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venerdì 4 luglio 2014

Di nuovo in viaggio.

Eh sì,  sono già sul treno alla mattina presto. Presto almeno per me, voglio dire, quasi le nove e mezzo insomma. Sono partito di nuovo, non vogliatemi male, è un po' come una malattia. Ecco perché oggi ho interrotto per l'ennesima volta il racconto, siciliano e rinviato al mio ritorno anche il break sul delta del Po che ancora vi devo. Lo so non sono affidabile, ma abbiate fiducia in me, io le promesse le mantengo, mica come certi altri, solo che ci vuole un po' di tempo a fare le cose. Mentre mi scapicollerò su e giù per strade scoscese e percorsi sconosciuti, vedrete, la Sicilia terminerà il suo ciclo come per magia, in automatico. Intanto vi racconto di questa opportunità che mi si è presentata quasi per caso e che ho voluto prendere al volo, in quanto l'Albania è uno dei paesi che mancano dal mio album delle figurine e già l'idea di riempire il vuoto mi eccita. Poi il giro con un gruppo di fuoristradisti che promettono strade inconsuete, ancor di più. Nuovi amici, nuovi cieli da conoscere insomma. 

Intanto andiamo al barcone che aspetta ad Ancona, che sembra parta quando pare a lui, forse è uno di quelli che facevano la strada al contrario qualche anno fa, adesso con l'aria che tira, rischiamo di trovare un'emigrazione inversa, in cerca di opportunità in terre nuove. Mah, forse è meglio non scherzare troppo su questo argomento, troppo serio per questo spazio da cazzeggio. Non so se avrò l'opportunità di raccontarvi qualche cosa in diretta. Sarà comunque un giro per le montagne albanesi a ricercare cose che pare siano di grande interesse in un paese ancora da scoprire, vedremo. Nello zaino affardellato, poche cose oltre al coltellino svizzero e al sacco lenzuolo, il tablet (che bel giocattolo, eh?) con su caricati tre libri di Kadare, tanto per sentirmi à la page e un taccuino di appunti, che volete sono antico. Intanto un ritardo di sole venti ore del barcone, mi offre anche l'opportunità di vedere una città, Ancona, in cui non sono mai stato e anche questo è positivo, non vi sembra? La Freccia Bianca corre veloce lungo la pianura padana. Campi infiniti di frumento appena trebbiato e verdi distese di mais che sta crescendo, è l'agricoltura vera questa, bellissima, prodigio dello sforzo intellettuale e fisico dell'uomo, non quella della chiacchiera. Ci sentiamo dopo.

venerdì 2 maggio 2014

Un treno nella notte




Lao Kai - La piazza per andare alla stazione

La stazione, una grande stanza che dà direttamente sui binari, è affollatissima, soprattutto di turisti in attesa di uno dei tanti treni notturni che vanno ad Hanoi. Una decina di ore invece che quasi una giornata di auto su strade bruttarelle e piene di traffico. Trovi il tuo spazio un po' faticosamente, tutti smanettano sui telefonini per l'ultimo selfie prima di lasciare definitivamente le montagne del nord e le emozioni che hanno saputo dare. Le stoffe, i colori, i ricami, i piccoli oggetti di vita quotidiana, sono transitati quasi senza accorgercene, dalle mani e dalle bancarelle delle donne dei villaggi e dei mercati, agli zaini dei viaggiatori e fanno bella mostra di sé adesso, saltando fuori ad ogni pié sospinto, mentre si cercano le varie cose utili per la notte in treno. Naturalmente, come accade di solito in questi regimi, il treno nostro è in perfetto orario e si riesce velocemente a guadagnare la posizione segnata sul biglietto. E' un cosiddetto treno turistico, quindi niente ressa di gente che va al mercato, sedili duri da spartire con galline e fagotti, ma un onesto scompartimento con quattro belle cuccette fornite di tutto punto, materasso, cuscino, luci da lettura e così via. E' già buio e le luci fioche della stazione paiono le stesse di tutte le stazioni del mondo, un po' tristi, un po' solitarie, con le file di vagoni su binari morti che sembrano abbandonati, in attesa di qualche writer incappucciato che invece qui non verrà mai. Il treno parte subito, lento e costante come il passo del fondista. Fuori è subito notte fonda, un buio spesso ed assoluto che non mostra nulla della terra che stai attraversando. Non vale neppure più la pena di guardare. puoi buttarti così subito nella tua branda a raccogliere i pensieri, a meditare un po' su quanto hai visto, tanto, e su quanto rimane ancora da vedere, poco purtroppo, dato che il momento di partire si avvicina. E' sempre un po' così quando arrivi in un posto. I primi giorni sembrano fare parte di un tempo lunghissimo e non riesci neppure a valutare quanto tempo ti separa dal ritorno, tante sono le cose da fare, da vedere. 

E' un misto di ansia e di aspettativa, che poi piano piano si stempera e quando arriva l'ultima settimana, il tempo sembra volato via in un attimo e comincia a prenderti l'altra ansia, quella un po' più negativa dei rammarichi, delle cose che dovevi e potevi vedere e che non hai visto e che, inutile farsi illusioni, hai perduto per sempre. Cominci già a fare i primi bilanci, anche se così a botta calda è ancora presto, le cose vanno ripensate, meditate a lungo prima che le opinioni si rinsaldino e prendano una forma definitiva. Però fa bene un momento di sosta per raccogliere i pensieri prima dell'ultimo strappo. Sarai stanco per la giornata, è inutile quindi continuare a spiare il nulla dal finestrino. Allora, scrocchiati qualche biscotto comprato al  mercato di Lao Cai, beviti un sorso d'acqua dalla bottiglietta fornita complimentary dalla compagnia e buttati in branda cercando di dormire. Di scompartimenti come il tuo, quattro posti, ce ne sono una dozzina per ogni vagone, così hai solo una probabilità su sei di finire sulle ruote. Naturalmente siccome con previdenza, hai prenotato per tempo sei in quello numero 1 direttamente all'inizio del vagone, proprio nel punto dove il carrello fornisce la sua prestazione più violenta. Chissà se dipende dal tipo di treno o dalla linea un po' datata, ma gli sballottamenti  dovuti al passaggio tra una rotaia e quella successiva sono davvero imponenti, salti addirittura sul materasso, non oso pensare a quello che sta nella cuccetta superiore. Già perché il turista più grasso ed ingombrante difficilmente è in grado di compiere l'esercizio di agilità che richiede la salita al primo piano e si impadronisce con mossa felina del decisamente più comodo piano terra. Qualcuno tenta di leggere, ma subito si desiste e tutto piomba nel buio. In un attimo senti solo più sibili, brontolii profondi e il calmo russare dei tuoi compagni di viaggio,totalmente insensibili agli sballottamenti e al tatàn tatàn del treno lanciato nella notte sul binario infinito. 

