sabato 4 luglio 2026

Pam 12 - La valle dello Zeravshan

Valle di Zeravshan - Sogdiana - Tajikistan - giugno 2026

 

Frutta secca
Beh, la storia dei gemelli dà indubbiamente da pensare, d'altra parte questa è una delle strade topiche del mondo, forse la più densa di incroci storici e culturali che ci siano mai state ed è logico che proprio qui si siano intrecciati i miti e le leggende dell'umanità intera. Poi alcuni topoi particolari, sono davvero propri di tutte le culture, quante volte ritrovi storie praticamente uguali, ripetute in Africa e contemporaneamente in Europa ed in America, senza stare a scomodare i tanti riferimenti ai vari diluvi universali, così come quelle riferite ad epici conquistatori o anche a storie locali come la nostra, da poveri Alessandrini (che non c'entriamo niente con Alessandro Magno, eh) del pastore Gagliaudo e della sua vacca, ritrovata pari pari nell'assedio dell'oasi algerina di Ourgla e della sua Regina Karana, che si comportò nello stesso modo. Ma noi qui proseguiamo lungo la valle e poi ci apprestiamo a salire di quota rapidamente per poi girare verso la catena montuosa del Turkestan di cui si vedono ormai le alte cime coperte di neve. Intanto la strada comincia a salire. Ci lasciamo alle spalle una miniera di carbone che occupa con una vena nera ben visibile al passaggio, tutto il fondovalle, ma non ci lasciamo certo dietro invece la scia di camion che cominciano assieme a noi a salire la strada che diventa subito ripida e scandita da una serie di tornanti che rendono più difficoltosa la guida. 

I tornanti dopo il passo
Per fortuna la strada è recente, costruita, ma non è neppure il caso di dirlo dai Cinesi, che hanno interessi tanto per gradire nella miniera. Per la verità la strada nuova è una vera mano santa perché invece di dover arrivare al tradizionale passo di Shakhristan, quello di una volta di 3379 metri, il nuovo percorso consente di abbreviare notevolmente il tragitto grazie al tunnel di 5,5 chilometri che ha abbassato la quota del passo a 2800 metri. Intanto bisogna ammettere che non tutte le ciambelle vengono col buco neanche a questi formidabili cinesi, infatti il tunnel a metà dello scavo, per un qualche errore interpretativo nello studio della perforazione è crollato, costringendo ad una correzione di percorso che fa fare al traforo una bella curva a metà, tuttavia l'opera è stata completata ugualmente nei 3 anni previsti, tanto per fare un paragone amaro con altri cantieri nostrani, che per carità, non crollano, ma ci mettono trent'anni per non essere ancora finiti. Ma questa è un'altra storia. Noi invece facciamo le foto di rito davanti all'ingresso e poi traversiamo e giù nel precipizio della valle successiva scavata in una V profonda dal fiume Zeravshan verso la nostra meta di oggi, la città di Panjakert, a pochi chilometri dal confine con l'Uzbekistan e dalla città di Samarcanda. 

Il temporale
La strada scende tra straordinarie rocce rosse, scabre e puntute, che paiono essere l'anticamera di un regno degli inferi: Ad ogni curva a gomito, puoi fermati su balconate aggentanti sulla valle a picco sotto di te e godere di panorami davvero stranianti sotto un cielo che sta diventando via via più imbronciato e scuro. Ad ogni slargo un banchetto pieno di frutta secca e palline di yogurt in attesa di clienti. Compriamo un po' di albicocche e di uvetta, casomai ci mancassero e tanto per far campare anche questi disperati che vivono sulla montagna, poi scendiamo a precipizio verso il basso, lungo la costa del monte, fino a raggiungere il livello del fiume che continua la sua corsa ruggendo, in un seguito di salti d'acqua spumeggianti. Intanto comincia a piovere deciso, qui pare siano frequenti questi temporali improvvisi che scendono dalla montagna e portano a valle fango e pietre. In effetti la strada è subito ricoperta da uno strato di acqua rossastra e in apparenza molto scivolosa, ma poi man mano che arriviamo alla base e giriamo nella grande valle verdeggiante, il diluvio si placa e procediamo verso occidente abbastanza tranquillamente. Alle nostre spalle, la montagna appare come una straordinaria serie di quinte che erosioni pesanti attraverso diverse ere geologiche hanno dato luogo a formazioni di rocce che appaiono come tagliate da giganteschi strumenti che anno messo a nudo una serie infinita di stratificazioni successive dai colori cangianti che fanno apparire il monte come una colossale torta a più strati, spigolosissima e dai tagli netti, i cui colori vengono magnificati dalla pioggia appena caduta che li accende, vivificando i diversi toni come se una secchiata d'acqua avesse appena tolto la polvere millenaria da un antico affresco appena riscoperto. 

