Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post

mercoledì 3 agosto 2016

Il cobra non è un serpente

Delhi - India - agosto 1978
Così per lo meno cantava la Rettore un po' di tempo fa. E'un pensiero indecente, mi pare. Ma il cobra lo sa che non deve mordere? Oppure è stregato dal suo carceriere che lo blandisce di tanto in tanto con il suo flauto di zucca secca? Oppure ancora è vittima di una sorta di sindrome di Stoccolma che glielo fa amare, il suo aguzzino, solo perché aprendogli il coperchio del cesto gli dà modo di prendere un po' d'aria e di luce, dando un'occhiata intorno o buttandogli qualche topolino da mangiare senza fargli fare neanche la fatica di ipnotizzarlo. Difficile a dirsi, anche perché la vita del cobra prigioniero è un poco una metafora della vita. 

Lavorare per vivere, fare quella serie di gesti previsti ed obbligati, quelli che vogliono i nostri burattinai e poi prendere il premio alla fine per il compito eseguito. In fondo non si sta neanche male. Solo di tanto in tanto qualcuno si incazza e approfittando di un attimo di disattenzione del pifferaio gli dà un bel mozzico, ma è un evento raro e forse già previsto dal burattinaio del pifferaio, insomma è una catena di controllo che non finisce mai, credi di essere in cima alla catena e invece ce n'è sempre un altro sopra. Quella dei pifferai, poi, laggiù è addirittura una casta apposita, con le sue regole ed i suoi obblighi religiosi ed economici, magari si spartiranno anche gli spazi sul marciapiede come i centurioni del Colosseo o le puttane in periferia. 

Ma il cobra intanto, continua a muoversi lentamente a destra e a sinistra, gonfiando il collo come se fosse davvero arrabbiato, seguendo il movimento ondulatorio del flauto per far contenti i turisti, avvita il bullone, svita la vite, salva il file, carica i dati, chiudi la porta, anche se lui neanche lo sa che quello è un piffero che suona, per lui è soltanto un bastone che si muove ritmicamente con le dita che si muovono a tempo e quel suono cantilenante che va e viene manco lo sente. Per forza, non ha neanche le orecchie.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

venerdì 27 febbraio 2015

Xīn shuǐ

薪水

Scusate se vi ho un po' trascurato, ma questi giorni scivolano via in una affannoso corri corri senza concludere niente. Il fatto è che ci sono talmente tante cose da fare e da sistemare prima della partenza che hai la quasi certezza di non riuscire a sistemarle tutte mentre sono lì lì per scadere. Ma accidenti c'è anche la sgradevole sensazione che nessuno voglia fare il suo lavoro con precisione e soprattutto dedicandoci attenzione. Così, se vai in banca per cambiare un assegno ti fanno girare due filiali con informazioni sbagliate, se vai in un ufficio assicurativo ti compilano i documenti con la targa sbagliata, se prendi appuntamenti, questi vengono saltati senza avvisarti, insomma ognuno fa un po' quel che gli pare, un sistema diremmo alla va là che vai bene. Qualcuno dirà che fino a ieri, perlomeno così sembra, lo stipendio era sicuro in particolare per le sine cura, forse se domani non sarà più così, complice il job act, la gente ci metterà un po' più di volontà a far le cose per bene? Non so. L'uomo forse è geneticamente fatto così. Ben lo sanno i cinesi per i quali lo stipendio o salario che dir si voglia si dice anche: xīn shuǐ - 薪水 , che significa Legname e acqua (il primo carattere, in cui c'è anche il segno di vegetale e quello di ascia, per far meglio capire che per avere la legna bisogna far fatica e tagliarsela e solo allora diventa materiale che può fungere anche da pagamento). 

Forse una volta questo era il compenso previsto per il lavoro, legna, intesa in senso lato come parte di quanto hai prodotto e che veniva data come compenso e acqua da bere. In fondo il senso è comune anche ai nostri modi di dire, salario viene da sale, credo, merce data in compenso della fatica e da noi si dice anche, se ricevi poco, caricarsi di legna verde, quella che non brucia neanche, insomma. Però quando uno non è responsabilizzato, lo stipendio è una cosa che arriva comunque, fai tanto o fai poco e non è che i buoni cinesi non se ne rendano conto, tanto è vero che Comunità collettiva, Lavoro comune, insomma di tipo social maoista, quello che aveva condotto alla carestia e ai 30 milioni di morti per fame si dice: dà guō fàn - 大锅饭 -  mangiare dalla grande pentola comune, nel senso che alla fine quando è ora di mangiare si mangia tutti, quando è ora di darsi da fare le cose cambiano e i più si defilano. Quindi ecco qua gli ultimi ideogrammi di oggi (era da un po' che vi lasciavo stare su questo argomento eh?): tiě fàn wǎn - 铁饭碗  - (Mangiare nella) ciotola di ferro. Cosa vorrà mai significare nella colorita e sempre delicata metafora del celeste impero? Vuol dire Posto fisso, quello talmente sicuro che fornisce ogni giorno la ciotola di riso proverbiale, poca ma in un contenitore talmente robusto che anche se cade a terra non si romperà mai. Meditate.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

venerdì 31 ottobre 2014

Cronache di Surakhis 63: Contratti a tempo determinato

Da quando si era completata la rivoluzione sociale, su Surakhis tutto era cambiato. Paularius in qualità di presidente dei Padraos de mineiras, l'unico sindacato imprenditoriale del pianeta, aveva più volte tentato, ma senza successo, di ottenere dalla Lega degli schiavi la definitiva cancellazione del posto fisso, una particolare obbligazione che ogni proprietario aveva verso chi lavorava per lui, un relitto di un passato che si perdeva nella notte dei tempi e che nessuno era riuscito a modificare per millenni, nonostante alti e bassi provocati da lotte sanguinose e senza quartiere che avevano radicalizzato le opposte fazioni. Il capo degli schiavi, un tale Terrini che aveva fatto sfilare per le strade di Novigorad schiere di ex schiavi, quelli che non avevano più la forza di scendere in miniera e che erano ormai gli unici che gli davano retta, aveva combattuto duro, ma alla fine era riuscito ad ottenere il posto fisso per tutti. Era sancito nella costituzione ormai, ogni schiavo aveva diritto al suo posto in miniera a cui veniva incatenato già quando era piccolo e da cui veniva sciolto solo al momento in cui le forze gli venivano meno. Questa era stata un po' una furbata degli imprenditori, che prima dovevano farsi carico delle spese di smaltimento dei corpi, quando i lavoratori venivano tenuti incatenati fino alla morte, ma la cosa era passata come un vittoria morale dei lavoratori. Tuttavia, la globalizzazione aveva fatto le sue vittime e le imprese non ce la facevano più a sostenere i pesanti costi del lavoro, anche se questi consistevano solo più nella zuppa di minestra che veniva consegnata ogni giorno e dico ogni giorno puntualmente ad ogni schiavo. 

