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mercoledì 6 maggio 2015

Assam: Nel tempio di Shiva

Un sadhu davanti al tempio

Il tempio di Shiva dol
Vijay è un bambino grasso, come del resto lo è il padre, la madre e la zia, diciamo una famiglia tendente all'obesità, cosa non del tutto infrequente tra gli indiani ricchi e la famiglia Singh si può tranquillamente definire almeno benestante, vista la bella macchina giapponese nuova nuova che sfoggiano in questa loro devota visita al tempio. Una bella famiglia di Sikh molto osservanti, il padre con la gran barba nera ben curata e trattenuta assieme ai capelli nascosti dal turbante altrettanto nero, la moglie in un magnifico salwar camiz rosa con piccoli motivi dorati coi bordi verdi e la zia anche lei elegante, con la dupatta in tinta mollemente appoggiata alla spalla. Ma il più bello è certamente lui Vijay, un bel pacioccone con la crocchia raccolta sotto il turbantino leggero che riesce a mantenere uno sguardo serissimo e tutto compreso per la cerimonia a cui ha appena partecipato, con il segno rosso e giallo sulla fronte ben marcato che i vari santoni fuori dal tempio ti appongono accompagnandolo con una preghiera di benedizione in cambio di una piccola offerta. Si mettono in posa per una foto con compunta serietà. Finita la visita al tempio di Shiva Dal a cui hanno reso omaggio pur appartenendo alla religione del guru Nanak, ma in India le religioni sono molto sincretistiche e nell'affollamento dei vari dei c'è un fitto interscambio, se ne stanno uscendo per tornare a casa ed un contatto con stranieri, che raramente capitano da queste parti, è occasione gradita, forse per innato senso di accoglienza, forse per profittare dell'occasione per fare esercitare il ragazzo nell'inglese. 

Con la famiglia Singh
Ma Vijay appare subito timidissimo e non spiaccica parola, salvo porgere subito qualcuno dei dolcetti di cocco che ha avuto in regalo all'uscita dalla funzione. Solo alla fine gli scappa un welcome in Assam, tra i segni di approvazione della mamma, prima di risalire sull'auto tirata a lucido per l'occasione, mentre il padre gigioneggia, sistemando gli specchietti retrovisori lucidissimi. Il tempio è subito dietro, con la sua cupola centrale altissima, un missile puntato verso il cielo, almeno così lo interpretano gli amanti dietrologici che cercano presenze ufologiche nei vimana, i carri volanti raccontati nei testi sacri delle Upanishad. Davanti all'ingresso, una corte dei miracoli di mendicanti che esibiscono le loro deformità cantando e santoni con lunghe barbe bianche che cercano clienti a cui imporre il segno rosso sulla fronte ed un filo di stoffa da legare al polso e quantomeno da benedire. Dall'interno arrivano i canti dei sacerdoti che, al ritmo di cembali, tamburi e tamburelli, accompagnano i fedeli all'interno a versare latte ed altre offerte nel buco centrale, perché arrivino fino a Shiva il creatore/distruttore dell'universo, colui che spazza via ogni cosa per poter ricominciare da capo, ciclicamente, con un mondo nuovo e migliore di quello che lo ha preceduto. Un Dio grillino insomma, molto amato e temuto al tempo stesso, noto soprattutto per la sua furia periodica e per il suo lingam smisurato, oggetto di venerazione assoluta da parte delle donne di ogni età, simbolico com'è di una fertilità così desiderata e fondamentale in questo paese. 

