sabato 31 gennaio 2009

Involtini primavera e bagna cauda

Un mio precendente post : Xué, ha suscitato una qualche attenzione e mi sento quindi in dovere di aggiungere un approfondimento sulla questione, che, come sempre, è talmente complessa da apparire comunque molto riduttivo cianciarne in quattro battute. Ad un mio tentativo di andare un po' più in profondità su quanto sta sotto la superficie della via allo sviluppo cinese, Damiano ha contrapposto una realtà come quella che vive personalmente in un luogo, Prato, dove i problemi negativi causati da questa via, uniti a quelli dell'immigrazione presentano per tutti gli attori interessati un negativo che prevale pesantemente su qualsiasi aspetto positivo della questione. D'altro lato, NonVedente, non toccato in prima persona, si meraviglia dell'importanza data a questo aspetto, di certo più attento al lato teorico dell'accoglienza e forse anche dalla poca "fastidiosità" che la comunità cinese, sotterranea anche nel comune sentire, provoca in generale nella maggioranza delle comunità. In queste poche battute si assommano una serie di grane sociali da riempire decine di saggi sociologici su problemi di cui nessuno negli ultimi duemila anni (e sottolineo nessuno) ha trovato il bandolo. Come lo scorrere dell'acqua dall'alto verso il basso (credo che si chiami forza di gravità), il fenomeno migratorio è (ed è stato) assolutamente inevitabile ed inarrestabile fino a quando ci sarà un luogo dove si sta bene ed uno dove si sta male o malissimo. Perchè chiunque, prima di morire cerca di spostarsi in un altro luogo, rischiando anche la vita, dove forse riescirà a sopravvivere, magari anche in una baracca od in un sottoscala. Sono stati trovati degli ostraka in Sudan, nella zona dell'estremo limes dell'impero romano, su cui erano scritte raccomandazioni che clandestini etiopi, forse morti di stenti nel deserto, portavano con sè per poter superare il confine dell'impero per poter arrivare ad imbarcarsi per giungere a Roma. Non cambiano molto le cose nel tempo, vero? Negli Stati Uniti, che hanno uno dei confini più semplici da sorvegliare, nonostante il muro e i reticolati su cui la domenica qualcuno si esercita nel tiro al clandestino, ci sono all'incirca un miglione di irregolari all'anno. Non è facile fermare l'acqua che scende, anche se qualcuno propone ricette facili quando si va al voto. Un secondo punto è la tremenda tendenza dell'uomo a sfruttare il suo prossimo appena gli è possibile e la presenza di una posizione forte ed una debole, genera questo effetto come per legge naturale. Qui si innesta il terzo punto. In uno stato che vuole essere civile, una politica seria e capace (capisco che questo sia un ossimoro estremo ed improbabile) deve controllare e perseguire senza pietà i comportamenti illegali, che partono spesso dalle piccole cose, fino a provocare disagi sociali di grande entità e molto più difficilmente controllabili. La cosa, proprio nella situazione denunciata da Damiano, era (ed è) molto facilmente gestibile, in quanto queste illegalità non sono costituite da furti, scippi, rapine, dove chi delinque deve essere rincorso ed acchiappato, ma sono tutte ben ferme e facilmente controllabili e punibili. Con chi bisogna prendersela se sorge una città illegale di sotterranei in cui si compiono reati edilizi, di sfruttamento, merceologici e chi più ne ha più ne metta? Intervenendo all'inizio o durante e comunque intervenendo, questo è un problema che si può risolvere, volendolo fare. Qui da noi, i banchetti di cinesi al mercato, sono continuamente controllati (sicuramente più degli altri) e non si vedono comportamenti fuorilegge e la comunità cinese è certamente quella che dà meno problemi di convivenza. Certo bisogna stare attenti che l'esasperazione prodotta dall'illegalità, non faccia confondere i problemi. Laboriosità, sacrificio, poca lamentosità sono doti e non difetti. Sono queste che stanno alla base del successo cinese nel mondo. Sfuttamento, delinquenza e altro, sono devianze da limitare (eliminare non è, come già detto, nella natura umana), ma non credo che siano il fattore portante del fenomeno cinese. Sono certo che chi conosce la Cina al suo interno, concorda con me, che laggiù questi fenomeni sono molto inferiori a quanto si pensa (o ci si illude di credere). Molto spesso chi ha la tendenza a sfruttare sono le aziende straniere, quelle che più sbraitano sul problema dei tarocchi, che temono di non poter più vendere a 50 dollari quello che producono a 1 dollaro (perchè vale 1 dollaro in effetti). Le stesse condizioni di lavoro, vanno via via migliorando laggiù, secondo il naturale trend che anche le nostre economie hanno fatto nel tempo, anche più in fretta di quanto si creda. Piangere perchè non riusciamo più, noi a Prato a fare le magliette come i cinesi, mi sembra una battaglia di retroguardia che si dovrebbe aver superato. Difendere un sistema che non può più esistere, cercare di ritornare ad essere noi i cinesi, mi sembra sbagliato, oltre che comunque velleitario. Non approfittare dell'occasione che ci offre una colossale economia che ancora ha enormi margini interni di sviluppo ed ha la capacità di perseguirli (forse in questa spaventosa crisi mondiale crescerà solo del 7% invece che il 9% come previsto!), rimanendo loro sempre davanti, con tecnologia e creatività e non dietro, sperando di tornare a fare magliette e scarpacce di gomma, non entrare a mangiare una fettina di questa enorme e succulenta (oltre che unica) torta disponibile, mi sembra terribilmente miope. Certo bisogna perseguirla la creatività e la tecnologia e poi non servirà neanche sforzarsi per imporgliela, chè loro sono i nostri primi estimatori. E come ho già detto più volte, speriamo che, ammirandoci, continuino a copiarci, perchè questa sarà (io almeno credo) la nostra salvezza. E stasera involtini primavera per tutti (anche per Damiano dai!).

