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sabato 18 dicembre 2021

Meditando attorno alla stanza

immagine dal web


 Quando stai acquattato come un puciu (espressione mandrogna che non significa nulla se non che ti stai crogiuolando nella tua tana al calduccio) in attesa che arrivi, implacabile come la morte, qualcuna delle temute ed attese reazioni al vaccino, tanto auspicata dai novax per poter giustificare la loro follia e che invece fortunatamente per ora tardano ad arrivare, senti giunto il tempo delle consisderazioni filosofiche sul senso della vita e lo stato dell'arte del mondo che ti circonda, visto che quelle sul tuo degrado fisico e le lamentazioni sul tempo che sen fugge tuttavia senza lasciarti più lo spazio di fare quello che avresti voluto e dovuto fare, le hai gia fatte. Così pensavo, ma, visto che siamo tanto impauriti dall'eternità delle tracce che lasciamo sul web, così da vedere come una iattura incommensurabile, il fatto di essere beccato col pisello al vento o altro di peggio, magari di avere scritto e divulgato scemenze e di essere consegnato così alla vergogna perpetua, rimanendone il ricordo sulle pagine internettiane a futura eterna memoria e oltretutto in ogni parte dell'universo, siamo davvero sicuri che questo avverrà davvero? Davo un'occhiata in giro per casa e guarda un po' ho trovato decine di dispositivi, oggetti, tracce della mia vita vissuta che o si distruggeranno fisicamente in pochi anni se non conservati con ogni cura oppure già oggi non dispongono piú di dispositivi trovabili con facilità sul mercato per essere visti o fruiti in alcun modo. Registrazioni su nastri e supporti vari, cassette, metodi di archiviazione di cui si sta perdendo anche la memoria e che invece al momento in cui sostate eseguiti, apparivano eterni. 

Oggi l'utilizzo universale del web presuppone supporti che ci sembrano indistruttibili e destinati all'eternità, ma siamo sicuri che, come quel file registrato su un floppy che oggi non è più possibile far funzionare, quel filmato su un VHS di cui non trovi più un lettore funzionante, quella pellicola super8 (ve la ricordate?), quella foto prodotta in un linguaggio di cui si è persa traccia, sia mai più fruibile e non temi dunque che quello che oggi vedi con tanta facilità, nel giro di pochi anni non subisca la stessa sorte? D'altra parte come nessuno scrittore di fantascianenza aveva previsto la nascita del web, così tutto potrebbe sparire in un tempo altrettanto veloce, magari soppiantato da altri più gustosi sistemi e marchingegni che l'intelletto umano o l'AI incombente, inventerà. Sacripante, magari tra cento anni, i miliardi di miliardi di terabyte immagazzinati in cataste di dischi o vaganti nei più sofisticati cloud odierni, saranno solo montagne di ingombranti residui di indifferenziato che daranno solo problemi di smaltimento e tutte quelle immagini, quella musica, quelle idee che ci apparivano fissate nel marmo (quelle sì che dureranno) e destinate all'eternità, saranno solo il nulla assoluto dimenticate per sempre e destinate chissà ad una difficilissima, forse impossibile, operazione di recupero da parte degli archeologi del futuro che tenteranno di interpretare questo proto cuneiforme insensato o queste stringhe di numeri o di impulsi, forse un nuovo Lineare B destinato a rimanere indecifrato per sempre in qualche sistema museale del futuro. Dunque tranquilli, le tracce che oggi sembrano indelebili, che lasciate su internet, probabilmente non danneggeranno la vostra credibilità e dignità futura, tra mille o più anni, certo sempre che ve ne importi ancora, a voi e ai vostri discendenti. Quindi oggi, al tempo del colera, potete svaccare tranquilli. Questo vi sia di consolazione perpetua in questa ora difficile e perigliosa , quella sì che non cede mai. 

