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giovedì 6 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 5: La camicia di seta.

E' arrivata l'ora di lasciare Phnom Penh. Abbiamo in mano i biglietti di un bus della Capitol e in un tuk tuk carico di valige e sacchi fendiamo il flusso di motorini, facendo segno con la mano di svolta a sinistra, tanto per aiutare l'autista, per raggiungere la stazione, in realtà un negozio all'angolo di un mercatino, gremito di aspiranti viaggiatori. Il pulmann per Kampong Thom è in orario, ma servirà il nastro isolante per bloccare la bocchetta di aria condizionata che mi spara a palla sul collo, per il resto saranno tre ore tranquille. Ma che ci andiamo a fare a Kampong Thom? Il fatto è che il mio amico è stato invitato ad un matrimonio importante, nella provincia dove ha messo su l'acquedotto e io mi sono aggregato, imbucato ufficioso, ma con regolare invito nominativo. Però mica si può far la figura del cioccolataio, così per mettermi al pari del mio amico già attrezzato, avevo via mail ordinato una apposita camicia/giacca cambogiana da cerimonia. E' vero che le decine di misure richieste, le ho dovute reinviare due o tre volte riconfermandole, specialmente quelle del giro pancia (che non credessero ai loro occhi?); fatto sta che appena arrivato, la sarta appositamente convocata per la bisogna mi attendeva per la prova definitiva che ha necessitato solo di alcuni piccoli ritocchi nei punti dove "faceva difetto". Si sa che noi falsi magri siamo difficili da vestire, ma stamattina il capo splendido di pesantissima seta bordeaux con fodera nera, che mi è stato consegnato, calzava a pennello, pronto per la cerimonia che, vi anticipo, durerà due giorni e di cui parleremo domani. Sono proprio contento, però un cruccio mi è rimasto. Con questa storia, camicia, stoffa, sarta, misure e compagnia bella, ho fatto perdere un sacco di tempo ad una persona molto speciale, di cui vi voglio parlare adesso e che di tempo da perdere ne ha proprio poco. Quando si gira per il mondo, si incontrano molte persone speciali e questa si chiama Elisa, ma tutti la chiamano Lieke ed è una ragazza belga che dedica la sua vita a dare una mano agli altri e non è una cosa da poco. Dalle Filippine alla Cambogia, nei momenti più neri e più difficili, sempre ad organizzare e a cercare di far partire progetti per gente senza speranza, in situazioni che sembrano senza speranza, ma che, anche con il suo aiuto, oltre a quello di tante altre persone di buona volontà, alla fine, un po' di speranza riescono ad intravederla. Fame, malattie, mine, acqua fetida sono i piccoli problemi da affrontare ogni giorno ed io le ho aggiunto anche il mio problema, quello della camicia cambogiana da cerimonia. Sì, un po' mi vergogno, ma che piacere stare con questa ragazza, sempre di corsa ed indaffarata, che sembra fare ogni cosa con gioia, anche se i problemi sono tanti. E poi non basta mica voler fare le cose, voler aiutare la gente. Non basta farsi ore di camionetta per andare a vedere se i pozzi funzionano, traversare kilometri di risaie per controllare, verificare, seguire i corsi alle donne sull'uso dell'acqua potabile e delle regole fondamentali dell'igiene. Bisogna sapersi anche muovere nei posti giusti, negli uffici adatti, sapere le strade della burocrazia, conoscere le persone che ti possono aiutare a dare le autorizzazioni, convincere, trattare. Adesso vanno di moda gli abusi sui minori, c'è meno attenzione al problema dell'acqua pulita. Dunque parlare, convincere, ancora prima di cominciare a fare. E' per questo dunque che voglio ringraziarla di cuore, questa ragazza dall'allegria contagiosa, per avermi accolto come un amico e per il suo tempo prezioso che mi ha dedicato ed è per questo che voglio farle i miei migliori auguri, sono certo anche da parte di tutti voi che mi seguite, perchè tra pochi giorni Lieke compie 76 anni e con tutto il da fare che c'è, non so se li potrà festeggiare come si conviene.

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giovedì 17 dicembre 2009

Vodka sincera.