Lo scompartimento
Le ore passano, nessuno nei corridoi deserti, se vai ad esplorare la toilette. Meglio usarle al più presto possibile, perché come in tutti i lunghi viaggi di tutti i treni del mondo, i water si riempiono velocemente e non di fiori. Anche il responsabile del vagone, nel suo strambugio situato davanti all'uscita, come nei treni russi, dorme profondamente rannicchiato nella sua cuccia. Qualche piccola luce lontanissima barbaglia nel velluto nero al di là di finestrini rigati di pioggia; solo di tanto in tanto il treno rallenta, attraversando senza fermarsi qualche stazione dalle luci basse, una pensilina deserta, mentre fugge via il nome di una cittadina sconosciuta. E' ancora notte quando entri fischiando nella immensa periferia di Hanoi. La velocità adesso è ridotta, puoi scorgere le infinite case basse e avvolte nel buio. La città è ancora addormentata e pare quasi rattrappita sotto una pioggerellina fine ed insistente, quella che passa i vestiti e penetra nelle ossa. Ti pare di sentire gli scatarramenti penosi del mattino che scoprono occhi ancora gonfi di sonno e della voglia di stare ancora un po' sotto le coperte. Rimane ancora un ponte infinito, di ferro, rumoroso, che attraversa il fiume Rosso, qui ormai di dimensioni imponenti, prima di entrare definitivamente in città. Nella penombra, ormai tutto il treno si è svegliato; la gente, sfregandosi gli occhi cisposi, prepara alla meglio i bagagli per affrettarsi all'arrivo. Quando entri nella stazione saranno passate le cinque del mattino, la prevista decina di ore. Ti trascini la valigia affondando nelle pozzanghere di un selciato dissestato, cercando inutilmente di evitare la pioggia che ricopre tutto di un gelido abbraccio. Una piccola folla di autisti, macchine e xe om, sta lì ad aspettare il carico umano che scivola giù lungo la banchina viscida come i tonni dal peschereccio. E' ancora notte quando raggiungi un piacevole albergo dove rassettarti alla meglio e preparati alle, ormai purtroppo, ultime fatiche.


SURVIVAL KIT
Treni notturni da e per Lao Cai. E' un modo classico per fare questa tratta che ti permette di guadagnare quasi un giorno di viaggio, evitando una strada di poco interesse. Tutte le agenzie offrono il pacchetto con prenotazione di questi treni che affittano direttamente in base al numero delle richieste. Ne parte anche uno ogni mezz'ora, nei periodi di punta. Il prezzo della cuccetta è attorno ai 300.000 dong. Alcune agenzie includono nel pacchetto alcune ore in un albergo all'arrivo dove fare la colazione ed avere una camera per tre o quattro ore, fare una doccia e rassettarsi. 

Hanoi Emotion Hotel 26 - 28 Hang Bot St , In offerta attorno ai 30 Euro - Free wifi, decisamente carino e bello, nuovissimo, ha il pregio di essere vicinissimo e comodo alla stazione per chi necessita di questo servizio. E' invece fuori mano (vicino al tempio della letteratura) e quindi sconsigliato per questa unica ragione, per chi vuole stare in centro città, vicino al lago.






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giovedì 15 dicembre 2011

Un treno nella notte.


Sono anni che non vado in treno. Sembra incredibile, dopo tante notti passate sui vagoni transiberiani, dopo gli infiniti viaggi AL-TO della gioventù, ma questo ambiente, un po' asettico, un po' depassé mi sembra oggi estraneo e ostile. Ormai ci siamo abituati troppo all'egocentrismo automobilistico per apprezzare quelle ore di solitudine comunitaria, in cui approfittare per scorrere un libro, tra compagni ancora sonnacchiosi o femmine piene di mistero avvolte in cappottoni e manicotti. Forse il binario che si lancia infinito nella notte, le parallele senza orizzonte che ti portano lontano, la pesantezza di questo mezzo ferroso, tutto sommato ottocentesco, mantengono però ancora un loro fascino nascosto e un po' demodé, ma è meglio non dirlo ai pendolari che al mattino si assiepano per salire sulle tradotte che li devono portare già stanchi a quell'attività su cui si fonda il malfunzionamento della nostra società. 



Comunque vinto da questi pensieri laterali, ieri sera ho provveduto ad organizzare l'apericena annuale degli auguri di Natale degli ex reduci della IIIA del Liceo Plana, al Treno bar di Spalto Borgoglio con ampio parcheggio di fianco al palazzetto (tanto per completare bene la marchetta). Ricco buffet concordato nel vagone d'antan, per ritrovarci e rinverdire i vecchi ricordi. C'è chi non lo sopporta, chi lo rifiuta con sdegno; ma il nostro gruppetto di fedelissimi invece, evidentemente ci gode e lo ripropone periodicamente. Eravamo 17 più accompagnatori, mica poi tanto pochi, considerando che sono passati quasi 50 anni. Messi i cappotti sulle cappelliere, l'atmosfera del vagone ci ha un po' presi, sembrava quasi che si dondolasse ritmicamente nella notte. La caligine nebbiosa che sorgendo dal Tanaro vicino, ha avvolto subito le cose e forse un po' anche le menti, ha aiutato. Pareva quasi attraversarlo, quel fiume antico, lentamente come quando il treno prende l'abbrivio prima di lanciarsi nella notte. Torino era ancora lontana, anche nei ricordi. Non è stato facile scendere.



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venerdì 18 dicembre 2009

Mercati internazionali.

