mercoledì 8 luglio 2026

Pam 14 - Verso la capitale.

La miniera di carbone in fondo alla valle - Tajikistan - giugno 2026

 

Lenin
Per addolcirci i chilometri che dovremo percorrere a ritroso lungo la valle, ci facciamo un  meraviglioso succo di melagrana, prelevandolo da uno dei banchetti che si affollano attorno al mercato. Sono parecchi e le donne che li gestiscono si affannano a spremere in continuazione gli interni dei frutti che qui sono particolarmente grossi e succosi, forse uno dei simboli del paese. Il succo che fuoriesce dalle grandi spremitrici in ferro, è spesso e rosso come il sangue e quando lo metti in bocca, te la riempie con un sapore denso e terroso, dalle sfumature antiche e cariche di aromi di un passato lontano, che ti avvicina a questi luoghi che, anche se ormai pieni di richiami alla modernità e alla cultura occidentale, mantengono comunque risonanze di tempi diversi. Bevo con piacere, è comunque un sapore a cui siamo disabituati, lontano dal Mc Donald o dal KFC che sbandierano le loro insegne tutto attorno. Certo il  mondo sta cambiando e anche rapidamente e in fondo, non sono nato ieri, è giusto così, ma questo sapore dolce di melagrana, di frutto antico, appaga la mente più che il corpo ed è quello che mi piace quando mi muovo in questi paesi dai nomi che da lontano, ti riempiono la mente di favole d'Oriente, di danzatrici e di carovane lente che avanzano tra le sabbie. Intanto passiamo dal giardino dove troneggia l'ennesima statua, tutta dorata del Lenin nella classica posa.

Il minareto di Ayni
Prima di partire è necessario però espletare una rogna burocratica, in quanto è pur vero che in Tajikistan non è più richiesto il visto per l'ingresso, ma se il soggiorno è superiore a 10 giorni (e noi, mi sembra siamo a 12) bisogna andarsi a registrare in un apposito ufficio. Non avendoci pensato in tempo, visto che la cosa andava fatta entro 3 giorni dall'arrivo, eccoci all'apposito posto di polizia, dove però il nostro Jamshed conosce tutti e infatti veniamo subito ricevuti dal capitano, che essendo stato suo allievo all'università dove insegna, in un attimo ci sbriga la pratica apponendo gli appositi timbri, così dopo i dovuti ringraziamenti e relative pacche sulle spalle eccoci con nostri lasciapassare timbrati, che poi per la verità non ci verrà mai controllato da nessuno. Finiti gli espletamenti burocratici, usciamo dalla città e dopo pochi chilometri, ci fermiamo alla distilleria da cui siamo passati ieri, quando era già chiusa. In realtà io speravo in una visita vera e propria con possibilità di degustazione, ma qui siamo ancora in pieno nella tipologia sovietica e si tratta solamente di un negozietto dove è possibile acquistare i prodotti, vino, vodka e quello che in particolare interessava a me, il brandy, anzi il koniak, come si chiama ancora qui senza tema di problematiche con i francesi, che con l'Armenia e il suo famoso Ararat la causa l'hanno già vinta da tempo. 

La valle
Intanto ecco qui sullo scaffale il top della loro produzione, un magnifico distillato con 15 anni di invecchiamento. Ne prendo decisamente due bottiglie che, ben fasciate finiranno nella parte interna più protetta della mia valigia a futuro rallegramento delle mie lunghe serate invernali. Poi riprendiamo la strada che per 150 km, come ho detto ripercorrono la valle di Zeravshan fino al bivio per il passo di Shakhristan che abbiamo disceso ieri. Devo dire che al mattino con la luce confusa del sole ormai alto, non è la stessa cosa, i fianchi delle montagne che ieri sera sembravano affettate da un coltello affilato non hanno le stesse colorazioni magiche, solo il fiume a cui adesso andiamo incontro, si manifesta con la sua forza bruta che scava il fondo del suo letto avendo inciso tra le rive quasi ormai verticali, un profondo dislivello che rende i suoi meandri una sorta di toboga spumeggiante. Poco dopo il bivio, la valle risale verso la montagna. Nella piccola cittadina di Ayni, ci fermiamo per dare un'occhiata ad una curiosità. Nascosto tra le case, proprio davanti a quanto rimane dell'antica moschea, c'è un minareto del IX/X secolo, che porta lo stesso nome del paese, in onore del grande poeta tajiko Sabriddin Ayni. 

