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martedì 20 settembre 2011

Il potere logora chi non ce l'ha.



Era alto, secco e incavato come solo i russi tormentati sanno essere. Camminava ricurvo sotto il peso di una calvizie incipiente e di un paio di occhiali di tartaruga dalle lenti così spesse da fargli piegare anche il naso. Una giacchetta lisa per vestire una voce bassa, sempre sottotono, mentre parlava senza guardarti negli occhi. Eppure Volodia era l'ingegnere capo e gran factotum di un piccolo impero industriale e finanziario di uno delle tante regioni periferiche dell'URSS. Quando, accompagnandoci in visita, compariva in qualche reparto di una delle fabbriche su cui aveva potere assoluto, tutti gli operai fingevano di essere alacremente impegnati in qualche fittizio lavoro o se erano sorpresi lontani dalla loro postazione, vi accorrevano come tarantolati e timorosi di chissà quale terribile punizione. Le operaie si affaccendavano come api operose con gli occhi bassi e le rotondità in mostra e gli impiegati prendevano subito una mazzetta di fogli in mano per correre a sottoporgli un nuovo e irresolubile problema. Certo un potere enorme che avrebbero dovuto renderlo tronfio e pacioso come tutti i potenti veri, ben consci che comandare è meglio che fottere, cosa che da quelle parti tra l'altro, ha sempre teso a coincidere. Ma forse non solo laggiù. Invece, di tanto intanto arrivava il padrone vero, quello che nello smantellamento delle strutture sovietiche era diventato il proprietario effettivo del vapore. 

E lì vedevi il potere reale, perché appena arrivava, il povero Volodia si ingobbiva immediatamente, abbassava le orecchie come quei cagnolini che l'hanno appena fatta sul tappeto e non sanno più dove nascondersi. Lo trattava davvero come uno straccio; con fare burbanzoso e sprezzante si faceva mettere al corrente delle novità, lo cazziava adeguatamente in ogni caso, evidentemente perché questa veniva considerata una giusta prassi, poi emanava una serie di ordini inappellabili e se ne andava portandoci con sé e lasciando il povero Volodia al suo destino di servo. In realtà poi lo copriva di denaro e privilegi, quasi a compensarlo di questa sua funzione di scarico dell'ira naturale del potente e lui accettava di buon grado questo stato di cose che gli garantiva comunque una posizione ed un benessere materiale di assoluto rilievo. Lo voleva sempre con lui, un po' perché gli era indispensabile, un po' per poterlo bastonare di tanto in tanto, una specie di scarica tensione. Lo accompagnò anche nel giro turistico che gli avevamo preparato nella sua visita in Italia e ricordo ancora con grande imbarazzo la lavata di capo che gli diede perché si era presentato con un ritardo di cinque minuti alla colazione del mattino.  

Lui seduto al tavolo che sorbiva il cappuccino, inondando di contumelie il povero Volodia, in piedi con la testa china di fianco al tavolo, che con la testa pareva dire, sì, sono colpevole, devo essere punito duramente, pronto ad una autocritica completa, mentre tutti gli altri ospiti dell'albergo giravano la testa dall'altra parte, turbati facendo finta di non vedere. Poi un'ora dopo, forse rendendosi conto di avere ecceduto, ecco che da Brioni gli faceva scegliere un abito di suo gusto e da Bulgari gli prendeva un profumo da 500.000 lire da portare alla moglie. -Se lo merita, è bravissimo - mi diceva prendendomi sottobraccio e Volodia acchiappava il pacchetto strizzandomi l'occhio con un sorriso triste. A tavola mangiava con la ferocia di chi ha conosciuto la fame e adesso che finalmente è arrivata l'abbondanza, bisogna fare il pieno che non si sa mai. Così era contento quando ci portava a mangiare gli shashliky sul bordo del fiume, in qualcuno dei piccoli locali che la privatisazija cominciava a far sorgere qua e là. Quando invece ci invitò a casa sua, una villetta nella periferia di quella cittadina lontana, simbolo del suo successo lavorativo, pareva moderatamente soddisfatto di mostraci quella sua agiatezza raggiunta che lo metteva su un piano diverso dai suoi vicini e che in cuor suo giustificavano di certo la rinuncia a qualche grado di dignità e che forse trovava consolazione nella esagerata quantità di vodka che riusciva a trangugiare, reggendola in un modo assolutamente anomalo. 

