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giovedì 26 novembre 2009

Patatine fritte.

Il lunedì mattina, Ferox era ormai sfebbrato e Zhenija tossiva, ma piano, cercando di non disturbare troppo, così andammo ad un incontro con un tizio che aveva un hotel privato da finire, in quanto aveva terminato i soldi ed era in cerca di finanziatori, ma avrebbe portato due amici produttori di patatine fritte, uno dei consumi del futuro, perchè a Mosca stava per aprire il primo McDonald della nuova Russia ed il progresso entrava così a piedi uniti nella sonnacchiosa federazione ed era prevedibile che, come tutte le cose di questo genere, questi consumi di "tendenza" si sarebbero presto diffusi a macchia d'olio anche in periferia. Anche a Kiev, i tradizionali Univermag, che in fondo avevano il loro modello nelle parigine Galeries Lafayette, già prototipate nei Gum di Mosca, stavano soffrendo e si sarebbero presto riciclati in centri in cui la parola chiave era Comersant, il nuovo faro di benessere economico e finanziario. Stava anche per uscire un nuovo giornale con lo stesso titolo, questa era la voglia di libertà che serpeggiava dopo decenni in cui la stessa parola era un insulto. Dunque arrivammo al costruendo hotel del tizio, che in realtà era una casotta privata, ancora molto indietro nei lavori di ristrutturazione per trasformarla in una pensioncina. I due amici in giaccone di pelle nera, avevano portato soprattutto il loro prodotto, l'oggetto del desiderio che volevano confezionare per renderlo attrattivo a macchia d'olio, al nuovo consumatore. Uno scricchiolante pacchetto di coloratissima carta alluminata poliaccoppiata, che avrebbe trasformato in farfalla, il bruco sordido che avevano tra le mani e che in quel momento godeva di una scatolotta di cartonaccio marrone totalmente coperto appunto, dalle macchie di unto che, trasudando dal contenuto finiva col lordare irrimediabilmente la tovaglietta già marezzata che copriva un traballante tavolo. Il problema si presentò subito; bisognava assaggiare quelle che non erano vere e proprie chips, ma delle quadrelle di pasta di patata pressata fritta in un misto di oli di incerta provenienza, valorizzati da una piccola percentuale di olio di colza, quello buono insomma, ricoperte da una patina nera di residui bruciati. Ferox, non ancora fuori dalla intossicazione, si chiamò subito fuori, così dovetti sottopormi a quello che diventò una costante degli anni futuri, l'assaggio obbligatorio di tutte le schifezze alimentari proposte via via dai vari possibili clienti. Mi macchiai subito tutta la mano di olio, la zaffata di rancido mi ostrui i condotti nasali ed il gusto acido e aggressivo mi corrose la base della lingua, mentre cercavo di fare interpretare le smorfie di disgusto per mugolii di apprezzamento. Sono sempre stato un buon attore e i due furono soddisfatti di come il panel di consumatori interpellato gradiva il prodotto e l'illustrazione della macchina confezionatrice e la successissiva enunciazione del prezzo non suscitò particolare scandalo. Sta di fatto che ancora adesso ogni tanto quel gusto di olio bruciato mi rinviene, sarà una malattia professionale. Al pomeriggio ci saltò un altro incontro, per cui decidemmo di fare una scappata all'ICE non avendo niente da fare. E' una cosa tipica degli operatori all'estero. Questo appuntamento di routine, ma assolutamente inutile, viene inserito per far passare il tempo per poi raccontarsi di come vengono buttati inutilmente i soldi delle tasse in questo ufficio inutile nella pratica. Cenammo in albergo per raccogliere le idee e fare il punto della situazione, quando per la serie come è piccolo il mondo, comparve, emergendo dall'ombra della sala semideserta, una vecchia conoscenza, un certo T. che aveva tentato in passato di fare con noi delle società ad alto contenuto tecnologico, di cui vi avevo già parlato qui e che dato lo spessore del personaggio avevamo, per fortuna, perso di vista. Si appiccicò subito a noi, con l'evidente scopo di scroccare la cena, come le signorine che si aggiravano nelle hall dei vari alberghi per occidentali, ma ci attaccò un bottone terribile, spiegandoci tutte le vie per accedere, a suo dire, alle giuste conoscenze, che lui naturalmente vantava, allo scopo di mettere le mani, in quel tempo di penuria di svanziche, su tutta una serie di commodities che andavano dall'urea, alle pellicce siberiane, alla pasta dilegno, fino al fosforo rosso che non sto a spiegarvi cos'è ma è meglio starci lontani. Riuscimmo a liberarcene con la scusa di dover correre alla stazione, dove a mezzanotte ci aspettava il treno per Minsk. Uscimmo di soppiatto dall'hotel, trascinando i pesanti bagagli lontano dagli occhi dei famelici tassisti che pretendevano un ulteriore pizzo di 10 dollari, mentre un nostro uomo ci attendeva su una piazzetta timoroso che gli tagliassero le gomme. Al treno trovammo Valery e madamìn, preoccupati che ci fossimo persi, che ci salutarono commossi con grandi abbracci; i nostri dollari, si allontanavano con noi e a loro venivano le lacrime agli occhi. Le stesse che vedemmo scendere copiose dalla glaucopide e biondocrinita capavagone, che ci raccontò di essere stata mollata venti anni prima da un italiano bruno e ingannatore che, dopo averla delibata, era scomparso lasciandola ad accrescere in modo irrimediabile, la sua prorompente steatopigia. La ferrovia passava a 40 kilometri da Ciernobil, quella notte non sembrava facesse poi così freddo.