Finalmente si è deciso a nevicare. Non ne poteva più da qualche giorno e ieri sera, guardando fuori dalla finestra, si intravedeva scendere qualcosa, come lungo le fasce laterali di questo blog. Non dà tristezza come quando comincia a piovigginare, dà piuttosto una sensazione di attesa positiva. Proprio la stessa che provai allora, guardando verso il lago ghiacciato, dalla piccola finestra del sanatorj di Sverdlosk 44, la sera del nostro arrivo. Era buon segno; intanto se nevicava vuol dire che la temperatura era salita, dai -25°C dei giorni precedenti e l'appuntamento alla fabbrica del marmo, previsto per la mattina successiva, sembrava promettente. Che ci entravamo col marmo, noi tappologi? Niente all'apparenza, ma in un mondo che aveva difficoltà enormi a comunicare con l'esterno, in cui la possibilità di muoversi era quasi negata, chi aveva bisogno di qualcosa si rivolgeva alle uniche persone a tiro che avessero la possibilità di comprare per soddisfare anche con un passaggio in più i loro bisogni. Quando si chiudono le porte con paletti e lacciuoli, se hai bisogno, sei obbligato a giri tortuosi ed alla fine le stesse cose ti costano di più, in soldi e fatica. Così di buon mattino, la italijanskaija delegazija si presentò alla fabbrica del marmo dove il sindaco e tutta la compagnia aspettava in pompa magna. La fabbrica era ferma perchè tutte le macchine (italiane naturalmente) per tagliare le lastre di marmo erano malandate o completamente rotte e senza possibilità di ricambi. Ora direte, ma non potevano chiamare direttamente la ditta e ordinare nuove macchine e ricambi? No, non si riusciva. Dall' URSS e da quella città chiusa agli stranieri, blindata dietro il triplo filo spinato della stolida segretezza militare, non si poteva comunicare, telefonare, chiedere. Ecco quindi la nostra funzione di salvatori della patria, che come capi commessa avremmo, raccolto le necessità, fatto preparare il progetto, approntato e spedito, infine coordinato il montaggio ed il commissioning di una linea completa per la produzione di lastre, piastrelle e così via. Il sindaco era una brava persona che molto pragmaticamente, capiva i vari problemi e aveva una sincera volontà di sistemare le cose, dotando la sua città di un polo produttivo efficiente. La sera, davanti agli spiedini che sfrigolavano sulla griglia improvvisata, dopo la prima bottiglia di vodka si aprì molto. Dietro i suoi occhi tristi avvertivi la voglia di fare cose utili, di servire la propria comunità, anche sentendo dietro le spalle le pressioni degli appetiti dei tanti personaggi che prosprano sotto tutte le bandiere, questo mondo che intreccia il politicante con il lavoro, mignatte che ti si attaccano alle caviglie come non parendo e intanto succhiano la loro ragione di esistenza. Ci raccontò di quando, giovane, era campione di biathlon e di come era bello scivolare sui solchi tracciati tra le betulle, col freddo pungente che ti pizzicava le guance, per fermarti ansante cercando di tenere ferma la carabina, mentre il bersaglio lontano si appannava davanti all'occhio velato dalla fatica. Ma che serenità, confrontata alle sedute del consiglio comunale, dove ai bersagli si erano sostituite belve fameliche da tenere a bada, ognuna interessata solo a staccare il proprio piccolo brano di carne succulenta e grandante di dollari. Firmammo il contratto e della successiva visità parlai già qui, per chi vuol saperne di più. Ci lasciammo quindi con i consueti fraterni abbracci che la vodka rende più lunghi e impastati, con la promessa di rivederci in Italia alla approvazione delle macchine prima della spedizione. Vennero, qualche mese dopo e naturalmente li portammo a Venezia. Dopo il consueto giro, San Marco, campanile, ponti, gondola, aperitivo per apprezzare i mosaici del Danieli, dopo tanti sospiri, gli occhi dell'amico sindaco erano sempre più tristi e mentre li salutavamo, esternando il nostro più sincero dispiacere nel lasciarli andare così in fretta, ci guardò con un mezzo sorriso pragmatico dicendo: -Non raccontate storie, tutti sanno che la cosa più bella della visita di una delegazione è il rumore dell'aereo che se la porta via.-

mercoledì 16 dicembre 2009

Lacabòn.