Alcuni imprenditori illuminati avevano creato persino il cosiddetto sostegno familiare e una volta alla settimana (di dieci giorni col nuovo calendario lavorativo virtuale) ne concedevano una mestolata anche ai congiunti in primo grado, ma erano pochissimi e anche piuttosto criticati in seno all'associazione. Ormai, se si voleva rimanere sul mercato, bisognava tagliare i costi senza stare troppo a guardare, anche se, a dire il vero il fondo del barile era stato raschiato. E' vero che i diritti inalienabili, come il sonno erano stati lasciati, anche se leggermente ridotti, ma da tempo lo schiavo aveva diritto a cinque ore di sonno, poi bastavano gli stimolatori elettrici a mantenerlo sveglio se si appisolava di tanto in tanto. La loro applicazione era stata una conquista proprio dello stesso Paularius che ci teneva a non avere poltroni tra i piedi. Terrini aveva ceduto in cambio della limitazione dello ius trombandi alla prima figlia del lavoratore, limitandolo solo alla voglia o meno dell'imprenditore. La scodella di zuppa invece poteva essere svuotata durante il lavoro, tanto il trivellatore poteva essere tenuto anche con una mano sola e poi agli Aracnoidi di Betelguese ne rimanevano addirittura sette di braccia, per cui non era mai stato un problema e tra l'altro anche se venivano loro mozzate negli incidenti di miniera o per le punizioni periodiche, per ricordare loro chi era che comandava, ricrescevano in fretta. Quindi l'unico punto su cui si poteva agire era la scodella di zuppa. 

Sulla qualità non c'era più niente da guadagnare, ormai si utilizzavano solo più i roditori di miniera reperiti durante lo scavo e la spezia di insaporimento era fornita dagli escrementi dei lavoratori stessi, cosa che tra l'altro aveva migliorato la resistenza alle malattie. Dopo una prima moria iniziale infatti, i lavoratori erano per così dire autovaccinati, ma non c'era niente da fare, il rancio quotidiano rappresentava comunque l'intero costo del lavoro e lì in qualche modo si doveva agire. La proposta era nell'aria da tempo, ma quando Paularius al tavolo della trattativa cominciò la sua arringa finale, il gruppo dei sindacalisti capeggiati da Terrini cominciò a mugugnare. I Sardar, con qualche acconcia scarica di elettrostimolazione, di cui erano stati occhiutamente dotati i loro scranni, li calmarono subito, anche se si dovette intervenire manualmente con un esagitato Piglianculo di Rigel, che voleva a tutti i costi prendere la parola. Lo diedero subito, per così dire in mano ad un Macropenico tenuto da giorni a stecchetto che lo sistemò per le feste come si meritava. Il malcapitato ridotto a più miti consigli, rimase poi in piedi in fondo alla sala, anche per non macchiare di sangue il sedile. Paularius esordì quindi con un richiamo alla pace sociale ed alla bellezza dei bei tempi antichi, quando si poteva concedere tutto ai lavoratori, lui stesso ricordava quando non esisteva ancora la fustigazione preventiva e le frustate venivano assegnate solo alla domenica, l'abolizione della quale le aveva poi suddivise sull'arco degli altri giorni. Tutte conquiste sociali per cui gli imprenditori si erano a lungo battuti fino ad ottenere finalmente la liberazione dal salario, con l'istituzione benedetta dal culto sacerdotale, della sacrosanta gratuità del lavoro. 

Una grande conquista, soprattutto a livello morale che aveva liberato questo aspetto umano, da una odiosa monetizzazione che inquinava i rapporti sociali, sporcando la bellezza etica dell'offrire la propria opera al proprio datore di lavoro che, senza nulla chiedere in cambio, benignamente te lo concedeva. Ma ora i tempi erano cambiati e questo rapporto, questo vincolo assoluto, che legava lo schiavo al padrone dal momento della sua entrata in miniera fino alla sua uscita, quando non era più in grado di scavare o quando malauguratamente doveva essere ceduto ad una banca degli organi, non aveva più la possibilità di reggere. Il costo umano e materiale della scodella di zuppa era diventato insostenibile e di questo passo le miniere avrebbero chiuso e gli schiavi non avrebbero potuto più svolgere la sacralità del loro compito, rimanendo definitivamente senza lavoro, senza scopo quindi, carne da predatori di fegati e di polmoni, quei pochi che li avevano ancora utilizzabili. Era finito il tempo del lavoro a tempo indeterminato, cominciava quello del contratto a termine. Ogni giorno lo schiavo sarebbe stato reso (virtualmente) libero di mangiarsi la zuppa o quello che più desiderava, libertà assoluta in questo, comunque a sue spese; i minuti impiegati per ingurgitarla decurtati delle cinque ore di sonno e quindi subito riassunto per la giornata successiva. Il discorso terminò tra un'ovazione rumorosa da parte di tutti i Padraos presenti, mentre i Sardar ruotavano velocemente i bastoni storditori per sgomberare l'aula. Terrini cercò di chiedere almeno che ai rappresentanti sindacali fosse consentita una razione padronale al mese, ma venne portato via a braccia tra gli sberleffi della folla assiepata all'uscita. Le tre lune di Surakhis erano ormai alte oltre le nuvole, un poco velate dalla nebbiolina marrone dei fumi delle centrali a merda che sbuffavano lontane nel cielo. Si poteva cominciare una nuova era. 