Solo gli occhi gli diventavano più lucidi e le parole uscivano con un po' di fatica. Anche il tono della voce si abbassava un po'. Ci presentò il figlio adolescente, forse la ragione unica dei suoi sacrifici per cui sognava un  futuro lontano da lì, magari a Mosca, forse addirittura dipendente del nuovo McDonald che era stato appena aperto e di cui si favoleggiava. Uno del paese ce l'aveva fatta e quando tornava a casa, tutti gli si facevano incontro per farsi raccontare le meraviglie del progresso e le nuove opportunità e così anche Volodia sognava, perché sognare non costa nulla. Però quella sera, quando a bottiglie svuotate, volle scendere nel giardino coperto di neve, sempre con la stessa giacchetta nonostante i 20°C sotto zero e con il Kalashnikov in mano, sempre meglio averne uno in casa in quelle marche periferiche che non si sa mai, scaricò in cielo un intero caricatore in segno di gioia o di sfogo o di vendetta, il suo sguardo vuoto era più triste del solito e il grido di orgoglio strozzato dall'alcool gli si spense in gola mentre rientravamo, infreddoliti e stanchi.



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giovedì 10 dicembre 2009

Notte allo Spiektr.

Eravamo dunque tornati a Mosca. Dopo quasi un mese di viaggio in cui avevamo attraversato l'occidente dell' URSS, dopo sette notti passate sui treni, dopo aver tastato il polso, malato, di un paziente che si era preso una bella botta e non aveva ancora capito se sarebbe guarito o se era destinato a perdersi completamente, ritrovavamo una Russia diversa, preoccupata ed incerta sul futuro, con le stazioni della metro che si popolavano di una nuova fauna di anziani in cerca di qualche mezzo di sostegno, vendendo qualcosa, disegnando ritratti o facendo qualcosa di completamente sconosciuto prima, chiedere semplicemente l'elemosina. Mosca, però, non aveva perduto l'appeal del centro dell'impero e mi pareva davvero di essere tornato nella civiltà. Nell'appartamento che ci fungeva da ufficio, in un bel quartiere di case antiche (e le scale con tutti i gradini regolari) il rumore della macchina da scrivere di Angela aveva un suono familiare ed il ticchettio del telex, ti faceva sentire vicino al mondo come lo conoscevi. Rivedemmo parecchia gente che avevamo conosciuto nel giro e che si erano precipitati a Mosca per definire qualche progetto, dal Coreano, un intrallazzone con due fessure sottili al posto degli occhi, che non beveva mai vodka, a Kostija che avevamo conosciuto in treno e che voleva rappresentarci a Stavropol, a Kiril con i suoi problemi della linea di riempimento della vodka, a Marat che ci guardava inorridito mentre brindavamo al suo prossimo matrimonio, divorando spesse fette di salame italiano, senza pensare che lui era mussulmano osservante. All'imbrunire andai a Novodevichy, il monastero delle vergini, silenzioso e coperto di neve. Bellissimo e cristallizzato nel gelo della sera; deserto e silenzioso col suo cimitero con le lapidi dai nomi famosi, Scorrevano davanti a me, anche se cercarli costò un po' di fatica Cechov, Eisenstein, Bulgakov, Gogol, Stanislavsky, Khrushchev; che emozione camminare in questi luoghi. La storia russa al completo, che 'a livella aveva confinato in questo lembo di terra coperto di bianco. Me ne tornai in albergo tranquillo dopo una visita ad un Berioska, uno dei negozi per occidentali che stavano per essere sorpassati dalla storia. Alla mia visita successiva, non li avrei più trovati, tutti sostituiti da profumerie dai nomi occidentali e pieni di griffe famose. Anche l'albergo era cambiato. Non eravamo più al tetro Pekin, uno dei sette grattacieli staliniani in stile neoassiro, brutte copie dell'Empire State Building, ma in una delle nuove realtà del cambiamento, un alberghetto "commerciale", tutto quello che era di iniziativa privata era chiamato così. Si chiamava Spiektr, un nome una garanzia. Una decina di camere in una casetta antica e bassa a due piani, il vero opposto del falansterio sovietico in stile pensione Mariuccia. Le tenutarie erano due sorelle di enormi e generosissime dimensioni, agghindate come alberi di Natale, che vestivano sempre camicette bianchissime di pizzo, stirate con cura, anche se di puro poliestere che emanava tremendi sentori corporei anche a buona distanza, a causa del calore torrido che regnava tra quelle mura. Era imbarazzante, anche se compensato dai grandi sorrisi che Tanija e Irina dispensavano portando i cetrioli e la smijetana per la colazione. Il luogo era tranquillo ed aveva un non so che di familiare e, anche se un gruppo di coreani della Samsung che lo popolavano, aveva l'abitudine di giocare a Gim tutta la notte, ti dava una sensazione di calore. Al limite bastava spegnere un po' i termosifoni di notte per non morire arrosto. Riuscii anche ad avere una telefonata con l'Italia (non c'erano ancora i telefonini allora) ma sentire la mia bambina che piangeva perchè non tornavo ancora a casa, mi mise una gran tristezza. Andai a dormire presto, l'indomani arrivava R. dall'Italia e dovevamo prepararci per il giro in Siberia.