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lunedì 27 gennaio 2014

Il Tai Ji e la respirazione

Abbiamo visto come il Tai Ji, i suoi esercizi preliminari di riscaldamento o di distensione, lo studio delle tecniche ed infine lo sviluppo delle diverse forme, sono sempre molto lontani dall’approccio comune agli sport ed agli esercizi salutistici delle ginnastiche Occidentali, tesi generalmente a forzare posture, muscolatura e legamenti del corpo, nell’intenzione di spingersi sempre un poco al di là della propria possibilità, nel tentativo di raggiungere e superare se possibile il proprio limite. Questo approccio, molto comune nelle nostre palestre dove, attraverso stretching e macchine varie, si tende sempre ad esagerare un poco la nostra prestazione, forzando ogni parte del nostro corpo e che vorrebbe avere come fine il desiderio di migliorare le proprie capacità fisiche è, secondo la filosofia del Tai Ji e del Qi Gong una fonte di stress che danneggia l’equilibrio psicofisico finale dell’individuo, quando non, in alcuni casi, diventa fonte di usura e traumatismi inutili o peggio dannosi al corpo stesso. Questo fatto è ben noto ai praticanti di ogni sport che voglia essere fatto a livelli agonistici, dove gli allenamenti sono spinti al massimo. Nella pratica del Tai Ji, invece, si deve seguire un concetto completamente diverso. Ogni movimento che si studia e l’esecuzione delle diverse forme, non devono mai andare oltre i limiti che impone il proprio stato fisico, anche in rapporto all’età. L’esecuzione ad esempio di un calcio non è “giusta” solo se la gamba viene alzata fino ad una determinata altezza, ma lo è per il modo e l’atteggiamento con cui questo viene eseguito. 

Così un ottantenne può alzare una gamba solo di pochi centimetri, mentre al contrario  un giovane atleta la solleverà fino all’altezza del capo e oltre. In entrambi i casi la tecnica può essere stata eseguita alla perfezione o meno. Quello su cui deve essere portata l’attenzione non è il modo, ma il come i movimenti vengono eseguiti. E’ fondamentale soprattutto la circolarità dei movimenti ed il loro fluire; tutti devono partire da un impulso che nasce all’interno del corpo e dalla loro coordinazione con la respirazione. La respirazione profonda, diaframmatica, anche se leggera e non forzata è la chiave dell’esercizio, il suo “valore interno” (Nei King).  Ogni qualvolta le braccia od il corpo si protendono in avanti si attuerà una fase espiratoria. Al contrario si avrà inspirazione nei movimenti in cui il corpo e le braccia si ritirano all’indietro. Difficilmente il neofita potrà dedicarsi a questo aspetto se non superficialmente all’inizio dello studio, tutto preso come ovvio, dalla necessità di imparare le singole tecniche e di memorizzare la sequenza della forma, ma quando sarà padrone della fase mnemonica, dovrà dedicarsi decisamente ad eseguirla con la corretta respirazione. Diversamente il suo, rimarrà un semplice esercizio fisico fine a se stesso e privo di tutti i benefici accessori di equilibrio psicofisico  che il Tai Ji promette ai suoi praticanti, fino a quel momento non avrà seguito altro che una qualunque forma di banale ginnastica. La respirazione, in particolare nello stile Yang, deve avere un suo ritmo fisso, proprio di ogni individuo, deve accoppiarsi ad ogni tecnica, la quale necessiterà di uno o due cicli respiratori. 