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Sansone
Civiltà perdute.

giovedì 28 agosto 2014

Mercato del lavoro

Sono perplesso. Da un lato, leggendo il Buongiorno di Gramellini di oggi, che racconta di come un noto cantante offra lavoro a giovani, nella sua tenuta in Toscana per raccolta credo di uve e chiede in cambio di essere pagato lui, circa 250 euro al giorno, solo perché concede loro questa possibilità. Qui capisco che il povero Paularius di Surakhis è stato ancor di più scavalcato, quando io credevo che il massimo si fosse già raggiunto con il concorso dell'ARPA di Aosta a stipendio zero. In pratica se vuoi avere il privilegio di lavorare per me, devi pagare. Poi c'è l'altra faccia della medaglia e qui non siamo al sentito dire o letto sui giornali, ma vissuto direttamente sulla pelle e mi riferisco al mondo degli artigiani. Già avevo voluto soprassedere al raccontarvi di quanto accadutomi nella necessità di dover sostituire un lavello. Il primo interpellato ha dichiarato che il lavoro era troppo piccolo per interessarlo e che andassi a comprarmelo da solo direttamente (gli avevo dato questa opportunità per invogliarlo con una piccola cresta). Il secondo ha detto che non poteva farsi carico del problema, in particolare dell'asportazione e relativo smaltimento del vecchio lavello, in quanto aveva la macchina nuova e non voleva rischiare di rigarla!!! Così ho provveduto ad acquistare direttamente il pezzo che mi è stato consegnato dopo circa un mese, perché capirà, con tutto il lavoro che abbiamo in questo periodo e poi sa, sono tutti in ferie... Ma veniamo all'ultima necessità. 

Dovevo montare una nuova antenna televisiva, perché quella vecchia non prendeva che 2 o 3 canali (per la verità anche troppi) e solo quando ne aveva voglia. Il primo antennista interpellato, ha detto che data la posizione, era un bel problema e che alla fine era probabile che non avrei visto molto di più, quindi non valeva la pena di affaticarsi ad intraprendere il lavoro e se ne è andato a fare un giro in mountain bike, che è una delle sue passioni. Il secondo, molto più professionale, è venuto con un aiutante a studiare il problema, poi dopo aver ponderato le diverse soluzioni e dopo opportuno consulto, ha sentenziato che, per risolvere ogni cosa, ci voleva un'antenna logaritmica, che avrebbe con grande sforzo, fissato nel punto più elevato del tetto. Data la difficoltà dell'impresa, si è dichiarato disposto in via eccezionale a venirmi incontro facendomi pagare solo 350 Euri. Esaminata con calma la situazione e senza lasciarmi prendere dal nervosismo, scoperto che al di là della pomposità del nome, l'antenna logaritmica è la più semplice in assoluto, in pratica due bacchette rivolte verso il ripetitore e costerà esagerando una settantina di euro, ho tentato di fare resistenza, chiedendo una revisione prezzi a mio favore, uno sconticino insomma, al suo buon cuore. Niente da fare, prezzi fissi, prendere o lasciare, perché deve capire, caro signore, che quello che costa, non è l'antenna, ma la staffatura! A questo punto ho capitolato, se no avrei dovuto rimandare ad un altro anno, come già avevo fatto in precedenza. Mi sa che probabilmente nel mercato del lavoro c'è qualche cosa che non riesco a capire.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Spirito di servizio.

mercoledì 28 maggio 2014

Cronache di Surakhis 62: E' finita!

Con questo post vorrei chiudere la serie di intonazione fantascientifica che appariva di tanto in tanto sul blog. Ho sempre avuto passione per questo settore della letteratura, proprio per la sua tendenza all'esagerazione nel delineare scenari futuri che proprio con questa distorsione, lanciassero un messaggio di attenzione alle situazioni reali. Maggiore è la forzatura, più forte risulta essere l'impatto critico con la realtà. Ma bisogna stare attenti a non estremizzare troppo le situazioni, perché se queste non diventano più credibili, neppure nel loro grottesco andando al di là del possibile, allora il rischio è quello di perdere anche l'impatto critico voluto. Proprio per questo, qualcuno dei miei lettori più attenti aveva criticato qualcuno dei miei pezzi, quando avevo presentato racconti così impossibili da non poter essere rapportati a momenti di attualità, con conseguente perdita di interesse. Le storie della saga si svolgono sul pianeta di fantasia Surakhis, dove avvengono ogni sorta di nefandezze a danno dei suoi disperati abitanti. In un caso, il bieco Paularius, aveva concluso grazie alla pressione delle sue truppe di macropenici di Altair IV, un nuovo contratto di lavoro per le sue miniere, in conseguenza del quale, i minatori avrebbero avuto una modificazione del salario globale, costituito da una scodella di zuppa giornaliera. I sindacato avevano richiesto un aumento della quantità somministrata e dopo lunga lotta, l'avevano ottenuto, due scodelle al posto di una. Ma, non avendo prestato attenzione al dettaglio dell'accordo generale, che precisava la quantità ma non il tipo, la zuppa veniva allungata con ugual quantitativo di acqua prelevata direttamente dagli scarichi della miniera per ottenere la quantità voluta. 

Il costo dell'operazione veniva poi addebitato ai lavoratori stessi in comode rate da pagare nel corso dell'anno. Ora la fantascienza può lasciar libera la fantasia di esagerare le situazioni, ma dovrebbe, per avere credibilità, confezionare storie che siano comunque possibili e i miei critici, mi facevano notare che non ha senso parlare di lavoratori che forniscono una prestazione in cambio di una scodella di zuppa. Lo scrivono anche tutte le Costituzioni: "I lavoratori hanno diritto ad un compenso commisurato alle loro prestazioni...". In effetti ero incline a convenire che il rilievo fosse corretto, quando un paio di mesi fa una notizia proveniente dalla Valle d'Aosta, mi ha fatto riflettere. Come riportato dalla Stampa di Torino, L'ARPA di Aosta, Agenzia regionale di protezione dell'Ambiente (non il bieco Paularius) ha pubblicato un avviso di selezione per "il conferimento di due incarichi per attività di fundraising". I profili ricercati hanno requisiti piuttosto stringenti: laurea magistrale; esperienza provata  nell'ambito di partecipazione e gestione di progetti nazionali e/o internazionali di ricerca, cooperazione e formazione inerenti problematiche ambientali; buona conoscenza di inglese e francese secondo i parametri europei. Seguono l'elenco dei compiti da svolgere, che vanno da "rassegna ragionata delle modalità usuali dei finanziamenti della ricerca, cooperazione e formazione scientifica applicate ai temi ambientali; definizioni di un piano di relazioni e networking con enti e università; supporto alla presentazione di progetti per il finanziamento e l'avvio di iniziative di ricerca, incluso un rapporto tecnico al termine dell'incarico". Il contratto è biennale e, attenzione, il compenso proposto è pari a zero. 