domenica 13 settembre 2009

Ricami rossi.

Sono molti anni che non vedo più Zhenjia. Quando l'ho conosciuto cominciava l'inverno russo, con le sue poche ore di luce, il colore giallo delle lampadine e dei lampioni sovietici così fiochi, l'odore di benzina scadente per le strade quasi deserte di auto, con la neve sporca che si accumulava prima di ghiacciare fino a primavera. Mi guardava con sospetto malcelato all'inizio, timoroso come sempre delle cose nuove. Glielo aveva insegnato una vecchia zia nata a San Peterburg prima della rivoluzione, che era stata allo Smolnji da ragazza, che ogni cambiamento porta disgrazie e dolori. E ne aveva viste parecchie la vecchietta prima di morire, ma per lo meno le era stata risparmiato lo sfacelo dell'URSS con tutto quel che stava capitando alla maggioranza debole della gente. Zhenjia temeva sempre che ci fosse sotto qualcosa e quindi cercava di mettersi di lato, diremmo contro il muro, avendo imparato a lasciar passare la furia della corrente per non farsi portare via. Mi divenne amico affettuoso o forse fedele, temendo chissà cosa come sempre, cercando di mostrarsi servizievole, apprezzando che fossi interessato ai suoi racconti del passato. Di quando lo zio che raccontava barzellette sul regime, non era più tornato a casa, una komunalka nelle vie della vecchia Mosca; di quando poco più che adolescente visse con sgomento la morte di Stalin, delle sirene che per quindici minuti lacerarono l'aria per annunciarla in un silenzio tombale, di come si sentì orfano in quel momento; di come si sentiva felice e padrone del mondo, quando ebbe il primo stipendio di trecento rubli come traduttore. Parlava un italiano forbito, con lentezza, scegliendo con cura le espressioni e usando parole ricercate come "corpulento", che gli piaceva molto, anche se non ruscì mai a correggere il forte accento, per cui lo prendevamo un po' in giro. Non corresse mai la sua espressione proverbiale con cui cominciava tutti i discorsi. "Prego la scusa" iniziava sottovoce ed in tono dimesso, sempre timoroso di disturbare e quindi di subire chissà quali punizioni. E dire che la sua famiglia aveva visto grandi fasti un tempo; si favoleggiava delle sette gioiellerie che il nonno possedeva a San Peterburg prima della rivoluzione. Grande giocatore di scacchi, anche nella vita, cercava sempre di avere una seconda ed una terza soluzione ai problemi, una via di fuga, se andava male la prima scelta; questo aveva insegnato la vita a lui, ebreo, in un paese che gli ebrei non ha mai amato, nel migliore dei casi ha disprezzato, come qualche trombone di cliente che ci apostrofava: "Ma com'è che vi tenete quel giudeo?" mentre lui si ritirava nell'ombra. Una vita a prepararsi vie d'uscita, a declinare responsabilità, a scegliere il profilo più basso per non farsi notare, per tenersi nella penombra, eventualmente, se c'era bisogno per dare la pugnalata fatale. Non voleva il thé, ma si accontentava di un po' di "calda acqua" e a all'Hotel Kimik di Cerkiesk aveva rifiutato la camera Liux che per i cittadini sovietici costava un dollaro in cambio di quella Standàrd che costava mezzo dollaro a notte, per non fare spendere troppo alla ditta. Aveva voluto per sé un ufficetto misero, un vero bugigattolo, però situato strategicamente in fondo al corridoio, in modo che si avvertissero nitidamente i passi di chi arrivava e che lo sorprendeva sempre alacremente al lavoro. Quando era venuto a Roma ad accompagnare dei clienti era stato derubato dei pochi soldi che aveva da alcuni zingarelli davanti al Colosseo e non si dava pace. - Devo essere punito, assolutamente per la mia sbadataggine, nonostante tu mi avessi avvertito.- dichiarava come un mantra in una continua flagellazione, in perfetto stile da autodenuncia alla Lubjianka. Eppure era felice della sua vita, felice di lavorare per una azienda italiana, mai per i tedeschi che odiava senza fraintendimenti. La relativa agiatezza che questo gli dava, lo rendeva sereno anche se continuamente timoroso che tutto avesse fine prima o poi. Era felice a modo suo, pago delle piccole cose che amava. - Sai Enrico - mi diceva, quando ormai si era maturata una certa confidenza - non c'è piacere più grande di quando arrivo a casa, mi metto le pantofole d'orso che ho preso ad Irkutsk e mi sdraio nella mia vecchia poltrona con un bicchiere da 50 grammi di vodka (la vodka va a grammi in Russia) a pensare ai tempi felici. - Non so cosa intedesse per tempi felici; è un'espressione che dipinge bene la melanconia russa che leggevo spesso nei suoi occhi acquosi e gentili. Chissà come se la passa adesso, ma lo spero con quel bicchierino appoggiato sul vecchio bracciolo ed il bicchiere di thé fumante col manico di alpacca, sul vecchio tavolino di Kiev con la tovaglietta dai ricami ukraini rossi. Na sdarovjie Zenjia!