Domenica scorsa era Santa Lucia, ricorrenza molto sentita nell'estremo nord dell'Europa e anche nel nostro Sud. Stranamente anche Alessandria, città notoriamente schiva di festeggiamenti religiosi, agnostica e dubbiosa su tutto, figuriamoci su questi argomenti e solo da qualche anno trascinata su terreni non suoi, alla ricerca di ipotizzate ed inesistenti radici, ha sempre avuto attenzione a questa data, il giorno più corto che ci sia e compagnia bella. Anzi, da sempre, nella piazzetta dedicata alla Santa, davanti ad una piccola chiesetta sempre chiusa, pur essendo una delle poche pregevolezze architettoniche rimaste in una città di distruttori di memorie, si celebra la festa con le bancarelle che vendono dolciumi, torroni ed un particolare giulebbe chiamato "lacabòn" dal popolo (prometto che non userò mai più questa odiosa parola abusata dai peronisti di ogni provenienza per fottere la gente), con una parola forgiata dal dialetto (lecca-buono) ed illuminante sull'uso di detto dolciume. Si tratta di umili bastoncini di zucchero caramellato che i bimbi amavano succhiare passeggiando, attaccati alla mano della mamma. Un lollypop ante litteram di inizio secolo o forse precedente, che ancora oggi questi bancarellai producono seduta stante e che gli alessandrini acquistano in pacchettini avvolti da un foglietto di carta oleata, con struggente nostalgia e che poi nessuno ovviamente mangia, tanto meno i bimbi che in cambio di barrette varie rigonfie di Nutella e avvolte di tenera cialda, te li tirerebbero in testa immediatamente. Ma tant'è il richiamo del passato che non torna è uno dei topoi del marketing e anche in questo caso funziona perfettamente. Anch'io mi sono uniformato alla consuetudine e ho notato anche quest'anno che succhiando il bastoncino, subito appiccicaticcio, che immediatamente trasferisce la pasta zuccherosa sulle otturazioni, bloccando senza pietà gli interstizi dentali, si entra un po' in una macchina del tempo che fa emergere momenti di un passato lontano, magari usualmente dimenticati. Beh, proprio dimenticato non direi , almeno nel mio caso, perchè, proprio questo frangente fu occasione di una delle più grosse delusioni della mia vita. E' ovvio che quando hai 8 o 9 anni le piccole delusioni dei bambini ti sembrano ferite enormi ed insanabili, ma questa, vi assicuro deve essere stata veramente potente, se ancora oggi me la ricordo così vivida e con un senso di malessere. Dunque, io ho sempre avuto la ventura di frequentare ragazzini più ricchi di me o per lo meno con maggiori disponibilità familiari, venendo così spesso a contatto con oggetti del desiderio che non mi sarei potuto permettere. Proprio frequentando la casa di un mio compagno che, al tempo, mi pareva ricchissimo, venni a conoscenza di un oggetto tecnologico chiamato Viewmaster che mi affascinò immediatamente. Si trattava di una specie di binoculare di bachelite marrone in cui si inseriva un disco di cartoncino dove erano fissate una dozzina di doppie immagini diapositive che consentivano una sorta di visione tridimensionale. Una leva sul fianco permetteva di fare avanzare il fotogramma. I dischi in possesso dell'amico riguardavano le città del mondo, le razze umane, gli animali. Passavamo ore, a casa sua a fare avanzare quelle immagini magiche, le pagode di Bangkok, i grattacieli di NewYork, le piramidi, il Colosseo, il Fujiyama. Sarà lì che è cominciata la mia ansia di conoscere il mondo? Ho ancora perfetta nella mente la figura del Circasso, fiero con baffi, turbante e pantaloni alla zuava. Quaranta anni dopo, a Cherkiesk, la capitale della Circassia, l'ho cercata ingenuamente, quella immagine dai colori sbiaditi ma ancor più vivi del grigiore sovietico reale. Più volte mi è capitato di sovrapporre quei ricordi alla realtà, dai tempi di Tokio e al Gran Canon, valutandone la delusione o la rispondenza alla realtà, sempre più pallida del sogno. L'oggetto però, aveva un costo astronomico, che ricordo con altrettanta precisione, 1350 lire, con inclusi 5 dischetti, come mi faceva notare con una certa malignità l'amico ricco. Non venitemela a menare sulla caduta dei valori di oggi, sulla odierna prevalenza dell'avere sull'essere. Queste bramosie sono una costante di tutti i tempi alla faccia della filosofia. Il desiderio di possesso assieme all'invidia, accompagnano l'uomo fin dalla notte dei tempi. Intanto, a grandi passi si avvicinava il Natale e io, ormai scafato dalla immanenza virtuale dei vari Gesù Bambini (allora non c'era Babbo Natale), facevo trapelare con cautela i miei desiderata alla famiglia, apparentemente sorda alle richieste, ma che io immaginavo attenta alla bisogna. Arrivò un bel giorno che la mia mamma, con fare complice mi prese da parte dicendomi: -Se finisci in fretta di fare i compiti, papà ti porta a comprare una cosa-. Mi si illuminò il cuore, altro che genitori sordi alle richieste, insensibili al mio bisogno vitale! Non resistetti e con l'occhio illuminato da gioia irrefrenabile, postulai:- Mi porta a comprare il Viewmaster.- In risposta ebbi solo uno sguardo interrogativo e totalmente avulso dallo sconosciuto oggetto del contendere. - Ma no, ti porta alle bancarelle di Santa Lucia a comprare il lacabòn!- Davanti a me si aprì una voragine di delusione e precipitai nel baratro di dolore del desiderio spezzato, neppure preso in considerazione, un nero abisso di bisogno assoluto insoddisfatto in cui mi crogiolai assaporandone ogni piega, soffrendone come di una ingiustizia incancellabile. Qualche tempo fa ne ho visto uno, sbrecciato da un lato, la bachelite era fragile, su un banchetto di robivecchi e ne ho subìto una stretta al cuore, un dolore-piacere quasi masochistico che si spalmava dentro di me mentre lo rigiravo tra le mani, come un tempo. Ci appoggiai l'occhio, bramoso come allora di carpirne i segreti, di provarne le meraviglie, di godere ancora di quella wunderkammer virtuale. Questa attrazione fatale per le novità tecnologiche mi è rimasta tal quale e mi condiziona ahimè, completamente. Direte, uomo fortunato se queste sono state le delusioni della tua vita. Concordo, pochi possono dire di avere avuto una vita più fortunata di me (fino ad ora, toccandomi). Poi arrivò Natale ed il mio regalo di quell'anno (se ne faceva uno solo a quei tempi) fu il vocabolario Melzi della lingua italiana in due volumi, come saggiamente indicato dalla maestra Fracchia, che mi voleva assai bene e pensava al mio futuro.

Casa Investimento

sabato 17 ottobre 2009

Dune.

Vi piace il deserto? Attenzione perchè oggi ho voglia di sbrodolare, quindi la faccio lunga, siete avvertiti. Sarà questo inverno precoce, ma parlare di deserto, una delle mie passioni, mi consola. Per carità è velleitario parlare di un argomento di cui si è già sommersi di libri di poeti, foto di grandi maestri, pubblicazioni avvincenti. Si è già detto di tutto, anzi già troppo, per cui se uno parte per una traversata ha già la testa piena di spazi infiniti, paesaggi disperanti, tramonti struggenti a cui ogni persona di buon senso deve soccombere di schianto. Quindi prepararsi alla delusione del troppo sognato. Macché , è tutto come avevi letto , sognato, anche di più. Quello di cui ti illudevi di poter dire:"tutte balle per i gonzi" è proprio lì a schiacciarti con la sua evidenza. Pensavi ad immaginette oleografiche da legione straniera, frasi fatti di mediocri scrittori, coloriture di aspiranti esploratori che si travestono da eroi, eppure ce le hai lì davanti da toccare, da vedere, per poter dire goffamente: è impossibile che sia così bello. A questo punto, come avevi letto nel libro, che ti aveva fatto un po' sorridere per la sua ingenuità, ti devi lasciare avvolgere dal nuovo pianeta che ti circonda, devi assimilarne il ritmo per sperimentare sensazioni nuove e grandi. Frasi fatte, però è così che succede. Ne ho visto solo qualcuno di deserto, dalle propaggini cespugliose del Taklamakan cinese a quelle di Gibson, le dune grige del Rub-alKhali yemenita, quelle rosso fuoco del Namib, quelle giallo ocra del grande erg occidentale, le sassosità egiziane, l'infinito viola di Timimoun, il tenue rosa del Tar indiano o il giallo pallido della Death Valley fino alle piccole dune islandesi e altri ne vorrei vedere. Certo frasi fatte. L'immensità del deserto. Si viaggia per ore per raggiungere un posto "vicino". Parli del prossimo paesino ed è come dire Venezia se sei a Torino. Dopo giorni di viaggio controlli la carta e vedi che hai fatto un trattino piccolissimo e allora scatta la seconda frase fatta. La disperazione e l'annichilimento del deserto. Se dopo trecento kilometri sei ancora tra le stesse dune di sabbia sottile che il vento porta a cancellare la pista, se dopo ore o giorni, la pietraia del serir continua implacabile battuta dal vento, ti senti davvero piccolo ed estraneo per sconfiggere questo universo e allora per sopravvivere devi allearti con esso, assumerne il suo ritmo. Allora basta poco per fare diventare possibile e vincere quella che credevi solo una espressione letteraria. Tutto diventa più naturale, quasi familiare. Fermarsi ad una tenda beduina, senza lingua comune, bere assieme un thé alla menta scambiandolo con un piccolo dono; scandire i momenti della giornata secondo il movimento del sole; percorrere il deserto secondo piste antiche e approdare alle oasi, isole che galleggiano nel mare sabbioso e godere un riposo tranquillo sotto i palmeti tra un gorgoglìo di canaletti. Nutrirsi col Deglet Ennour, il dito di luce che pende a cascata dalle palme, il dattero, frutto di un'agronomia secolare su cui si è fondata una grande civiltà fatta di tolleranza e allearsi con l'animale che sconfigge il deserto, il dromedario dallo sguardo scostante ma fiero, perchè è l'unico a conoscere il centesimo nome di Hallah. Mi avete fatto venire sete, ma molto ancora vorrei dire per cui riprendo domani.

