| Palazzo di Arbob - Khjand - Tajikistan - Maggio 2026 |
| Reduce |
Una notte di riposo risolve tante cose e stamattina poi, una robusta colazione ancora di più. Chissà com'è che a casa non riesco ad ingurgitare e a fatica, non più di un caffè nero e tre o quattro biscotti di contorno e invec,e in giro per il mondo, si comincia con le uova e avanti Savoia, come si dice in Piemonte. Tanto per dire in questo giretto, forse per sostenermi dalle fatiche della quota, la scusa è ottima, ho ingollato al mattino all'incirca da 60 a 80 uova in venti giorni, alla faccia di fegato e colesterolo. Diciamo che compensiamo poi con una quasi totale assenza di latticini e scarsi zuccheri, quindi possiamo pure procedere alla scoperta di quanto rimane di questa gradevole città. Intanto andiamo subito fuori città a vedere il palazzo di Arbob, che non è altro se non un tentativo di copia del palazzo di inverno di San Pietroburgo che il capo del kolkoz locale, tale Urunkhujaiev, volle costruire negli anni '50, dopo una visita alla allora Leningrado, dove rimase talmente colpito dal monumento zarista, da ritenere giusto che anche i contadini locali avessero un salone simile. C'è da dire che il tipo ebbe mano libera dallo stesso Stalin, visto che godeva di grande considerazione, dato che il Kolkoz in questione aveva le performances migliori dell'intera URSS del tempo. L'interno del sontuoso palazzo che all'esterno ricorda davvero molto l'originale, è un misto di caratteri sovietici e tajiki, incluso il grande ingresso con le caratteristiche sedici gigantesche colonne e l'altrettanto gigantesco salone per gli spettacoli, che hanno allietato i contadini della zona e adesso i dipendenti e loro parenti della mega azienda farmaceutica che ha preso il posto del proprietario precedente.
| La vecchia cinta della città |
Il resto del palazzo è un museo che racconta la grandezza del passato con varie memorabilia, e foto di personaggi politici dell'epoca, tenendo anche conto che qui furono firmati gli accordi e la pace che mise fine alla sanguinosa guerra civile, tasto sempre dolente e da considerare. Certamente per chi come me, ha vissuto l'agonia di quel regime e ha visto innumerevoli ambienti di quell'epoca, aggirarsi per queste camere, piene di bandiere, decorazioni, medaglie, busti e foto di dirigenti meritevoli, poste sulle pareti di fastosi uffici con scrivanie gremite di decine di telefoni di bachelite di colori diversi con infinite file di tasti, attraverso i quali controllare i vari sottoposti, incute un moto di triste nostalgia, ma l'acqua passa sotto i ponti e le cose cambiano e anche qui chi ti accompagna nella visita enumera e magnifica la gloria di un passato destinato a non più ritornare, anche se probabilmente molti, soprattutto tra gli anziani, magari messi a mal partito da cambiamenti troppo rapidi, rimpiange quei tempi. Anzi sembra che qualcuno riferendosi ad allora parli di vera e proprio età dell'oro. L'anziano che mi saluta, col suo berrettino tajiko colorato di traverso sulla testa, ha un sorriso triste e le poche parole in russo che riesco a spiaccicargli come ringraziamento per la visita, lo riempiono di un evidente piacere nostalgico. Resta difficile capire quanto ci sia di reale in certe affermazioni e quanto invece si riferisca al classico senso di rimpianto verso una giovinezza che non ha la possibilità di ritornare.
| La Cittadella "restaurata" |
In ogni caso non si può negare che i soffitti del palazzo siano assolutamente magnifici in linea con la tradizione tajika dei cassettoni, dalle ornamentazioni complesse e coloratissime che uniscono lo stile dell'arabesco alla capacità locale per questo tipo di decorazione. Intanto nel grande giardino antistante il palazzo si stanno facendo le prove per la festa per i figli del personale della fabbrica che si svolgerà domani. I figuranti vestiti da pupazzi colorati ballano musica rap, il mondo va avanti. Di fronte si stende tutta la città costeggiata dal fiume. Scendiamo proprio verso le sue rive e prima di ritornare verso il centro sostiamo davanti ad un tratto di terrapieno sbrecciato, in palese stato di abbandono. Ebbene questo è quanto rimane delle antichissime mura della città di Alessandria Eschate, risparmiate chissà come, sia dalle bramosie dei rifacimenti costruttivi, che anche dagli insulti delle intemperie, visto che trattandosi di mattone crudo, le piogge di due millenni consecutivi, se pur scarse da queste parti, non è che possono risparmiare molto. Tuttavia il bastione è ancora leggibile, davanti al fiume, le cui acque, hanno anch'esse avuto rispetto di questo pezzo di storia, risparmiandolo durante le molte esondazioni che di certo hanno spazzato queste rive. Intravedi ancora la fila di merli smozzicati che paiono denti cariati di una belva ormai troppo vecchia per difendersi e che aspetta solo la fine, di scomparire assieme alla memoria delle grandezze ormai perdute.