Le montagne colorate
Di contro le montagne grigie che proseguono la grande valle sono di materiale più tenero, presentano una serie di calanchi successivi dalle forme arrotondate e morbidissime. Sotto il contrasto con il verde acceso dei campi coltivati e degli alberi da frutta non potrebbe essere più violento. Il fiume che adesso è diventato un nastro di argento che prosegue il suo cammino in meandri arrotondati e regolari, ha scavato a fondo il suo letto tra le pareti di terra e pietrisco. Gruppi di donne camminano lungo la strada portando sulla testa grandi fagotti di fienagione che nascondono i loro visi, gravando fino alle spalle. Noi ci fermiamo su una balconata di fronte ad un piccolo paese, Dar Dar, che si stende tra il verde dei pioppi sulla riva di fronte. Il colpo d'occhio tra le curve del fiume sotto di noi, le colline quasi nere a ridosso del paese e le pareti di roccia colorate riverberate dal sole che è uscito tra le nubi, è davvero superba. Non c'è che dire questa strada di per se stessa, al di là della sua storia e dei suoi reperti che ti presenta di volta in volta, è da sola uno spettacolo naturalistico che vale la pena di percorrerla e devo sottolineare che non siamo che all'inizio, stiamo percorrendola infatti nella sua parte meno osannata. Proseguiamo lungo la A377, la valle si allarga ancora e lascia più spazio alla vista che riesce a raggiungere schiere di monti più lontani; compulsando la carta si riesce ad individuarne almeno quattro oltre i 5000 metri dal Pik Zamok (Il Castello) di 5070 m. al Pik Chimtarga, il più alto della catena dei monti Fann con i suoi 5489 m. 

Calanchi
E poi questa è proprio la cosiddetta golden hour, la benedizione per i fotografi, per lo meno quelli bravi, quella in cui la luce diventa radente e illumina con raggi dorati il paesaggio che si staglia nitidamente contro il cielo. Insomma in questo momento non servirà neppure Photoshop per portare a casa delle belle immagini. La valle intanto si allarga ancora ed il fiume che era un nastro d'acqua tumultuoso che sembrava tutto voler portare via, è diventato un largo corso diviso in mille rivoli sinuosi, che a tratti si impaluda e si disperde in forre secondarie a separare paesi lontani. Qui Alessandro si sarà fermato, anche lui ne sono certo, avrà avuto qualche momento in cui la sua fame di conquista gli avrà dato tregua per poter fermarsi un momento e godere di questa bellezza. Ecco un altro paese, qui ecco uomini a gruppi e da soli, tutti con i lunghi pastrani grigi, che coprono quasi fino ai piedi, sul capo i tondi cappellini neri ricamati dalle mogli nei lunghi inverni nevosi, quando i lavori agricoli sono impossibili e ci si raccoglie inevitabilmente attorno alla stufa. I fianchi avvolti in scialli neri sfrangiati di bianco e punteggiati di ricami dorati. E' la veste funebre di queste valli e tutto il paese, la parte maschile almeno si dirige verso la casa del morto da dove è già partito il corteo. Il morto è posto su una sorta di barella lignea coperto di drappi e sostenuta da sei uomini, tutto il resto del paese segue in silenzio fino al cimitero, generalmente fuori del paese dove sorgono tombe più o meno complesse elevate in mattoni, come avremo modo di vedere spesso nel seguito del nostro viaggio. 

Pik Chimtarga
Adesso è un seguito di paesini, in uno di questi, dove evidentemente si fermano le macchine di passaggio, ci sono molti punti di ristoro, incuse le benedette istituzioni dei gabinetti pubblici, si sono organizzati per sopperire alla mancanza dei frigoriferi, per rinfrescare le bibite. Lungo la parete di roccia quasi verticale che incombono sulla strada, infatti scendono copiosi, rivoli d'acqua che vengono dall'alto del monte, sotto i quali i bancarellari hanno costruito una serie di scansie dove le bibite impilate, godono dello scroscio d'acqua continua che le investe e le rinfresca. A costo zero giustamente. Poco più in là, c'è la grande fabbrica che produce vini e distillati, di cui approfitteremo domani al passaggio, visto che ormai è chiusa. Bisogna ricordare infatti che l'uva è uno dei prodotti più famosi della valle e la sua lavorazione contribuisce a produrre materiali di alta qualità. Almeno così raccontano. Ma questo si vedrà più avanti. Noi intanto stiamo per arrivare a Panjakent (che significa 5 villaggi), una cittadina di circa 40.000 abitanti, un tempo una delle città chiave della Sogdiana, che ebbe il suo massimo splendore attorno al V sec. d.C. Non rimane per noi, che terminare la serata in un bellissimo locale sul fiume con piscine e cascate d'acqua, dove si mangiano spiedini deliziosi; io ormai mi sono appassionato alla versione Napoleon, quello con i tocchetti di carne lardellati di grasso, davvero imperdibili, mentre si gode della frescura della sera.

Il funerale


SURVIVAL KIT

Hotel Fariz - Borbadi Markazi Str. Panjakent - Nuovissimo posizione centrale, con AC, TV, frigo, acqua calda, Bagno perfetto e pulitissimo. Camera spaziosa con letto king. Free wifi- Doppia con colazione 35 €.


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