Raccoglitrici di thé
Forse semplifico un po' troppo, ma i punti che ho sottolineato hanno comunque una certa importanza da queste parti. Usciamo dal tempio sufficientemente benedetti per questo tratto di strada e di vita che ancora ci rimane da percorrere, almeno, speriamo che sia così, perché la via che abbiamo davanti è ancora piuttosto difficile e complicata. Comunque appena fuori del giardino che circonda lo Shiva Dal, un mendicante steso su una carriola sventola la sua gamba deforme ridendo come un pazzo, in una sorta di saluto beneaugurante. Rimane però ancora un tratto di pianura prima di arrivare al confine con il Nagaland e man mano che ci si allontana dal Bramaputra il terreno si ondula un poco ricoprendosi all'infinito di piantagioni di thé, una distesa a perdita d'occhio di cespi fitti di questi alberelli alti all'incirca un metro, gonfi di foglie verde scuro, ben disposti in file regolari. A distanze fisse di una decina di metri spuntano altrettante file di alberi di acacia necessari a diminuire l'impatto del sole diretto e ad arricchire il terreno con i loro residui organici. Il tutto conferisce al paesaggio una sensazione di grande ordine e di una agricoltura particolarmente curata. Ogni tanto vedi spiccare tra il verde, le macchie vive di colore dei sari di schiere di donne piccole e di carnagione scura che circondano i cespi raccogliendo a due mani, le fogliolina apicali più chiare, che vengono gettate nel sacco di stoffa che portano appeso alla testa sulle spalle. 

Raccoglitrici di thé
La raccolta procede veloce; le mani si muovono con rapidità mirabile strappando qua e là i germogli, mentre per ogni gruppo un capo rimane in disparte a controllare che il ritmo del lavoro non vada scemando e richiamando di tanto in tanto le più pigre a chiacchierare di meno e ad alzare il ritmo di raccolta. Ma basta che lasci la strada per fare qualche passo tra le piante e subito tutte smettono il lavoro per venirti attorno, circondandoti per chiedere da dove vieni, dov'è tua moglie e quanti figli hai e mettendosi in posa per essere fotografate. Chi tra di loro ha uno smartphone (quasi tutte), provvede a sua volta ai selfies del caso, insensibili ai richiami del kapò, intanto la paga è a cottimo, almeno dieci chili di foglie raccolte al giorno per 8 dollari, salvo surplus, quindi chi non raccoglie non porta a casa i dindini, niente job act a tutele crescenti e tutti felici. Ma il tempo passa e la strada che rimane da fare è corta ma pessima e servono ancora diverse ore, quindi gambe in spalla e andare. Tutto bene, non fosse che forse, la benedizione ricevuta al mattino non funziona tanto. C'era stato un difetto di comunicazione, infatti il dio a cui rivolgersi per avere un viaggio sereno e senza intoppi sarebbe Ganesha, quello con la testa di elefante, figlio del predetto Shiva che essendo, come già vi ho raccontato, appunto piuttosto bizzoso, gliela staccò di netto perché faceva troppi capricci. 

Il negozio dell'elettrauto
Educazione tradizionale, direte voi, quando ci vuole ci vuole, dura ma efficace, salvo che quando la sposa Parvati, con tratto tipico di tutte le madri sempre troppo tenere nei confronti dei figli, lo pregò di rimediare, in fondo è solo un bambino, il buono Shiva, forse conscio di avere esagerato un po', gli rimise in capo la testa del primo che passava davanti a casa. In quel caso fu un elefante e così il piccolo Ganesha, dio della fortuna, simpatico e sempre allegro, si beccò quella testa lì, facendosene una ragione. Fatto sta che, senza la benedizione giusta, la dinamo se n'è andata e la macchina parte solo a spinta. Per un po' si va avanti così, parcheggiandola magari in discesa per essere un po' agevolati, ma poi in qualche modo bisogna provvedere. Così in un paesotto sembra che ci sia un elettrauto di valore che, ficcata la testa nel cofano, la ciondola un po', fa la diagnosi, poi parte con il nostro Emontonath in motorino per andare a procurarsi il pezzo o quantomeno uno abbastanza simile. Una sosta imprevista di circa tre ore. Per fortuna c'è un localino che serve chapatti e thali vegetariano, proprio lì davanti con tavole e sedie di plastica sulla terra battuta. Ci si può anche lavare le mani da una fontanella nel giardino retrostante, davanti alle latrine. Dopo pochi bocconi, la lingua e le papille sono completamente cotte e quindi non senti più nessun gusto, evitando di decidere se ti piace o no. Quando si riparte, la frontiera con il Nagaland è ormai a pochi chilometri.

