giovedì 25 agosto 2016

La pista sul lago

Lago Bajkal - Siberia - febbraio 1993
Faceva un freddo cane, almeno 28°C sotto zero. Lo senti subito quando scende sotto i 25°, nonostante l'atmosfera secca ed il sole pallido pallido, che sembra una stella morta lontana nel cielo, non diano questa impressione. Ogni volta che respiri senza ripararti la bocca con una sciarpa pesante, senti come una lama che ti si pianta in fondo alla gola, come un dolore acuto che ti obbliga a riparati in qualche modo. Il lago Bajkal è un mondo a sé, specialmente in inverno. Una distesa bianca con uno spessore di ghiaccio di almeno quattro metri che lo fa apparire come un'immensa pianura che si confonde col cielo, dato che non riesci a scorgere la riva opposta. L'unica cosa che ti ricorda l'acqua sono i pescherecci immobili, saldati nel ghiaccio, che aspettano il disgelo. Anche se non ci sono più quei bei freddi di una volta, i -40° o peggio, almeno così continuava a ripetere Kostantin, mentre passeggiavamo lungo uno di quei piccoli moli di legno deserti, colpa delle atomiche certamente o della nuova diga sull'Angarà, la sola cosa che ti veniva in mente era di filare dentro a qualche luogo chiuso o riparato, dove scoppiare di caldo, con la stufa accesa al massimo, a bere una vodka, in quella bella atmosfera umidiccia di sudore e di tanfo di chiuso. 

Qualche cetriolo in composta sotto sale o una mezza tazza di smietana, la panna acida che accompagna un po' tutto, magari perché no, caviale e blinì, allora il beluga te lo tiravano dietro a 5 dollari alla scatola, oppure il balik, filetti di salmone affumicato, mi sembra, che piaceva tanto a Zhenia, una ricetta speciale che facevano solo per gli zar. Lui la ordinava con la degnazione di un ufficiale zarista, con il sussiego che il cibo meritava. Adesso mi sembra si trovi soltanto più in Svizzera. Il mondo cambia e cambia in fretta, ma credo che sul Bajkal, quando tutto diventa bianco, le file di camion continuino a traversare il lago, come su un'autostrada naturale, allo stesso modo di allora, partendo di fianco al porticciolo in letargo, seguendo le strisce dei pneumatici sulla superficie ghiacciata, almeno fino a quando la primavera inoltrata non comincia ad assottigliare lo strato trasparente come vetro verde. Sotto il fondo non si vede, sono più di 1600 metri. Allora per arrivare a Chita, devi fare un lungo giro attorno al lago, tra foreste infinite di betulle bianche. Lì non vengono mai i terremoti. La gente dorme tranquilla nelle isbe di legno. E' una terra immobile ed immutabile, da milioni di anni, se non cade un meteorite. Qualche giorno fa anche qui tra le montagne la terra ha tremato forte. Un boato tremendo, sembrava una bomba, quarto grado hanno detto, quasi una sciocchezza, eppure, almeno quelli che se ne sono resi conto, sono mezzi morti dalla paura, pensa un po', basta un attimo.


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2 commenti:

tentare, nuoce ha detto...

Rammento ancora degli Alstereisvergnügen in Hamburg anni '60 e una Volkswagen

Enrico Bo ha detto...

@tent - non fan più quei bei freddi di una volta!

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 104 (a seconda dei calcoli) su 250!