venerdì 30 gennaio 2009

Gennaio (?) dolce dormire

Brutta storia il sonno, specialmente se hai un sacco di cose da fare, magari dopo una serata solo un filo alcoolica in discoteca(?), anzi è proprio quando ne hai di più che dormiresti tutta la mattina. Poi ti senti un po' colpevole, pensi che ne avrai di tempo per dormire, poi ...... ma in fondo, che importa, è bello lasciarsi andare tra le braccia di Morfeo mentre il gelo dei giorni della merla avvolge la città. Dormire, sognare, chissà. Uno stesso tema trattato da Li Po e Ommar Khayyam così distanti, così vicini.

Svegliandomi dall’ubriachezza in un giorno di primavera

La vita nel mondo non è che un lungo sonno:
Col lavoro e le cure non la voglio sciupare.
Così dicendo restai tutto il giorno ubriaco
Allungato nel portico innanzi alla porta di casa.
Sveglio, sgranai gli occhi abbagliati sul prato:
Un uccello cantava, solo, in mezzo ai fiori.
Mi chiesi se il giorno era stato bello o piovoso:
Lo zeffiro ne parlava all’uccello mango.
Da quel canto commosso trassi un lungo sospiro
E poiché il vino c’era riempii la mia coppa.
Come un pazzo cantando attesi l’alba lunare;
A canzone finita i miei sensi se n’erano andati.


Li Po

Poiché non sono verità e certezza in nostro possesso,
Non si può con speranze dubbiose aspettare tutta la vita.
Il palmo della mano non deve lasciare la coppa del vino:
In tanta ignoranza dell'uomo che importa esser sobri o ebbri?