lunedì 23 novembre 2009

Un portasigarette.

La domenica mattina, alzarsi fu più duro del solito. Feci un giro di camere paraospedaliero, con somministrazione di Plasil a Ferox, la cui nausea cominciava a placarsi e che avrebbe approfittato del giorno festivo per rimettersi e abbondanti supposte a Zhenija, il cui inizio di polmonite (ma leggera) non dava segni di miglioramento. Valery e compagna ci tenevano ad accompagnarmi in giro per la città, così lasciai il lazzaretto per una lunga passeggiata attraverso i parchi di Kiev coperti di neve. Dal monastero sul fiume all'Università, a San Vladimiro, tutte le chiese erano piene di donne che ascoltavano il canto sonoro e forte dei pope schierati davanti alle iconostasi maestose. Anche lì il cambiamento era stato rapido. Questa lobby, per nulla vinta, se pur combattuta più o meno duramente per settanta anni, aveva preso vigoria in un attimo e si presentava come uno dei centri di potere più vitali dei futuri equilibri. Nei parchi che si susseguivano lungo il Dniepr, solo silenzio, rotto dal sibilo cadenzato degli sciatori che li percorrevano in ogni direzione, lasciando tracce precise e profonde sulla superficie bianca. Era proprio bella Kiev, in quel febbraio gelido e quasi immobile, intorpidita sotto la neve, vergine compassata da conquistare, ma rispettando i suoi tempi, le sue timidezze. Tanija aveva portato delle cosce di pollo in un cartoccio, che sgranocchiammo fredde su un belvedere aperto da cui si indovinava la riva opposta, lontana del fiume ghiacciato. Nel quartiere vecchio trovammo una piccola bottega aperta. Era una specie di rigattiere antiquario, piena di cose strane, mobiletti d'epoca mezzi rovinati, icone sbocconcelate, servizi spaiati, stoviglie. Scavando come in una vecchia miniera abbandonata, trovai una piccola cosa deliziosa che mi accalappiò immediatamente. Ne ho già parlato, ma mi accorgo che avevo sbagliato la localizzazione, così la riprendo perchè, come spesso mi accade, non sono mai attirato dagli oggetti in quanto tali, ma da quello che nascondono, dalla storia che vogliono raccontare. Era un piccolo portasigarette di una lega povera d'argento, che lì chiamavano melkior, in sè nientaffatto appariscente, ma che portava dietro un' incisione, una dedica: "Милому моему котику - Al mio caro gattino" e una data 1917 con una sigla DK. Che storia straordinaria! La contessina Dashija Kusnetsova, bellissima e fragile, appena uscita dallo Smolny di San Peterburg, che trema d'amore per un tenete biondo della guardia imperiale, appena conosciuto a corte. Al gran ballo glielo fa scivolare tra le mani e lo saluta. Domani Kostantin L'vovic Ponomarijov, partirà con il suo reggimento. Forse non si videro più e in quella data, le nubi nere del diluvio che stava per spazzarli via dalla storia erano pronte ad aprirsi, mentre loro, sfiorandosi le mani non visti, nulla presentivano. Ho visto troppi film di serie B, evidentemente. Ma quando lo tengo tra le mani, quel portasigarette, non so perchè, ancora si accendono i candelieri del salone delle feste, sento un frusciare di abiti ampi, uno sbatter di tacchi. Forse era solo la neve che scivolava dai tetti ed i colpi secchi dei ghiaccioli che si rompevano sul marciapiede sbrecciato.

domenica 22 novembre 2009

Tappi colorati di blu.