| Arte del tappeto |
Il vecchio leone non ce la fa più a resistere alle ingiurie delle intemperie, il grande impero di Alessandro ha fatto il suo tempo e oltre a queste zolle corrose rimangono solamente i robusti nasi che i geni dei suoi soldati hanno lasciato come testimonianza del loro passaggio, nei visi della popolazione attuale. Per avere una ulteriore prova di questo aspetto torniamo alla cittadella vicino al museo che abbiamo visitato ieri. Qui, sempre sul fiume, sorgeva la fortezza vera e propria che fino a qualche anno fa era nello stesso stato del muro residuale di cui vi ho appena parlato. Ma finalmente è intervenuta la modernità e il progresso con il cosiddetto recupero ristrutturativo. E qui si apre il dibattito su cosa fare dei luoghi archeologici abbandonati e in rovina o anche di quelli appena riscoperti. La moderna mentalità occidentale, rifugge da rifacimenti che nascondano lo stato reale dei manufatti, pure se anche da noi si pensava che il rimettere a nuovo la costruzione riportandolo a come si pensava dovesse presentarsi al suo tempo, compiendo naturalmente scempi con errori ideologici grossolani, fosse la strada giusta, per lo meno fino all'inizio del secolo scorso. Basti pensare ad esempio al palazzo di Cnosso di Creta, coloratissimo e completo, con le colonne di cemento, che sembra costruito pochi anni fa, mentre oggi si preferisce lasciare chiaramente visibile il manufatto originale senza ricostruzioni arbitrarie e anche quando si ricostruisce la differenza tra il passato e il presente deve essere molto ben individuabile e incontrovertibile.
| Coro dei bambini |
In Oriente questo criterio non piace evidentemente per nulla, come abbiamo visto bene in Cina lo scorso anno e in altri luoghi, dove, al contrario si preferisce ricostruire completamente l'opera a nuovo, come si pensa dovesse essere, creandogli magari attorno una specie di parco giochi moderno che racconti in qualche modo la storia ma attraverso una visione moderna e comunque fruibile e naturalmente redditizia. Ed ecco infatti la antica cittadella, appena "restaurata", in pratica nuova di zecca che riproduce le mura di cinta, con i bastoni di sostegno orizzontali e le torri panciute che si allargano alla base. Rimane certo anche un piccolo tratto di muro originale come esempio, che però devi andarti a cercare ben nascosto e che a questo punto appare come un punto dimenticato dal rifacimento. All'interno e intorno alla costruzione, nel grande giardino sono state costruite una serie di case, sullo stile tradizionale, che ospitano ognuna una tipologia di artigianato per il quale la città è sempre stata famosa. Ecco infatti, quella dove si tramanda la pittura dei pannelli di legno con cui vengono fatti i bellissimi soffitti a cassettoni. In quella vicina, c'è l'officina del vasaio che si esibisce con le masse di creta sui torni oggi mossi da energia elettrica. Poi c'è la lavorazione della seta, arte bimillenaria arrivata dalla Cina, nonché quella dei tappeti, la cui tradizione della annodatura a mano è una delle peculiarità dell'Asia Centrale. In un altra ferve il lavoro dei marmisti che sono specializzati in un particolare tipo di mosaico che utilizza pezzettini di marmi di colori differenti le cui tessere vengono intagliate una ad una per formare puzzle di grande complessità, come quelli che abbiamo visto ieri nella sala di Alessandro del Museo.
| Il liutaio |
Non manca la casa delle piastrelle, dove questo elemento costruttivo ornamentale usatissimo soprattutto nella copertura delle pareti degli edifici più importanti in particolare quelli religiosi, viene dipinto a mano secondo i disegni tradizionali e poi cotto negli appositi forni. C'è poi il laboratorio del liutaio, che costruisce una serie di strumenti a corda, con casse in legno, dai nomi diversi. Il tipo è molto simpatico e immediatamente si organizza una sessione musicale, viene subito convocato un vicino che si occuperà della sezione ritmica con un apposito tamburello, mentre lui dà prova di grande abilità, suonando una serie di canzoni tradizionali. Naturalmente si scivola subito nella nostalgia e partono le classiche canzoni russe di Alla Pugaciova, non potendo mancare ovviamente in nostro onore l'Italiano di Toto Cotugno. Bisogna dire che l'abilità di ricavare melodie da questi strumenti a due o tre corde, stupisce sempre. Intanto il movimento attira subito altri turisti locali che subito, mettono in mostra, le donne naturalmente, le proprie abilità coreutiche, che evidentemente sono assai consuete e praticate da queste parti. Insomma alla fine non si riesce più ad andare via, anche perché dapprima un gruppo di donne che sta organizzandosi un pranzo nel giardino per festeggiare il ritorno dal pellegrinaggio dalla Mecca, ci offrono ciliegie e more, che decliniamo ringraziando. Cerchiamo di uscire, ma veniamo bloccati da un gruppo di bambini bellissimi che si esibiscono cantando l'inno nazionale a squarciagola, direttamente a nostro beneficio, tra il giubilo degli astanti. Ragazzi dovunque si vada, ti senti sempre circondato da una genuina e innocente voglia di sincera spontaneità, direi quasi commovente, anche per noi scafati viaggiatori che ne hanno già viste di ogni colore. Andiamo a mangiare qualcosa, va', che è mezzogiorno passato.
| Al telefono |
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