Ommar Khayyam

giovedì 29 gennaio 2009

Cocoons

Gospadin Bulik era un Karachaijevo allampanato, sempre stretto in un cappottino liso e leggero, anche in gennaio. Aveva una barbetta rada ed i capelli corti sotto un cappello di pelle nera di antico uso, al di sotto del quale, due occhietti da faina ti esaminavano, sempre un po' in tralice. Andrej assicurava che avesse potenti contatti in Asia centrale, ma quando eravamo andati nel suo ufficio, un buchetto scuro in una specie di conteiner di compensato, non ci aveva fatto una grande impressione. Si occupava soprattutto di trading di cotone dai paesi di lingua turchesca che dominava assai bene, parlando sempre con voce cupa e bassissima. Era un affare grosso quello che aveva per le mani. In Turkmenistan venivano prodotte grosse quantità di bozzoli da seta che, per la mancanza di macchine adatte andavano per la maggior parte perduti. Un progetto ambizioso, da almeno 5 milioni di dollari. Avevamo lavorato per mesi all'idea, con una interessante triangolazione che lo rendeva molto competitivo. La prima parte delle macchine per trattare i bozzoli venivano acquistate in Cina (l'unico posto dove venissero ancora prodotte), mentre quelle più sofisticate della seconda parte dell'impianto, le avremmo ordinate a Como, centro della lavorazione della seta. Noi saremmo stati i main contractors del progetto e del commissioning. Bulik ci confermò con mezze ammissioni che l'offerta era molto piaciuta. Era quindi venuto il momento di chiudere il contratto. In una gelida mattina di gennaio, ci ritrovammo quindi nel cadente stanzone di attesa (sala è un po' troppo) dell'aeroporto di Mineralnije Vady nel Caucaso, con Stefania, Andrej e Bulik, seduti sulle panche di faesite scrostata, prima di salire sul gigantesco Iljiushin per Ashgabad. Saremo stati al massimo una trentina e le hostess (nessuna di peso inferiore ai cento chili netti) ci fecero sedere tutti in fondo all'aereo, in una tremenda puzza di gatto morto, in quanto pare che quel modello decollasse meglio se ha tutto il peso in coda. In qualche modo il volo si concluse positivamente, depositandoci in Turkmenistan in condizioni igieniche deprecabili. Pensavamo di rassettarci alla meglio in albergo, ma l'orrenda bicocca scelta da Bulik, a suo dire il meglio che offriva la piazza, ci depresse ulteriormente. Come di consueto, il figuro al bancone fece un sacco di problemi; infine riuscimmo ad ottenere almeno due stanze col pavimento coperto di scarafaggi morti e bucce secche di mandarino . Demmo la migliore, se così si può dire, a Stefania, già molto innervosita, io mi presi l'altra, mentre i nostri due, adducendo varie scusanti, si arrangiarono nel ricovero della dejurnaija, una matrona imbellettata che esibiva una nona sotto una maglietta pelosa di angora cinese. Mi rinchiusi, dopo che un topo, ma piccolo, era sgusciato nel corridoio, vagamente illuminato da fioche lampadine, in maggioranza bruciate o mancanti del tutto. Una notte difficile, circondati dalle orde dei germi dell'Asia Centrale, ultimo rifugio della peste bubbonica. Fu un risveglio doloroso, essendo poco praticabili le toilettes, con un tentativo di colazione con cetrioli in composta, pane cementizio e smietana. Alle dieci ci aspettava il cliente per illustrare il progetto. Era in ritardo, ma quando arrivò, la delusione ci fece quasi cadere tutta la documentazione che avevamo accuratamente preparato. Ci si parò innanzi una specie di pastore asiatico leopardiano, male in arnese, con una dubljionka spelacchiata da cui spuntava una giacchetta stazzonata, che spiegò a Bulik come il progetto andasse benissimo, mentre alla mia insistente e dubitosa domanda - Dienghy iest? - (ma i soldi ci sono?) fece spallucce, dicendo che dovevamo andare in banca per il finanziamento. Stefania mi lanciava occhiate interrogative, io cercavo assicurazioni da Andrej che a sua volta le chiedeva ad un sempre più impenetrabile Bulik. Giungemmo alla banca prima di mezzogiorno ed il nostro pecoraio, che per tutto il tragitto ci aveva illustrato le montagne di bozzoli in attesa di essere trattati, fu ricevuto con Bulik in direzione. Dopo un quarto d'ora, i due uscirono a testa bassa, cercando di guadagnare l'uscita con lo sguardo bastonato del cane a cui è scappato il gregge. Il direttore si avvicinò a noi con aria di scusa e ci spiegò che il nostro cliente non aveva ben chiaro come funzionassero i finanziamenti e che aveva creduto che, complice la perestroijka, fosse sufficiente andare in banca a chiedere il denaro (5 milioni di dollari) per ottenerlo! Era assai spiaciuto perchè riteneva il progetto molto interessante, ma come tutti i banchieri, in mancanza di garanzie... allargò le braccia. Inseguimmo i due e caricammo di contumelie il pastore, che se la filò in fretta promettendo futuri e certi finanziamenti, magari in miliardi di tenghé, la valuta locale, Bulik che ci aveva trascinato in quella sciocchezza, costataci tanto impegno e Andrej che non aveva controllato la serietà della cosa. Lasciammo Bulik al suo destino e quando tempo dopo ci contattò per proporre un ricco baratto di venti chili di veleno di api e bile di orso in cambio di impianti, staccammo il fax per non sprecare carta.