Cioè, tanto per essere precisi, secondo quanto riporta sempre La Stampa: "la collaborazione è a titolo gratuito", per cui si specifica che "nessun compenso sarà erogato, neppure sottoforma di rimborso spese", casomai qualcuno pensi di lucrare sulla benzina. Niente scodella di zuppa quindi, Paularius sarebbe davvero orgoglioso di questa proposta che non sarebbe venuta in mente neppure a lui, in particolare quando l'ineffabile Dott, Giovanni Agnesod, direttore generale, precisa: "per i candidati, questo rappresenta una esperienza importante da inserire nel curriculum". Dimenticavo, i candidati devono fare anche bene attenzione "a non assumere altri incarichi che siano in qualche modo in contrasto o incompatibili con l'attività dell'agenzia" pena, è probabile un dolorosissimo licenziamento in tronco (precisa sempre la Stampa). Beh, Paularius avrebbe sicuramente usato i Macropenici di Altair IV per punire l'infedeltà, consoliamoci dunque. Pare che due candidati si siano già presentati in tutta fretta e si attendono altre domande, farà fede la data del timbro postale. Ora, io credo che un paese dove sia scomparsa completamente l'etica nei rapporti di lavoro, dove la manodopera sia considerata esclusivamente merce e costo variabile, dove queste cose si dicono pubblicamente senza neppure avvertire il grottesco che sottintendono, senza vergogna alcuna, sia un paese destinato a declinare irrimediabilmente. Anche Paularius si rende conto che il capitale umano è la prima risorsa di un'impresa, infatti anche lui capisce che, a parte il prelievo degli organi, non può chiedere altro ai suoi dipendenti. Le Cronache di Surakhis sono state superate dalla realtà che ci circonda, è ora di chiudere.



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Sansone
Civiltà perdute.

domenica 29 dicembre 2013

L'anvisa bôlon

Ogni volta che si discute o si pensa al problema, appare talmente chiaro che nella situazione economico-politica attuale, chi si affaccia al mondo del lavoro deve subire pressioni e trattamenti davvero indecenti. La disparità di potere contrattuale è tale da farlo trabordare in modo esagerato dalla parte di chi il lavoro lo propone. Questo fatto appare davvero ingiusto ed è causa di forte malessere sociale, così come sembrerebbe evidente che una simile situazione si presenti oggi per la prima volta sotto forma di un arretramento epocale sul fronte delle relazioni industriali. Ma è davvero così?. In effetti se vado con la memoria al momento in cui io mi affacciavo al mondo del lavoro, che erano poi gli anni 70, mica un secolo fa, la situazione, se esaminata con distacco non era davvero molto migliore. C'era, è vero, molta più occasione di trovarlo, il lavoro, in una economia ancora in espansione (a parte il crollo a metà del decennio), ma anche poco prima c'era stata una pesante crisi attorno al 63/64, allora si chiamava lo sboom e Sordi ne fece anche un film. Ma i rapporti tra datore di lavoro e lavoratore non era così idilliaco come si vuol ricordare. Intanto si lavorava anche il sabato mattina e poi il rapporto tra capi, responsabili e sottoposti era piuttosto duro. Anche l'assunzione non era tutta in discesa. Io mi sono cuccato 6 mesi di cosiddetta "borsa di studi" oggi si direbbe stage, volta al solo scopo di non pagarmi i contributi pensionistici, mentre il primo stipendio vero era di 136.000 lire, che non mi bastava ad arrivare alla fine del mese. Ricordo che il mio dirimpettaio di sedia, pagava 90.000 lire di affitto, tanto per fare proporzioni. E io ero già un privilegiato, essendo laureato, che a quel tempo rappresentava un bel vantaggio e lavoravo in un Ente serio, mica una fabbrichetta di sfruttatori. Come funzionava invece nelle fabbriche, lo racconta davvero bene questa canzone del '68, uno dei cavalli di battaglia di Roberto Balocco, uno chançonnier dialettale torinese, allora piuttosto popolare. Sentite un po' cosa dicono le parole, che mi sembra non abbiano bisogno di tradizione. Sul tema della parola Becana come sinonimo di bicicletta avevamo già discusso qui sul Tamburo Riparato.

L'anvisa bolon  (L'avvita bulloni)

Con la testa sul cussin
mi i durmìa così bin
quand son vnume a dësvijé,
bòja fauss, im deuvo aussé.

Che vita grama, 'm gavo 'l pigiama,
im faso fòrsa, 'l dovere mi chiama,
'm lavo la facia, 'm gavo la cracia,
m'anfilo 'l tòni ch'a l'é tut 'na macia,
'nt ël barachin ël minestron da mangé
ciapo la bici e 'm na vado a rusché.

"La becana a l'é na mana,
compra la bici, poi me lo dici.
Becana, vita sana".

Tut ël dì a 'nvisé bolon
a l'han gnun-e cognission,
dì për dì i divento fòl
'm ven la gheuba e 'l torcicòl.

"Prendi 'l bulone, fai atenssione,
mantieni il ritmo di lavorassione".
Ma chi 's na frega, fas nen na piega,
'ntant chi fa ij sòld l'é 'l padron dla botega,
e 'nvece mi con la paga ch'am dan
ant le profonde i l'hai mai un gran.

"Mè padron l'é n'òmo 'd cheur bon:
a dà da mangé ai mòrt, sotra ij malavi,
vìsita ij patanù ..."

Un bel dì për reclamé
l'hai provà a sioperé,
ma sai nen dì come mai
son restà sensa travaj.

"Sei un fannullone, sei un lasarone,
sei un ribelle anvisa bulone".
A-i na j'é mila ch'a fan la fila,
son grand e gròss ch'a smijo 'd gorila.
L'han piane n'àutr al mè pòst e chiel-lì
lo pago 'd meno e a rusca anche 'd pì.

"Chi s'accontenta fa godere il padrone.
Chi fa gòde 'l padron a pija la decorassion.
Anvece mi adess ..."

Con la testa sul cussin
deurmo tuta la matin,
quand l'é ora dë mangé:
"Brigata Cirio", al Cotolengo i lo vad pijé


(La spiegazione della "Brigata Cirio" si riferisce al fatto che allora gli indigenti, quelli che oggi vanno alle mense della Caritas o altri luoghi simili, allora a Torino, andavano al Cottolengo, Istituto religioso che si occupava anche di queste cose, munito di una lattina usata vuota di pelati Cirio, in cui farsi versare la minestra)
Eh già, avete sentito? :
Come te ce ne sono mille
che fanno la fila,
sono grandi e grossi che sembrano gorilla.
Ne hanno preso un altro al mio posto e quello lì
lo pagano meno e fatica anche di più.