martedì 13 ottobre 2009

Spuma di Atlantico

Generalmente in Portogallo ci si va in estate. L'Algarve mostra allora lo splendore delle sue spiagge e la luce accende di colore gli azulejos nei vicoli dei paesi antichi. Non invece ci andammo in un gennaio piuttosto freddo, in cui però un sole pallido vinceva quasi ogni giorno, le brume atlantiche. Risalimmo lentamente la costa, godendo di ogni insenatura, così aspra quando è l'oceano a scavare e non l'onda calma del mediterraneo. Arrivammo così a Nazaré, un piccolo, anche se ben noto, paese di pescatori, disteso di fronte ad una enorme spiaggia dalle grandi dune. La furia dell'Atlantico, pur in assenza di tempesta, si abbatteva con potenza costante e le onde larghissime, risalivano per molti metri lungo l'erta sabbiosa, fermandosi un attimo, padrone della situazione, prima di ridiscendere, ma sempre rabbiose, graffiando quasi la rena per portare comunque con sé qualcosa o per lasciare un segno del loro passaggio, per marcare un territorio. Lontano dalla riva, centinaia di tralicci su cui erano stesi in bell'ordine i pesci a seccare e davanti le barche, anche queste in sicurezza, ben lontane dal bagnasciuga , come attente a non farsi portar via dalla furia spumosa che le avrebbe volute agguantare, trascinate fin qui, chissà con quale fatica; coloratissime però, come gemme smaglianti tra lo spolverio monocromo dell'umidità, ma con nomi che tradivano la vera essenza di questa vita come Jesus nos salvar o Providencia. Già proprio provvidenza come la barca famosa del Verga e in nessun posto ho sentito una atmosfera più vicina al senso dei Malavoglia. In questa spiaggia sconfinata, erano le dieci del mattino, lunghe file di uomini e donne, dalle vesti nere e dalle facce indurite dal vento, tiravano a riva le reti. Un lavoro di certo molto faticoso, antico, svolto con rabbia, i piedi piantati nella sabbia, i corpi spinti all'indietro, tesi a far da contrappeso alla forza del mare. Un tirare ritmato per fare almeno rendere la fatica, che ad ogni tensione fa guadagnare solo pochi centimetri, che ad ogni strappo avvicina al momento in cui il peso diventerà a poco a poco più leggero, forse troppo leggero, mentre l'ultima sacca risale la riva accendendo la speranza di una giornata fortunata. Non c'era allegria in quelle facce, non ci può essere serenità in questo tipo di fatica. Dopo un paio d'ore non ce la facevamo più neanche a guardare, per fortuna che ci si può rifugiare in uno dei tanti piccoli locali non lontani dalla riva dove riuscimmo a fatica a farci tirare su il morale da una açorda de marisco, una densa e saporosa zuppa di pane, crostacei e arselle e da un arroz de polvo con vinho tinto di rara tenerezza. Tutto aiuta.

giovedì 8 ottobre 2009

Una mattina a Mbabane.