Deve essere allo stesso tempo descrivibile e senza forma, concentrata e raccolta, circolare ed elastica. Quando l’esecuzione è corretta, ad una apparenza fisica di estrema morbidezza, deve accoppiarsi la sensazione interna della durezza dell’acciaio. Tutto questo deve produrre, al termine dell’esercizio, una sensazione di riposo e tranquillità fisica e mentale come se ogni cellula del nostro corpo avesse acquistato nuova energia. La mente è armonica e lo spirito sollevato; ci si sentirà gioiosi e con un senso di tranquillità e di forza serena dentro di noi. L’esercizio eseguito con costanza ed in modo corretto, non stanca e quando termina, non ci si deve sentire sudati o provati.  Ecco perché una pratica costante può aumentare la nostra attenzione e la nostra efficienza nella vita e nelle attività quotidiane. Questo sistema di respirazione era ampiamente studiato ed applicato sia dal taotismo che dal buddhismo nelle meditazioni e anche a fini salutistici, richiedendo lo sviluppo di una sorta di energia interna, forse quella che noi occidentali avvertiamo quando ci sentiamo particolarmente tonici. Nessuna meraviglia, quindi, se l’applicazione costante di questo modello respiratorio nell’esercizio del Tai Ji, che se praticato correttamente può arrivare ad un volontario rallentamento del battito cardiaco e del metabolismo generale, con positive ricadute sul benessere psicofisico, si possa considerare come uno dei metodi più efficaci di allenamento, abbracciando allo stesso tempo i principi della moderna psicologia, fisiologia, igiene mentale assieme alle diverse dinamiche salutistiche.

Refoli spiranti da: Fundamental of Tai Ji Quan - Wen Shan Huang - Hong Kong -1973

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venerdì 13 dicembre 2013

Considerazioni sul Tai Ji: Le forme.

Zhang San Feng - Fondatore del Tai Ji
Una delle difficoltà che incontra il principiante quando si avvicina alla pratica del Tai Ji, consiste nella memorizzazione della serie di tecniche che compongono le Forme. Molto prima ancora di sapere eseguire ogni tecnica in maniera corretta e poi, nei passaggi successivi di coordinarne l'esecuzione con la respirazione e l'attitudine corporea adatta, il primo scoglio è proprio ricordare la sequenza dei movimenti e la loro concatenazione. Ma qual è lo scopo per cui le forme sono state create? In un mondo in cui la trasmissione delle conoscenze avveniva principalmente con l'osservazione del maestro e della sua imitazione, non c'è dubbio che la Forma rappresenta la necessità di istituzionalizzare una sequenza che comprenda porzioni vari del gran numero di tecniche da studiare, fino ad avere un riferimento che, in assenza di una regola scritta, descriva i principi della parte meramente fisica dell'esercizio. Di certo questo è una delle spiegazioni per cui le Forme sono state create, ma non è l'unica. Infatti le sequenze delle Forme stesse sono state studiate anche a fini salutistici e questo è anche uno dei molti motivi per cui si praticano. Secondo T.Y.Liu, un maestro di Hong Kong, il modo in cui la serie dei movimenti è stata congegnata, le ripetizioni speculari ed i modi di esecuzione, sono state concepite anche al fine di esercitare correttamente, via via, tutti i muscoli del corpo in modo simmetrico, estendendo ai tessuti periferici che sono più suscettibili di deterioramento e degenerazione, con l'uso e con l'età, una attivazione data dalla contrazione dei muscoli stessi, dando a ciascuno pari opportunità di lavoro. 

Poi, dove alcuni muscoli richiedono maggiore attenzione, alcune posizioni vengono ripetute. Il movimento comincia dai piedi (le dita e le piante che nella posizione iniziale agiscono radicandosi al terreno, ecco perché non bisogna sottovalutare la apparente semplicità delle posizioni iniziale e finale), poi attraverso caviglie e gambe, sale lungo la colonna vertebrale concentrandosi attorno alla vita, per sostenere correttamente il peso e l'equilibrio del corpo. Si estende infine verso l'alto fino al collo e al capo e lungo spalle e braccia per terminare nella punta delle dita della mano. Ogni cambio di posizione, che comprende da due a quattro piccoli spostamenti, coinvolge  alternativamente l'innalzamento o l'abbassamento del corpo, lo spostamento in avanti o indietro o una oscillazione con angoli diversi, fino alla completa rotazione. Questi movimenti, qualche volta apparentemente complicati, mirano non solo a mettere in azione tutta la muscolatura in maniera efficace, ma anche a migliorare e rivitalizzare la sensibilità di tutto il sistema nervoso centrale e periferico. Lo spostamento del peso da una gamba all'altra in sincronia con la respirazione profonda, rendono il movimento stesso lento, costante ed eseguito senza sforzo apparente. Questo è uno degli aspetti essenziali dell'esercizio e la sua lentezza e levità di esecuzione, può e deve essere eseguita solo con la spina dorsale in una corretta postura verticale, con la mente consapevolmente concentrata e rilassata, che escluda pensieri irrilevanti. Così eseguire, in pochi minuti, ogni mattina, prima di intraprendere le normali attività della giornata, può essere un aiuto importante, fisico e mentale, per affrontare le difficoltà di ogni giorno

