mercoledì 3 agosto 2016

Il cobra non è un serpente

Delhi - India - agosto 1978
Così per lo meno cantava la Rettore un po' di tempo fa. E'un pensiero indecente, mi pare. Ma il cobra lo sa che non deve mordere? Oppure è stregato dal suo carceriere che lo blandisce di tanto in tanto con il suo flauto di zucca secca? Oppure ancora è vittima di una sorta di sindrome di Stoccolma che glielo fa amare, il suo aguzzino, solo perché aprendogli il coperchio del cesto gli dà modo di prendere un po' d'aria e di luce, dando un'occhiata intorno o buttandogli qualche topolino da mangiare senza fargli fare neanche la fatica di ipnotizzarlo. Difficile a dirsi, anche perché la vita del cobra prigioniero è un poco una metafora della vita. 

Lavorare per vivere, fare quella serie di gesti previsti ed obbligati, quelli che vogliono i nostri burattinai e poi prendere il premio alla fine per il compito eseguito. In fondo non si sta neanche male. Solo di tanto in tanto qualcuno si incazza e approfittando di un attimo di disattenzione del pifferaio gli dà un bel mozzico, ma è un evento raro e forse già previsto dal burattinaio del pifferaio, insomma è una catena di controllo che non finisce mai, credi di essere in cima alla catena e invece ce n'è sempre un altro sopra. Quella dei pifferai, poi, laggiù è addirittura una casta apposita, con le sue regole ed i suoi obblighi religiosi ed economici, magari si spartiranno anche gli spazi sul marciapiede come i centurioni del Colosseo o le puttane in periferia. 

Ma il cobra intanto, continua a muoversi lentamente a destra e a sinistra, gonfiando il collo come se fosse davvero arrabbiato, seguendo il movimento ondulatorio del flauto per far contenti i turisti, avvita il bullone, svita la vite, salva il file, carica i dati, chiudi la porta, anche se lui neanche lo sa che quello è un piffero che suona, per lui è soltanto un bastone che si muove ritmicamente con le dita che si muovono a tempo e quel suono cantilenante che va e viene manco lo sente. Per forza, non ha neanche le orecchie.

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