Oggi indovinello geografico, visto che, causa schiena, non ce la faccio ad andare a cercare una diapositiva nel cumulo degli scatoloni del passato. Qualcosa bisogna pur offrire ai lettori, se no si stancano di storielle e lamentazioni varie. Dunque, lo Swaziland è uno staterello africano, incastrato tra il Mozambico ed il SudAfrica, grande più o meno come le province di Cuneo e di Torino messe assieme. Colline digradanti, foreste basse, terra rossa, povertà e malattie come nell'Africa che lo circonda. Forse qui i conflitti sociali sono meno esplosivi, probabilmente a causa del fatto che è governato da una monarchia assoluta e quindi se qualcuno ha qualcosa da dire, alza la mano così gli rompono subito la testa e la cosa finisce lì. Lo si attraversa in una giornata e se non ti fermi in qualche riserva faunistica ad osservare gli animali, non ti resta molto da vedere. Siamo arrivati a Mbabane, la capitale, di prima mattina. La cittadina stesa pigramente sui fianchi di una serie di basse colline, si stava svegliando con le cime delle case più alte che emergevano lentamente dalle nebbie. Poca gente per le strade che, a poco a poco prendevano vita con le caratteristiche africane di sempre, rumori, allegria, odori, lento fluire del tempo. Niente di particolare da segnalare, ma una cosa ci colpì. Anche qui, come in molti stati a monarchia assolutista o quantomeno dove il capo dello stato ambirebbe a questa condizione di potere assoluto, da ogni parte, campeggiavano grandi cartelloni di sei metri per tre che raffiguravano il re, sorridente ed in abiti regali, sul trono accampagnato dalla prima regina. (Ah sì, oltre alla regina ufficiale, come in molti altri posti simili del resto, il re ha un intero harem di giovani fanciulle, seconde regine , diremmo, ma ad ogni festa, che conduce con grande sfarzo nel suo palazzo reale, ne invita altre, tra le quali sceglie sempre una ulteriore regina provvisoria con cui trascorrere lietamente la serata). Potremmo dire che questo re non ha molto a cuore le sorti del suo paese devastato tra mille altre nequizie dalla piaga dell'AIDS, con una delle percentuali più alte dell'Africa. Invece, guardando con attenzione i grandi cartelloni di cui vi ho parlato, notammo che non erano soltanto elogiativi dei meriti del sovrano, come capita altrove, ma che gli augusti reali si prestavano ad una importante campagna. Infatti, sia in inglese che in swati, recitavano, "proteggiti dall'AIDS, anche noi usiamo il preservativo", che infatti, colorato in rosso, faceva bella mostra tra le mani dell'augusta coppia. Selvaggi, direte voi, ma l'esempio che arriva dall'alto, nel bene e nel male secondo me, serve. Ma basta parlare di capi di stato che controllano l'informazione, d'altronde ormai sono rimasti pochissimi, Corea del Nord, Iran, Cina, qualche stato africano e pochi altri e veniamo invece al quiz che era il vero scopo della chiacchierata. Senza aiutini eh! Come si chiama la moneta dello Swaziland e soprattutto in lingua swati, quale è il suo plurale? Solita Nutella virtuale in premio e vediamo se almeno questo vi smuove.

sabato 19 settembre 2009

The big brother.

Ho frequentato un paio di banche, una piccola e quasi familiare dove, quando entri ti salutano per nome e il cassiere ti dice che l'addebito delle spese condominiali è in ritardo, l'altra molto grande, dove per un piccolo prelievo ti chiedono il documento e nessuno sa chi sei. E' un po' l'eterna dicotomia del paesino dove tutti si salutano e le vie di Hong Kong dove sei anonimo in mezzo alla folla o il condominio di New York, dove nessuno sa chi è il proprio vicino. Due situazioni con aspetti negativi e positivi al tempo stesso che ti fanno ondivagare tra l'abuso di nickname e la voglia di scoprirsi. E non è che la dimensione fisica del luogo porti obbligatoriamente ad una delle due soluzioni. Un esempio l'ho trovato durante un viaggio in Islanda, una terra semideserta grande quanto la pianura padana. Avevamo affittato una piccola Skoda gialla per le tre settimane necessarie a fare con calma il periplo completo dell'isola. Ci si fermava a dormire a casa della gente in paesini di poche abitazioni o in scuole che durante la chiusura estiva mettono a disposizione (pagando) i dormitori degli studenti. Lo splendore naturalistico di questa terra non ha uguali nel mondo. Non c'è altro luogo con una tale concentrazione di fenomeni naturali, paesaggi e panorami così estremi. Cammini sui ghiacciai più grandi d'Europa le cui lingue terminali finiscono nel mare con le foche che abbaiano tra i piccoli iceberg, vai alle pendici di una concentrazione di vulcani che presenta tutte le manifestazioni esistenti della terra nascente, eruzioni, fumarole, geyser, campi di lava, isole intere nate dal mare che crescono e scompaiono in pochi anni, vedi almeno una decina di cascate tra le più belle del mondo per dimensioni e forme diverse, deserti di sabbia nordafricani a pochi kilometri da fiordi scandinavi e molto altro ancora (se non avete capito è un invito alla visita, se vi piace il salmone a colazione e spot gratuito per l'ente del turismo islandese, che mi sarà grato). Le strade sono quasi tutte sterrate e deserte, così quando forammo una gomma vicino a Thingvellir, non fu semplice sistemare la questione aggirandoci per paesini e torbiere con antiche case dai tetti di erba. Quando dopo qualche centinaio di kilometri tornammo a Reykiavik, la piccola capitale ci sembrava una metropoli tentacolare e solo il persistente odore di uova marce che usciva dai rubinetti dell'acqua calda ci certificava il fatto di essere in una terra dove l'energia geotermica la fa da padrona. Riconsegnando la macchina, rassicurammo il gestore che avevamo avuto una vacanza senza problemi e la sua risposta ci lasciò senza parole. "Lo so - disse sorridendo - avete soltanto bucato una gomma...". Il grande fratello, se qualche volta rassicura, generalmente intimidisce e preoccupa. Ce ne andammo perplessi, guardandoci le spalle. Però temo che col casino che hanno combinato gli islandesi con le banche, ci deve essere una falla nel sistema.