Il salone della Camera di Commercio di Kiev era pieno di imprenditori seduti attorno ad un grande tavolo che ci attendevano ansiosi. In quel tempo e mi sembra di parlare del Medio Evo, non c'erano telefonini da spegnere prima di cominciare le riunioni, né computer dove mostrare i filmati, né proiettori per le presentazioni, anzi a dire il vero, non c'era neanche la luce elettrica che, durante molte ore del giorno, in Ukraina veniva sospesa per mancanza di Kuponi o Carbovanzy, come altrimenti detti dai locali, un po' come dire svanziche, ma per fortuna il salone era molto luminoso. Così lo show avveniva in modo molto artigianale, ma non per questo meno attrattivo o convincente, anzi era più un gioco da prestigiatore o meglio da giocoliere che alternava la chiacchiera, illustrando depliant patinati, all'estrazione sapiente da una specie di borsa dei miracoli, una variante del cilindro del mago, di campioni colorati e lucidissimi, magari col gioco di prestigio finale della rottura dei ponticelli del tappo con un colpo secco della mano. Sui misteri e le meraviglie dei tappi, magari vi intratterrò un'altra volta, perchè, credetemi, è un mondo affascinante. Quei pezzi di plastica, giravano allora tra le mani degli astanti che se li passavano tra la meraviglia generale, tra mugolii di approvazione o ammirazione silenziosa, alcuni con richiesta mai esaudita di trattenerne almeno uno per mostrarli ai propri uomini, a casa, con promessa di contratti sicuri, altri trattenuti e rigirati più volte, infine posati con dispiacere sul tavolo dove rimanevano a far mostra di sé prima di sparire di nuovo nel loro nascondiglio. Era soprattutto la varietà dei tappi colorati con scritte altisonanti (Coca Cola o Pepsi) o la serie dei pilfer da 60 mm (voglio vedere chi sa cosa sono) vistosamente decorati dalle marche più conosciute, oppure le chiusure di prodotti che già stavano diventando l'oscuro oggetto del desiderio come i tappi della Nutella o quelli del TicTac, a destare l'interesse degli astanti, anche di quelli che operavano in tutt'altro settore. Ma in quel momento, chi si dedicava al business da quelle parti era molto propenso ad improvvisarsi in qualunque ambito ritenesse probabile fare soldi. Poi si dava spazio al Barnum che avevamo di fronte, da cui venivano le richieste più folli. C'era tutto ed il suo contrario, quando cominciava l'esibizione dei vari numeri da baraccone. Dall'imbottigliatore di minerale, dalle proprietà miracolose, inclusa la radioattività (bassa, anche se eravamo a 90 kilometri da Cernobil) e che voleva esportare a due dollari la bottiglia, allo scienzato, un elemento quasi sempre presente, che ha brevetti straordinari da sfruttare, nel nostro caso erano cerniere artigianali di latta per finestre, più un trattamento al laser indurente per il legno tenero al fine di farlo diventare come il miglior noce. Un'altra volta uno aveva proposto un trattamento per far diventare cristallo di rocca il vetraccio. Questa era una costante sovietica, pietre filosofali per trasformare la merda in oro, una ricerca continua ma pervicace che ci inseguì per anni e da cui, ogni volta sfuggivamo a fatica. In mezzo, tutta una serie di proposte che avevano una sola cosa in comune: se avessero avuto soldi, anzi dollari, chè di inutili Carbovanzy ne avevano a palate, avrebbero comprato qualunque cosa, ma siccome per il momento non avevano che le idee, offrivano società miste di ogni tipo, purchè noi si mettesse il grano e loro la fuffa. Quando ce ne andammo, Valery era molto demoralizzato, cominciava a capire che, se quello era il Gotha dell'imprenditoria di Kiev, le sue provvigioni erano ancora molto lontane a formarsi e si stringeva, sempre più ingobbito, alla biondona che gli portava la cartelletta. Quando scoprimmo che da tre giorni non mangiavano, facemmo sosta in una stalovaija puzzolente, dove fecero il pieno, mentre il morale risaliva a poco a poco. Tornando in albergo ci fermammo a Sant'Andrea, un gioiello con tutte le sfumature dell'azzurro come i tappi del mio campionario, dagli spigoli bordati d'oro zecchino che spuntava dal bianco su una piccola collina. La salita che mi conduceva ai gradini di marmo era un po' un pellegrinaggio espiativo per la giornata perduta. Il rumore scrocchiante delle suole sulla neve, accompagnò come un mantra il mio ansimare di obeso incipiente, mentre il fiato umido si rapprendeva in ghiaccioli duri intorno alla bocca. E' certamente vero che la bellezza salva il mondo. Tornai in albergo sereno. Da Mosca era arrivato Ferox, che mi aspettava in camera febbricitante, in preda ad una intossicazione, in un andirivieni continuo tra water e vomito.