Lasciammo la città segreta di primo mattino. La guardia ai reticolati ci restituì i passaporti con grandi risate e ce ne andammo a tutta velocità. Eravamo di nuovo in ritardo e ci voleva più di un'ora per la stazione di Ekaterinburg (nell'occasione Sverdlosk aveva cambiato nome), dove ci aspettava il treno delle 8 e 35. Questo era il turno in cui avevamo deciso che mai più avremmo preso l'aereo. Ripercorremmo la strada sul lago ghiacciato a velocità folle; io tenevo gli occhi chiusi, stretti stretti, mentre tutti cantavano a squarciagola 'O sole mio, forse per esorcizzare il dio dei ghiacci. Arrivammo in stazione alle 8 e mezza, appena in tempo per abbracciare gli amici, ancora un po' groggy per la serata precedente. Del treno neppure l'ombra. Zhenija era inorridito. Era impossibile che il treno della Transiberiana fosse in ritardo. Infatti. L'orario del biglietto era scritto con l'ora del fuso di Mosca, quindi eravamo arrivati con due ore di anticipo, ci spiegò il rubizzo capostazione, che subito si fece in quattro per darci una mano, anzi ci cedette la sua cameretta personale per lasciare i bagagli, assolutamente insicuri, di quei tempi, certificò con serietà, al deposito bagagli. Ci sdebitammo lasciandogli una serie di monetine italiane per la sua collezione personale. Andammo così a fare quattro passi all'esterno dove era in pieno svolgimento un gran mercatino di babuske. In una interminabile fila, un gruppo di vecchiette offrivano merci di tutti i tipi disposte su cassette di legno per tenerle sollevate dalla neve sporca. Ekaterinburg era diventato un gran crocevia di traffico di merci povere, che arrivava dalla Cina lungo la Transiberiana. Un folto gruppo di militari intabarrati con le schapke di ordinanza, con tanto di stella rossa controllavano la massa in movimento del mercato, irregolare ma tollerato, in quanto, come diceva la consuetudine del tempo, non espressamente vietato. Una fitta barriera di Zhiguly cariche di masserizie segnavano i confini di quel punto di scambio spontaneo. Una o due volte al mese, le novelle imprenditrici prendevano il treno e arrivavano fino al confine cinese dove si favoleggiava di un immenso mercato, una vera e propria città dell'oro dove tutto quanto si produceva in Cina veniva scambiato a colpi di dollari sonanti. Vestiti, scarpe, alimentari di ogni tipo, biciclette e ogni altro ben di dio che la macchina ben oliata di quella che stava per diventare la fabbrica del mondo, cominciava a sfornare a ritmi vertiginosi ed a prezzi assolutamente concorrenziali. Prezzi, che man mano che il treno si spostava verso ovest, ingrassavano, si facevano più corposi, secondo un meccanismo commerciale a lungo sconosciuto, ma ben presto imparato. A Ekaterinburg, stazione intermedia, i prezzi erano ancora sufficientemente interessanti per spingere le Tamare e le Tanije moscovite ad arrivare lì a mani nude e ripartire cariche di fagotti. Col tempo la fame di guadagno le spinse fino a Pekino, al famoso mercato dei russi, nel quartiere dietro alle ambasciate, dove ti davano il prezzo dei maglioni per un minimo di venticinque pezzi. Ci prendemmo un gelato alla panna dall'unica vecchina che ancora trattava questo buonissimo articolo tradizionale della morente industria russa, ormai circondata (vecchina ed industria) dalle bancarelle che offrivano barrette di Mars, Snickers e Rocher Ferrero, vero oggetto del desiderio dei vari adulti e bambini che si aggiravano qua e là, fermandosi immobili e con gli occhi sognanti come Hansel e Gretel di fronte alla casetta di marzapane, accarezzando con gli occhi le irraggiungibili palline di carta dorata ammonticchiate a piramide sulle cassette delle arcigne streghe. Forse anche quelli, però, arrivavano dalla Cina. Salimmo infine sul treno, che era ovviamente in perfetto orario. Ci mise tutto il giorno a scavalcare gli Urali con lunghe curve sinuose nei fondovalle, tra le colline coperte di foreste bianche. Un paesaggio da stordimento. Io stavo attaccato al finestrino, quasi ipnotizzato dal fascino di quel quadro mutevole, forse perchè ero intorpidito dal freddo, anche se coperto da maglioni e dublionka, a causa del riscaldamento che non funzionava. Arrivammo ad Ufa in Baskiria, alla sera. Giurammo che la prossima volta avremmo preso l'aereo.

sabato 5 dicembre 2009

Rosa salmone.

Lasciammo Riga che era già buio pesto e si arrivò subito alla frontiera creata da pochi giorni. Erano le due di notte. Qui capitò l'avventura più preoccupante dell'intero viaggio, ma avendone già parlato qui, ricordo solo che si corse il rischio di rimanere per sempre nei due kilometri di terra di nessuno, in mezzo alla neve, in pigiama, a meno venti. Lo scampato pericolo, provocò una sorta di choc termico al povero Eugenio che prima di prendere sonno, mi fece vincere due partite a scacchi di seguito, cosa mai più accaduta in seguito. E finalmente fummo a Mosca, dopo quasi un mese in cui avevamo percorso tutta la parte occidentale dell'Unione Sovietica. Ne eravamo partiti quando era capitale dell'URSS e ne ritornavamo che era diventata capitale della Russia. In quelle tre settimane si era sfaldato un impero, sulla carta, seconda potenza del mondo, ma corroso nelle fondamenta da una marcescenza a lungo nascosta sotto il tappeto e sulle sue ceneri erano nati 15 stati, economicamente sull'orlo del baratro, nel quale precipiteranno rapidamente i più deboli tra questi e dal quale i più ricchi di materie prime (Russia e Kazakistan) vedranno il fondo prima di preparare una lentissima risalita decennale, colma di situazioni terribili per la gente comune, che in fondo aspirava soltanto a trovare dei negozi dove comprare un paio di jeans. Non fu loro risparmiato nulla nel decennio successivo, iperinflazione che distrusse tutti i risparmi e annullò i redditi di pensionati e poveracci, chiusura della maggior parte delle attività economiche, crescita esponenziale delle malavite, con una insicurezza impensabile fino a pochi anni prima, finanziarie piramidali che spolparono i pochi soldi rimasti, la crescita e la presa di potere dei furbi e di molti malandrini e soprattutto una depressione psicologica senza pari, derivata dalla presa di coscienza dei fatti, quella di essere precipitati dall'essere il secondo impero del modo (in lotta per diventare primo) alla constatazione di essere al fondo della classifica del benessere. Capitali occidentali arrivarono, ma per entrare e salvare le fabbriche che facevano missili, le riciclavano in linee di riempimento della Cola; gente di tutto il mondo, interessata e volpina, giunsero a spiegare loro come erano sciocchi e incapaci, pifferai che indicavano la giusta strada, gatti e volpi che conducevano i neofiti del mercato ai nuovi e promettenti campi degli zecchini. Una gigantesca frittata si rivoltò in un paio di mesi e chi non aveva la forza, la capacità di adeguarsi subito e di seguire il carro Tespi della nuova era, fu travolto senza pietà. Lacrime senza sangue, si direbbe e più che un crollo fu come un afflosciarsi su sè stessi ad esasperare la vena malinconica ed autocommiserativa del comune sentire. Dappertutto si avvertiva il timore del nuovo, perchè era ormai chiaro che non sarebbe stato il paradiso sognato e fatto credere da Gorby, ma la nuova terra di nessuno, nata dal golpe di Elzin e della sua ghenga di furbacchioni. Un far west selvaggio dove sarebbe partita una fase di primo stadio del capitalismo, con una accumulazione primaria di nuove colossali fortune. Questo spiega molto bene il fatto che Gorby non goda di alcuna simpatia in Russia, contrariamente a quanto si crede da noi e non ho dubbi che sarà ricordato laggiù come colui che ha distrutto la potenza sovietica in cambio di nulla e forse per questo è così popolare in Occidente. Con tali vibrazioni ritornavo sulla Piazza Rossa, il cuore di tutto questo, dove al posto della bandiera rossa, sventolava ormai il nuovo tricolore ed proprio lì che appariva evidente il cambiamento epocale. Di fronte alle mura antiche del Cremlino, i marmi severi e scuri del mausoleo in cui riposa tuttora il cosiddetto salmone (dal colore incredibilmente rosato che gli imbalsamatori hanno voluto dare alla salma) che, fino a poco prima era perennemente assediato da una lunghissima fila di persone che passavano ore in silenzio, battendo appena i piedi al gelo per poter passare per pochi minuti davanti al cadavere mummificato di Lenin, dominavano uno spazio completamente deserto. Solo i due militari scandivano col passo cadenzato il rito del cambio della guardia. Lo stesso silenzio di prima, dove il vuoto assoluto aveva però sostituito il tronfio orgoglio di un fallimento annunciato. Passeggiai a lungo sulla piazza deserta, la stella rosso rubino brillava sempre sulla torre Spaskaija, ma la neve che scricchiolava sotto le suole aveva un suono cupo e le basse luci della Tvierskaija lontana, non riuscivano ad alleggerire il buio della notte incombente.

giovedì 26 novembre 2009

Patatine fritte.