Una raccoglitrice

SURVIVAL KIT

Un sadhu

Il tempio di Shiva Dol, al bordo di un lago artificiale quadrato, la riserva d'acqua della citta di Sivasagar, è il più famoso della zona e sede di pellegrinaggi continui da parte degli abitanti dei dintorni. La cupola è una Shikhara a ogiva nella tipica architettura di stile  Ahom, che con i suoi 32 metri è la più alta dell'India dedicata a Shiva. Interessante da visitare perché praticamente priva di turisti e piena di fedeli che seguono le funzioni. Da tutti, atteggiamenti molto amichevoli. Se si accetta la benedizione, lasciare una piccola offerta, bastano anche 10 R.

La strada tra Sivasagat e Mon, la capitale del Nagaland, passando per Tizit, è soltanto di un centinaio di chilometri, ma considerando che per gli ultimi 50 dopo il confine, in uno stato terribile, occorrono anche quattro ore buone, alla fine ci si mette quasi tutto un giorno, considerate le soste. Lungo la strada piantagioni di thé.
Da Sivasagar a Mon


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venerdì 18 ottobre 2013

Prendere il thé.


Dovremmo prendere l'abitudine di considerare come veri piaceri della vita, le cose piccole e apparentemente prive di grandi significati, ritrovandovi piacevolezze che aiutano a considerare il resto delle cose grandi più accettabili. Bere il thé è sempre stato considerato in oriente, come uno di questi piaceri. Porvi particolari attenzioni ne amplificherebbe di certo la portata. Dice Hsu Tse Shu, nel suo Cha su (il libro del thé) che i momenti propizi per bere il thé e goderne al massimo sono:

Quando cuore e mani sono inattivi.
Stanchi dopo aver letto poesie.
Quando i tuoi pensieri sono turbati.
Quando è terminata una canzone.
Chiuso in casa in un giorno di festa.
Suonando il Ch'in e guardando un bel quadro di paesaggi montani.
Impegnati in una profonda conversazione notturna.
Con amici simpatici e snelle concubine.
Ritornando da una visita agli amici.
Quando la giornata è chiara e la brezza mite.
In una giornata di pioggerella.
Su una barca dipinta vicino ad un ponticello di legno.
In un boschetto di alti bambù.
In un padiglione con fiori di loto, in una giornata estiva.
Dopo aver acceso gli incensi in un piccolo studio.
Finita la festa e partiti gli invitati.
Mentre i bambini sono a scuola.
In un tempio tranquillo e appartato.
Vicino a rocce e sorgenti.


Meditateci su.


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giovedì 12 novembre 2009

Il thé georgiano.