sabato 21 novembre 2009

Cupole dorate.

Il termometro della stazione segnava -20° C e anche la notte era stata dura, sul tredo da Kharkhov non riscaldato, ma Kiev coperta di bianco spesso, mi apparve nel mattino ancora scuro, come uno di quei souvenir nella sfera trasparente. Bastava girare e scuotere un poco per vedere scendere la neve adagio, di tanto in tanto. Sembrava addormentata Kiev, intorpidita dalla mancanza di riscaldamento, con qualche tram che passava scivolando sulle rotaie anch'esse coperte di bianco, senza auto, senza passanti, con grandi parchi dagli alberi bassi coperti di galaverna, distesa sulle colline che scendevano verso il Dniepr ghiacciato, come un lago bianco senza neppure i puntini neri dei pescatori davanti al loro buco. Come un presepe, le cupole dorate del monastero di Santa Sofia popolavano il pendio. Uno spettacolo fiabesco appena offuscato dalla foschia azzurra. Man mano che ci si avvicinava, l'imponenza delle sue costruzioni coprivano la vista del fiume e passeggiando per i larghi spazi interni deserti, ti pareva di aggirarti per una antica città abbandonata per qualche cataclisma, una Cernobil del passato da cui gli abitanti erano scomparsi, vaporizzati o fuggiti, lasciando intatto il luogo, che respirava magia da ogni bagliore dorato dei campanili, dai portali socchiusi, dai chiostri segreti. Vidi solo un pope lontano, che subito scomparve dietro una porticina appena tentai di avvicinarmi. Una atmosfera ovattata ed irreale da cui non riuscivo a staccarmi e che mi impediva di sentire il freddo pungente sulle orecchie e sul naso. Sarei rimasto lì per ore; forse è questo il torpore che precede la morte bianca, anche se tutti i tuoi sensi sono accentuati ed ascolti anche le vibrazioni nascoste del luogo, non avverti le pulsioni più normali come i rumori, il caldo, il freddo. Così, perduto nella sindrome del luogo, quasi non mi accorsi dei richiami di Valery che mi spingeva a non ritardare il rientro. Valery era il nostro contatto di Kiev. Era un professore universitario che, non riuscendo più a quadrare il bilancio familiare con i 50 dollari dello stipendio, aveva pensato di mettersi nel business, assieme alla sua avvenente assistente con cui si accompagnava, come ci tenne subito a farci sapere, dopo aver mollato la moglie. Il monastero poteva aspettare, ci attendeva invece, dopo aver frettolosamente lasciato i bagagli in albergo, una importante riunione alla Camera di Commercio dove alcuni dei più importanti operatori economici stavano aspettando con ansia che portassimo loro il nostro evangelo. Raccogliemmo in fretta tutto quanto serviva per lo show della nostra presentazione ed arrivammo in tempo davanti al gran tavolo dove era schierato il fiore dell'economia ukraina del momento.

domenica 13 settembre 2009

Ricami rossi.

