata nello stampo, che la pressa, deus in machina, tiene ermeticamente chiuso con una pressione di 400 tonnellate. E chi la apre! La plastica liquida scorre in mille rivoli lungo i canali dello stampo che, mantenuti caldi dalle resistenze, si suddividono in passaggi sempre più piccoli, ma sempre in totale armonia con tutti i parametri della creazione. Forza, calore, movimento, volume. E finalmente il liquido viene iniettato nelle 64 femmine, disposte armoniosamente ad accoglierlo, che penetrate da altrettanti maschi generano la forma magica del tappo di una bottiglia di acqua minerale. Quanto studio, quanta tecnologia attorno ad una capsuletta che tutti voi, con noncuranza, svitate e gettate nella spazzatura (senza riciclarla come sarebbe facile fare, ma questa è un'altra storia di cui magari un giorno parleremo)! Ecco, le cavità sono piene e attraverso altri canaletti, senza confusione ma con precisione costante, un flusso di acqua gelata avvolge l'esterno e l'interno delle cavità, passa, raffredda, scambia, porta via il calore e la plastica, questo materiale magico, a poco a poco si rapprende, si condensa, si solidifica ed i tappi consolidano la loro forma definitiva. Quando è avvenuta la magia, la pressa lo sente e i suoi muscoli oleodinamici fanno cessare come per incanto la mostruosa pressione, la ginocchiera si muove, lo stampo si apre, gli espulsori effettuano un piccolo ma calcolato movimento, un leggero soffio vitale di aria ed avviene il miracolo. Come una piccola cascata di montagna in una notte lunare del Tien Shan, come una pioggia leggera all'inizio di primavera sul monte Fuji, 64 tappi, cadono all'unisono verso il basso, ontologicamente perfetti nel loro essere tappo, predestinati nel loro destino di tappare, psigologicamente pronti ad eseguire la loro missione tappologica. Come il ticchettio dell'orologio appena carico, pigolano come pulcini appena schiusi, percuotendo il nastro trasportatore che li porta verso lo scatolone, verso lo svolgersi del loro ciclo di esistenza appena sbocciato. L'olio si comprime, la ginocchiera si muove, lo stampo si richiude ed il ciclo ricomincia, tutto questo in 4,2 secondi, 14, 28 volte al minuto, 857,1 volte all'ora, 20.571,4 volte al giorno, 7.405.714 volte all'anno, all'infinito. Un movimento sempre identico a sè stesso, perfetto nella sua essenza, preciso nelle sue finalità. Non c'è niente di più zen della pressa ad iniezione, nulla che concentri di più in sè i princìpi del Tao. Shui, l'acqua che percorre i suoi canali per raffreddare e controllare Huǒ, il fuoco che dentro le sue viscere costituite da Jīn, il metallo, l' acciaio temprato forma e produce tutto quello che si identifica e sostituisce Mù, il moderno legno rinnovabile all'infinito per poi lasciarlo al suo uso, a Tǔ, la terra. Non pensa la pressa, non è turbata dai problemi dell'esistenza, dalle passioni che travolgono la mente compresa com'è nella perfetta sfera di equilibrio dello Yin delle 64 femmine e nello Yang dei 64 maschi. Ha forse raggiunto l'illuminazione?

giovedì 2 aprile 2009

Ventidue indizi

Bene, cari amici, dopo il post di ieri ho avuto il record di contatti (a dire il vero sollecitati con apposita mail personalizzata, accidenti!). Quale non è stato il mio stupore nel ricevere anche alcune lettere di accorata partecipazione, che mi hanno veramente commosso (anche se sospetto il contropesce, ehehhee). Ho risposto a tutti personalmente con compunzione, sottolineando il fatto che avevo cosparso il post di indizi esagerati; il tutto voleva essere solo un'esercitazione stilistica, ma visto che la cosa ha preso questa direzione vi dirò che a tutto ciò è legato un grandioso concorso a premi (sottolineerei virtuali) con opportune segnalazioni a chi segnalerà tutti gli indizi (incluse le ripetizioni) che per la verità mi sembrano abbastanza evidenti, tranne forse uno ma internet aiuta... Nel caso sarà premiato chi ne avrà segnalate di più. Vi darò tempo qualche giorno, anche ai più pigri non possono essere negate le opportunità. Per ora c'è già chi è a 14, quindi forza e coraggio.

mercoledì 1 aprile 2009

O chi predica alle scope?

Cari amici, chi mi conosce da molti anni avrà notato in questi ultimi tempi un cambiamento
piuttosto profondo nel mio modo di agire e di pensare. Avrà visto che sono più distaccato dalle cose del mondo e la mia tendenza ad isolarmi si è fatta più severa. Forse il momento fatale, in cui qualcosa ha fornito la spinta definitiva è stato in questo viaggio, a Tabgha, nella chiesa della moltiplicazione dei pani, di fronte a questo mosaico, vicino al luogo dove Pietro fu trasformato da pescatore di Tiberiade in pescatore di anime. "Per primo, apri le porte al messaggio" Luca (1.04).Adesso, molto più di prima, amo la solitudine, amo cogliere una pesca dall'albero, amo ascoltare il vento che spira tra le canne della palude. In India (chiedo conferma a Tutto qua) quando un uomo ha compiuto i suoi doveri verso la famiglia e la società si ritira per dedicarsi alla cura della sua anima, a cercare la sua interiorità. Quanti ne ho visti al tempio di Menaksi, ispirarsi al manto argenteo della dea per capire l'essenza della vita e anche il senso di questo post. Mi ritirerò quindi in un piccolo monastero che ho visto molti anni fa, vicino a Pescasseroli, con la silenziosa compagnia di altri monaci portando con me solo i libri che amo di più: L'ermeneutica della mente di Fisher, Les pensées di P. Oisson ed il curioso ma affascinante El estudio sobre la mosca di P. E. Scadò (Skacchina che è una esperta, approverà senz'altro le mie scelte). Non cercatemi, vi prego, lasciatemi alla vita contemplativa che ho scelto, come negli stupendi versi della lirica del grande poeta russo Ribov che amo più di tutti:
Sul lago ghiacciato.
Sul grande piano bianco
l'inverno gela i pensieri.
Davanti a un buco nella neve,
solo,
per ore in attesa,
anche il pensiero si ferma.
Allora a tutti un ultimo saluto consueto delle liriche Tang che tante volte vi ho propinato:
Sì Yuè Yú ( )

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 121 (a seconda dei calcoli) su 250!