mercoledì 28 gennaio 2009

Una pugnalata emotiva


Goulimine è l'ultimo avamposto del sud marocchino dove sia consentito arrivare con i propri mezzi senza sconfinare in territorio Saharoui. Qui si svolge ogni domenica il più importante mercato di cammelli dell'Africa. Vi convergono a migliaia, touareg con i mantelli blu, Saharoui con grandi turbanti bianchi avvolti attorno al capo, commercianti marocchini con camioncini malandati e qualche turista di lungo corso che ama perdersi tra le mandrie e i sensali. Sembra di stare al mercato di Alba vestiti da carnevale. Stessi gesti, stesse pacche sulle spalle, stesse strette di mano, solo i cammelli hanno un'aria distaccata, superiore, ma loro sono gli unici esseri viventi a conoscere il centesimo nome di Hallah e quindi se la possono permettere. Giudiziosamente eravamo arrivati il giorno prima, rimanendo subito preda di un ragazzino che ci aveva convinti ad andare a parcheggiare il nostro camper nell'oasi della sua famiglia a qualche kilometro dal paese. Ne valeva la pena; sotto un gruppo di palme ci si poteva godere uno spettacolare tramonto sulle dune, prima dorate e poi rosse, infine nere, del grande erg occidentale. Tra le palme c'erano anche altri sbandati, tra i quali due ragazzi di Cuneo, entusiasti ed affascinati come noi del luogo. Calato il sole, il ragazzetto viene a chiamarci con aria complice e ci comunica che proprio fuori dall'oasi si è accampato da due giorni un cosiddetto uomo blu del deserto, un'ottima occasione per una serata un po' particolare. Facciamo comprare carne di cammello per gli spiedini e con i due cuneesi al seguito, veniamo ricevuti dal predone del deserto che ci accoglie, dopo aver controllato la carne, con la proverbiale ospitalità touareg. Era un uomo non giovane, ma di aspetto severo avvolto in larghe vesti indigo di un blu accecante, la testa completamente avvolta in un gigantesco cheche che copriva anche parte del volto la cui pelle scura era cotta dal sole e dalla sabbia del deserto. Se ne stava accoccolato nella sua grande tenda, su spessi tappeti, appoggiato a sacchi di mercanzia disposti in disordine dietro di lui. Veniva al mercato due volte all'anno per barattare sale con orzo, thé e altre cose preziose per chi come lui passava tanto tempo lontano dal mondo civile. Così tanto tempo e così lontano da rimanere stupito e sorpreso quando non spaventato da certa tecnologia, evidentemente a lui poco nota. Come non ricordare, tra un thé alla menta e i dolci datteri freschi, il suo sbattere gli occhi, meravigliato, quando il nostro cuneese usò il suo accendino per fare il fuoco sotto gli spiedini; come se lo rigirava tra le mani continuando a fare scattare la fiamma, come un bimbo con un gioco appena scoperto, lasciandolo poi da parte, strumento diabolico in cui è male, forse, riporre fiducia. Che dire poi, quando si ritrasse terrorizzato, perchè improvvidamente, incurante delle