mercoledì 15 luglio 2009

Bianco di betulla

L'inventiva è dono raro, se poi si unisce all'immedia-tezza ed alla capacità di utilizzo dell'idea folgorante nell'occasio-ne propizia, allora diventa arte ed è di pochi. Quanti si rammaricano, terminato l'evento, di come avrebbero potuto intervenire con arguzia, aggiungere un'osservazione intelligente, dire una cosa memorabile. Troppo tardi, tutti se ne sono già andati e l'idea rimane lì, sterile, ormai inutile a frullare nella testa per tutta la notte. Ancora inverno con babbo gelo che copre la foresta infinita di betulle dell'immensità siberiana di neve vergine. Irkutsk pigra ed immobile sul Bajkal, dorme tranquilla tra Jakutsia, Buriatja e Chita, terrae incognitae, note solo ai giocatori di Risiko. Eravamo stanchi dopo una giornata trascorsa all'accettazione definitiva di un piccolo impianto per produrre casse portabottiglie e dopo una cena anonima nel salone dell'unico albergo, ci preparavamo al sonno del giusto per recuperare le forze alle battaglie del giorno successivo. Blinj con sevruga, balik, una saljanha un po' oleosa e carne grigliata anonima. Mentre attendevamo il dessjert, ecco dal fondo della sala, avvistata la preda, avvicinarsi la tipica fauna degli alberghi russi, due gentili signorine che con uno smagliante sorriso di circostanza pongono le domande di rito e che la cortesia impone di far accomodare. Per fortuna la cena era ormai finita e ci si salva con un bicchierino di classico Amarjietto, il più amato dalle russe. Caso anomalo per la femmina russa media e la siberiana in particolare, le due erano piuttosto anonime, Anja una biondina magra e slavatella e Zvjeta, una burjata bruna e grassoccia che, in corrispondenza alla sua etnia, sembrava avesse sbattuto la faccia contro un camion. Cominciarono subito con il panegirico sull'italianità, mentre noi cercavamo una via per lo sganciamento educato. E' qui che la genialità trova la sua corretta applicazione. Alla domanda legittima su cosa ci facevano tre simpatici italiani nelle profondità delle Russie, il più abile slavofono tra di noi, l'amico Ferox, che di tanto in tanto compare qui con sagaci commenti, cominciò a raccontare la nostra storia. Eravamo alti funzionari di una ditta italo-australiana arrivati ad Irkutsk per creare una grande Joint-venture con la municipalità. Infatti eravamo venuti a conoscenza di un fatto assolutamente rivoluzionario e segreto. Nelle vicinanze del lago e solo lì, luogo unico al mondo, spirara per quasi 250 giorni all'anno il vento da nord, sempre uguale, teso e gelido e sempre nella stessa direzione. Questa particolarità aveva prodotto intere immense foreste di betulle i cui fusti piegavano tutte nello stesso modo con un angolo quasi perfetto di 121 gradi. Esattamente la curvatura del boomerang di cui la nostra azienda era leader mondiale per fabbricazione e commercializzazione. Così era nata l'intenzione di costruire una grande fabbrica di boomerag, ecologicamente compatibile, sulle rive del lago, che ottenendo con facilità un boomerang perfetto da ogni betulla abbattuta, avrebbe dato lavoro ad almeno tremila persone della zona. Le ragazze, che non avevano mai sentito la storia del troncio e dello stuzzicadenti, anche se adattata al luogo, assentivano col capo e con la bocca appena aperta per la meraviglia. Una chiese se il fratello avrebbe potuto fare domanda di assunzione. La mattina prestissimo era prevista l'inspeczia alla foresta più vicina e la firma del kantract. Per questo le lasciammo a consolarsi con la bottiglia dell'Amarjietto, ma mentre ce ne andavamo all'ascensore vedemmo che si dirigevano verso un tavolo di Coreani in cerca di miglior fortuna. La lunga notte siberiana aveva vinto ormai da ore la fioca luce del giorno.

sabato 27 giugno 2009

Un incrocio.