La catena del Turkestan
La torre è costruita interamente in mattoni cotti a vista, secondo i canoni dell'architettura dell'Asia Centrale, tuttavia si presenta estremamente fragile, tanto che è stata protetta per preservarla dalle intemperie, qui le piogge possono essere molto violente, da una incastellatura in vetro che la fa apparire come una costruzione un po' fuori luogo, per lo meno in questa valle. In effetti il minareto appare come corroso dal tempo ed i suoi mattoni millenari, evidentemente fragilissimi, appaiono come dilavati dal tempo e dalla pioggia, con molte bucherellature che lo fanno apparire quasi sul punto di crollare da un momento all'altro, a malapena intravedi gli archetti delle decorazioni che si avviluppano lungo la curva del muro e l'ingresso che, per la verità non è neppure transennato, non ti dà la sensazione di potervi procedere in sicurezza. Ci giriamo un po' intorno perché ti dà davvero la sensazione, anche avviluppato dal vetro com'è, di un pezzo prezioso, raro, da conservare con cura. Rimane comunque uno dei monumenti islamici più antichi e significativi del paese e per questo merita sicuramente una sosta. 

La valle
Da qui la strada sale decisa lungo un'altra valle strettissima, la M34, che superata la catena di montagne ci porterà fino a Dushambé. A fianco della valle si aprono altre strettissime valli laterali che penetrano nel massiccio. Attraverso una di queste, si potrebbe arrivare fino ai villaggi di cui vi ho già detto, dove ancora, si dive, vivano i discendenti dei Sogdiani, fuggiti alle persecuzione all'arrivo dell'Islam. Lungo le pareti delle montagne si aprono continuamente squarci, sono miniere di diversi minerali oltre al carbone, tra i quali anche oro e argento e non fatichi a scorgere nelle serie di container alla base delle fenditure le scritte in cinese che denunciano subito i finanziatori delle imprese stesse, casomai non li avessi ancora visti sui fianchi delle centinaia di camion che risalgono i tornanti che portano al passo. Arriviamo al punto dove arriva l'emissario dall'Iskanderkul, il lago di Alessandro, irrompe impetuosamente,  bianchissimo e spumeggiante nel fangoso fiume della valle che dovrebbe essere il Fon, almeno a guardare la carta. E anche qui avviene quel curioso fenomeno che già altre volte ho visto, quantomeno di recente in Georgia, quello dei due fiumi dai colori opposti, bianchissimo questo e nero e fangoso, l'altro, che continuano la loro discesa ruggente, praticamente appaiati senza mescolarsi. 

Un tajiko
Rimaniamo un poco ad ammirare il fenomeno, mentre una famiglia di contadini arresta il loro lavoro, a sua volta meravigliati del nostro stupore. Poi raccolgono con i rastrelli il fieno che avevano appena ammucchiato e lo chiudono in grandi fagotti che poi le due signore, naturalmente, si caricano sulla schiena per trasportarlo più avanti verso il fienile della casupola di pietra sulla riva del fiume. Cavalli e vacche pascolano intorno. Il ruggito dei due torrenti che diventato uno solo, quasi ci impediscono di parlare, così ce ne andiamo con un cenno di saluto. Poco più in su raggiungiamo il passo di Anzob a circa 2720 metri, che si ferma a questa quota grazie al nuovo tunnel anch'esso naturalmente cinese, mentre la vecchia strada saliva fino a 3372 m., che scavalla la catena del Turkestan forando la montagna, per scendere in una ottantina di chilometri fino alla capitale, lontana ancora una sessantina di chilometri. La curiosità è che questo viene chiamato anche il Tunnel della morte, che non è una bellissima cosa per un'opera appena realizzata, diciamo che quantomeno si tratta di una definizione inquietante, ma pare che ciò dipenda dalla scarsissima illuminazione, il ché provoca continui incidenti e alla ancor più scarsa ventilazioni; è il caso di dire che non tutti i tunnel riescono col buco, se non fosse che la cosa fa un po' ridere. 

Fienagione
Comunque sia questa è davvero una strada eccezionalmente panoramica sia per la salita e anche durante la precipitosa discesa dove un altro fiume impetuoso ha scavato un percorso in una serie di orridi mozzafiato, ma molto più verdi che sull'altro versante. Qui sottostiamo ad una sorta di obbligo a cui più o meno tutti devono sottostare. Infatti sembra che nella capitale come nelle altre grandi città principali, non si possa circolare con la macchina sporca o fangosa e scendendo da queste montagne, non potrebbe essere diversamente visto lo stato delle strade, che presentano spesso tratti di sterrato, pertanto, man mano che ci si avvicina alla città, sempre più frequenti sono i servigi di lavaggio auto, appunto di fianco al fiume, dove tutti si fermano per fare il lavoro di ripulitura ed evitare la contravvenzione. I ragazzi si allineano lungo la strada facendo grandi gesti per convincere tutte le auto che scendono a ricorrere ai loro servigi, che ovviamente sono i migliori della valle. Ricordo che anche a Mosca c'era lo stesso costume, evidentemente anche questo è un altro lascito del vecchio regime. Eseguito il lavoro mentre noi ci godiamo la vista del fiume spumeggiante, si riprende la discesa verso valle e in poco tempo ecco la capitale che ci accoglie con la confusione ed il traffico di tutte le grandi città. 

L'incrocio dei due fiumi


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