prescrizioni preventive della nostra piccola guida, estrassi la macchina fotografica, subito riposta; un evidente oggetto demoniaco. Dispensava inoltre frasi sagge, tradotteci in simultanea, come osservazioni sui meloni, dono di Hallah, dolci dentro ma ruvidi e brutti di fuori o sui datteri, dita di luce divina. Mentre la nostra cuneese guardava con espressione rapita il principe delle dune, salutammo la compagnia, e ce ne filammo a letto. L'alba sulle dune è veramente un dono imperdibile; le sfumature infinite che iniziano col rosa leggero, per passare poi rapidamete tutti i toni dell'ocra, ti riscaldano dentro e ti rassicurano. Ed ecco arrivare i nostri cuneesi, lei, entusiasta, ci mostra un pugnale antico col manico d'argentone cesellato, che l'uomo blu ha loro ceduto dopo molte insistenze. Era di suo nonno, ma la necessità di nutrire le sue bestie lo avevano convinto a cederlo. Il poveretto non conosceva il valore del danaro, ma era disposto solo al baratto ed il piccolo Mahmud li aveva aiutati, facedosi carico di cambiare i loro cento dollari con i dieci sacchi d'orzo di cui il pastore abbisognava. Gli occhi le brillavano ancora per l'emozione e li lasciammo per andare al mercato, ragione per cui eravamo venuti fin lì. Un luogo straordinario che ci riempì gli occhi dall'alba per lunghe ore fino a mezzodì quando, quasi terminate le contrattazioni, lo lasciammo ai pulmann di turisti che arrivavano da Agadir per perderci tra alcune bancarelle di souvenir. Una di queste era completamente ricoperta di pugnali identici a quello del nostro ospite, disponibili a un dollaro e cinquanta (da trattare). Ridacchiando, improvvidi scettici relativisti, ci dirigemmo verso un piccolo ristorante dove trovammo i nostri due amici, con un diavolo per capello. Avevano certamente visto la bancarella e truffati ma non domi, erano subito corsi alla locale stazione di polizia, dove avevano raccontato il fatto. Pare che i gendarmi un po' assonnati abbiano esclamato: - Ma 'sto Hussein non vuol proprio capirla, ne ha bidonati altri due!- e caricatili sulla jeep, li riportarono all'accampamento dove, dopo una ramanzina e con promessa di non farlo più, il nostro magnifico guitto, restituì il maltolto. Un sogno distrutto da una improvvida bancarella, sciolto nell'acido del buon senso e dello scetticismo. Cento dollari in più in tasca ed una emozione in polvere. Eppure l'anima si nutre di sogni; che pugnalata, che occasione perduta, che peccato!

martedì 27 gennaio 2009

Buon anno!



E buon anno a tutti i miei amici cinesi. Questo è l'anno del toro (o del bue secondo altri) e mi dicono che non è un grande anno. Vedremo comunque, i presupposti perchè sia un disastro già ci sono, ma ricordiamoci sempre che le previsioni degli economisti, quelli bravi soprattutto, sono sbagliate in più del 50% delle volte e in questo caso è bene. Comunque staremo a vedere e ingozziamoci di involtini primavera!