Il lunedì mattina, Ferox era ormai sfebbrato e Zhenija tossiva, ma piano, cercando di non disturbare troppo, così andammo ad un incontro con un tizio che aveva un hotel privato da finire, in quanto aveva terminato i soldi ed era in cerca di finanziatori, ma avrebbe portato due amici produttori di patatine fritte, uno dei consumi del futuro, perchè a Mosca stava per aprire il primo McDonald della nuova Russia ed il progresso entrava così a piedi uniti nella sonnacchiosa federazione ed era prevedibile che, come tutte le cose di questo genere, questi consumi di "tendenza" si sarebbero presto diffusi a macchia d'olio anche in periferia. Anche a Kiev, i tradizionali Univermag, che in fondo avevano il loro modello nelle parigine Galeries Lafayette, già prototipate nei Gum di Mosca, stavano soffrendo e si sarebbero presto riciclati in centri in cui la parola chiave era Comersant, il nuovo faro di benessere economico e finanziario. Stava anche per uscire un nuovo giornale con lo stesso titolo, questa era la voglia di libertà che serpeggiava dopo decenni in cui la stessa parola era un insulto. Dunque arrivammo al costruendo hotel del tizio, che in realtà era una casotta privata, ancora molto indietro nei lavori di ristrutturazione per trasformarla in una pensioncina. I due amici in giaccone di pelle nera, avevano portato soprattutto il loro prodotto, l'oggetto del desiderio che volevano confezionare per renderlo attrattivo a macchia d'olio, al nuovo consumatore. Uno scricchiolante pacchetto di coloratissima carta alluminata poliaccoppiata, che avrebbe trasformato in farfalla, il bruco sordido che avevano tra le mani e che in quel momento godeva di una scatolotta di cartonaccio marrone totalmente coperto appunto, dalle macchie di unto che, trasudando dal contenuto finiva col lordare irrimediabilmente la tovaglietta già marezzata che copriva un traballante tavolo. Il problema si presentò subito; bisognava assaggiare quelle che non erano vere e proprie chips, ma delle quadrelle di pasta di patata pressata fritta in un misto di oli di incerta provenienza, valorizzati da una piccola percentuale di olio di colza, quello buono insomma, ricoperte da una patina nera di residui bruciati. Ferox, non ancora fuori dalla intossicazione, si chiamò subito fuori, così dovetti sottopormi a quello che diventò una costante degli anni futuri, l'assaggio obbligatorio di tutte le schifezze alimentari proposte via via dai vari possibili clienti. Mi macchiai subito tutta la mano di olio, la zaffata di rancido mi ostrui i condotti nasali ed il gusto acido e aggressivo mi corrose la base della lingua, mentre cercavo di fare interpretare le smorfie di disgusto per mugolii di apprezzamento. Sono sempre stato un buon attore e i due furono soddisfatti di come il panel di consumatori interpellato gradiva il prodotto e l'illustrazione della macchina confezionatrice e la successissiva enunciazione del prezzo non suscitò particolare scandalo. Sta di fatto che ancora adesso ogni tanto quel gusto di olio bruciato mi rinviene, sarà una malattia professionale. Al pomeriggio ci saltò un altro incontro, per cui decidemmo di fare una scappata all'ICE non avendo niente da fare. E' una cosa tipica degli operatori all'estero. Questo appuntamento di routine, ma assolutamente inutile, viene inserito per far passare il tempo per poi raccontarsi di come vengono buttati inutilmente i soldi delle tasse in questo ufficio inutile nella pratica. Cenammo in albergo per raccogliere le idee e fare il punto della situazione, quando per la serie come è piccolo il mondo, comparve, emergendo dall'ombra della sala semideserta, una vecchia conoscenza, un certo T. che aveva tentato in passato di fare con noi delle società ad alto contenuto tecnologico, di cui vi avevo già parlato qui e che dato lo spessore del personaggio avevamo, per fortuna, perso di vista. Si appiccicò subito a noi, con l'evidente scopo di scroccare la cena, come le signorine che si aggiravano nelle hall dei vari alberghi per occidentali, ma ci attaccò un bottone terribile, spiegandoci tutte le vie per accedere, a suo dire, alle giuste conoscenze, che lui naturalmente vantava, allo scopo di mettere le mani, in quel tempo di penuria di svanziche, su tutta una serie di commodities che andavano dall'urea, alle pellicce siberiane, alla pasta dilegno, fino al fosforo rosso che non sto a spiegarvi cos'è ma è meglio starci lontani. Riuscimmo a liberarcene con la scusa di dover correre alla stazione, dove a mezzanotte ci aspettava il treno per Minsk. Uscimmo di soppiatto dall'hotel, trascinando i pesanti bagagli lontano dagli occhi dei famelici tassisti che pretendevano un ulteriore pizzo di 10 dollari, mentre un nostro uomo ci attendeva su una piazzetta timoroso che gli tagliassero le gomme. Al treno trovammo Valery e madamìn, preoccupati che ci fossimo persi, che ci salutarono commossi con grandi abbracci; i nostri dollari, si allontanavano con noi e a loro venivano le lacrime agli occhi. Le stesse che vedemmo scendere copiose dalla glaucopide e biondocrinita capavagone, che ci raccontò di essere stata mollata venti anni prima da un italiano bruno e ingannatore che, dopo averla delibata, era scomparso lasciandola ad accrescere in modo irrimediabile, la sua prorompente steatopigia. La ferrovia passava a 40 kilometri da Ciernobil, quella notte non sembrava facesse poi così freddo.

martedì 17 novembre 2009

Una conversione difficile.