Eccoci di nuovo al treno, la costante dei grandi spostamenti di questo immenso paese. Sarà lo scartamento maggiorato rispetto al nostro che lo fa apparire più grande e più misterioso, sarà che arriva(va) sempre in orario, ma al contrario dell'aereo, che da noi è sempre stato considerato un trasporto di elite, lì il treno era per così dire un trasporto più aristocratico con i suoi coupé con le tendine e i vasetti con i fiori di plastica. Andrej mi abbracciò sulla banchina e mi fece scivolare nella tasca della dublijonka una piccola bottiglia di kognàk Ararat di 25 anni, aveva capito le mie debolezze o aveva qualche cosa da farsi perdonare. Chissà che cosa. Lo capimmo appena saliti sul vagone n. 13 del treno di mezzanotte per Kharkhov. Il maledetto aveva comprato due biglietti di terza classe (disse poi che si non era scovato di meglio) e ci trovammo catapultati nel bailamme della lotta proletaria per prepararsi in modo dignitoso alla lunga notte incombente. Zhenija, che era chiaramente fuori di testa, terrorizzato che la preziosa persona a lui affidata (cioè io), subisse disagi imprevisti, forieri quindi di future punizioni e processi, saltava qua e là come un ossesso creando confusione e ulteriore irritazione nella massa dei viaggiatori. Scavalcando montagne di bagagli, balle di masserizie e animali vivi, raggiungemmo a fatica la nostra area, una specie di scompartimento a otto posti con pancacce di legno, già completamente invase di bagagli. Cercai di infilarmi in un angolo per creare un microhabitat accettabile al fine di trascorrere alla meno peggio le dodici ore che ci attendevano, abbandonando la gestione dei nostri altrettanto ingombranti bagagli. Davanti a me due enormi bionde baffute in stile Irina e Tamara Press, praticamente senza bagagli, che risultarono essere dirette in Polonia per uno shopping tour, il commercio fai da te, che stava prendendo piede con la liberalizzazione, grazie al quale la gente si spostava verso i confini cinesi o europei per tornare ai propri paeselli carichi di merci da rivendere. Stavano sulla loro, anche se erano ben disposte ad attaccare bottone ma stringevano inesorabilmente verso l'angolo, grazie alla loro prorompente massa specifica una vecchina col colletto di pizzo e camicetta bianca di poliestere inamidata che tornava dal sanatorj di Kislovodsk, quello tanto sognato da Zhenija. Forse non aveva visto i tempi prerivoluzionari, ma di certo sembrava uscita dallo Smolnij di San Peterburg e questo mondo, anche per lo schiacciamento provocato dalle sorelle, le stava di certo stretto. Stava così muta e con l'occhio basso cercando di occupare meno spazio possibile e quando le offrii un amaretto, della scorta di cui mi aveva amorosamente dotato Tiziana, per i momenti di saudade, lo scartò con meraviglia e lo masticò adagio regalandomi con gli occhi una sensazione di piacere tale da farmi dimenticare la situazione di disagio. Le bionde invece lo divorarono con furia intente a pensare, golose, ai futuri guadagni. Di lato una famiglia di mongoli aveva disposto diverse balle di cotone ed altre masserizie nel passaggio centrale per guadagnare spazio e preparare una specie di giaciglio per la notte incombente e intanto avevano estratto una serie di beni di consumo da una sporta capiente. Stesero giornali da cui erano emersi due grossi pesci secchi e, mentre li sbranavano di gusto, cominciarono a sgusciare un numero consistente di uova