lunedì 26 gennaio 2009

Il lago Yamzho


I 4794 metri del passo di Kampa-la ti accolgono con una sgradevole sensazione di difficoltà respiratoria. Cali giù dalla Toyota e fatichi a camminare, a respirare, pensi che sei praticamente in cima al Monte Bianco e invece intorno a te le montagne crescono come i funghi. Guardi in alto e capisci perchè in tutte le tangke tibetane appese alle parete dei templi il cielo sia così indaco, sempre cosparso di sbuffi bianchi di nuvole. Camminando lentamente tra i fasci di bandiere di preghiera colorate che sventolano nel vento teso e gelido, portando in alto le loro richieste di aiuto, arrivi a vedere, poco più sotto la superficie piatta di turchese del lago Yamdrok Tso che si insinua tra le vallette laterali come un polipo dai cento tentacoli, un lago sacro nel deserto dell'alta quota. Sei in Tibet, ma se sei cinese il lago si chiama Yamzho Yumko e non è poi molto sacro, anzi, con il tipico pragmatismo cinese, si trova in una posizione straordinaria per fare una condotta forzata di oltre mille metri di dislivello che generi energia di cui il nostro mondo (sottolineo, il nostro) è perennemente affamato. I tibetani hanno guardato l'operazione con grande disapprovazione e si sono messi, metaforicamente, sulla riva del lago ad aspettare. Non ci sono immissari, quindi è prevedibile che la continua emunzione di acque farà scendere il livello del lago fino a farlo sparire e qui casca l'asino. Perchè i cinesi non lo sospettano o quanto meno se ne fregano, ma tutti sanno che in fondo al lago, da ere immemorabili è tenuta prigioniera e incatenata una orchessa malefica che, una volta liberata dal peso delle acque, spezzerà le sue catene dorate e distruggerà il mondo, quantomeno la Cina. Per questo forse, i tibetani che transitano dal passo con gli yak o le mandrie di capre, dopo aver messo una pietra sui monticelli lasciati dai viaggiatori che li hanno preceduti, guardano il lago e sogghignano a lungo, stringendo gli occhi come fessure scavate nella carne. Quelli a cui raccontano la storia ridono e li prendono un po' in giro. Ma i pastori non sono come i ragazzi impazienti che tirano pietre a Lhasa o bruciano qualche negozio e magari rischiano la vita. Raccontano a te, che ansimi camminando piano per raggiungere l'auto e che guardi un po' smagato i monaci col telefonino che si messaggiano durante la preghiera nel gompa di Sera, una frase famosa di Guru Rimpoche scritta in un rotolo di pergamena del XV secolo:- Quando l'uccello di ferro volerà ed i cavalli correranno sulle ruote, il popolo tibetano sarà sparso per il mondo.- e le fessure sorridono ammiccanti. Loro aspettano.


sabato 24 gennaio 2009

La città dell'alba

La Ambassador nera che avevamo affittato a Madras procedeva zigzagando tra le buche della strada a tratti coperta dall'acqua che fuoriusciva dai fossati, riempiti dalle abbondanti razioni di pioggia monsonica che le gonfie nuvole scure che riempivano il cielo ci rovesciavano addosso con gusto. Ramsigh guidava con attenzione quel pomeriggio, insolitamente silenzioso. Avevamo mangiato qualche paratha infuocato e una magra coscia di pollo tandoori a Pondicherry e mentre l'arancione della spezia ci cuoceva ancora il palato, avevamo manifestato l'interesse a vedere Auroville, la città dell'alba, la vicina comunità fondata da Aurobindo il celebre mistico indiano morto nel 1950 , dove i seguaci del guru e la Mère, la francese che aveva dato seguito all'eredità spirituale del maestro, avevano creato un' oasi di pace aperta a tutti coloro che credevano nell' amore universale secondo le direttive del santo. Avevamo letto di un piccolo paradiso dove uomini e donne di tutto il mondo vivevano di amore e tolleranza reciproca. Il nostro Ramsigh che, di solito, visto il nostro interesse per la cultura indiana, si profondeva in lunghe spiegazioni cercando di chiarire le nostre curiosità in ogni dettaglio, stranamente non parlò molto, mostrandosi più interessato alla guida. Arrivammo all' ashram verso le tre e colpiti dal senso di pace che pervadeva il luogo, cominciammo a girare liberamente nel villaggio che circondava il grande tempio della pace interreligiosa in costruzione. Una sfera gigantesca creata su uno dei chackra della terra che irradia amore universale e tolleranza verso gli uomini di ogni credo. Biondi europei, vestiti con sobrie tuniche o bianchi salwar kamiz all'indiana, si aggiravano con aria serena mentre bambini giocavano a piedi nudi nella granda piazza antistante al tempio, incuranti degli esasperanti concetti igienici che ci turbano la mente quando percorriamo le strade dell'Oriente. Girammo ancora un po', sempre accolti da sorrisi. Mentre siedevamo nel grande giardino, cercavamo di capire cosa c'è di così profondo che pervade ogni cosa in quei luoghi, che avvolge in un velo sottile la realtà ed i contrasti. E' facile lasciarsi andare, essere coinvolti da un messaggio che spinge con forza chi lo vuole percepire, ma a questo punto diventa difficilissimo strappare il velo di Maya delle apparenze, andare al di là della superficie, considerare quanto il nostro genetico desiderio di trascendente ci oscura o semplicemente minimizza. Guardare oltre, considerare che tra tutti quelli che ci circondavano, quelli biondi, puliti e con sguardo sereno erano tutti occidentali, mentre quelli con il badile in mano che sudavano sotto i 40 °C del luglio indiano erano tutti indigeni, anzi più era grande e pesante il fardello di mattoni che si portavano sulla tela di iuta che copriva loro il capo e più il colore della loro pelle era scuro. Il loro sguardo era un po' meno sereno degli altri, come quello del vecchio con una bimba in braccio, che ci seguì a lungo mentre la nostra Ambassador nera si allontanava, a sera, verso il tramonto di altre illusioni. Ramsigh guidava allegro, sogghignando.