Il giorno dopo Alexiej, non si sa se per il freddo preso rientrando a casa dopo il teatro, era sempre più costipato e camminava un po' ingobbito, avvolto in una spessa sciarpa di lana nera stringendo le spalle nel paltò leggero. Mi aveva portato una serie completa dei Kuponi, tipo Monopoli, per la mia collezione, incluso quello da 3, residuo della mentalità sovietica da cui era così difficile sgravarsi. Zhenija invece manifestava non curanza per le sue placche bianche anginose che gli devastavano le tonsille ed esibiva a unica protezione, un foularino di poliestere colorato, che usciva dalla camicia a difendere la nuda e delicata gola. Era in programma un incontro importante, con una azienda profumiera che intendeva inscatolare i propri prodotti in modo assolutamente occidentale e necessitava oltre che delle scatole e relativo design, di apposite macchine di confezionamento. Assicuravano finanziatori tedeschi affascinati dalla squisitezza delle loro essenze. Ci incontrammo in un condominio un po' cadente dove avevano piazzato i loro uffici. Non so oggi, magari Ferox o Xescochef potranno essere precisi al riguardo, ma in quel tempo era facilissimo capire se una casa era stata costruita prima o dopo la rivoluzione, indipendentemente dallo stile. Infatti dopo il '17 si era persa una conoscenza fondamentale dei mastri muratori. La capacità di calcolo dell'altezza dei gradini delle scale. Infatti in ogni casa costruita dopo la morte dello zar, tutte le rampe di scale finiscono invariabilmente con un mezzo gradino di dimensioni varie, ma diverso dagli altri, per poter arrivare al piano. Questa capacità non dovrebbe essere impossibile da recuperare, perchè forse non è stata perduta per sempre come il secondo libro della poetica di Aristotele, ma questo era lo stato dell'arte allora, a meno che l'uso fosse invalso in spregio al lusso capitalistico e il fare i gradini tutti uguali, non fosse visto dal KGB come una attività decisamente antirivoluzionaria. Sta di fatto che inciampai come un babbaleo nella trappola dell'ultima rampa e per poco non ci lasciai la caviglia. I nostri profumieri ci aspettavano ansiosi, anche se i tedeschi avevano annunciato un forte ritardo, ragion per cui furono subito tirate fuori vettovaglie di ogni tipo per ingannare l'attesa mentre esaminavamo i campioni. Salumi, cetrioli, biscotteria varia erano come di consueto, in minoranza rispetto alle bottiglie di vodka. Arrivò anche il direttore generale, un giovine di belle speranze (tutte queste nuove attività sembravano gestite da giovani biznezmieni vestiti con eleganza) che portava con sé una grossa tanica da benzina, cosa non insolita in quel periodo di ristrettezza. Ma subito, tra il tripudio generale, accantonati i campioni, la tanica venne posata al centro del tavolo e si cominciò a mescere un liquido ambrato in grossi boccali, opportunamente forniti da pigolanti assistenti. Si trattava di una birra fatta in casa dalla famiglia dello stesso direttore, che ci teneva nel modo più assoluto a farci apprezzare la bevanda, a dimostrazione di grande considerazione nei nostri confronti. Cercammo di fare onore, in attesa dei tedeschi, uccel di bosco, che arrivarono verso mezzogiorno, assonnati e cisposi come dopo una notte di bagordi. La nostra offerta, però, piacque molto, sia dal punto di vista tecnico che da quello economico, non c'è santo, nessuno è come gli italiani, sentenziò il più anziano dei crucchi. A poco a poco, si trattava di arrivare al dunque per stringere qualcosa tra le mani nei tre giorni spesi a Kharkhov. Non appena scavammo nella polpa, saltò fuori, con nostro crescente orrore che i tedeschi erano di una ditta ex-Germania Est e che gli unici capitali disponibili era mazzi di Kuponi non convertibili che schifavano ormai anche i vicini Bielorussi. Lasciammo la compagnia al suo destino, mentre Zhenija continuava a cazziare il povero Alexiej, reo di non aver effettuto i controlli necessari. Eravamo ancora troppo in anticipo per gli affari buoni. Ci aspettava un altra notte in treno prima di raggiungere Kiev. Il vagone non era riscaldato e il nastro adesivo con cui sigillammo gli spifferi non bastò a riscaldare i topi morti che avevamo sullo stomaco.

giovedì 12 novembre 2009

Il thé georgiano.

Eccoci di nuovo al treno, la costante dei grandi spostamenti di questo immenso paese. Sarà lo scartamento maggiorato rispetto al nostro che lo fa apparire più grande e più misterioso, sarà che arriva(va) sempre in orario, ma al contrario dell'aereo, che da noi è sempre stato considerato un trasporto di elite, lì il treno era per così dire un trasporto più aristocratico con i suoi coupé con le tendine e i vasetti con i fiori di plastica. Andrej mi abbracciò sulla banchina e mi fece scivolare nella tasca della dublijonka una piccola bottiglia di kognàk Ararat di 25 anni, aveva capito le mie debolezze o aveva qualche cosa da farsi perdonare. Chissà che cosa. Lo capimmo appena saliti sul vagone n. 13 del treno di mezzanotte per Kharkhov. Il maledetto aveva comprato due biglietti di terza classe (disse poi che si non era scovato di meglio) e ci trovammo catapultati nel bailamme della lotta proletaria per prepararsi in modo dignitoso alla lunga notte incombente. Zhenija, che era chiaramente fuori di testa, terrorizzato che la preziosa persona a lui affidata (cioè io), subisse disagi imprevisti, forieri quindi di future punizioni e processi, saltava qua e là come un ossesso creando confusione e ulteriore irritazione nella massa dei viaggiatori. Scavalcando montagne di bagagli, balle di masserizie e animali vivi, raggiungemmo a fatica la nostra area, una specie di scompartimento a otto posti con pancacce di legno, già completamente invase di bagagli. Cercai di infilarmi in un angolo per creare un microhabitat accettabile al fine di trascorrere alla meno peggio le dodici ore che ci attendevano, abbandonando la gestione dei nostri altrettanto ingombranti bagagli. Davanti a me due enormi bionde baffute in stile Irina e Tamara Press, praticamente senza bagagli, che risultarono essere dirette in Polonia per uno shopping tour, il commercio fai da te, che stava prendendo piede con la liberalizzazione, grazie al quale la gente si spostava verso i confini cinesi o europei per tornare ai propri paeselli carichi di merci da rivendere. Stavano sulla loro, anche se erano ben disposte ad attaccare bottone ma stringevano inesorabilmente verso l'angolo, grazie alla loro prorompente massa specifica una vecchina col colletto di pizzo e camicetta bianca di poliestere inamidata che tornava dal sanatorj di Kislovodsk, quello tanto sognato da Zhenija. Forse non aveva visto i tempi prerivoluzionari, ma di certo sembrava uscita dallo Smolnij di San Peterburg e questo mondo, anche per lo schiacciamento provocato dalle sorelle, le stava di certo stretto. Stava così muta e con l'occhio basso cercando di occupare meno spazio possibile e quando le offrii un amaretto, della scorta di cui mi aveva amorosamente dotato Tiziana, per i momenti di saudade, lo scartò con meraviglia e lo masticò adagio regalandomi con gli occhi una sensazione di piacere tale da farmi dimenticare la situazione di disagio. Le bionde invece lo divorarono con furia intente a pensare, golose, ai futuri guadagni. Di lato una famiglia di mongoli aveva disposto diverse balle di cotone ed altre masserizie nel passaggio centrale per guadagnare spazio e preparare una specie di giaciglio per la notte incombente e intanto avevano estratto una serie di beni di consumo da una sporta capiente. Stesero giornali da cui erano emersi due grossi pesci secchi e, mentre li sbranavano di gusto, cominciarono a sgusciare un numero consistente di uova sode, dopo aver aperto e posto sul tavolinetto in equilibrio precario un grande recipiente di cetrioli in salamoia e un paio di bottiglie di vodka. Al mio fianco un orco ceceno, con una imponente barbaccia nera si era già accoccolato, reclinando il testone dalla mia parte e aveva cominciato a russare. Non riuscivo a capire dove sarebbe riuscito a mettersi Zhenija, non appena fosse ritornato dalla missione esplorativa di cui lo avevo incaricato, quella di trovare una sistemazione appena più decente, con la forza del danaro, cosa che ci dava un innegabile vantaggio rispetto ai nostri concorrenti. Intanto arrivò una bigliettaia camurriosa che pretendeva da me qualcosa che, a causa della mia povertà di comprensione non riuscivo a capire; che volesse controllare i biglietti o la nostra prenotazione? Mistero, fatto sta che capii che voleva farmi sloggiare dalla mia tana, per sistemare una coppia di banditi caucasici dalla faccia scura e decisi a conquistarsi il loro posto al sole, figurativamente parlando. Tutti nello scompartimento presero parte attiva alla discussione, sembrava il processo di Biscardi, che ricordo allora era già alla 14° edizione; per fortuna ritornò Zhenija con gli occhi spiritati che gli schizzavano dalle orbite per la tensione. Come gli avevo imposto, aveva tentato di comprare lo scompartimento privato della capavagone che pretendeva 10.000 rubli, circa 15 dollari, per cederlo e voleva l'autorizzazione all'enorme esborso. Lo maledissi per il cronico e ormai geneticamente incistato rifiuto di responsabilità e lo rimandai di corsa a bloccare l'affare, prima che un'altra coppia distinta che stava risalendo il vagone in cerca di occasioni, ce lo fregasse. Andò di corsa e tornò raggiante e vincitore, interrompendo la diatriba con la bigliettaia che cominciava a spazientirsi, come del resto i ceceni. Trasportare i nostri bagagli nella nuova accogliente sistemazione fu un sollievo e la notte buia e tempestosa calò con mano plumbea sulle nostre nuche assieme al torpore della tensione dissolta. Venimmo svegliati al mattino dalla cortese dezhurnaija che portava due bicchieri colmi di profumato thé georgiano forte e ruvido; la potenza del rublo le apriva completamente la chiostra dei denti ricoperti di acciaio, il sorriso metallico ma sereno di chi si era guadagnato la giornata. Anche Zhenija era di buon umore, così le cose dovevano marciare in un paese serio e anche se la tensione ed il sudore gelato gli aveva provocato una fortissima tracheite, sorbì il suo thé con voluttà assicurando che non ci sarebbero stati problemi e anche se la broncopolmonite avesse preso il sopravvento (come sembrava probabile) avrebbe tenuto bordone fino alla morte. Ci teneva molto a dimostrare la sua affidabilità a quello che ancora riteneva uno spietato supriore, al vertice della sua visione gerarchica e ci vollero mesi a farmi considerare come un amico oltre che un collega. La sconfinata pianura del Donbass coperta di neve, scorreva intanto lenta al nostro fianco. Ancora thé indiano medio forte e Zhenija, vista la disponibilità della vagonaia, ordinava senza vergogna; gli bruciavano i 10.000 rubli comunque, ma i continui accessi di tosse catarrosa scemarono di intensità mentre il treno entrava in stazione, ovviamente in orario. Sulla banchina, sull'attenti, la figura barbuta e paurosamente magra del dostovieskiano Alexej, ci aspettava come la grande mietitrice per l'appuntamento fatale.