sode, dopo aver aperto e posto sul tavolinetto in equilibrio precario un grande recipiente di cetrioli in salamoia e un paio di bottiglie di vodka. Al mio fianco un orco ceceno, con una imponente barbaccia nera si era già accoccolato, reclinando il testone dalla mia parte e aveva cominciato a russare. Non riuscivo a capire dove sarebbe riuscito a mettersi Zhenija, non appena fosse ritornato dalla missione esplorativa di cui lo avevo incaricato, quella di trovare una sistemazione appena più decente, con la forza del danaro, cosa che ci dava un innegabile vantaggio rispetto ai nostri concorrenti. Intanto arrivò una bigliettaia camurriosa che pretendeva da me qualcosa che, a causa della mia povertà di comprensione non riuscivo a capire; che volesse controllare i biglietti o la nostra prenotazione? Mistero, fatto sta che capii che voleva farmi sloggiare dalla mia tana, per sistemare una coppia di banditi caucasici dalla faccia scura e decisi a conquistarsi il loro posto al sole, figurativamente parlando. Tutti nello scompartimento presero parte attiva alla discussione, sembrava il processo di Biscardi, che ricordo allora era già alla 14° edizione; per fortuna ritornò Zhenija con gli occhi spiritati che gli schizzavano dalle orbite per la tensione. Come gli avevo imposto, aveva tentato di comprare lo scompartimento privato della capavagone che pretendeva 10.000 rubli, circa 15 dollari, per cederlo e voleva l'autorizzazione all'enorme esborso. Lo maledissi per il cronico e ormai geneticamente incistato rifiuto di responsabilità e lo rimandai di corsa a bloccare l'affare, prima che un'altra coppia distinta che stava risalendo il vagone in cerca di occasioni, ce lo fregasse. Andò di corsa e tornò raggiante e vincitore, interrompendo la diatriba con la bigliettaia che cominciava a spazientirsi, come del resto i ceceni. Trasportare i nostri bagagli nella nuova accogliente sistemazione fu un sollievo e la notte buia e tempestosa calò con mano plumbea sulle nostre nuche assieme al torpore della tensione dissolta. Venimmo svegliati al mattino dalla cortese dezhurnaija che portava due bicchieri colmi di profumato thé georgiano forte e ruvido; la potenza del rublo le apriva completamente la chiostra dei denti ricoperti di acciaio, il sorriso metallico ma sereno di chi si era guadagnato la giornata. Anche Zhenija era di buon umore, così le cose dovevano marciare in un paese serio e anche se la tensione ed il sudore gelato gli aveva provocato una fortissima tracheite, sorbì il suo thé con voluttà assicurando che non ci sarebbero stati problemi e anche se la broncopolmonite avesse preso il sopravvento (come sembrava probabile) avrebbe tenuto bordone fino alla morte. Ci teneva molto a dimostrare la sua affidabilità a quello che ancora riteneva uno spietato supriore, al vertice della sua visione gerarchica e ci vollero mesi a farmi considerare come un amico oltre che un collega. La sconfinata pianura del Donbass coperta di neve, scorreva intanto lenta al nostro fianco. Ancora thé indiano medio forte e Zhenija, vista la disponibilità della vagonaia, ordinava senza vergogna; gli bruciavano i 10.000 rubli comunque, ma i continui accessi di tosse catarrosa scemarono di intensità mentre il treno entrava in stazione, ovviamente in orario. Sulla banchina, sull'attenti, la figura barbuta e paurosamente magra del dostovieskiano Alexej, ci aspettava come la grande mietitrice per l'appuntamento fatale.