Il 238 grigio topo di venti anni aveva lasciato con calma la landa desolata, ma mitica, di Nord Kap e dopo aver zigzagato a lungo tra i laghi finlandesi si avvicinava al confine sovietico in un mattino di fine agosto. E sì caro Doc, non solo andavo in Russia per vendere impianti, ma addirittura a farci le ferie! Dirai che ero matto, ma all'inizio degli anni 80, quel mondo chiuso e sconosciuto aveva un fascino ed un richiamo alla scoperta, a cui non ero riuscito a sfuggire. Poichè un amico voleva assolutamente che gli portassi a casa le corna di una renna e dato che, essendo di dimensioni esagerate, nel camper non ci entravano tutte, le avevamo legate con dei tiranti di gomma (il famoso e micidiale ragno) sulla cabina davanti al serbatoio del GPL a far bella mostra di sé, come la preda che i cacciatori espongono sui cofani delle macchine per fare vedere quanto sono stati bravi. Alla frontiera eravamo l'unico mezzo e, come mi avevano predetto ci apprestammo comunque ad una lunga attesa. Le corna facevano comunque simpatia e dopo aver ridacchiato a lungo ed averci fatto la consueta accoglienza a forza di Italiani, Sicilia, mafia, ecc. i due doganieri bardati, iniziarono l'opera di controllo accurato che avevo previsto (esperienziato da precedenti viaggiatori) in un paio d'ore. Cominciarono con controlli di routine con specchi, per vedere se volevo introdurre qualche clandestino nella Santa Madre Russia (bah?), poi passarono all'interno del mezzo, mi fecero smontare lo specchio nel bagno, timorosi che nell'intercapedine fossero nascoste pericolose riviste antisovietiche. La scoperta del doppio fondo sul pavimento provocò loro una grande eccitazione, mentre me ne imponevano l'apertura con occhi brillanti. Scostato il linoleum ed aperta la botola, frugarono a lungo coi musi lunghi e delusi avendovi trovato solo i ricambi motore che portavo dietro per precauzione. Allo scoccare delle due ore, benchè ci fossero ancora molti interstizi da esplorare, cadde loro in cacciavite di mano e ci lasciarono liberi. Capii dall'occhiata che avevano dato in alto, verso la guardiola degli uffici che l'intensità e la durata del controllo previsto dallo standard era ormai stata rispettata e perdettero ogni interesse a noi dandoci via libera. Un segnale netto di come le cose procedevano per burocrazia immutata e priva di vero interesse. Purtroppo il mezzo non voleva rimettersi in moto, rimanendo ad ingombrare il passaggio comunque deserto. I cerberi rimasero a sonnecchiare su due sedie facendo stanchi cenni della mano a levarci dalle scatole, ma, niente da fare, il maledetto rimaneva morto col cofano alzato e io ed il mio amico a guardarci dentro con aria da finti competenti, a chiederci in che modo ci saremmo tolti dal guano. Tiziana, che era stata estromessa dall'operazione meccanica in quanto femmina, butta l'occhio dentro il cofano e fa: "Ma quel filo lì come mai è staccato e pende?" Con sufficienza proviamo a infilarlo nel buco vicino e bruuum, come per magia il mostro riprende vita e ci consente di lasciarel'area dogana, silenziosi, senza fare commenti di nessun genere. Così pensosi, si arriva alla periferia della allora Leningrado e ci si infila un po' a casaccio per un lungo prospiect. Vietato chiede informazioni sul percorso, il maschio italiano, si sa non chiede, va a istinto. Arriviamo ad un semaforo verde con frecce e vigile al centro. Svolto a destra contravvenendo all'unica regola stradale diversa da quelle italiane. Non si svolta a destra con semaforo verde, bisogna aspettare anche la freccia verde. Vado imperterrito, mentre al centro dell'incrocio il GAI' comincia a fischiare sbracciandosi. Fingendo si non sentire, proseguo, ma il delitto non paga, dopo 500 metri la strada termina senza uscita, bisogna tornare indietro; intravedo lontana in mezzo all'incrocio l'ombra vindice che mi aspetta a braccia conserte. Accosto e scendo in attesa di un processo rapido ed implacabile. Memore dell'andazzo e dei processi sovietici, un po' timoroso della Lubianka, sebbene lontana, sarei pronto ad una autoaccusa formale con annessa procedura di autocritica, ma, mentre si è ormai radunato un capannello di sfaccendati, pensionati e babuske con le sporte, il milite mi punta il dito gridando "пять рублей штрафа!", 5 rubli di multa. Non so come, ma mi viene spontanea la supercazzola. Carta alla mano, comincio a chiedergli indicazioni per trovare il campeggio a cui eravamo diretti, in italiano, mostrando le vie e chiedendo lumi. L'agente dell'ordine continua a richiedere disperatamente il pagamento mostrandomi le cinque dita della mano e mimando la mia infrazione. Intanto attorno al camper bicornuto si è radunata una piccola folla che partecipa con vigore al dibattito, chi cercando di fare segni sulla carta, chi cercando di deviare le intenzioni della legge, chi commentando cosa ci andava a fare da quelle parti un baraccone di quel genere, proveniente per di più dall'Italia. Le invettive della guardia diventano sempre più flebili, alla fine una vecchietta lo prende di punta e lo rimbrotta con aria severa. Credo che il senso fosse: "Ma va là non vedi che sono stranieri, poveretti e che bisogna dargli una mano?" Il GAI' cedette di colpo e se ne andò borbottando imbronciato nella sua guardiola e dopo aver stretto un po' di mani ce ne andammo verso la nostra meta. Le prime crepe nel gigante dai piedi d'argilla del regime, cominciavano a mostrarsi nella loro tragica evidenza.

mercoledì 22 aprile 2009

La cortina di ferro (arrugginito)

Da buon mercante quale sono stato nelle mie vite precedenti (oltre che in quella attuale), aborrisco le frontiere. Sono la morte dell'economia, barriere destinate soltanto ad generare odi e violenze. Certo ci sono frontiere e frontiere, in qualcuna non ci sono più neanche i doganieri, altre invece sono o sono state muri quasi invalicabili, preda delle bizze di ottusi personaggi in cerca di scuse per angariarti. Una delle più celebrate è stata la Cortina di ferro. Chi è stato a Mosca in quegli anni non dimentica certo l'occhio indagatore che ti spogliava (quando non lo faceva per davvero) in cerca di materiali sospetti o di piccole imperfezioni sul visto. Ed era proprio a questo ferale passaggio, che in un bel mattino di maggio, mi dirigevo per tornarmene a casa, dopo una dura settimana moscovita. Al mattino, io ed il mio collega ce ne eravamo scesi fino al bancone dell'Inturist, il mostro parallelepipedo che ancora dominava la Tvierskajia, e dopo la consueta scialba colazione, avevamo ritirato i nostri passaporti che una stanca addetta ci aveva gettato con mala grazia. Intascato ognuno il nostro, ci eravamo diretti, lui all'aeroporto di Domodiedovo per prendere un aereo per Celjiabinsk ed io a Sheremetievo dove l'airone giallo della Lufthansa mi attendeva per portarmi a casa. Conoscendo la lunga ed attenta trafila, mi ero presentato tre ore prima; cominciò così il lungo percorso ad ostacoli. Quasi all'ingresso, il primo controllo del passaporto e del bagaglio per verificare che non esportassi niente di illegale, poi il ritiro della dichiarazione di valuta inserita nel passaporto stesso. Tutto bene; poi il check in, biglietto alla mano, ritiro valigia, nuovo controllo del passaporto prima del rilascio del boarding pass, non fosse mai che partissi al posto di un altro, infine l'ultimo passaggio, la lunga fila del controllo del visto sul passaporto per evitare gli espatri clandestini. Dopo una bella mezz'ora, la fila si stava dipanando ordinata, finalmente tocca a me, mi avvicino all'occhiuta controllora e, con l'astuzia proveniente dai tanti passaggi effettuati, apro il passaporto alla pagina iniziale per facilitare la ricerca dei dati e quale non è il mio orrore quando mi accorgo che il passaporto che sto per porgere al controllo non è il mio ma quello del mio collega, evidentemente e maldestramente scambiato al mattino. Lui magro e più anziano, con barba ed occhiali, mentre io ne ero privo. Mentre cerco di inventare una via di uscita e di ritrarre il libretto, il cerbero glaucopide, me lo strappa con malagrazia di mano, se lo appone sul desco apprestandosi ad un sabba infuocato. Sono impietrito nella mia posizione, afono ed immoto in attesa del fischietti degli OMON con la mitraglietta, cercando come spiegare di essere arrivato fin lì senza pervicace intento di nuocere. Il donnone mi squadra, sfoglia il libretto, batte sui tasti, controlla ancora il visto e la foto, ecco, adesso sono morto, allunga la mano per chiamare la sicurezza. Invece afferra il timbro e con occhio severo ma giusto, appone due stampi e mi ridà il passaporto ed io mi ritrovo al di là della barriera sospinto dal cliente successivo, in terra di nessuno , forse in salvo, la fiumana mi spinge percorro il budello fino al gate, mi palpeggiano per vedere che non abbia icone nascoste o scatole di caviale da sequestrare (quelle le avevo già messe in valigia), mi ritirano il pass, salgo sull'aereo, i motori rombano, sono partito. Diversa la situazione a Francoforte, dove due gendarmi alla scaletta del velivolo, dopo aver gettato uno sguardo interrogativo al passaporto, mi caricano ghignando, su una macchina con scritto Polizei con sirena. Nell'ufficio alle mie spiegazioni stranite in anglo-tedesco-mandrogno, si fanno un sacco di risate e mi dicono che saranno cavoli del mio collega e mi riaccompagnano all'aereo che mi attendeva fedele; nessuno a Malpensa, benedetto Shengen. Dormivo così il sonno del giusto, quando alle sei di mattina mi sveglia una telefonata dalle profondità degli Urali dove erano già le 9 e la fida Stefi si era accorta che il passaporto del collega (che aveva passato altrettanti controlli a Domodiedovo) non corrispondeva. Non deve essere stato facile per Gianni sistemare la questione, anche quando ricevette indietro il passaporto buono, perchè dai timbri il collega risultava inoppugnabilmente già uscito dalla Russia e nella frontiera più controllata del mondo questi e(o)rrori non possono accadere, senza un dolo pervicace, ma in qualche modo ci riuscì e anche il collega tornò a casa.