sabato 24 ottobre 2009

индийский или китайский?

La notte in treno è lunghissi- ma, intermina- bile. Per la verità quel treno era sporco e puzzolente da far schifo, un vero cesso, il cesso poi non parliamone, impraticabile. Zhenja era esterrefatto. Lui che mi aveva magnificato la comodità e l'efficienza delle ferrovie sovietiche, non si capacitava di quel cambiamento che, atteso e desiderato da tutti con la speranza di un benessere a lungo bramato (non certo di libertà, cosa di cui si interessa solo chi già ce l'ha), a poco a poco invece erodeva in tutti i campi le poche certezze e le cose già acquisite. Queste si andavano perdendo in cambio di nulla o tuttalpiù di lontane future opportunità. Ricordo la sua faccia sconsolata, quando al mattino tornò nella nostra tana con le pive nel sacco, dopo essere andato a cercare il servizio del thé, dal grande samovar situato in cima al vagone. -C'é solo calda acqua, prego la scusa- borbottò depresso; eppure sui vagoni doveva sempre esserci thé pronto, Indjsky o Kitajsky, indiano o cinese a scelta. -Ecco- cominciava sempre così la frase quando era nervoso - quando c'era Lui, se succedevano mancanze di questo genere, qualcuno avrebbe preso la strada per Magadan. - meditava, quasi nostalgico, rimpiangendo e citando un gulag siberiano che andava per la maggiore ai sui tempi. Eravamo già intanto entrati in territorio ukraino. Alla stazione di Karchov, dove il treno sostò per un po', ci aspettava Alexiej a cui lasciammo un po' di materiale per organizzare gli incontri che avremmo avuto di lì a qualche giorno, quando saremmo tornati. Poi il treno ripartì lento ma costante. Fuori, per quanto si scorgeva tra i ricami del ghiaccio, una infinita terra bianca, solo leggermente ondulata, una serie non scandita di bassopiani privi di punti di riferimento. Traversammo il Don vicino al Mar d'Azov senza scorgerlo, tanto mi confondevano le sfumature di bianco e di grigio dell'orizzante lontano. Un mondo alieno quasi impossibile da raggiungere e da vivere. Non una casa, non un paese, neppure lontano. Eppure una cinquantina di anni prima, quanti italiani da queste parti a calpestare questa neve, persi in questo ghiaccio, nei racconti di qualche mio vecchio collega del Consorzio che se l'era fatta tutta a piedi per tornare a casa, lasciando qui, chi qualche dito, chi una gamba, chi la vita. Storie senza un senso di logica in questo deserto bianco. Tornati in territorio russo, il pallido bagliore del giorno comincia a scemare, anche se scendendo sempre più a sud la notte arriva più lentamente. Alle stazioni una coorte di venditori assale i vagoni con mercanzia varia, soprattutto mangereccia, zampe di pollo bollite, pesci secchi o affumicati, uova, pyrosky e polpette, guanti e calzettoni di lana ruvida. Hanno la merce disposta a terra su cassette di legno, che le babuske, qualcuna ancora con i valenky, gli zoccoli di legno e feltro spesso, lasciano per lanciarsi all'assalto dei vagoni. Una vecchietta insiste a lungo, mostrandoci la sua composta di cetrioli, un'altra con un grosso contenitore di smietana vuole riempirci le scodelle. Zhenja è inorridito dai prezzi; in quelle settimane di liberalizzazione e di trasparenza, di glasnost e perestroyka, l'inflazione cominciava a mordere e si intravedeva il triste futuro dei mesi successivi, ma chi non era abituato, chi viveva in un mondo in cui i prezzi erano immutabili da decenni, addirittura sbalzati a rilievo sulle scatole di latta dei biscotti e del thé, tutto questo straniva e spaventava. Lui che viveva di certezze, era come sbalordito di fronte a questi cambiamenti così imprevisti, così negativi a fronte delle aspettative. Benvenuti nel libero mercato, ragazzi, sembravano dire i venditori di barrette di schifezza dolce similMars a 500 rubli cadauna. Zhenja che fino a tre anni prima era felice perchè ne guadagnava 300 al mese, guardava senza capire bene quello che stava succedendo, il futuro prossimo che si stava preparando. La seconda notte fu meglio della prima. Non sentivo più la puzza e la stanchezza accumulata mi fece dormire. Al quarantunesimo minuto, dopo le 31 ore previste, il treno entrò lento nella stazione di Cerkiesk, con trenta secondi di anticipo sull'orario. Io ero stupito, Zhenja, invece si era rasserenato, finalmente una cosa normale, come tutto dovrebbe essere. In fondo alla banchina, stretto in un cappotto liso, ci aspettava Andrej.

venerdì 23 ottobre 2009

Odore di formaggio.