sabato 24 ottobre 2009

индийский или китайский?

La notte in treno è lunghissi- ma, intermina- bile. Per la verità quel treno era sporco e puzzolente da far schifo, un vero cesso, il cesso poi non parliamone, impraticabile. Zhenja era esterrefatto. Lui che mi aveva magnificato la comodità e l'efficienza delle ferrovie sovietiche, non si capacitava di quel cambiamento che, atteso e desiderato da tutti con la speranza di un benessere a lungo bramato (non certo di libertà, cosa di cui si interessa solo chi già ce l'ha), a poco a poco invece erodeva in tutti i campi le poche certezze e le cose già acquisite. Queste si andavano perdendo in cambio di nulla o tuttalpiù di lontane future opportunità. Ricordo la sua faccia sconsolata, quando al mattino tornò nella nostra tana con le pive nel sacco, dopo essere andato a cercare il servizio del thé, dal grande samovar situato in cima al vagone. -C'é solo calda acqua, prego la scusa- borbottò depresso; eppure sui vagoni doveva sempre esserci thé pronto, Indjsky o Kitajsky, indiano o cinese a scelta. -Ecco- cominciava sempre così la frase quando era nervoso - quando c'era Lui, se succedevano mancanze di questo genere, qualcuno avrebbe preso la strada per Magadan. - meditava, quasi nostalgico, rimpiangendo e citando un gulag siberiano che andava per la maggiore ai sui tempi. Eravamo già intanto entrati in territorio ukraino. Alla stazione di Karchov, dove il treno sostò per un po', ci aspettava Alexiej a cui lasciammo un po' di materiale per organizzare gli incontri che avremmo avuto di lì a qualche giorno, quando saremmo tornati. Poi il treno ripartì lento ma costante. Fuori, per quanto si scorgeva tra i ricami del ghiaccio, una infinita terra bianca, solo leggermente ondulata, una serie non scandita di bassopiani privi di punti di riferimento. Traversammo il Don vicino al Mar d'Azov senza scorgerlo, tanto mi confondevano le sfumature di bianco e di grigio dell'orizzante lontano. Un mondo alieno quasi impossibile da raggiungere e da vivere. Non una casa, non un paese, neppure lontano. Eppure una cinquantina di anni prima, quanti italiani da queste parti a calpestare questa neve, persi in questo ghiaccio, nei racconti di qualche mio vecchio collega del Consorzio che se l'era fatta tutta a piedi per tornare a casa, lasciando qui, chi qualche dito, chi una gamba, chi la vita. Storie senza un senso di logica in questo deserto bianco. Tornati in territorio russo, il pallido bagliore del giorno comincia a scemare, anche se scendendo sempre più a sud la notte arriva più lentamente. Alle stazioni una coorte di venditori assale i vagoni con mercanzia varia, soprattutto mangereccia, zampe di pollo bollite, pesci secchi o affumicati, uova, pyrosky e polpette, guanti e calzettoni di lana ruvida. Hanno la merce disposta a terra su cassette di legno, che le babuske, qualcuna ancora con i valenky, gli zoccoli di legno e feltro spesso, lasciano per lanciarsi all'assalto dei vagoni. Una vecchietta insiste a lungo, mostrandoci la sua composta di cetrioli, un'altra con un grosso contenitore di smietana vuole riempirci le scodelle. Zhenja è inorridito dai prezzi; in quelle settimane di liberalizzazione e di trasparenza, di glasnost e perestroyka, l'inflazione cominciava a mordere e si intravedeva il triste futuro dei mesi successivi, ma chi non era abituato, chi viveva in un mondo in cui i prezzi erano immutabili da decenni, addirittura sbalzati a rilievo sulle scatole di latta dei biscotti e del thé, tutto questo straniva e spaventava. Lui che viveva di certezze, era come sbalordito di fronte a questi cambiamenti così imprevisti, così negativi a fronte delle aspettative. Benvenuti nel libero mercato, ragazzi, sembravano dire i venditori di barrette di schifezza dolce similMars a 500 rubli cadauna. Zhenja che fino a tre anni prima era felice perchè ne guadagnava 300 al mese, guardava senza capire bene quello che stava succedendo, il futuro prossimo che si stava preparando. La seconda notte fu meglio della prima. Non sentivo più la puzza e la stanchezza accumulata mi fece dormire. Al quarantunesimo minuto, dopo le 31 ore previste, il treno entrò lento nella stazione di Cerkiesk, con trenta secondi di anticipo sull'orario. Io ero stupito, Zhenja, invece si era rasserenato, finalmente una cosa normale, come tutto dovrebbe essere. In fondo alla banchina, stretto in un cappotto liso, ci aspettava Andrej.

domenica 13 settembre 2009

Ricami rossi.