lunedì 13 aprile 2009

Salerno - Reggio Calabria


Eravamo stati promossi! La temibile maturità, scoglio epocale di ogni studente era superata. In un luglio bollente in cui studiavo con i pieni immersi nell’acqua fresca del bagno, me la ero tolta abbastanza bene, tra lo stupore della prof di lettere che non mi aveva in grande stima. Comunque, usciti i risultati, prendemmo la grande decisione. Andrea aveva avuto l’idea, Barni, non solo aveva già la patente, ma il padre avrebbe messo a disposizione la mitica 600 beige. Sì, partire, tour della Sicilia, simbologia epifanica della scoperta del mondo! Arrivare a Salerno, fu facile. Ma da lì in poi si apriva un mondo nuovo. Cristo era arrivato un po’ più in giù di Eboli, ma mica tanto. Ci volevano un paio di giorni per arrivare da Salerno fino allo stretto e la stradina per superare la parte montuosa tra Campania e Calabria era tortuosa e obbligava a lunghi giri per superare le valli infossate, dove ogni tanto comparivano gli spuntoni dei viadotti in costruzione della A3, la famosa Salerno-Reggio Calabria. Che invidia, di lì a pochissimo, un anno o due al massimo, in poche ore si sarebbe potuto percorrere quel tratto così tormentato e difficile. Nel 65 vedevamo dinnanzi a noi un futuro di rapido sviluppo. Strade, case, cemento, ci sembrava un naturale ed augurabile radioso futuro. Però, che meraviglia il lento arrancare del nostro mezzo, su per quelle lunghe salite tutte curve per risalire ed attraversare tutto il Cilento. I profumi di Mediterraneo erano forti, le cicale frinivano fino a stordirci mentre il sole del mezzogiorno scioglieva l’asfalto delle strade deserte. Poche auto giravano allora ed anche i paesi, grandi e bianchi di quel sud sconosciuto erano lontani dalla strada, accoccolati su colline più lontane. Solamente, di tanto in tanto, ai lati della strada, quando un piccolo slargo lo permetteva, sotto un piccolo telo di frasche, la plastica era ancora semisconosciuta a quel tempo, dei ragazzini, con un cestello intrecciato tra i piedi. Quando vedevano arrivare, da lontano, la macchina, avevano tutto il tempo di alzarsi, prendere uno o due cestini, arrivare sul bordo della strada e sporgere, mostrandolo, l’oggetto del loro commercio. Mentre la macchina si avvicinava, mostravano il cestino, la macchina sfilava di fianco lentamente, data la salita, e loro invariabilmente gridavano:-Fichi, fichi, fichi- scoprendo il loro piccolo tesoro. Dopo una decina di quegli incontri in pochi kilometri, cominciammo un lungo rettilineo ascendente che portava fino alla cima di un colle, prima di iniziare la tortuosa discesa per giungere a Ponza. Dall'alto già si intravedeva l'azzurro forte del golfo di Policastro. In fondo alla strada, avvistammo una delle capannucce di frasche col bimbo, che al rumore del motore, già si era alzato e si apprestava a sporgere il cestino. Senza neanche metterci d’accordo, ci sporgemmo tutti e tre dai finestrini aperti e mentre gli passavamo di fianco, urlammo ad una voce. –Fichi, fichi , fichi.- Ci guardò con aria stupita, lo avevamo certamente sorpreso, battendolo sul tempo, ma, mentre lo stavamo superando, sentimmo l’eco della vocina non doma che ci gridava : - Pire, pire, pire!- Comprammo le pere, poi scendemmo verso l’afa della pianura. La diversificazione dell’offerta cominciava ad essere il segreto dello sviluppo economico.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!