Che lunghi i treni russi! Non se ne vede la fine, né la locomotiva che scompare lontano, in cima al binario nel buio della notte. Salimmo nella vettura numero 6 trascinando il bagaglio alla ricerca del nostro scompartimento. Non c’era la vettura coupé con gli scompartimenti da due e il nostro aveva quattro letti che avevamo acquistato in blocco per poterci barricare dentro al sicuro. Ci mettemmo subito nella cosiddetta tenuta da viaggio, pantofole e tuta a più strati. Il viaggio in treno in Russia ha una valenza diversa che da noi; a meno che non si tratti di una eletricka locale per pendolari che si muove entro i cento kilometri; così i viaggi in treno sono infiniti e possono durare giorni. Si dice là che cento anni non sono un tempo e cento kilometri non sono distanza. Gli spazi sono infiniti e uguali, le ore non hanno lo stesso valore. Ci si prepara ad affrontare questo momento come un periodo della vita da trascorrere comodamente, se possibile. Il numero di strati della tuta è riferito alla possibilità di trovare temperature molto differenti tra di loro, la presenza variegata di ogni sorta di pantofole giustifica la terrificante puzza di formaggio andato a male che aleggia nell’aria viziata dei vagoni, dove i finestrini sono tutti bloccati a causa del freddo esterno. Per fortuna dopo una ventina di minuti il cervello si adatta e la puzza scompare dalla mente in modo automatico. Già il freddo. Normalmente ci si aspetta che lo scompartimento sia una specie di forno ad oltre trenta gradi, ma quella volta, come altre, il riscaldamento funzionava poco mentre la temperatura esterna continuava a scendere. Quindi equipaggiamento pesante, mentre sul finestrino i fiori di ghiaccio delicati e leggeri si allargavano sulla superficie. Però non eravamo stati fortunati, dal nostro schermo sul mondo esterno adesso buio e gelato, penetravano sibili di aria tagliente. Utilizzammo quasi tutto il nastro adesivo che avevamo con noi per le emergenze, al fine di chiudere buchi e fessure. Il treno si mosse adagio e silenzioso, prima di lanciarsi verso sud sul binario infinito. Avevamo ormai sparso le nostre cose per rendere più umana la nostra permanenza in quel luogo ostile, quando la capa vagone, una nanerottola infagottata in una divisa sciatta e sgualcita di due misure più grandi del necessario, bussò alla nostra porta e con occhio astuto ci comunicò che essendoci due posti liberi ci avrebbe mandato altri due passeggeri. A nulla valsero le proteste di Zhenja che mostrò, biglietti alla mano, di aver pagato per quattro posti. Si accalorava per difendere la posizione, ma dal tono della voce dimesso capivi l’inutilità dell’ opposizione al potere. La voce della guardiana del gulag era tagliente: – Tovarishy, se ci sono posti vuoti ho il dovere di riempirli.- Usava ancora l’appellativo compagni, che stava cominciando ad andare in disuso in quel momento di disfacimento delle regole e dell’ordine. Discutemmo un po’, ma la graduata , che si calcava continuamente il cappellaccio sulle ciocche di stoppa grigia che le uscivano sulla fronte, sembrava irremovibile. Solo la vista dei rubli, la ammansì. Ci accordammo per mille rubli che si ficcò in una tasca interna della giubba mentre trascinava il suo culone lungo il corridoio, fino al suo stambugio. Finalmente soli, cercammo di distenderci a riposare un po’ mentre le scosse del treno erano diventate un ritmo regolare e quasi amico e il mondo esterno una cupa caligine sconosciuta.

giovedì 22 ottobre 2009

Il treno per il sud.

Forse qualcuno si chiederà il motivo di questo amarcord sovietico che, credo, se siete d'accordo, ci accompagnerà come la lagna monocorde di una trifonia mongola, anche nei prossimi giorni. Il fatto è che ho miracolosamente ritrovato una agenda dell'epoca in cui mi segnavo con cura gli eventi giornalieri, per me così carichi di nuove esperienze. Aggiungete questo all'abitudine di conservare anche una piccola documentazione iconografica e il gioco è fatto. Dunque ci siamo lasciati ieri mentre andavamo verso la Yugovagsal, la stazione del sud, con le gambe un filino malferme in seguito alla cena che avevamo avuto con il presidente di una importante fabbrica di vodka, a cui avevamo venduto una linea di riempimento, con al seguito sottopancia ed amica del cuore. Dato che mancava una quindicina di giorni al suo ricovero annuale in clinica per disintossicare il fegato provato dal suo duro lavoro, ci aveva dato dentro con i campioni appena imbottigliati del suo stesso prodotto, coinvolgendoci nei brindisi ripetuti. D'altra parte, come diceva lui, la sua era una malattia professionale, se fosse stato presidente di una miniera avrebbe avuto la silicosi e sarebbe stato anche peggio. Lo riportarono in albergo sostenuto dall'autista e dal sottopancia, mentre la signora che aveva finito una intera bottiglia di Cinzano rosé, cantava allegra Funiculì funicolà. Comunque la stazione era vicina, ma quando scaricammo le valigie dalla macchina, l'ambiente non era rassicurante, giravano ceffi di ogni genere, alcuni a gruppetti con la faccia di chi si spartisce il bottino dopo la rapina, altri appoggiati agli stipiti come avvoltoi in attesa di preda. Zhenja e G. che ci accompagnava, si guardavano attorno con cautela, resi attenti dall'esperienza che in in quel periodo, in cui si stavano sfaldando le maglie di un regime oppressivo e controllore, raccontava di una Mosca particolarmente pericolosa per gli stranieri. I moscoviti, poi, avevano sempre avuto particolare astio per la gente del Caucaso, i cosiddetti culi neri, furfanti e dediti per costume ed inclinazione naturale al malaffare, responsabili di ogni nefandezza che accadeva a Mosca, come si è ben dimostrato successivamente, nella guerra cecena, che tutti in Russia appoggiavano entusiasticamente. Si sa la gente del sud è tutta mafiosa e al più sono solo dediti a far festa suonando la dambrà (un tipo di mandolino) e a mangiare lepioske (una sorta di pizza). Comunque avevamo, tra campioni, materiali di lavoro e viveri di sussistenza quasi cento chili di valigie in due e si imponeva un facchinaggio. Scendemmo con cautela lungo un tetro sottopasso, dove stazionavano venditori improvvisati di giornali e cibarie varie. Un bel cartello sul muro recitava "Servizio bagagli: 40 rubli", ma la cosca dei tartari che aveva in mano il business e che ci aveva subito individuato e circondato, dopo una lunga trattativa si accontentò di soli 10.000 rubli. Un vero affare, prendere o lasciare, d'altra parte, come ci spiegò bene il loro caporale, di stranieri non ne circolavano quasi e anche loro tenevano famiglia. Ci trascinarono i colli lungo la fetida banchina, fino al treno che partiva a mezzanotte precisa. G. mi abbracciò salutandomi e raccomandò a Zhenja di stare in campana. "Prego la scusa - disse lui - ma vado a cercare il capovagone". Così salimmo per trovare lo scompartimento che avevamo prenotato, tramite un amico che ci aveva raccomandato (i biglietti allora non si compravano alla biglietteria, ma tramite "conoscenti") per averlo (pagando il giusto) tutto per noi. Ci aspettavano 31 ore e 42 minuti di viaggio prima di arrivare alla repubblica Karachiajevo-Cherckieskaja.

mercoledì 21 ottobre 2009

Il colbacco di volpe.