Niente di nuovo sotto il sole, non vi sembra? Formidabile la strofa che cita le buone azioni del padrone (ma al contrario):
Il mio padrone è un uomo di buon cuore,
dà da mangiare ai morti, sotterra i malati, visita gli ignudi!!! 
Geniale.
Purtroppo non riesco a trovare la canzone su Youtube. Se qualcuno ha un link, me lo segnali per favore.





martedì 22 ottobre 2013

Soluzione semifinale.

Un Anonimo mi scrive un interessante commento sul post Razzismi e parole che merita senza dubbio un approfondimento quindi una Ris-post.

Dice l'Anonimo con una certa animosità anche se con qualche ragione di fondo:

Quando sento parlare anche da persone colte e con una certa apertura mentale di "razzismo grillino" non mi stupisco che milioni di Italiani votino ancora PD o PDL.Forse bisognerebbe togliere il diritto di voto a certi pensionati, che blaterano di cose di sinistra ma stringi stringi sono troppo attaccati alla loro ricca pensione da privilegiati. Non si può toccare un diritto acquisito, dicono, ed intanto i nipotini hanno acquisito il diritto alla disoccupazione, razzisti grillini che non sono altro.

Beh, caro Anomino, io non intendevo definire un concetto di razzismo grillino istituzionale, ma considerare il fatto che molti, anzi moltissimi razzisti votano Grillo, molti reduci leghisti in particolare, e lui, consapevole, si adegua. Se invece, la gente nei bar piangesse davvero per i morti di Lampedusa, lui sarebbe sulla battigia a sbracciare in mare starnazzando per salvare bambini e mostrarli alla folla entusiasta. Lui sa bene che la gente pensa: ma che si fottano e quindi "fa" il razzista a proposito. Il grillismo in fondo non ha ideologia, né razzista, né ecologista, né negazionista, né economica, semplicemente è un movimento creato da due furbacchioni che sfruttano qualunque tipologia di malcontento che sentono spirare nel popppolo e ci soffiano sopra, con buon successo naturalmente. Se non ci fossero loro due, la gente voterebbe Alba Dorata o Askatasuna o similia a seconda delle tendenze ideologiche. Sul fatto poi che i pensionati (e non solo certi) siano dei privilegiati, sono assolutamente d'accordo e infatti sulla loro ricca pensione si sta in pratica lavorando per raschiare il fondo di un barile che la mala politica, quella di promettere l'impossibile ed in alcuni casi, peggio ancora, di darlo creando l'indebitamento attuale, ha perseguito in questi anni. Purtroppo le nuove sirene suggeriscono che la soluzione sia di non ripagarlo il debito, non spiegando quanto peggiore ancora sia questa scelta. La tragica situazione della disoccupazione giovanile, è causata oltre che dalla crisi, soprattutto da una pessima classe di imprenditori (che preferiscono certo alla sfida e all'innovazione, la facile svalutazione e lo sfruttamento di chi lavora grazie alle leggi che glielo consentono), i pessimi sindacati che dei giovani se ne sono fregati alla grande, i pessimi politici, interessati solo alla loro affermazione (inclusi i nuovi movimenti, ancora più dei vecchi interessati a brandeggiare solo quando apparentemente fa crescere popolarità e consenso) e i pessimi italiani che comunque hanno continuato e continuano a votarli, premiando tutti meno le persone serie. In ogni caso eliminando per intero i pensionati (soluzione finale per alcuni risolutiva, auspicata e in parte praticata anche da Hitler e Pol Pot, con grande affinità ad alcune teorizzazioni grilline, che comunque farebbe diminuire pesantemente il PIL e contrarrebbe ancora pesantemente i posti di lavoro quantomeno delle badanti, ma non solo), non si avrebbe la creazione di alcun posto di lavoro in più, anzi e le schiere di giovani costretti a passare le giornate a prendere l'aperitivo digitando nervosamente sugli iphone (pagati quasi tutti dai loro nonni), dovrebbero rinunciare anche a questo piccolo se pur gradevole benefit. Grillo è lì che ci vuole portare, basta saperlo, poi ognuno è libero (magari ancora per poco) di decidere quello che gli pare. D'altra parte e proprio per questo motivo, si potrebbe estendere la proposta sulla privazione del diritto di voto, ma non solo a certi pensionati, diciamo magari all'intera collettività.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Il falco e la colomba

giovedì 26 settembre 2013

Giovani e precarietà.

dal web


Dice Lin Yu Tang che l'uomo è l'unico animale che lavora coscientemente, mentre la natura ozia felice. Certo che per un ragazzo che si affaccia oggi nel mondo del lavoro, la cosa non è rosea, a parte il fatto di trovarlo, il lavoro, ma il problema è che ti trattano come se ti facessero un piacere a farti lavorare, quindi non pretendere anche di essere pagato, che volgarità, anzi devi anche dimostrare che la precarietà ti piace, che è una cosa bella e positiva, che andare a casa e lasciare la scrivania è sofferenza, quasi quasi ti fermeresti ancora un poco dopo le 22 per portanti avanti. Naturalmente nessuno ci crede, ma devi far finta di crederci. Certo è una questione di forza contrattuale, oggi c'è tanta offerta e quindi ti tengono per le palle e strizzano. Ti gonfiano ma devi dire che sei molto contento e che è giusto che sia così, aspettando che cambi il vento. Ma una volta com'era? Mia mamma aveva fatto solo la terza elementare e la scelta era solo quella di rimanere nel cascinotto della nonna ad aiutare a mungere l'unica mucca oppure andare a far qualcosa di utile. La mandarono da una sarta che prendeva tutte le ragazzotte che volevano andare a "imparare a cucire". Cominciavano ad imbastire, poi a fare gli orli, passavi orlatrice, poi  cucitrice e solo dopo qualche anno ti lasciavano tagliare la stoffa. 