venerdì 23 gennaio 2009

Niente di nuovo sotto la neve

I miei contatti nella city, tempio della finanza, i quali cercano di investigare i vari aspetti della crisi (al fine di produrne altra, ovviamente) mi segnalano quanto segue:

"Owners of capital will stimulate working class to buy more and more of expensive goods, houses and technology, pushing them to take more and more expensive credits, until their debt becomes unbearable. The unpaid debt will lead to bankruptcy of banks, which will have to be nationalized, and State will have to take the road which will eventually lead to communism."
Karl Marx, 1867

Dalla padella nella brace?
E se si trattasse di una bufala, o una mezza verità (ricordate) magari solo un po"aggiustata"?
E se poi non fosse mica fondamentale indagare se è una bufala?
Pensare che c'è chi se la prende col relativismo, l'unica vera filosofia che ci salverà!

giovedì 22 gennaio 2009

Quasi primavera

C'è il sole oggi, finalmente, quindi il tema di meditazione è:
1. E' facile governare la testa della gente.
2. Basta un attimo e di noi non rimane memoria
3. Bello è vivere in una terra che non ha bisogno di eroi
Come di consueto per condensare i tre punti in un unico discorso vado a pescare nei miei ricordi. Vjacheslav era ricco, molto ricco, eppure, in quel 1993 di grandi novità, era la prima volta che usciva dall'URSS e tutto gli sembrava bello e diverso, anche una cittadina spenta ed anonima come Alessandria. Era ansioso di raccontarsi, con l'entusiasmo di chi esce dal guscio e si guarda intorno avido di imparare, di provare, di conoscere. Veramente non era proprio la prima volta che lasciava la Russia. Mentre gli chiedevo se non avesse mai visto neppure qualche paese all'interno dell'area sovietica, il suo viso si rabbuiò mentre risaliva la scala degli anni. Certo, uno lo aveva visitato, molti anni prima. Era d'inverno, un inverno molto freddo, quello del 1968 e lui, che era ancora un ragazzo, trascorreva il Capodanno in una gelida tenda con i suoi commilitoni, accampati tra le colline, lontani dai centri abitati. Le razioni erano insolitamente abbondanti e di buona qualità da giorni e anche la vodka veniva distribuita senza troppa avarizia. Poi arrivò l'ordine e lui, addetto alla mitragliera, era nella colonna di carri blindati che entrarono a Praga. Era il gennaio del 1969 e tutti erano ben motivati, sapevano bene(da settimane glielo spiegava il commissario politico) che l'Occidente stava per invadere la Cecoslovachia e che i fratelli Cechi li avevano chiamati in aiuto, per proteggerli e difenderli dall'invasore. Era pronto, nel suo slancio giovanile, a combattere per loro, ma mentre il suo carro avanzava sferragliando lungo la grande Uliza Venceslao, comprese subito che c'era qualcosa di strano. Emergeva con quasi tutto il busto dall'oblò del suo tank e girandosi intorno vedeva la folla, la folla dei Praghesi, che non gli lanciava fiori e grida di benvenuto, ma soltanto insulti e grida di "tornatevene a casa". In russo. Quella gente per cui era pronto a combattere, gli mostrava i pugni con ira, oppure lo