Il gennaio del '93 era gentile a Mosca e la temperatura scendeva di poco sotto lo zero, ma G. mi portò ugualmente all'Arbat, pieno di bancarelle, a comprami una shapka degna di questo nome, perchè non si viaggia in Russia d'inverno senza un colbacco decente. Trattammo un po', G. fa sempre una faccia schifata quando deve comprare qualcosa, forse fa parte del suo modo di condurre la trattativa; alla fine ne scegliemmo uno giallastro di volpe che mi piaceva molto con quella sua virgola scura sul davanti. Con venti dollari avevo la testa calda e potevo pensare più tranquillamente, così ha finito per accompagnarmi per anni in tutti i miei vagabondaggi invernali eurasiatici e la tengo cara ancora oggi anche se è un po' spelacchiata, quella vecchia volpe siberiana gialla. Andammo poi al Sadko, l'unico supermercato aperto in quel periodo dove trovare generi di conforto che mi tenessero su il morale durante il cammino. Fuori c'erano le vecchine che riportavano i carrelli per qualche rublo di mancia. Agli angoli, c'erano anche le venditrici di gelati, dei cilindroni di cialda, ripieni di un buonissimo gelato alla panna che sapeva di burro, di latte fresco. Ce ne prendemmo uno da una biondina che vendeva anche guanti fatti in casa. La gente cominciava ad essere intraprendente. Le cose cambiavano rapidamente nell'URSS e stavano sparendo anche i distributori di kvas agli angoli delle strade. Erano degli armadioni di acciaio dove infilavi una monetina da 3 kopechi (sì c'era la moneta da 3), poi, velocemente afferravi un bicchiere di latta legato ad una catenella perchè non se lo fregassero e lo mettevi sotto un getto di liquido opalescente ambrato che lo riempiva fino all'orlo e te lo bevevi col collo un po' storto a seconda della lunghezza della catenella. Aveva un sapore acidulo ma non sgradevole; chissà se qualcuno se lo fa ancora in casa questa specie di protobirra, un fermentato a basso tenore alcoolico di cereali o di qualunque altro scarto vegetale casalingo. Se lo saranno dimenticato anchi i russi oggi, come da noi la miscela Frank che mia mamma metteva alla sera nel caffè e latte. Comunque al pomeriggio la valigia era pronta, i documenti di viaggio anche, il fido Zhenja che mi avrebbe accompagnato, pure; io, che certo avevo un po' di timore, ero però eccitatissimo per quel lungo viaggio che mi preparavo a fare, di treno in treno alla scoperta di una Unione Sovietica per me assolutamente sconosciuta ma fascinosa. Mentre a tarda notte andavamo verso la Yugovagzal, la stazione dei treni che vanno verso Sud, non sapevo ancora che stavo partendo dall'URSS e dopo quasi due mesi sarei tornato nella Russia, un paese nuovo carico di una serie inaspettata di nuovi problemi che i suoi abitanti, così ansiosi di cambiamenti, non si attendevano.
Continua...

venerdì 8 maggio 2009

Un treno nella notte.

Saranno anni che non prendo un treno. Un mezzo così evocativo e possente. Dal primo che mi ricordo, quando avevo cinque anni e i miei mi portarono a vedere il Carnevale a Viareggio, di cui non mi è rimasto assolutamente nulla, se non il viaggio in cui vomitai anche l'anima; ero uno dei pochi bambini che vomitava anche in treno. E pensare ch era la prima volta che vedevo il mare. Buio assoluto, solo nausea e odor di treno che mi perseguitò per anni fino all'università, con le continue andate e ritorno da Torino, in cui a poco a poco mi riconciliai col mostro che lentamente diventava più affettuoso e domestico, quasi romantico, come diceva il mio amico kendoka e macchinista, mostrando l'orgoglio futurista del locomotore lanciato a fari accesi nella notte sul binario infinito. Massa boccioniana in movimento inarrestabile e travolgente. Ma il conclusivo e coinvolto fascino del treno, l'ho subito definitivamente attraversando le sconfinate pianure sarmatiche, dove il tempo e lo spazio non si misurano. Cento anni non è un tempo, cento kilometri non è distanza laggiù e quante stazioni a Mosca con i grandi treni in attesa lungo le grandi banchine. Perchè questa senzazione di tutto così grande, sarà per lo scartamento maggiore; già, il famoso cambio degli assi con le ruote a Chop, il confine dei due mondi ferroviari. Come ce lo immaginavamo in ufficio il valico di Chop, questo nodo vitale dove nessuno era mai stato, popolato nel nostro immaginario da migliaia di vagoni in attesa di attraversare la cortina, emigranti muti, rigonfi di merci, di ghiotte casse di buon legno che una volta svuotate del loro contenuto tecnologico, sarebbero state litigate dai vari riceventi per costruirsi la dacia campagnola. Poi da Mosca, il mitico vagon coupè, dove farsi il nido per trascorrere il tempo infinito che mancava agli Urali, mentre scorreva il deserto bianco della pianura senza confine visivo. I meno 20° esterni coi + 35° interni, i finestrini bloccati e l'odore di treno russo, dolciastro di notte trascorsa in tuta, misto di calore, sudore, pesce secco, thé caldo nei bicchieri di vetro dentro il portabicchiere col manico di finto argento portato dalla dejiurnajia, una per vagone, grassa e vecchia, con gli occhi tristi a chiedere indisky ily kitaisky chay? Il tavolinetto con una tovaglietta, le tendine marezzate che sembravano quelle di un' isba di campagna mentre le foreste di betulla scorrevano veloci. La sosta di mezz'ora quando si arrivava in una città, con l'improvviso popolarsi di venditori abusivi che invadevano i corridoi con cibarie improbabili, pesci secchi, kolbasà rossi, samagon in bottiglie di vodka riciclate, smietana golosa e poi man mano che crollava lo stato, i piccoli segni dell' agognato liberalismo, ingenui giornaletti porno, barrette di Mars e Snickers, chewing gum e la valanga di vestiario cinese che colossali matrioske strette in maglie di angora pelose a coprire strizzandole, imponenti rotondità, andavano a procurarsi in grandi sacchi al confine con la Mongolia e a poco a poco smerciavano lungo la Transiberiana, arrivando a Mosca con i teli vuoti. Contatti umani in tuta lungo i corridoi nella notte nera, scandita dal movimento costante ed ondulatorio fino all'ultimo minuto, per andare a prepararsi per l'arrivo, che come in tutti i luoghi in cui c'era stato un Lui, avveniva in orario spaccato. Che pace, giocare a scacchi con Eugenio, o chiacchierare con la controllora che non riusciva a tenere la stoppa dei capelli sotto la visiera del cappello, riponendo la pinza obliteratrice negli informi pantalonacci della divisa, mentre ci chiamava Italjianzy, lasciando la parola in sospeso, con occhio sognante e ci raccontava di un suo fidanzato di Rimini, ormai perduto per sempre. Lara, oh Lara, che ti allontanavi nella notte, con la ciocca un tempo bionda, ciondolando il culone informe e nostalgico lungo il corridoio puzzolente. Adesso vado a prepararmi perchè tra un'ora vado, dopo molti anni, a prendere un altro treno, per arrivare alla capitale. Non vomito più adesso, sono cresciuto, la nausea mi prende per altri motivi, in casa, davanti al telegiornale. Avanti, o Roma, o morte.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!