Ci rimase tre anni dai 15 ai 18. Soldi? No, non era previsto, vero è che a Natale, la Signora dava ad ognuna delle ragazze una grossa monetona da 5 lire, che tutte portavano orgogliose a casa. La pensione e la mutua la dovevano ancora inventare e quando mia mamma si beccò la difterite, che per poco non se la portò all'altro mondo, mio nonno vendette parte del raccolto del campo piccolo di fronte alla casa, per procurarsi una grossa iniezione che arrivava dall'America e la salvò. Poi conobbe mio papà alle Fonti di Valmadonna e io ebbi il guardaroba e i rammendi assicurati a vita. Forse neanche quelli erano bei tempi per chi aveva intenzione di lavorare. Mio papà faceva le scarpe e siccome pare fosse bravo, il padrone lo faceva andare anche la domenica mattina, però qualcosa in più gli dava, se no se lo fregava la concorrenza. E' il potere contrattuale che bisogna avere. Quando è toccato a me, ci cercavano come il pane, noi laureati di allora, però si lavorava il sabato mattina e per il primo anno, che si chiamava borsa di lavoro invece che stage, mi davano un rimborso spese ridicolo. Mah, credo che se i giovani si illudono che qualcuno farà qualche cosa per loro, non hanno ancora capito bene come gira il mondo. Ognuno cercherà di sfruttarli nel maggior modo possibile pur che lo consenta la situazione generale e cercherà di spiegargli che è un bene che sia così. E' un mondo difficile che volete.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:



martedì 30 ottobre 2012

Gōng

Il carattere in esame è molto semplice ed estremamente comune nella lingua cinese, sia usato da solo, che nelle moderne parole plurisillabe, sia all'interno di ideogrammi più complessi. Sarà forse perché come in tutte le culture di questo concetto ci si riempie continuamente la bocca, osannandolo purché a farlo siano gli altri. Gōng - 工,  infatti significa Lavoro, tre semplici tratti che simboleggiano l'antica squadra del carpentiere usata nelle costruzioni per ottenere l'angolo retto e così tutte le forme geometriche. Per la verità dalla antica grafia un po' più complessa che prevedeva anche tre trattini a fianco dell'asta centrale a guisa di mano, potrebbe anche rappresentare uno strumento agricolo usato per pestare e rassodare il terreno smosso, operazione faticosa che ben rappresenta la durezza del lavoro. Va da sé che un omino vicino al nostro segno (persona che lavora) 工人 - gōng rèn, non può che significare Operaio. Ma 工艺 - gōng yì, con il carattere di abilità, arte, destrezza, (a sua volta costituito dai due simboli di Erba e Falcetto, perché ci vuole Arte e abilità anche nel lavoro dei campi), vuol dire Artigianato, dove il lavoro deve essere accompagnato da una notevole abilità tecnica. Invece 工会 - gōng huì, con l'unione del segno che vuol dire Saper fare, ma anche riunirsi, associarsi, significa Sindacato. Interessante è l'unione del vocabolo Marea (corrente, movimento, anche sociale per estensione) all'interno del quale si vedono ovviamente i simboli di Acqua e Luna (潮 - cháo) con Lavoro, per dare 工潮 - gōng cháo, una marea di persone che vanno e vengono come la marea per questioni di lavoro, quindi Sciopero, interessante no?

E che dite di 工夫 - gōng fu, dove Fu sta per compagno, dunque il compagno del lavoro? Ma vuol dire Tempo libero, perché non bisogna mai dimenticare l'importanza del godere del riposo se si vuole poter lavorare bene! Ma il nostro carattere è anche molto comune, usato come radice all'interno di altri. Ad esempio  功 - gōng, dove assieme al lavoro si unisce il segno di Forza, significa Merito, Onore, Buon risultato, in quanto chi mette tutto il suo impegno nel lavoro che svolge compie già di per se stesso un opera meritoria. Se sotto il Lavoro mettiamo il segno di Conchiglia che era la moneta usata nell'antichità e che continua a simboleggiare il denaro, abbiamo 贡 - gòng, Tassa, Tributo, in cui il Lavoro è davvero sovrapposto all'altro segno quasi come a spremere il denaro per l'Imposta, sempre vissuta come ingiusta spremitura, che la stessa pronuncia nel quarto tono rende dura e schioccante, definitivamente impossibile ad essere evitata. Vi lascio con 巫 - wū, un'ultima chicca, un ideogramma elegante  in cui noterete due personaggi che ballano racchiusi attorno al segno del lavoro, nel senso che lo fanno come attività. Sono i personaggi che danzavano per ottenere dagli dei, la pioggia nei periodi di siccità, un esercizio lungo e faticoso, un vero e proprio lavoro, quello che deve fare per l'imperatore, l'indovino, il mago, il fattucchiere, il predittore di terremoti. Questo è appunto il significato dell'ideogramma che rappresenta questa importante figura, che comunque, nel caso avesse sbagliato le previsioni, veniva giustiziato col supplizio delle mille morti. Poi sono venuti gli scienziati, ma questa è un'altra storia, roba da paesi civili.




Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare, se vi sono sfuggiti:

giovedì 4 ottobre 2012

Xi.

Torniamo, se vi va, a raccontare cosa sta dietro ad un ideogramma della scrittura cinese. Quello di oggi è un radicale che non è più usato da solo nella lingua moderna, ma che si associa a molti altri piuttosto comunemente. Il semplice tratto di Xī raffigurava, secondo alcuni una scatola con coperchio, ma senza un lato in modo che si potesse vederne l'interno, il contenuto. Come tale significava Nascondere. Secondo altri era la stilizzazione di un panno arrotolato, visto di fianco, col significato di Avvolgere. In ogni caso molti caratteri moderni si formano mettendo all'interno della scatola qualche cosa. Ad esempio in 匠 - Jiàng, la scatola contiene il segno di Scure e significa quindi Artigiano, mentre se si aggiunge il segno di Cuore, abbiamo 匠心 -  Jiàng xīn, che vuol dire Ingegno, carattere che viene riconosciuto all'artista che nelle sue opere, pur usando uno strumento, ci mette il cuore, il sentimento. Se ci mettiamo in aggiunta i due caratteri di malta e acqua abbiamo 泥水匠 - Ní shuǐ jiàng, che vuol dire Muratore (il cinese moderno tende per chiarezza a diventare polisillabico, pur mantenendo il significato proprio di ogni sillaba). 