Sono molti anni che non vedo più Zhenjia. Quando l'ho conosciuto cominciava l'inverno russo, con le sue poche ore di luce, il colore giallo delle lampadine e dei lampioni sovietici così fiochi, l'odore di benzina scadente per le strade quasi deserte di auto, con la neve sporca che si accumulava prima di ghiacciare fino a primavera. Mi guardava con sospetto malcelato all'inizio, timoroso come sempre delle cose nuove. Glielo aveva insegnato una vecchia zia nata a San Peterburg prima della rivoluzione, che era stata allo Smolnji da ragazza, che ogni cambiamento porta disgrazie e dolori. E ne aveva viste parecchie la vecchietta prima di morire, ma per lo meno le era stata risparmiato lo sfacelo dell'URSS con tutto quel che stava capitando alla maggioranza debole della gente. Zhenjia temeva sempre che ci fosse sotto qualcosa e quindi cercava di mettersi di lato, diremmo contro il muro, avendo imparato a lasciar passare la furia della corrente per non farsi portare via. Mi divenne amico affettuoso o forse fedele, temendo chissà cosa come sempre, cercando di mostrarsi servizievole, apprezzando che fossi interessato ai suoi racconti del passato. Di quando lo zio che raccontava barzellette sul regime, non era più tornato a casa, una komunalka nelle vie della vecchia Mosca; di quando poco più che adolescente visse con sgomento la morte di Stalin, delle sirene che per quindici minuti lacerarono l'aria per annunciarla in un silenzio tombale, di come si sentì orfano in quel momento; di come si sentiva felice e padrone del mondo, quando ebbe il primo stipendio di trecento rubli come traduttore. Parlava un italiano forbito, con lentezza, scegliendo con cura le espressioni e usando parole ricercate come "corpulento", che gli piaceva molto, anche se non ruscì mai a correggere il forte accento, per cui lo prendevamo un po' in giro. Non corresse mai la sua espressione proverbiale con cui cominciava tutti i discorsi. "Prego la scusa" iniziava sottovoce ed in tono dimesso, sempre timoroso di disturbare e quindi di subire chissà quali punizioni. E dire che la sua famiglia aveva visto grandi fasti un tempo; si favoleggiava delle sette gioiellerie che il nonno possedeva a San Peterburg prima della rivoluzione. Grande giocatore di scacchi, anche nella vita, cercava sempre di avere una seconda ed una terza soluzione ai problemi, una via di fuga, se andava male la prima scelta; questo aveva insegnato la vita a lui, ebreo, in un paese che gli ebrei non ha mai amato, nel migliore dei casi ha disprezzato, come qualche trombone di cliente che ci apostrofava: "Ma com'è che vi tenete quel giudeo?" mentre lui si ritirava nell'ombra. Una vita a prepararsi vie d'uscita, a declinare responsabilità, a scegliere il profilo più basso per non farsi notare, per tenersi nella penombra, eventualmente, se c'era bisogno per dare la pugnalata fatale. Non voleva il thé, ma si accontentava di un po' di "calda acqua" e a all'Hotel Kimik di Cerkiesk aveva rifiutato la camera Liux che per i cittadini sovietici costava un dollaro in cambio di quella Standàrd che costava mezzo dollaro a notte, per non fare spendere troppo alla ditta. Aveva voluto per sé un ufficetto misero, un vero bugigattolo, però situato strategicamente in fondo al corridoio, in modo che si avvertissero nitidamente i passi di chi arrivava e che lo sorprendeva sempre alacremente al lavoro. Quando era venuto a Roma ad accompagnare dei clienti era stato derubato dei pochi soldi che aveva da alcuni zingarelli davanti al Colosseo e non si dava pace. - Devo essere punito, assolutamente per la mia sbadataggine, nonostante tu mi avessi avvertito.- dichiarava come un mantra in una continua flagellazione, in perfetto stile da autodenuncia alla Lubjianka. Eppure era felice della sua vita, felice di lavorare per una azienda italiana, mai per i tedeschi che odiava senza fraintendimenti. La relativa agiatezza che questo gli dava, lo rendeva sereno anche se continuamente timoroso che tutto avesse fine prima o poi. Era felice a modo suo, pago delle piccole cose che amava. - Sai Enrico - mi diceva, quando ormai si era maturata una certa confidenza - non c'è piacere più grande di quando arrivo a casa, mi metto le pantofole d'orso che ho preso ad Irkutsk e mi sdraio nella mia vecchia poltrona con un bicchiere da 50 grammi di vodka (la vodka va a grammi in Russia) a pensare ai tempi felici. - Non so cosa intedesse per tempi felici; è un'espressione che dipinge bene la melanconia russa che leggevo spesso nei suoi occhi acquosi e gentili. Chissà come se la passa adesso, ma lo spero con quel bicchierino appoggiato sul vecchio bracciolo ed il bicchiere di thé fumante col manico di alpacca, sul vecchio tavolino di Kiev con la tovaglietta dai ricami ukraini rossi. Na sdarovjie Zenjia!

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 121 (a seconda dei calcoli) su 250!