mercoledì 6 maggio 2009

Oro

Guardavo con attenzione questa foto inviatami da Diego, e in un lampo mi sono rivisto attorno a quel tavolo dalle parti di Taskent o giù di lì. La signora era tosta e serissima. La trattativa andava avanti da settimane e quell'incontro che avevo sperato fosse conclusivo, si stava arenando nelle panie dei dettagli. L'offerta dell'impianto era dettagliatissima, ma lei continuava ad esaminare con cura gli schemi ed i layout con la disposizione delle presse. Poi, quando sembrava conclusa la parte tecnica, ricominciava la estenuante battaglia dei prezzi. Gianni, maestro di trattativa, spalmava grasso virtuale sotto le ruote del contratto per farlo lentamente scivolare verso il porto sicuro della firma, ma come sempre tutto si rivelava più duro del previsto. La madama era una roccia, continuava a fare emergere dubbi, quando vedeva la nostra irremovibilità sulla cifra totale, ritornava sulla parte tecnica, chiedendo più uomini per l'avviamento. Verso le sei eravamo stremati; mentre fuori calava il rosso e polveroso tramonto uzbeko, la presidente, con gli occhi che erano ormai fessure tagliate nel cuoio, manteneva le pieghe della bocca girate verso il basso. Poi la svolta, il ricordo di Venezia, richiamato nel momento giusto da Gianni accompagnato da un congruo arricchimento della lista ricambi, ebbe ragione del carapace inattaccabile e la mano, fece scivolare la penna lentamente ma inesorabilmente verso la sigla del corposo fascicolo. Girata finalmente, l'ultima pagina della terza copia, con l'apposizione (conditio sine qua non) del famigerato timbro rosso rotondo, avvenne il miracolo. L'imperatrice baffuta sciolse la rigidità, le pieghe della bocca si girarono magicamente verso l'alto e le labbra si aprirono come il coperchio di uno scrigno fatato mostrando una splendida, completa, sfavillante ed orgogliosa chiosa di 32 o più zanne completamente ricoperte d'oro massiccio, che arricchivano la risata cristallina in modo solido e concreto. Oro, ricchezza esibita con orgoglio, eterna fonte di potere, distinzione dal volgo e solido investimento al riparo da derivati e subprimes. Un forte abbraccio, in cui sentii con un misto di timore e rispetto, le fauci digrignate e pericolosamente vicino al mio orecchio e poi gran finale al ristorante, dove la vodka contribuì solidamente a farci partecipare ai balli tradizionali di gruppo. L'oro baluginò a lungo per tutta la lunga serata di festa.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 122 (a seconda dei calcoli) su 250!