Ancora, col carattere di Legno si ha 木匠 - mù jiàng, che significa Carpentiere appunto Chi si porta nella custodia la scure per lavorare il legno. Ma se privilegiamo il significato di nascondere, mettendo all'interno della scatola tre quadratini (tre casse): 品 - Pin,  che rappresentano le cose, i prodotti, la "roba" di verghiana memoria, che nella semplificazione moderna vengono sostituite da una crocetta, abbiamo 区 - Qū, sorpresa! che vuol dire Regione (il luogo dove stanno i beni, le cose, la ricchezza), mentre invece se all'interno ci si mette il carattere di Interno, preceduto da un segno fonetico, abbiamo 陋 - lòu,  Brutto, volgare, corrotto, ma anche umile diventato tale a mezzo del potere, cioè tutto quello che è opportuno racchiudere all'interno di un contenitore per tenerlo ben nascosto (forse al popolo, mi raccomando che non lo venga a sapere, se no gli girano). Davvero curioso che questa bruttura dovuta alla corruzione e l'istituzione della Regione, abbiano in quel lontano paese il radicale in comune, come se fosse un peccato originale da scontare, una tara maligna che si annida, ben nascosta, in ogni persona che il caso mette vicino al marcio acre della possibilità di corruzione. Ma credetemi, sono paesi e culture lontane e difficili, per noi, da capire.


Refoli spiranti da: E. Fazzioli - Caratteri cinesi - Ed. Mondadori



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare, se vi sono sfuggiti:

martedì 25 settembre 2012

Cronache di Surakhis 51: Civiltà perdute.

La nave spaziale della Società di Esplorazione Xenointerstellare rimase in orbita per molti giorni prima di decidere di scendere sul pianeta. Paularius, che sovvenzionava l'associazione segretamente, nella speranza di orientare le ricerche al ritrovamento di antiche civiltà sessuocentriche, aveva ottenuto di partecipare a quella promettente spedizione, come responsabile generale organizzativo. Da quella parte periferica della galassia arrivavano notizie frammentarie, leggende tramandate di bocca in bocca, durante gli stage di sesso orale che le sacerdotesse del Sacro Tempio facevano un paio di volte all'anno, per migliorare la tecnica di preghiera, che raccontavano di un pianeta perduto e autodistruttosi a causa di qualche comportamento dei suoi stessi abitanti. La nave si posò in una zona selvaggia, al centro di una lunga penisola in un mare maleodorante e cosparso di scorie antiche che l'ecosistema non era ancora riuscito a digerire. L'aria benché fetida era ancora respirabile e il gruppo di studiosi scese subito per cominciare le ricerche. Paularius rimase prudenzialmente sulla nave, in compagnia di un paio di proporzionate assistenti, che gli alleviavano i momenti di noia. Fuori, a perdita d'occhio, rovine di costruzioni, un tempo sicuramente imponenti che avevano rappresentato di certo un punto di potere o di guida morale. 

Grandi cupole crollate e corrose dal tempo, palazzi smembrati forse sedi di consigli, enormi emicicli semidistrutti. Il gruppo dei ricercatori, tutta gente a progetto che al rientro su Surakhis sarebbe stata messa in Cassa Integrazione, essendo finiti i fondi con cui Paularius, capo dell'iniziativa, era stato finanziato e che li aveva investiti tutti in una splendida ed elegantissima festa, in cui le sacerdotesse di ritorno dallo stage avevano davvero divertito tutti, anche quei cancheri dell'opposizione che avevano brigato per farsi invitare e poi criticare come al solito, era risalito sulla nave dopo aver raccolto tutti i campioni necessari. Era stata davvero una buona idea quella di rifinanziare la Cassa, un ammortizzatore sociale davvero utile, anche se costoso per la società. Infatti quei pochi organi ancora funzionanti e fluidi vitali che potevano essere estratti, dopo che i lavoratori, terminati gli stages formativi, venivano sepolti direttamente nelle costose casse integratrici per essere dissolti, risultavano  comunque costosi . Ma di fronte al benessere sociale, cosa erano, pochi dolorosi sacrifici, se necessari alla collettività e poi il ricambio continuo dei lavoratori era stimolante e proficuo per il progredire della ricerca. 

Dopo poche ore che la nave aveva lasciato l'atmosfera infetta del pianeta, già affluivano i primi risultati, con molte sorprese inaspettate. In generale, le civiltà muoiono a causa di guerre e di armi letali che una parte di popolazione più aggressiva utilizza per eliminare il nemico, soccombendo poi a sua volta della stessa morte. In questo caso invece, l'enorme quantità di materiale organico ancora sparso sulle rovine aveva dato un verdetto ineccepibile se pur del tutto inatteso. I reperti mostravano inequivocabilmente la presenza di un retrovirus letale, il Citovorax politicus, che si credeva estinto, dopo che una sua antica mutazione si era incistata stabilmente nel genoma di tutta la galassia, cambiando solo di poco le abitudini, ma diventando controllabile e poco dannoso. Questo terribile microorganismo, aveva un'azione incontrollabile sui recettori cerebrali, agendo direttamente a mezzo di un DNA ricombinante che costringeva chi ne era affetto ad abbandonare ogni attività lavorativa e dedicarsi con costanza insaziabile a divorare ogni risorsa disponibile, ogni prodotto accessibile, qualunque bene e cespite, finanziario o materiale che fosse, fino al suo completo esaurimento. 

Questa arsura inarrestabile, questa sete mai spenta, costringeva i colpiti, chiamati con vari nomi dal resto della popolazione, tenuta in scacco da costoro che si aggregavano in bande dette appunto degli Anziani, degli Onorati, dei Consigliori, degli Assessoruti, dei Con-Sulentes o dei più temibili i Presi-Dentes a cui una trasformazione genetica aveva mutato la dentatura che era costituita da soli canini lunghi ed aguzzi, costringendoli, loro malgrado, a divorare con insaziata voracità ogni cosa con cui venivano a contatto. Cominciavano generalmente dalle ostriche e dalle cozze pelose, finendo col mangiarsi, man mano che diminuivano cespiti e finanziamenti, l'intera popolazione, Infine, rivolgevano la propri bestialità su se stessi, fino all'estinzione completa. Eh, triste fine per chi non si sa controllare. pensava Paularius, mentre disteso sul letto foderato di morbida pelliccia pubica, era sottoposto come ogni sera, al consueto massaggio delle mille lingue. Per fortuna che su Surakhis, il virus era ben controllato e ristretto alla sola classe dirigente. 



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Spirito di servizio.

sabato 14 luglio 2012

Sui.