Tutte le parti del corpo di conseguenza si muovono in assoluta armonia tra di di loro, senza contrasti o forzature. La sensazione generale può essere paragonata al movimento di un pesce nell'acqua o di un uccello nell'aria. Completato il percorso della Forma scelta, in maniera corretta, non solo si otterrà una sensazione di assenza di fatica, ma si dovrebbe avvertire un senso di vigore generale, in cui tutto il corpo apparirà carico e riscaldato senza sbuffare o ansimare, né con accelerazione indebita del battito cardiaco. Così la combinazione completa di movimento muscolare, integrato alla respirazione profonda, genera una attivazione dell'attività nervosa, stimola la circolazione sanguigna e quella dei processi linfatici ottenendo un impatto finale estremamente positivo sui processi mentali. Questa completezza è alla base dei benefici, che i più recenti studi stanno dimostrando essere ottenuti anche nella prevenzione e nella cura precoce di molte malattie tipiche dell'invecchiamento. Lo stile Yang e le sue forme è quello che più è indirizzato a questo aspetto di benessere fisico e mentale. Le sue forme codificate (8, 16, 24) per i principianti sono già di per se stesse complete e possono essere eseguite con soddisfazione da praticanti di ogni livello. La forma antica più completa infine, la 108 (o la 88  leggermente ridotta) rappresenta il libro non scritto che descrive tutte le tecniche previste. Tuttavia non è necessario lo sforzo mnemonico di ricordare molte forme. Grandi maestri ne hanno eseguita una sola per tutta la vita, continuando a migliorarne l'esecuzione.


Refoli spiranti da: Fundamental of Tai Ji Quan - Wen Shan Huang - Hong Kong -1973

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lunedì 26 luglio 2010

Guardare in sé stessi.


Lasciare i monti e scendere a valle. Da una parte cielo azzurro e aria fresca; che meraviglia, mentre qui aria spessa, pesante, quasi lattiginosa, zanzare moleste e altro ancora. Perchè dunque? Chissà, forse un bisogno segreto di introspezione, una ricerca meditativa che mi permetta di vedere cosa c'é dentro di me. Non sono cose che si ottengono subito, ci vuole tempo e pazienza, concentrazione e soprattutto mondarsi psicologicamente e materialmente delle proprie pecche che al pari delle scorie lordano la nostra interiorità. Liberarsi. Ho cominciato stamattina. Domani mi incontrerò col mio guru. Vi dirò cosa sono riuscito ad ottenere. Intanto la montagna rimpianta rivive in questa lirica di Li Po.


In montagna un giorno d’estate.

Agito lieve un bianco ventaglio di piuma,
Seduto con la camicia aperta nel bosco verde.
Mi tolgo il berretto e l’appendo ad una pietra sporgente;
Il vento dei pini fa piovere aghi sulla mia testa nuda.