Sono molti anni che non vedo più Zhenjia. Quando l'ho conosciuto cominciava l'inverno russo, con le sue poche ore di luce, il colore giallo delle lampadine e dei lampioni sovietici così fiochi, l'odore di benzina scadente per le strade quasi deserte di auto, con la neve sporca che si accumulava prima di ghiacciare fino a primavera. Mi guardava con sospetto malcelato all'inizio, timoroso come sempre delle cose nuove. Glielo aveva insegnato una vecchia zia nata a San Peterburg prima della rivoluzione, che era stata allo Smolnji da ragazza, che ogni cambiamento porta disgrazie e dolori. E ne aveva viste parecchie la vecchietta prima di morire, ma per lo meno le era stata risparmiato lo sfacelo dell'URSS con tutto quel che stava capitando alla maggioranza debole della gente. Zhenjia temeva sempre che ci fosse sotto qualcosa e quindi cercava di mettersi di lato, diremmo contro il muro, avendo imparato a lasciar passare la furia della corrente per non farsi portare via. Mi divenne amico affettuoso o forse fedele, temendo chissà cosa come sempre, cercando di mostrarsi servizievole, apprezzando che fossi interessato ai suoi racconti del passato. Di quando lo zio che raccontava barzellette sul regime, non era più tornato a casa, una komunalka nelle vie della vecchia Mosca; di quando poco più che adolescente visse con sgomento la morte di Stalin, delle sirene che per quindici minuti lacerarono l'aria per annunciarla in un silenzio tombale, di come si sentì orfano in quel momento; di come si sentiva felice e padrone del mondo, quando ebbe il primo stipendio di trecento rubli come traduttore. Parlava un italiano forbito, con lentezza, scegliendo con cura le espressioni e usando parole ricercate come "corpulento", che gli piaceva molto, anche se non ruscì mai a correggere il forte accento, per cui lo prendevamo un po' in giro. Non corresse mai la sua espressione proverbiale con cui cominciava tutti i discorsi. "Prego la scusa" iniziava sottovoce ed in tono dimesso, sempre timoroso di disturbare e quindi di subire chissà quali punizioni. E dire che la sua famiglia aveva visto grandi fasti un tempo; si favoleggiava delle sette gioiellerie che il nonno possedeva a San Peterburg prima della rivoluzione. Grande giocatore di scacchi, anche nella vita, cercava sempre di avere una seconda ed una terza soluzione ai problemi, una via di fuga, se andava male la prima scelta; questo aveva insegnato la vita a lui, ebreo, in un paese che gli ebrei non ha mai amato, nel migliore dei casi ha disprezzato, come qualche trombone di cliente che ci apostrofava: "Ma com'è che vi tenete quel giudeo?" mentre lui si ritirava nell'ombra. Una vita a prepararsi vie d'uscita, a declinare responsabilità, a scegliere il profilo più basso per non farsi notare, per tenersi nella penombra, eventualmente, se c'era bisogno per dare la pugnalata fatale. Non voleva il thé, ma si accontentava di un po' di "calda acqua" e a all'Hotel Kimik di Cerkiesk aveva rifiutato la camera Liux che per i cittadini sovietici costava un dollaro in cambio di quella Standàrd che costava mezzo dollaro a notte, per non fare spendere troppo alla ditta. Aveva voluto per sé un ufficetto misero, un vero bugigattolo, però situato strategicamente in fondo al corridoio, in modo che si avvertissero nitidamente i passi di chi arrivava e che lo sorprendeva sempre alacremente al lavoro. Quando era venuto a Roma ad accompagnare dei clienti era stato derubato dei pochi soldi che aveva da alcuni zingarelli davanti al Colosseo e non si dava pace. - Devo essere punito, assolutamente per la mia sbadataggine, nonostante tu mi avessi avvertito.- dichiarava come un mantra in una continua flagellazione, in perfetto stile da autodenuncia alla Lubjianka. Eppure era felice della sua vita, felice di lavorare per una azienda italiana, mai per i tedeschi che odiava senza fraintendimenti. La relativa agiatezza che questo gli dava, lo rendeva sereno anche se continuamente timoroso che tutto avesse fine prima o poi. Era felice a modo suo, pago delle piccole cose che amava. - Sai Enrico - mi diceva, quando ormai si era maturata una certa confidenza - non c'è piacere più grande di quando arrivo a casa, mi metto le pantofole d'orso che ho preso ad Irkutsk e mi sdraio nella mia vecchia poltrona con un bicchiere da 50 grammi di vodka (la vodka va a grammi in Russia) a pensare ai tempi felici. - Non so cosa intedesse per tempi felici; è un'espressione che dipinge bene la melanconia russa che leggevo spesso nei suoi occhi acquosi e gentili. Chissà come se la passa adesso, ma lo spero con quel bicchierino appoggiato sul vecchio bracciolo ed il bicchiere di thé fumante col manico di alpacca, sul vecchio tavolino di Kiev con la tovaglietta dai ricami ukraini rossi. Na sdarovjie Zenjia!

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