In Cina, in una tomba di circa 1000 anni fa (periodo degli Zhou occidentali) sono stati trovati scheletri di schiavi sacrificati per accompagnare il loro padrone nell'al di là. Si tratta di ragazzi tra i 7 e i 15 anni incatenati ai piedi e al collo. Il concetto che il lavoro dipendente sia in ogni caso una schiavitù con diritto di vita o di morte è un concetto ben radicato ed accettato, anche da chi lo subisce, nella mentalità cinese, come vediamo da tanti fatti di cronaca che emergono di tanto in tanto. Tutto questo è già ben ritrovabile nella lingua. Ecco allora l'ideogramma di oggi : Sui - trascinarsi, che come vedete dalla sua evoluzione millenaria  qui sotto, raffigura un uomo incatenato che si trascina faticosamente, con i piedi in grado di fare solo piccoli movimenti. E' un radicale molto presente nella lingua cinese ed è la prova grafica di questa realtà. Il radicale forma molti composti mantenendo questo senso di fondo. Ecco 致 - zhì,  che significa dedicarsi. Ma il più chiaro ed evocativo di tutti è il moderno bisillabo che unisce a zhì  il segno che indica Forza, per dare il vocabolo 致力 -  zhì lì, che vuol dire :Lavorare per qualcuno (essere un dipendente), in altre parole offrire (volontariamente) il proprio lavoro, la propria forza come schiavo. 

Questo concetto del darsi in schiavitù volontaria, che rimane ben chiaro ai cinesi, è mascherato sotto varie forme nella cultura occidentale, che, con concetti dettati principalmente dai datori di lavoro e dal potere costituito, parla genericamente di dignità e nobiltà del lavoro, chiacchiere palesi per mantenere la tranquillità sociale. In realtà il rapporto tra padrone e schiavo è sempre concettualmente uguale. Chi si offre cerca di fare il meno possibile pretendendo il più possibile, chi ti prende pretende tutto quello che può spremerti in cambio del meno possibile, meglio ancora di nulla e se può ti prende anche quel poco che hai. In questa lotta oscillante stanno tutti gli stadi intermedi della nostra società e non c'è vergogna, né sommovimento etico se uno ruba o fa altro invece di lavorare o se dall'altra parte ti sfruttano senza pietà senza garanzie e pagandoti il meno possibile, usando la scusa di false necessità temporanee o con finti stages o partite Iva fasulle. E' un concetto ontologicamente incluso nella categoria del lavoro dipendente. Bisogna farsene una ragione e basta.



Refoli spiranti da: E. Fazzioli - Caratteri cinesi - Ed. Mondadori



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare, se vi sono sfuggiti:

sabato 12 maggio 2012

Plast 2012.


A volte basta un sentore, un profumo, un odore. Il cervello dell'uomo è davvero uno macchina strana. Entri in un luogo, senti rumori, movimenti e subito si accende qualcosa; avverti una fragranza particolare e immediatamente scatta la sensazione e la catena dei ricordi si mette in moto come quando schiacci lo start del computer e la macchina comincia a girare, a scavare nei meandri delle connessioni per ritrovare momenti dimenticati, ma che non erano perduti, solo accantonati, catalogati, archiviati e tutto questo mette a sua volta in moto l'onda del sentimento, che non è razionale e meccanica, ma che si nutre di dati per creare sensazioni, afflati, desideri, onde di nostalgia assolutamente irrazionali e non meccanicistiche. Così l'altro ieri, entrato negli alti padiglioni della fiera a Milano, mentre l'occhio correva a decrittare in automatico marchi vecchi e nuovi e lo sguardo vagava inutile sulle rotondità esibite delle standiste fasciate e strizzate dei classici tubini da fiera, alle spalle mi aggrediva un aroma silenzioso, malandrino e ammiccante, quel particolare ed inconfondibile e grato odore di plastica estrusa che aleggia nell'aria delle fiere del settore, e che accompagna inequivocabilmente i tonfi cadenzati delle presse, tamburo sacro di questa religione, battito zen imperturbabile del moderno demiurgo. Eccomi subito entrato in questo mondo come una Alice in una Wonderland  piena di giocattoli grandi e luccicanti, macchine creatrici dalle cui bocche escono implacabili, tubi, fogli, fili; animali metallici giganti che aprono magicamente le loro fauci per fare apparire oggetti cavi, stampati, soffiati, riempiti, plasticamente modellati dalla fantasia del Creatore che ne ha plasmato le linee, curve e filanti, ripetibili all'infinito. Arte pura. 

L'onda dei ricordi corre nella macchina del tempo e tra gli spazi incontri subito facce conosciute, solo un poco più invecchiate, pacche sulle spalle, amici, gente che cercava di soffiarti i  clienti e con cui ora prendi un caffè caldo e ricco di rimembranze, vecchi clienti invece, con cui hai lottato per ottenere una firma e che ti salutano con piacere. Sdradsvuitije, kak diejlà? Le lingue si rincorro. E' davvero un ripiombare indietro nel tempo, un ripercorrere strade lontane valutando la tua fortuna di non aver lasciato dietro le spalle acredini o conti sospesi, ma solo un pizzico di nostalgia. Non siate irridenti valutandomi con l'aria di sufficienza con cui si guardano i vecchi al ricovero; è stato il mio mondo per una ventina di anni, mi avrà pur lasciato un solco nel cuore e io pure avrò lasciato un piccolo segno del mio passaggio, non vi pare? Allora lasciatemi crogiuolare in questo sentimento dolciastro, così piacevole per gli amici rivisti, i conoscenti incontrati, reso un po' triste solo dal vedere situazioni che la durezza del mondo economico e la rapacità di  qualcuno ha reso particolarmente difficili, sempre per gli stessi, naturalmente, la parte debole della macchina produttiva, quei dipendenti  di una antica azienda torinese che sta chiudendo vinta dalla lotta spietata e dalle astuzie furbesche delle pieghe del mercato, ventre molle dove affondare il bisturi che non conosce le persone ma solo i numeri. Me ne sono tornato a casa dal Plast 2012 con ancora le orecchie carezzate dai tonfi delle ginocchiere, dal frusciare del film di polietilene che si arrotola, dal ticchettare dei tappi che cadono come cioccolatini colorati dallo stampo. Questa mattina me ne sono ritrovato uno in tasca; deformazione professionale, la mano in automatico raccoglie ancora i campioni, per esaminarli più tardi, con occhio critico e curioso. Arrivederci ragazzi, buona fiera. 


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:


Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!