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giovedì 8 gennaio 2009

Jullay

"Jullay, jullay" ci salutavano con le mani tese i bambini correndo dietro alla corriera sgangherata che, dopo aver superato un piccolo villaggio, arrancava sullo sterrato tra Leh e Manali. Al villaggio erano salite alcune donne con delle ceste di verdure da portare ad un mercato qualche kilometro più avanti. I vestiti di pelli avevano un odore forte di sporcizia antica; i Ladakhi non si lavano molto, un po' per il clima severo, un po' per inclinazione naturale, malignano i mussulmani che stanno più a valle in Kashmir. Stupende collane di coralli fossili al collo e sulla testa degli straordinari perak ricoperti di turchesi grezzi e portareliquie d'argento a coprire la massa di capelli impastati di grasso per proteggersi dai pidocchi. Sguardi sereni, forse pensando ai due o tre mariti che ciascuna aveva lasciato a casa a zappare il terreno ciottoloso e avaro dei 4000 metri. Nella società matriarcale del Ladakh, le donne praticano comunemente la poliandria e si dedicano al commercio dei prodotti. Avevamo lasciato alla nostra destra la confluenza dell'Indo con lo Zanskar, dove i flutti terrei e limacciosi del primo si mescolano con una linea netta con le grige acque del secondo e salivamo la stretta valle verso Hemis. Tra le brulle pareti a V, l'Indo aveva un corso precipitoso e mulinante che non fa prevedere le dimensioni che il grande fiume assumerà dopo essersi buttato nelle pianure pakistane a fertilizzare una delle culle della cultura umana. In un tratto più largo dove la corrente sembrava avere un po' di tregua, la corriera sterzò decisamente dalla carrareccia e con piglio deciso si gettò in un guado che sembrava avventuroso. Anche le nostre vicine odorose guardavano la corrente con occhio meno sereno, mentre l'acqua a poco a poco saliva lungo i fianchi del mezzo. Al centro del fiume l'acqua entrò all'interno bagnando gli zaini che avevamo lasciato sul pavimento. Alzammo i piedi sui sedili, poi pian piano uscimmo dal guado e guadagnammo l'altra sponda. Giunti al paese le donne se ne andarono verso il mercato con le gerle sulla schiena; noi, dopo aver visto il grande monastero di Hemis, Lonely Planet alla mano, cominciammo a salire per un sentiero lungo il fianco della montagna. Dopo i 4500 metri la salita è durissima e ci vollero più di tre ore per fare i tre o quattrocento mentri di dislivello che portavano ad una piccola gompa nascosta tra le rocce. Il paesaggio era abbagliante. Nel sole a picco del primo pomeriggio, dall'altro versante della valle, una parete ocra di roccia scistosa sembrava spaccata da un gigantesco colpo di sciabola, con gli strati geologici in diagonale in piena vista a formare una coda di rondine verticale di almeno mille metri, stagliata su di un cielo cobalto. L'aria era tersa e fine e calmato il respiro affannoso, entrammo nel piccolo tempio e ci sedemmo in un angolo ad ascoltare silenziosi le preghiere ritmate di quattro anziani monaci. Terminato l'ufficio, si ritirarono a meditare, mentre uno si avvicinò a noi salutandoci a mani giunte. Il contatto non era facile, ma intesi che stavano lì da anni ed un loro quinto compagno viveva in meditazione e digiuno, per sei mesi all'anno in una grotta cinquecento metri più in alto, che ci mostrò con serenità. Era molto vicino all'illuminazione. In queste condizioni e con l'aria molto rarefatta, si è portati a credere a tutto e la magia del luogo aiuta e convince. Chiesi se proprio non mangiava nulla per sei mesi; maledissi la mia miscredenza di occidentale legata alla corporeità e incapace di afferrare la trascendenza orientale, mentre il monaco mi guardava quasi con rimprovero ma con occhi buoni. "Durante il digiuno non si mangia - sottolineò la evidente tautologia - Una volta al giorno gli portiamo da bere qualche litro di thè." Guardai la ciotola di thè tibetano che ci aveva offerto, considerando la sua composizione costituita da circa il 30% di burro di yak emulsionato e cominciai a capire. Lasciammo la gompa non prima di aver lasciato un cospicuo mazzetto di rupie in cambio di una paginetta dipinta di un libro sacro che il monaco dagli occhi buoni teneva pronta nellle pieghe del saio rosso. Scendemmo a valle, mentre l'ultimo sole impastava il cielo dello stesso colore.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!