guardava soltanto con sguardo severo e triste, molte donne piangevano. Uno shock, un ribaltamento di valori. Piano, piano cominciò a capire, risalì alla cura con cui nei giorni precedenti erano stati evitati, addirittura proibiti i contatti con la popolazione. Le sue certezze si sgretolarono a poco a poco in quella acerba primavera, man mano che le richieste di spiegazioni erano aggirate od ignorate. Per sua fortuna non dovette mai sparare e non seppe mai neppure di Jan Palach e degli altri ragazzi. Però la sua verginità condiscendente fu perduta quel giorno e negli anni a venire, guardò sempre chi prendeva per oro le dichiarazioni ufficiali del regime, con l'occhio di chi ha visto. Oggi la maggior parte delle persone con meno di 40 anni che conosco, non sanno neppure chi sia Palach. In un attimo la memoria svanisce se non l'hai vissuta direttamente, specialmente nei luoghi dove i problemi sentiti come i più gravi sono la presenza dei Rom e gli sbarchi a Pantelleria.

mercoledì 21 gennaio 2009

Xué

C'è una gran discussione sulle copie e sulla moralità della cosa. Chi le guarda con disprezzo, se si tratta di copie cinesi, che lo farebbero solo in quanto incapaci di avere idee proprie, poi strizza l'occhio pensando alla creatività, se a farlo sono i napoletani. I copiati, le griffes, piangono disperati denunciando perdite colossali e portando in tribunale i copiatori (cinesi). Non è chiaro se, in maniera miope, ci credano davvero o se sia un atteggiamento di facciata. Strano che non si rendano conto di alcuni fatti fondamentali. 1. Se io avessi una griffe di pregio, sarei terrorizzato e sconvolto se nessuno mi copiasse le idee; sarebbe il peggior giudizio che il mercato potesse dare del mio lavoro. Una patente di totale disinteresse, una bocciatura completa. 2. Chi compra un falso, sa benissimo di farlo e non comprerebbe comunque l'originale, o perchè non gli interessa buttare soldi o perchè non li ha, ma in questo caso, non appena se lo potrà permettere lo comprerà. Quindi, o fidelizzo il cliente o comunque lo faccio veicolo pubblicitario gratuito del mio brand. Quindi non solo non c'è perdita, ma anzi c'è ritorno positivo. In ogni caso ricordo che nella lingua cinese, lo stesso ideogramma 学- Xué, significa -imitare, contraffare- e allo stesso tempo -imparare, apprendere, studiare-. In questa cultura non c'è vergogna o disonore nel copiare qualcosa, anzi è riconoscimento di superiorità ed apprezzamento. In ogni caso, a chi, con occhio malevolo, indica questa faccia della Cina per dipingerne l'inferiorità culturale, direi, caro amico, prega che costoro continuino a copiare, rimanendoci sempre indietro di un passo, perchè nel momento in cui cesseranno di farlo, allora sì che saranno dolori per tutti. E gli esempi di creatività cominciano a giungere anche da laggiù, anche se legati ancora alle culture che più ammirano e da cui pensano di trarre il meglio, come si evince dalla seguente foto colta dall'amico Daniele Daminelli a Causeway Bay, in Hong Kong.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 121 (a seconda dei calcoli) su 250!